Niente di niente

Quando viaggio da solo in un paese straniero, a volte incontro uno dei miei personaggi. Sono momenti fuggevoli: dopo pochi secondi il personaggio svanisce, torna a essere uno dei tanti che girano per le strade. Ma non scompare del tutto: diventa uno stato d’animo, una sensazione, un desiderio, un riflesso d’ombra che s’insinua fra i pensieri della quotidianità.
Qualche giorno fa stavo camminando a Varsavia. Erano le dieci di sera. Per le strade c’erano persone che procedevano in fretta, perché sicuramente qualcuno le aspettava da qualche parte. C’erano coppie d’innamorati che approfittavano della temperatura non troppo rigida. C’erano gruppi di ragazzi, operai alla fine del turno, poliziotti, qualche barbone che preparava un giaciglio per la notte. Non si vedevano stranieri, o almeno, nessuno che fosse immediatamente riconoscibile come tale. Mi sono chiesto se fossero davvero tutti polacchi. Di sicuro ci sarà stato qualche ucraino, qualcuno che non riuscivo a riconoscere come straniero. Ma quando ho visto un uomo dalla pella scura, con il volto coperto da un cappuccio e da una sciarpa, la sua differenza ha attirato la mia attenzione. Stava seduto su una panchina, immobile, e fissava nel vuoto. Allora mi è venuto in mente Moussa ag Ibrahim, uno dei protagonisti del romanzo Gli Svizzeri muoiono felici (Guanda 2018).
Moussa è un uomo di origini tuareg. Fin dall’infanzia ha vissuto come nomade nel deserto del Sahara, tentando di seguire le tradizioni dei suoi antenati. Ma i tempi cambiano, fra leggi restrittive, violenza, desertificazione. Per una serie di ragioni, Moussa arriva in Svizzera. La sua speranza è di trovare un lavoro, per aiutare i suoi parenti in Niger. Ma subito è colpito dalla nostalgia e da un senso d’inadeguatezza.

Quel mattino, mentre diceva le sue preghiere, Moussa aveva avuto paura di essersi spinto troppo oltre, in mezzo a gente troppo diversa. Come avrebbe fatto a resistere in quel paese, dove tutti avevano il loro posto? Ognuno partiva sapendo dove andare, per quale ragione, a che ora. Tutti avevano un telefono, un indirizzo email, un appuntamento e poi un altro e un altro ancora, come una ragnatela nella quale tessevano sempre nuovi fili, creando strade, palazzi, monumenti, macchine, libri, parole, immagini. E Moussa invece passava come un soffio in mezzo ai progetti degli altri, come chi non ha niente di niente.

Un uomo in mezzo alla folla. Diverso da tutti gli altri. Completamente solo. Camminando verso l’hotel Metropol, poco lontano dall’immenso Palazzo della Cultura, ho cercato di calarmi nell’animo di Moussa, nella sua lontananza. Spesso è da questi esercizi d’immedesimazione che traggo le idee per la scrittura. Anche quando il romanzo è già pubblicato, come in questo caso, mi fa piacere restare per un po’ da solo con i miei personaggi.

Ero in Polonia per una serie di conferenze. La prima sera, al bar dell’hotel, mi chiedevo che cosa dire agli studenti e alle persone che mi avrebbero ascoltato. Ero seduto davanti a uno dei camini fasulli più realistici che mi sia mai capitato di vedere: finti carboni ardenti, finte fiamme guizzanti, finto fumo grigio. Davanti a me, sul tavolino, c’era una birra (vera). E io? Fino a che punto sarei riuscito a essere autentico? Un uomo in una città straniera, sospeso fra un fuoco finto e una birra vera. Chi è veramente l’uomo? Cioè, chi sono io? Sono più simile alla fasulla perfezione del fuoco o alla verità fermentata della birra?

Questi pensieri mi hanno fatto capire che era giunta l’ora di andare a letto… Prima di dormire, ho sfogliato qualche pagina di un autore polacco. Adam Zagajewsi (nato a Leopoli nel 1945) racconta in un saggio dei suoi giorni da liceale, quando gli studenti erano «attratti dalle feste private, dai primi appuntamenti, dai giri in bicicletta, dalla musica di Elvis Presley, Chubby Checker e Little Richard, dalla vita intesa soprattutto come uno sguardo rivolto senza troppa attenzione a un lontano futuro». In quel contesto, un giorno il poeta Zbigniew Herbert, giovane ma già conosciuto, viene invitato al liceo per una conferenza. Al di là di ogni aspettativa, annota Zagajevski, la visita di Herbert «ha cambiato qualcosa nel mio modo di guardare alla letteratura; magari non subito, ma – con un certo ritardo – lo ha fatto sicuramente».
Nel mio piccolo, chissà, forse anch’io sono riuscito a lasciare qualcosa agli studenti che ho incontrato in questi giorni. Ho letto qualche pagina da L’arte del fallimento e da Gli Svizzeri muoiono felici, ho cercato di condividere la mia esperienza di scrittore, i miei dubbi, ciò che ho imparato e ciò che mi resta da imparare. Sul palco del festival Jazz&Literatura di Katowice oppure in un’aula dell’Uniwersytet Śląski a Sosnowiec: sempre guardavo uno per uno quei volti attenti, in ascolto, e mi chiedevo: che cosa resterà di tutto questo? Sulle prime ero pessimista, poi mi dicevo: Andrea Fazioli di certo non è abbastanza, ma forse i personaggi si sono espressi per me. Forse Moussa ag Ibrahim è riuscito a comunicare loro qualcosa, nella maniera silenziosa in cui parlano i Tuareg. Magari non subito. Magari le parole si sono deposte in profondità, avvolte in un bozzolo di silenzio. Magari fra qualche anno quegli studenti ripenseranno a Moussa, a Contini, anche solo fuggevolmente, e la realtà immaginata sarà loro d’aiuto per affrontare la realtà reale.
E io? Anch’io ho vissuto incontri che mi saranno utili per essere sempre più birra (vera) e sempre meno fuoco (finto). All’Istituto italiano di cultura di Varsavia ho avuto modo di parlare di letteratura e mi sono annotato nomi di autori italiani e polacchi da scoprire. Anche qui, come del resto è accaduto pure con gli studenti, ho l’impressione di aver ricevuto più di quanto sia riuscito a trasmettere. Ma non bisogna fare calcoli: questo tipo d’incontro, di scambio culturale, continua a generare frutti nel tempo, lentamente.
Nei miei giorni in Polonia ho avuto modo di confrontare i segni del passato con un futuro che cresce a vista d’occhio. Vecchi palazzi di stampo sovietico e nuovi edifici creati da grandi architetti. Luci al neon, traffico, fast food, ancora luci al neon di ogni forma, di ogni dimensione. Campi gelati e betulle lungo la ferrovia. Vaste zone industriali. Ciminiere, parchi, centri commerciali. Lo splendido nucleo di Nikiszowiec, costruito all’inizio del XX come osiedle robotnicze, come quartiere operaio per le famiglie dei minatori, con i familoki di mattoni rossi che si dispongono in forma geometrica, creando strade, cortili, angoli discosti dove il silenzio è interrotto solo da un improvviso volo di uccelli o dal suono ovattato di una radio.
L’ultima sera, a Varsavia, torno a camminare lungo le strade intorno al Palazzo della Cultura. Il mio telefono è scarico e ho smarrito il caricatore. Mi fermo in un negozio e chiedo in inglese alla commessa se ne venda o se sappia dove possa acquistarne uno. «Mi dispiace – risponde lei – abito lontano da qui.» Poi sorride e aggiunge: «Abito lontano da tutto». Annuisco. «Me too – le dico – anch’io». Provo a ripeterlo in polacco: «Ja też». Lei sorride di nuovo. Ci salutiamo. Esco e penso che in fin dei conti posso anche restare senza telefono. Così sarà più facile intravedere Moussa ag Ibrahim che cammina con la consapevolezza di non avere niente di niente. Forse è proprio da questo vuoto che possono sprigionarsi le parole più preziose. In Polonia, in Svizzera, nel deserto del Sahara.
Più tardi, prima di dormire, rileggo una poesia di Adam Zagajevski. S’intitola “Là, dove il respiro”.

Sta sulla scena
senza alcuno strumento.

Appoggia le mani sul petto,
là dove nasce il respiro
e dove si spegne.

 Non sono le mani a cantare
e nemmeno il petto.
Canta ciò che tace.

Nell’ultimo verso si riassume il senso di questo articolo. Canta ciò che tace. Anche quando abbiamo la sensazione di non aver detto abbastanza, o di non aver detto nel modo giusto, o di non avere incontrato nessun personaggio, o di non avere capito ciò che abbiamo visto, per fortuna canta ciò che tace.
Il silenzio, fin dall’inizio dei tempi, è il miglior narratore di storie.

PS: La prima citazione di Zagajevski proviene da L’ordinario e il sublime. Due saggi sulla cultura contemporanea (Casagrande 2002; traduzione di Alessandro Amenta). La poesia è tratta invece dal volume Dalla vita degli oggetti. Poesie 1938-2005 (Adelphi 2002 e 2012; traduzione di Krystyna Jaworska). In un altro testo, lo stesso Zagajewski accenna a quei momenti in cui si compiono misteriose connessioni fra immaginazione e realtà: «Esiste un senso che resta nascosto nella quotidianità, ma diventa accessibile negli istanti di maggior concentrazione, negli attimi in cui la coscienza ama il mondo. Cogliere quel senso complesso ti porta un’esperienza di particolare felicità, perderlo ti consegna alla malinconia» (da Tradimento, Adelphi 2007; traduzione di Valentina Parisi).

PPS: Grazie a tutte le persone che mi hanno accolto e accompagnato in Polonia. Fra gli altri il vice ambasciatore svizzero Chasper Sarott; Marzena Anioł di Jazz&Literatura; la studentessa e ottima traduttrice simultanea Natalia Myszor; Justyna Orzeł, che ha tradotto i miei testi per i lettori polacchi; il direttore Roberto Cincotti e tutti i suoi collaboratori all’Istituto di cultura italiano a Varsavia; gli insegnanti, gli studenti e le studentesse dell’Instytut Języków Romańskich i Translatoryki all’Uniwersytetu Śląskiego.

PPPS: Le fotografie di Nikiszowiec le ho prese da internet. Le altre le ho scattate io. Il video di presentazione del romanzo Gli Svizzeri muoiono felici è stato realizzato da Alessandro Tomarchio.

PPPPS: Per completare la fotografia presa davanti alla stazione di Katowice, che vedete qui sopra, ecco un frammento sonoro.

 

PPPPPS: Infine, per chi volesse rendere più vivida l’apparizione di Moussa ag Ibrahim nelle strade di Varsavia, ecco la versione polacca del brano che ho citato sopra.

Tamtego ranka, gdy odmawiał swoje modlitwy, Moussa poczuł strach, że posunął się za daleko, wśród ludzi całkiem od niego różnych. Jak mógłby wytrzymać w kraju, gdzie wszyscy mieli swoje miejsce? Każdy wyjeżdżał wiedząc, gdzie jedzie, z jakiego powodu, o której godzinie. Każdy miał telefon, adres e-mail, spotkanie, a potem kolejne, a potem jeszcze jedno, jak w pajęczej sieci, w której tkali coraz to nowe nici, tworząc ulice, budynki, pomniki, samochody, książki, słowa, obrazy. A Moussa mijał jak tchnienie wśród czyichś planów, tak jak ktoś, kto nie ma zupełnie nic.

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La mia felicità

Gli Svizzeri muoiono felici è la storia di un incontro impossibile. Spesso gli incontri impossibili finiscono per accadere, magari proprio quando nessuno ci sperava più: la vita infatti, come diceva il poeta Vinícius de Moraes, è l’arte dell’incontro. Il romanzo, in uscita in questi giorni per l’editore Guanda, parla di solitudine e nostalgia, di fuga, di accoglienza. Le Alpi e il deserto del Sahara fanno da sfondo a una vicenda dove la morte, l’irrimediabile lontananza, ferisce l’animo dei protagonisti. Ma nello stesso tempo, la scoperta dell’altro dischiude la possibilità della speranza. Il “booktrailer” di Alessandro Tomarchio dura un minuto e non rivela niente della trama; è un piccolo cortometraggio d’autore, liberamente ispirato ai luoghi e all’atmosfera del romanzo.

Le immagini mostrano l’altopiano della Greina, nella Svizzera italiana. Ideato, girato e montato da Alessandro Tomarchio (che è anche l’autore della colonna sonora), il video è stato realizzato grazie alla disponibilità di Martina e Paolo, che hanno fatto da guida al regista nei luoghi dove si svolgono molte scene del romanzo.
Trovate qui il risvolto di copertina, con qualche citazione dal testo, e qui le date delle presentazioni. Ne approfitto per ringraziare chi mi ha aiutato nel lavoro della scrittura: Ibrahim Kane Annour e tutti gli altri Tuareg che mi hanno ispirato (alcuni vogliono mantenere l’anonimato, perché preferiscono apparire nascosti nel personaggio di Moussa ag Ibrahim); i miei amici, i miei famigliari e i miei lettori di fiducia: Anna, Eloisa, Erina, Lucia, Maria, Michele, Nicola, Paolo, Tommaso, Yari. Sono grato a tutto il gruppo di Guanda, in particolare ad Annachiara, Monica, Paola, Lucia, Viviana. Come sempre, un pensiero speciale per la mia editor Laura Bosio, che mi ha aiutato a portare a termine questo viaggio fra l’Assekrem e la Greina.
A un certo punto, nel romanzo, l’investigatore Elia Contini viene interrogato da uno psicanalista.

 – Lei, per esempio, come giudica la sua vita da uno a dieci?
Contini sperò che fosse una domanda retorica. Ma non lo era.
– Allora? Mi dica? Si dà la sufficienza?
Contini sospirò. – Faccia come vuole. Dieci?
– Dieci! Caspita, lei è un uomo felice.
– Anzi, uno.

Non sono un uomo felice. Non lo sono mai stato. Questo non vuol dire che stia soffrendo per una circostanza precisa, né che mi sia accaduto qualcosa d’irreparabile (tranne la vita stessa), né tantomeno che voglia lamentarmi. Ma fin da bambino, non ho mai avuto l’attitudine alla felicità. Non mi sono mai lietamente riconosciuto in un gruppo, nella baraonda del cortile non avevo voglia di gridare, non m’importava di vincere o perdere. Non mi piacevano le “festicciole”, i compleanni, le scampagnate. Non sto dicendo che fossi cupo e disperato; anzi, mi piaceva scherzare e – da adolescente – ero più o meno sempre innamorato. Ma quando tutti intorno a me, insieme, perdutamente, gioivano di una gioia collettiva, in me sorgeva il desiderio di stare in disparte. È un’ombra che mi accompagna ancora oggi. Al momento degli applausi, quando si levano i calici per un brindisi, quando si grida “viva gli sposi!” o “buon anno!” o “vittoria!”, mi affretto a cercare la via di fuga più vicina. Non è una posa o un moto d’orgoglio. Semplicemente, mi rendo conto di non essere portato per la felicità. O forse devo ancora capire che cosa sia.
Gli Svizzeri muoiono felici è un romanzo noir, con il suo intreccio poliziesco e i suoi colpi di scena, ma nasconde anche una domanda sulla felicità. Da un paio d’anni mi ronzava in mente la storia di un uomo che sparisce nel cuore delle montagne. Nello stesso tempo mi è capitato di conoscere alcune persone di origine tuareg; nei loro racconti ho sentito affiorare una nostalgia e un desiderio che assomigliavano a ciò che provavo io. È possibile sentirsi vicino a un luogo dove non si è mai stati? È possibile che, nell’identità multipla di cui siamo fatti, ci sia posto anche per paesaggi e culture conosciute solo tramite i racconti? Credo di sì: non bisogna mai sottovalutare la forza di un racconto. La scrittura, fra mille altre cose, è anche compiere l’esercizio di essere un altro, pur restando sé stessi. Scrivere (e leggere, naturalmente) è sempre una ricerca, è un modo di progredire. Forse, a proposito, l’uomo felice è proprio «colui che, senza cercare direttamente la felicità, trova per di più inevitabilmente la gioia nell’atto di giungere alla pienezza e al punto estremo di sé stesso, in avanti» (Pierre Teilhard de Chardin).
Credo che ci sia una correlazione profonda, anche se nascosta, fra la Svizzera e il Sahara. La ricercatrice Jeanne-Marie Baude scrisse che «ci sarebbe tutto uno studio da fare sulla letteratura del deserto nella Svizzera romanda contemporanea». L’idea si potrebbe allargare alla letteratura europea in generale, che spesso ha fatto i conti con il concetto esistenziale di “deserto”, al di là dell’aspetto puramente geografico. Restando in Svizzera, alcune liriche di Anne Perrier hanno una consonanza con l’inquietudine di tanti poemi tuareg.

Oh, rompere gli indugi
Partire partire
Io non sono fra coloro che restano
La casa il giardino tanto amati
Non sono mai dietro ma davanti
Nella splendida bruma
Sconosciuta

La stessa Anne Perrier, trafitta dal blu delle lontananze, si avventura in un deserto che è forse anche la pagina bianca su cui si compone la poesia.

Questo laggiù
Questo canto questa alba
Questo volo di fronde
Questo orizzonte come un giardino
Che riposa nella luce
E gli aromi

La letteratura permette incontri impossibili, superando ogni distanza culturale e temporale. Si può dunque appartenere sia alle montagne fra cui è nata Anne Perrier (1922–2017), sia alle dune fra cui visse Kenoūa oult Amāstan, nata nel 1860. Colpita dalla bellezza di un uomo, Kenoūa ne scrisse con impeto e struggimento, evocandolo come se fosse un paesaggio.

Io, quest’anno, ho visto
una collina di muschio dai mille colori;
l’erba era d’oro e cresceva con vigore;
il miele mescolato con il burro ingrassava la terra;
il latte scorreva e bagnava la collina, racchiusa tra maglie d’argento.

Gli Svizzeri muoiono felici si muove tra paesaggi diversi, con voci diverse. Ma ogni personaggio, compreso lo stesso Contini, prova a un certo punto la tentazione di andarsene, di lasciarsi tutto alle spalle. La fuga porta alla felicità? Difficile dirlo. Probabilmente non si può essere felici senza una certa forma di leggerezza e di autoironia, senza un certo distacco dalle cose del mondo. Ma la felicità deve anche fare i conti con la vita quotidiana, con l’impietoso scorrere dei giorni.
Mi accorgo che sto ancora parlando di felicità. Come se le parole mi potessero avvicinare al sentimento… Magari è proprio così, vai a sapere. Lo stesso Giacomo Leopardi, quando scriveva, non poteva fare a meno di una certa allegrezza: «Ma quantunque chi non ha provato la sventura non sappia nulla, è certo che l’immaginazione e anche la sensibilità malinconica non ha forza senza un’aura di prosperità e senza un vigor d’animo che non può stare senza un crepuscolo, un raggio, un barlume di allegrezza» (Zibaldone, 24 giugno 1820).PS: La vita, amico, è l’arte dell’incontro è un album di Vinícius de Moraes, Giuseppe Ungaretti e Sergio Endrigo pubblicato dalla Fonit Cetra nel 1969. Il pensiero di Pierre Teilhard de Chardin è tratto dall’opera Sur le Bonheur (Seuil 1966), tradotta in italiano da Annetta Daverio con il titolo Sulla felicità (Queriniana 1990; 2013). La frase di Jeanne-Marie Baude proviene dal saggio “La voix nomade de Anne Perrier”, in Gérard Nauroy, Pierre Halen, Anne Spica, Le Désert, un espace paradoxal, atti del convegno all’Università di Metz (13-15 settembre 2001), Peter Lang, Berna 2001. I versi di Anne Perrier si trovano nell’opera La voie nomade (1982-86), in La voie nomade et autres poèmes. Œuvres complètes 1952-2007, L’Éscampette Éditions 2008. I versi di Kenoūa oult Amāstan si trovano in Chants touaregs recueillis et traduits par Charles de Foucauld (Albin Michel 1997; in origine pubblicati da Charles de Foucauld in due tomi, con il titolo Poésies touarègues, nel 1925 e nel 1930). Sono mie le traduzioni dal francese.

PPS: La fotografia sotto il “booktrailer” raffigura il regista nell’atto di filmare. Anche la fotografia con i fiori blu rappresenta uno scorcio della Greina: le genziane primaticce (Gentiana verna) mi sembrano una buona immagine, se non della felicità, almeno della speranza.

PPPS: Ecco un altro video, sempre girato sull’altopiano della Greina, in cui le parole dell’incipit lottano contro il vento…

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Ultime bozze

Ho appena consegnato le bozze del romanzo, quando mi arriva una mail dalla casa editrice. Monica scrive che, nel controllare le ciano prima del “visto si stampi”, le è venuto un dubbio. A pagina 36 si dice che Annika aveva nove anni, ma poi a pagina 43 si accenna al suo ottavo compleanno. «Che ne pensi? Come correggiamo?» Faccio un respiro. Mi guardo attorno. La carta, dopo avere conquistato la scrivania e la poltrona, ha invaso ogni superficie libera tranne il soffitto. Mi aggiro sul pavimento, trovo le pagine 36 e 43, controllo i miei appunti, verifico l’età del personaggio, cerco altri riferimenti, paragono la mia versione originale con il pdf già impaginato. Com’è possibile che mi sia sfuggita l’età della bambina? Alla fine per fortuna, dopo un’indagine accurata, riesco a ricostruire le vicende di Annika e della sua famiglia.
Chiamo Monica, che risponde al primo squillo.
«Allora?»
«Ha otto anni.»
«Sicuro?»
«Ho controllato.»
«Bene!» Monica sorride. «Allora possiamo andare avanti.»
Non si finisce mai di scrivere un romanzo. Semplicemente, a un certo punto è il romanzo stesso che ha voglia di vedere il mondo e chiede di andarsene per conto suo. Allora ci si preoccupa. Avrà freddo? Fame? Sete? C’è qualche dettaglio da sistemare, qualche imprecisione, qualche parola da sostituire? Fino all’ultimo l’autore aiuta il romanzo a preparare lo zaino per il viaggio. Ma viene il momento in cui autore, editor, correttori di bozze, redattori, tutti si ritirano nell’ombra. Il romanzo viene affidato ai tipografi. È pronto per partire verso l’ignoto.
Gli Svizzeri muoiono felici uscirà nei primi giorni di settembre per l’editore Guanda. È una storia noir, con l’investigatore Elia Contini, ma è allo stesso tempo il diario di una ricerca esistenziale. È anche la cronaca di un incontro fra culture diverse, paesaggi distanti (la montagna, il deserto) e visioni del mondo che sembrano opposte, inconciliabili. Da tempo mi portavo dentro questa vicenda, ma ero bloccato. Sono infine riuscito a scriverla grazie all’incoraggiamento di qualche amico e ad alcune circostanze favorevoli. Si tratta di un romanzo anomalo e avevo il timore di non riuscire a esprimermi in maniera efficace. Mi è stato utile confrontarmi con altri, in fase di scrittura e di revisione; non solo per le questioni tecniche, ma soprattutto per definire meglio ciò che volevo dire.
Per scavare un pozzo a mano, nel Maghreb, bisogna essere in due: una persona che scava e un’altra che porta fuori la terra con un secchio e una corda. Questo succede anche con la scrittura. Non si tratta di un lavoro totalmente solitario, di un confronto con sé stessi nel proprio recinto, perché di continuo il gesto creativo rimanda a un altrove. Il luogo dove nascono le storie rimane misterioso, come un pozzo nella profondità della terra, e le storie stesse acquistano un senso solo se destinate a un lettore, a qualcuno che le accolga e le renda vive.
A proposito di pozzi. I Tuareg raccontano la storia di due compagni di viaggio che, dopo un lungo cammino nel deserto, arrivano a un pozzo parzialmente ostruito. Uno dei due, impaziente, abbevera il cammello, riempie la borraccia e riparte. L’altro si ferma, rimuove le pietre, riesce a calarsi nel pozzo. Dopo qualche metro trova dell’acqua più buona di quella che affiorava alla superficie. Ma c’è un ingombro di materiali che rende difficoltoso attingere a una maggiore profondità. A questo punto, l’uomo s’interroga: devo accontentarmi di questo rivolo o devo scavare ancora, rischiando e faticando, per cercare un’acqua più fresca, più abbondante, più pura?
È una domanda difficile. Per quanto riguarda la scrittura, credo che ciò che mi spinga a inventare nuove storie sia il bisogno di trovare un’acqua sempre più limpida, insieme al desiderio di condividere quest’acqua. Dopo aver scavato il pozzo, infatti, l’uomo non si limita a proseguire il cammino, ma fabbrica un muro di pietre, perché la fonte non si ostruisca di nuovo e perché il prossimo viaggiatore possa dissetarsi.
Nella mia vita mi è successo di arrivare a pozzi soffocati. Ma ho conosciuto anche libri, luoghi, persone che sono per me come pozzi di acqua viva. Proprio in segno di gratitudine continuo a scavare, a costruire storie e personaggi. Ogni tanto mi sfugge qualche dettaglio, come l’età di Annika… ma per fortuna arriva sempre una mail con un’osservazione o un dubbio dell’ultimo minuto. È proprio vero: per costruire un buon pozzo, bisogna essere (almeno) in due.

PS: Il disegno di un pozzo nel deserto risale al 28 ottobre 1885 e proviene dal taccuino di Charles de Foucauld. La fotografia è di Alain Morel: scattata nel Sahara maliano, a nord di Araouane, raffigura un pozzo profondo che permette di abbeverare le carovane di sale provenienti da Taoudenni. È tratta dal saggio dello stesso Morel intitolato Comprendre les déserts, che si trova in AAVV, Le livre des déserts. Itinéraries scientifiques, littéraires et spirituels, a cura di Bruno Doucey (edizioni Robert Laffont 2006).

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