Che cosa cerchiamo sulle strade? D’inverno. Al freddo. Perché? Ci pensavo durante un’uscita in bicicletta con mio fratello. In fondo, la mia indole – diciamo – contemplativa (che è sinonimo di pigra) tenderebbe ad apprezzare il tepore di un salotto, con una poltrona, una tazza di tè e un buon romanzo da leggere. Eppure c’è una parte di me che ama la fatica. Mentre il gelo s’insinua non solo nelle ossa ma soprattutto nei pensieri, con i muscoli e il cuore che protestano, non mi sfiora il pensiero di tornare indietro. Perché?
Ne parlavo proprio con mio fratello. Se il nostro andare avesse una ragione, una ragione precisa, sarebbe troppo facile. Andiamo perché la strada è la strada, perché il paesaggio è il paesaggio. E perché noi, sulla strada, con passo lento, non mancando mai un’occasione per guardarci intorno, noi proviamo a essere noi. In fondo, si tratta di una forma di contemplazione.
Credo che una delle mie ambizioni sia quella di affinare lo sguardo, anno dopo anno. Da bambino mi affascinavano i romanzi gialli perché l’investigatore aveva uno sguardo che penetrava nei dettagli, che faceva parlare le cose. Ciò che per gli altri non era niente, per lui acquistava valore: un po’ di terriccio, una parola detta per caso, un odore pungente, un sapore (…forse di mandorle amare?). In seguito il mio amore per la letteratura, soprattutto per la poesia, si è sviluppato a partire da queste premesse. Ancora oggi per me la letteratura è insieme uno spettacolo e una scuola dello sguardo. È spettacolo perché mette in scena l’umanità, nero su bianco, il mistero degli esseri umani fatto di risate, lacrime, perplessità; e mentre mi affascina mi insegna che nessuna cosa è mai banale.
Di recente ho letto un breve romanzo dell’autrice brasiliana Clarice Lispector: L’ora della stella, scritto nel 1977 e pubblicato in italiano da Feltrinelli. È la storia di Macabéa, una donna che vive con quattro coinquiline in una piccola casa di Rio de Janeiro. A un certo punto il narratore dice: «Questa storia sarà composta di parole raggruppate in frasi dalle quali si sprigionerà un significato segreto che trascende parole e frasi.» Il segreto. Questo mi riporta alla domanda iniziale: perché? Il narratore dice quanto sia grande la responsabilità di chi sceglie le parole: «Nessuna meraviglia se, come ogni altro scrittore, sono tentato di usare termini succulenti: conosco aggettivi sfolgoranti, sostantivi carnosi e verbi così affilati da attraversare acuti l’aria nel loro processo di azione. La parola è infatti azione, no?» La parola è azione. Impegnarsi nel corpo a corpo necessario per l’immaginazione, per leggere bene o per scrivere una storia, non è diverso dal faticare lungo una salita, nell’aria buia d’inizio dicembre. Come tutte le azioni importanti, la scrittura dev’essere spettacolare sì ma nel modo giusto, senza ghirigori inutili e senza esibizionismi: «Non abbellirò tuttavia le parole poiché se io toccassi il pane della ragazza questo pane si tramuterebbe in oro e la giovane (ha diciannove anni) non potrebbe mangiarlo, morendo quindi di fame. Devo perciò esprimermi con semplicità se voglio cogliere la sua esistenza sottile e incerta.» Non so più se sto parlando di un romanzo brasiliano o di un’uscita in bici nel paese di Mergoscia, nella Svizzera italiana. Ma che importa? Il principio è lo stesso: per cogliere «un’esistenza sottile e incerta» bisogna rimanere vigili, pedalare adagio. Occorre prestare attenzione ai segni delle stagioni, ai bordi della strada, e indagare su ciò che nascondono le parole, dentro e fuori dai libri.
Mi capita spesso di andare in bicicletta da Rossura a Carì, nella parte alta della valle Leventina (nel Canton Ticino). È una salita ripida, lunga una decina di chilometri. Ho sempre pensato che il suono dei due toponimi, nel mutare delle vocali, riassumesse il percorso: all’inizio, dopo il bivio tra Faido e Rossura, il respiro comincia a farsi difficile (rO), poi l’affanno cresce chilometro dopo chilometro (ssU), finché dopo Campello arriva un tratto pianeggiante per tirare il fiato (rAcA), prima dell’ultimo strappo (rÌ) dove braccia, cuore e polmoni si aggrappano al manubrio. Viaggiare in bicicletta, anche quando si arranca come nel mio caso, non consente l’immersione nel paesaggio di chi va a piedi; ma non c’è neppure il distacco di un transito in automobile. In bicicletta riusciamo ad afferrare qualche dettaglio – un frammento di frase, un profumo – ma poi siamo già lontani. Quando camminiamo, in un certo senso, facciamo una piccola pausa a ogni passo, mentre in bici il nostro corpo deve piegarsi alle esigenze implacabili di una macchina. Salendo verso Carì, per esempio, sento il battito di un picchio nel bosco, vedo guizzare una biscia in una macchia di rovi; addirittura, a un certo punto, un cerbiatto spaventato mi taglia la strada. Ma è un lampo: appena registro la presenza degli animali, sono già oltre. A Calpiogna suonano le campane di mezzogiorno. Nell’aria, si diffonde un odore di salsicce alla griglia. Alle finestre c’è un profluvio di bandiere rosse con la croce bianca (il primo di agosto è la festa nazionale svizzera). A Molare, alla fine di un chilometro impervio, appare una catasta di legna che aspetta di consumare il suo destino come falò. A lungo salgo da solo, poi vengo superato da qualche automobile. Passa pure un idiota che taglia le curve a una velocità folle: mi viene in mente che, se fossi stato in discesa, avrei corso il rischio di venire falciato. Qualcuno sta pranzando fuori su tavoli di legno, altri fanno il bagno in piscina. Seminascosta da una siepe, noto una fanciulla dal corpo dorato, distesa a prendere il sole con il petto scoperto. Ma la macchina, come dicevo, è implacabile: tutto viene consumato nel flusso dei pedali… Ci sono cartelli che annunciano case e terreni in vendita. Nel momento in cui il sole picchia più forte, mentre la fatica si fa sentire, mi viene in mente che potrei fermarmi qui, come facevano i pionieri che andavano verso ovest: comprare un pezzo di terra, costruire un ranch e mettere su un allevamento di cavalli. L’idea assurda si dissolve nel momento in cui nasce, anche perché la strada sale, s’impenna ancora. Le curve diventano momenti preziosi, in cui prendere un respiro più lungo prima di alzarsi sui pedali. Sulla sinistra avvisto un cartello che segnala un distributore self service di formaggio, aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. M’immagino un buongustaio che, colto da improvviso appetito nel cuore della notte, si arrampichi fin quassù, inserisca la carta di credito e ottenga l’agognato pezzo di Piora o di formaggella.
Un paio di anni fa anche il Giro della Svizzera fece tappa a Carì. Resta ancora qualche segno: una sagoma di ciclista sul tetto di un garage e alcune scritte sull’asfalto. Mi limito a segnalarne tre: 1) Un incitamento a Fabian Cancellara, un professionista che nel frattempo si è ritirato (ma il suo nome dura ancora sulle strade); 2) Un gigantesco pene maschile, sbiadito ma tenace; 3) lo slogan W IL NOCINO, proprio nel tratto più impegnativo. La borraccia è ormai vuota. M’inerpico verso la fontana che mi aspetta alla fine, ai margini di un prato. Solo il primo sorso di acqua fresca interromperà la sofferenza. Perché in fin dei conti andare in salita con la bicicletta è un gesto che provoca sofferenza. Nient’altro. Forse è proprio per questo che mi piace. Non mi aiuta a rilassarmi, non è una cosa divertente, non ha aspetti socievoli (vado sempre da solo), non ho bisogno di perdere peso e non sento l’esigenza di fare sport. Fra l’altro, mi piace uscire negli orari in cui il sole è a picco: il caldo, il sudore, la tensione nelle gambe e nelle braccia, il respiro spezzato… ho la sensazione che tutto questo serva a bruciare i pensieri neri, portandomi in una dimensione dove esiste solo il presente. Il cervello è intento nella prossima pedalata, nella prossima curva, e non può soffermarsi nella tristezza. Sebbene questo in realtà non sia del tutto vero: lungo un tratto lontano dagli abitati, in mezzo a un bosco, noto una palla di plastica colorata dentro un tombino. Non ci sono case, nei paraggi, non ci sono ragazzi né piscine. Mi chiedo da dove sia rotolata la palla e quanto durerà, nell’ombra perenne di quel buco. Inevitabilmente, paragono il percorso della palla smarrita al mio, al nostro. Quando anche noi rotoleremo via, presto o tardi, da quale genere di tombino oscuro dovremo passare? Mi sembra però che nello sforzo di salire la riflessione non sia del tutto nefasta. Ai bordi della via, ci sono parecchie cappelle con dipinte scene sacre. Una, in particolare, mostra Gesù appena deposto dalla croce nelle braccia di Maria, coperta da un manto azzurro che spicca da lontano. Anche questo dolore immenso si unisce alla mia piccola sofferenza, al mio affanno. Penso alle persone ammalate, penso ai morti che ho conosciuto, li passo in rassegna uno per uno mentre salgo. Può darsi che, in qualche maniera inesplicabile, la mia fatica abbia una doppia funzione: da un lato mi aiuta ad avere ben presenti i morti, il male, la disperazione; dall’altro mi permette di gettare i pensieri nel prossimo giro di pedali, senza indugiare nelle ombre della malinconia. Quando scrivo ho l’impressione d’innescare un meccanismo simile. La differenza è che la salita in bicicletta non costruisce niente, mentre la scrittura lascia un segno che può essere condiviso. Proprio questa prospettiva, la condivisione dell’interiorità che diventa racconto, è ciò che mi motiva a scrivere. A volte però mi capita di chiedermi se il senso più profondo non consista nell’offerta – che sia un romanzo o una salita. Come se fosse necessario offrire la fatica per mettere a nudo frammenti di sé o del mondo.
C’è un brano di John Coltrane che esprime bene questo aspetto: infatti s’intitola proprio Offering. So di aver già parlato di Coltrane un paio di settimane fa, per ricordare i cinquant’anni dalla sua scomparsa, ma mi pare opportuno proporre l’ascolto di questo pezzo stupefacente. (Non si tratta di musica facile: le orecchie sensibili stiano in guardia…) Per me il sax tenore di Offering è figura di un uomo che s’inerpica su una china, in bicicletta o a piedi, raggiunge l’apice dello sforzo e poi, finalmente, si placa nel respiro libero e lirico della discesa.
Per una cinquantina di secondi Coltrane suona volute di note che si alzano come segnali di fumo (mi pare che riprenda qualcosa da Aknowledgement, in A Love supreme). È accompagnato da Alice Coltrane al piano, Jimmy Garrison al basso e Rashied Ali alla batteria. Poi, lentamente, cresce l’onda del delirio. Il basso tace, o forse ha sempre taciuto, sopraffatto dalla forza d’urto. Anche Alice Coltrane si ferma, intimorita. Rashied Ali invece incalza Coltrane, lo pungola, lo sferza, e la furia tumultuosa del sax diventa frastuono, urlo, strazio, tensione vibrante verso un oltre che non si lascia afferrare. Infine, cessata la tempesta, tornano gli accordi del pianoforte. Ora il sax è quasi melodico, intriso di tutto ciò che è riuscito a sfiorare lassù, dove il fiato si fa corto e appaiono visioni nel nitore dell’azzurro.
PS: Offering si trova nell’album Expression (Impulse, settembre 1967). Il brano venne registrato il 15 febbraio 1967; pochi mesi dopo, il 17 luglio, Coltrane morì per un tumore allo stomaco.
Perché salire? La domanda mi arriva così, dopo una curva. I muscoli, il fiato, la catena, le ruote, tutti lavorano. Quest’anno però sono fuori allenamento e perciò, nella mia prima scalata verso Carena, devo fare i conti con una mozione di protesta. 1) Le gambe: Una bicicletta da corsa… era necessario? 2) I polmoni: Che cosa… c’è… che non va… nella dolcezza della pianura? 3) Il cuore: Povero me, perché proprio la stessa salita che percorrevi a diciotto anni? 4) Il cervello: No comment. 5) Coro: E quindi, in conclusione, chi te lo fa fare? Parto da Giubiasco, vicino a Bellinzona, a una quota di 244 metri sul livello del mare, e arrivo a Carena (958 mslm) dopo un percorso di 10,6 chilometri. Durante il tragitto passo da Lôro, Pianezzo, Vellano, Carmena e Melera. È una strada che conosco a memoria. Quanto ci metto? All’incirca trenta minuti, quando non sono in forma. Altrimenti cerco di stare sotto i venticinque.
Attenzione, la frase precedente l’ho scritta nell’intento di far sobbalzare – sia pure soltanto per una frazione di secondo – gli eventuali appassionati di ciclismo che leggono questo blog. Naturalmente, sono ben lontano da questi tempi… e lo ero anche a diciotto anni! Non ho l’abitudine di conometrare e mie uscite in bicicletta (vado a pedalare proprio per starmene lontano dagli orologi, in senso proprio e metaforico). So che impiego più o meno un’ora, ma il contachilometri che ho sul manubrio ha esaurito le batterie anni fa, e non ne ho mai comprate di nuove. Quando cominciai a uscire in bicicletta, durante l’adolescenza, seguivo il ciclismo con interesse. Ancora oggi mi tengo aggiornato, guardando qualche gara alla tivù o più spesso sfogliando le pagine sportive dei giornali. Di recente, mi è capitato di leggere un breve romanzo di atmosfera ciclistica: Cicale al carbonio, scritto da Carlo Zanzi e pubblicato nel 2008 dal Gruppo editoriale Eureka. L’autore suggerisce che la domanda con cui si apre questo articolo possa risuonare anche in un gruppo di professionisti: Un piccolo lago, alberghi e il bosco più fitto. Ai tornanti cartelli indicavano l’altitudine: millesettecentotrenta metri sopra il livello del mare. Nessuno si era permesso di scattare, neppure gli avventurieri alla caccia di qualche ripresa televisiva. Avevano tutti freddo lì in mezzo. Quando potevano, s’avvicinavano per scaldarsi. Ma nel gruppo allungato, biscia colorata a picco su Canazei, scoppiavano soprattutto imprecazioni, battute e, non dette, ricerche di un senso a tutta quella sofferenza fra i monti. Ecco, si tratta proprio di questo: sofferenza fra i monti.
Perché, dunque?
Durante la salita lascio che la mente divaghi. Forse per il tempo che passa adagio, forse per la fatica nei muscoli e nel sangue, mi capita spesso di pensare a persone che ho conosciuto e che non ci sono più. È come se la tormentosa ascesa del corpo, in qualche modo, favorisse anche quella del pensiero. Qualche volta, se ci sono lavori in corso, mi devo fermare per pochi secondi. Bevo un sorso d’acqua, aspetto che il solenne autopostale giallo davanti a me riprenda a salire. Tutto è molto verde, molto azzurro. Un ciclista sulla cinquantina, dal fisico nodoso, mi raggiunge e mi supera, lentamente, concentrato nel suo ritmo. Lo lascio andare e rimango solo, in un tratto di strada meno ripido. Guardo le montagne: le case sembrano appoggiate sulle macchie di prato da un bambino che giochi a creare un piccolo mondo. Ci sono greggi di pecore: campane, belati, la corsa di un agnello (il suo belato, più urgente, è di un’ottava più alto). Passo e colgo brandelli di paesaggio, di conversazione. All’ombra dei portici siedono persone rilassate, nel cuore del pomeriggio. Il fruscio di una fontana mi accompagna per qualche metro. È uno scenario che, in questo momento, non mi appartiene. Ho il fiato breve, il cuore che pulsa. Insomma: sto faticando. Perché invece non mi siedo anch’io all’ombra, con una birra fresca? Perché, a pensarci bene, sta succedendo qualcosa. Un’uscita in bicicletta per me non è un banale allenamento sportivo, ma una storia minima, un viaggio, un arco narrativo dalla fatica al sollievo, dalla freschezza iniziale al rimescolio del sangue fino allo scioglimento finale, con il respiro che ritrova la sua compostezza e i pensieri che tornano alla quiete. Mi piace pedalare così come mi piace camminare: senza fretta, seguendo un ritmo profondo. Affronto le salite proprio come affronto il lavoro della scrittura: è un percorso che si costruisce un pezzo alla volta, senza mai sapere che cosa si vedrà dietro la prossima curva. Anche quando conosco le strade, sono abbastanza distratto per dimenticarle. Così accade quando scrivo, quando viaggio, perfino quando suono. In un certo senso, forse, è uno dei segreti della creatività: essere pronti a dimenticare le strade note. Quando arrivo a Carena, appoggio la bicicletta contro il muro. Di fianco a me c’è l’edificio della vecchia dogana: in passato tra queste zone e la val Cavargna (in Italia) correvano traffici più o meno legali. Ora è tutto tranquillo e oltre al mio fiato si sente soltanto il gorgoglio del vecchio lavatoio (è severamente vietato lordare l’acqua, mi avvisa un cartello, e i trasgressori verranno puniti a norma di regolamento).
Svito il tappo della borraccia, la riempio di acqua fresca. Perché salire? La risposta alla domanda iniziale è tutta in quei pochi secondi di pausa, prima di portare la borraccia alle labbra. Sono sentimenti semplici: la sete, il calore, la freschezza, la dolcezza sublime dell’acqua che si dirama lungo il sistema nervoso. Ecco perché vado in bicicletta: perché prima di bere, bisogna avere sete. Anche Carlo Zanzi, in un momento significativo del suo Cicale al carbonio, nota qualcosa del genere: Marco saliva e la fatica si spegneva, lasciandogli nelle gambe e nella pancia una bella sensazione. Alzò lo sguardo verso la fine della scalata; più a destra, fra il Cuvignone e la cima del Monte Nudo, galleggiavano nel cielo tre parapendii. Uomini appesi a una tela colorata sfidavano il vuoto e la loro paura. Li seguì nel loro volo lieve, curando con la coda dell’occhio di non finire nella scarpata, dentro buche o contro i sassi lasciati in strada dall’inverno. Si sentì leggero e felice. Provò desiderio di un panino al salame.
PS: Per apprezzare l’ultima fotografia di questo articolo, credo che sia necessario un accenno di colonna sonora. Eccolo: