L’arte di raccogliere ciottoli

Anni fa avevo letto in un libro la storia del ciottolo di Makapansgat. Mi ero procurato un’immagine della pietra e l’avevo salvata nel mio telefono. In seguito ho dimenticato sia il titolo del libro, sia la storia del ciottolo. Due giorni fa, cercando un’altra foto, ho ritrovato per caso l’immagine: un sasso che assomiglia a un volto umano, con dei solchi per gli occhi e la bocca.
Ho fatto qualche ricerca e ho letto – riletto, ma era come se fosse la prima volta – che la pietra risale a 2.95 milioni di anni fa ed è stata trovata in una grotta a Makapansgat, in Sudafrica Si tratta di un diaspro di colore rosso-brunastro. Accanto al ciottolo c’erano dei resti di Australopithecus africanus. Il materiale di cui è composta la pietra non proviene dai dintorni: qualcuno deve averla raccolta altrove e portata con sé.
Che cosa spinse quell’ominide a trascinarsi dietro il ciottolo per molti chilometri? Non è difficile capirlo: anche a me piace raccogliere sassi, tanto più se ne trovo uno che assomiglia a una faccia. Ma io vivo all’inizio del Ventunesimo secolo e sono abituato ad attribuire un valore simbolico agli oggetti. Per arrivare a me il percorso è stato lungo: gli antenati degli esseri umani impararono lentamente che le cose potevano assomigliare ad altre cose. È quello che succede ai bambini, quando riconoscono nei nostri disegni stilizzati un uomo, una donna, una casa, un gatto.

Il ciottolo di Makapansgat è un oggetto artistico, forse il primo in assoluto. Non è stato creato da un essere umano, poiché la sua origine è naturale. Ma una persona l’ha visto, l’ha afferrato. Immagino la sua meraviglia. Non ha nemmeno potuto indicarlo a qualcuno ed esclamare “ehi, guarda, sembra la tua faccia!”, perché ancora non si era sviluppato il linguaggio. Sono convinto però che l’avrà mostrato con fierezza ai membri del proprio clan. E gli altri l’avranno ammirato a bocca aperta. Forse qualcuno avrà scosso il capo, pensando che raccattare sassi fosse una perdita di tempo. Ancora oggi c’è gente che la pensa così.
Quando ci penso, quel gesto mi commuove. Il ciottolo venne raccolto quando gli ominidi ancora non sapevano costruire utensili in pietra, più di un milione di anni prima che imparassero a controllare il fuoco. Le manifestazioni artistiche dirette, come le incisioni rupestri, sarebbero arrivate centinaia di migliaia di anni più tardi. Gli scienziati discutono sulla reale portata di quell’azione, ma non voglio addentrarmi nella diatriba. Per me oggi basta questo: riconoscere il proprio volto nelle cose del mondo, senza costruire o modificare niente, è l’inizio di ogni storia. Tutta l’arte, tutta la letteratura nacque nel momento in cui un ominide tirò su una pietra e se la mise in tasca (in una proto-tasca), proprio dove noi teniamo il telefono e il portafogli. Mi piace immaginare che fosse un luminoso mattino di primavera.
Come sempre, in occasione del mio compleanno, mi trovo a riflettere su di me, sul mio mestiere. Credo che il ciottolo di Makapansgat sia una sorta di manifesto anche per un narratore. Le storie non si traggono dal nulla, ma esistono già: bisogna solo raccoglierle da terra. La poesia non è un’invenzione, ma un riconoscimento. Questo mi aiuta nei momenti in cui mi chiedo che cosa fare, che direzione dare alla mia scrittura, come lavorare a un testo. Nella pratica quotidiana, anno dopo anno, mi rendo conto che non si tratta di affermare la mia personalità, bensì di lasciare spazio al mondo, perché esso si rifletta nelle mie parole.
Chissà, forse la prima volta in cui mi capitò di leggere la storia del ciottolo avevo sviluppato dei pensieri simili. In ogni caso, poi ho dimenticato tutto finché lunedì scorso, passeggiando fra le fotografie conservate nel mio telefono, ho raccolto il ciottolo un’altra volta. Anche questo mi conforta: dimenticare le cose non è per forza un male, anzi, può essere un’opportunità per continuare a riscoprirle.
Per fortuna, là fuori l’universo è pieno di ciottoli.

PS: Negli ultimi mesi scrivo poco in questo blog. Non so nemmeno il perché. In generale, faccio fatica a usare anche i social network e le forme di comunicazione immediata. Credo tuttavia che sia giusto fare uno sforzo per proseguire anche questo tipo di scrittura, insieme a quella più lenta e più meditata delle mie pubblicazioni “ufficiali”. Quindi, tornerò a farmi vivo, presto o tardi…
Intanto, per chi segue ogni tanto anche il blog, voglio festeggiare il compleanno con un breve inedito, come vuole la tradizione. S’intitola Pensieri dell’ingorgo.

Leggi Pensieri dell’ingorgo

(Il testo è già stato pubblicato in un volume a tiratura limitata, un omaggio a più voci al poeta Alberto Nessi: AAVV, Rampe di lancio doganieri nuvole, Omaggio ad Alberto Nessi, a cura della Casa della letteratura per la Svizzera italiana, Bellinzona, Edizioni sottoscala, 2020.)

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Ho perso il mio scudo!

Circa duemilasettecento anni fa un soldato greco si trovò a combattere contro i Sai, un popolo della Tracia. Questo soldato si chiamava Archiloco ed era nato a Paro, nell’arcipelago delle Cicladi, ma poi si era trasferito a nord, nell’isola di Taso. Qualcuno dice che suo padre fosse un nobile e sua madre una schiava. Altri raccontano che in gioventù, mentre viaggiava di notte con una vacca da vendere al mercato, Archiloco si sarebbe imbattuto in un gruppo di fanciulle che tornavano dai campi. Dopo qualche battuta scherzosa le fanciulle si dileguarono, e con loro anche la vacca. Invece del bovino il ragazzo avrebbe trovato uno strumento musicale: una lira deposta sull’erba. Che pensare? Di certo le ragazze erano le Muse e la lira un invito a diventare poeta. Archiloco dunque affinò la pratica delle armi insieme a quella delle parole. Non era incline a descrivere la guerra in maniera epica, ma preferiva mettere l’accento sui dettagli della vita quotidiana: «La lancia mi dà il pane, mi dà il vino la lancia, / questo vino che bevo appoggiato alla lancia».

Un giorno, lottando contro i Sai, Archiloco se la vide brutta. Nel trambusto fu costretto a nascondersi e poi a fuggire. Per non rischiare di venire catturato, abbandonò il suo scudo. Alla fine riuscì a salvarsi e lo scudo, probabilmente, venne rubato da uno dei Sai.
Non era un’azione di cui vantarsi. Allora come oggi, il destino degli eroi era quello di morire di morte eroica. Le donne spartane invitavano i loro figli a tornare o con lo scudo (e quindi vittoriosi) o sopra lo scudo (e quindi morti), ma in nessun caso senza scudo. La parola ῥίψασπις, che significa “persona che getta lo scudo e fugge dalla battaglia” non era certo un complimento. Eppure fu lo stesso Archiloco a raccontare la sua avventura in quattro versi che divennero celebri.

Ἄσπίδι μὲν Σαΐων τις ἀγάλλεται, ἣν παρὰ θάμνῳ,
ἔντος ἀμώμητον, κάλλιπον οὐκ ἐθέλων·
αὐτὸν δ’ ἐξεσάωσα. τί μοι μέλει ἀσπὶς ἐκείνη;
ἐρρέτω· ἐξαῦτις κτήσομαι οὐ κακίω.

Sono due distici elegiaci, formati da un esametro e un pentametro, entrambi dattilici (qui potete ascoltare come suonano). All’inizio del primo distico nomina subito lo scudo (Ἄσπίδι), mentre all’inizio del secondo nomina nomina sé stesso (αὐτὸν). In questo modo mette in evidenza l’antitesi fra lo scudo (perso) e la vita (salvata). Nella traduzione ho cercato di rendere questa opposizione, creando un contrasto fra il primo e il terzo verso. Ho messo inoltre in evidenza l’io poetico che, in spregio alla retorica guerresca, preferisce scampare a una morte gloriosa.

Ho lasciato lo scudo fra i cespugli, a malincuore,
un’arma senza macchia. Se ne vanta un soldato dei Sai, ma io
ho salvato la vita. E che m’importa dello scudo?
Vada in malora! Ne prenderò un altro e non sarà peggiore.

Gli studiosi divergono sul significato di questi versi. In genere si pensa che Archiloco abbia voluto sottolineare l’importanza della salvezza, che vale più del codice d’onore militare. Alcuni tuttavia sottolineano la rabbia per avere perso lo scudo e, nell’ultimo verso, mettono in risalto la volontà di rivalsa. In ogni caso, dopo Archiloco, altri poeti ripresero il tema dello scudo abbandonato (Alceo e Anacreonte fra i greci, Orazio fra i latini).

Oggi è il mio compleanno. Non so bene perché proprio oggi abbia ripensato a questo classico, che dormiva negli archivi polverosi della mia mente. Comunque ho notato due cose. Primo: è vero che abbandonando lo scudo si fugge dal nemico, ma nello stesso tempo si è più esposti. Secondo: imparare a combattere senza scudo può essere il segreto per togliersi d’impiccio.
Mi è capitato di abbandonare numerosi scudi, lo confesso. Ma non ho avuto l’impressione di fuggire: anzi, senza schermi la mia percezione si è affinata. Ho scoperto che l’unico modo per essere davvero nel mondo, per essere qui e ora, è accettare di essere vunerabili.
Non amo voltarmi indietro a guardare i cespugli del passato, ma il giorno del proprio compleanno come si fa a evitarlo? Quante armature complete e corazze di piastra ho tentato d’indossare in tutti questi anni. E quanta fatica per capire come fronteggiare i nemici senza protezione: bisogna allenare l’arte della parata e della schivata, bisogna tenere le orecchie e gli occhi aperti, sopportare le ferite e, quando necessario, fuggire. Ci vuole coraggio. Chi l’ha mai detto che si debba vincere combattendo fra gli eserciti che invadono le pianure? Certe battaglie vanno risolte in montagna, nel silenzio, con l’arma della pazienza. Quando sono lassù mi rendo conto di essere il peggior nemico di me stesso.
Come raggiungere la salvezza? Non certo grazie al mio sforzo, che mi porterebbe ad appesantirmi con gli scudi e le piastre di ferro. È facile accorgermi del male che abita dentro di me. Più difficile è avvistare il bene, che si presenta all’improvviso, in maniera gratuita e sorprendente. Arriva sempre dagli altri, dagli incontri, dagli scambi. Non si può costringere in una definizione. È un momento di grazia.

PS: A proposito di grazia. Di solito il giorno del mio compleanno condivido con i lettori di questo blog un racconto inedito. Quest’anno propongo una breve storia intitolata proprio Grazia e scritta l’anno scorso per Rete 2, il canale culturale della radio svizzera (RSI). Il progetto “I nuovi sillabari”, a cura di Sandra Sain, è un omaggio a Goffredo Parise: 20 autrici e autori svizzeri di lingua italiana hanno immaginato un testo ispirato a una singola parola, come fece Parise nei suoi Sillabari. A me è toccata la parola “grazia”

ASCOLTA IL RACCONTO GRAZIA

PPS: Tradizionalmente, riepilogo anche alcune pubblicazioni uscite nell’ultimo anno. Per prima cosa segnalo Le strade oscure, pubblicato da Guanda. Qui sotto vedete il “booktrailer”. Poi sono uscite alcune traduzioni in tedesco: In Zürich auf dem Mond per Limmatverlag (A Zurigo sulla luna, scritto con Yari Bernasconi e pubblicato da Capelli nel 2021); Tod in den Bergen per Btb Verlag – Randomhouse (Gli Svizzeri muoiono felici, Guanda 2018), Wachtmeister Studers Ferien per Atlantis Verlag (Le vacanze di Studer, scritto con Friedrich Glauser, Casagrande 2020); Damals im Tessin per Atlantis Verlag (L’uomo senza casa, Guanda 2018, già tradotto da Btb con il titolo di Am Grund des Sees nel 2009). Una traduzione in lettone: Kalnu Klusumus per Latvijas Mediji (La sparizione, Guanda 2010). In allegato al “Corriere della Sera” è uscita una riedizione de L’arte del fallimento, nella collana “Noir. Il lato oscuro delle cose”, a cura di Carlo Lucarelli.

Per quanto riguarda i progetti in corso, mi limito a dire che sto lavorando a un saggio-romanzo e a un paio di racconti per delle antologie; inoltre sto riordinando le prose brevi che ho scritto nel corso degli anni. Sto lavorando anche insieme a Yari Bernasconi: abbiamo diversi progetti in cantiere.
Infine, è uscito il film di Fabio Pellegrinelli La tentazione di esistere, prodotto da Rough Cat. Con Marco Pagani e lo stesso Pellegrinelli ho scritto il copione e la sceneggiatura. Qui sotto potete vedere il trailer.

PPPS: Per questo articolo ho tradotto due frammenti di Archiloco rispolverando il mio greco antico (un po’ rugginoso, ormai). Il primo, quello che parla della lancia, è pure un distico elegiaco. Ecco il testo originale: Ἐν δορὶ μέν μοι μᾶζα μεμαγμένη, ἐν δορὶ δ’οἶνος / Ἰσμαρικὸς, πίνω δ’ἐν δορὶ κεκλιμένος.
Su Archiloco ho consultato i seguenti volumi: Archiloco, Frammenti, con un saggio di Bruno Gentili, traduzione e cura di Nicoletta Russello, Rizzoli, Milano 1993; AAVV, Lirici greci dell’età arcaica, a cura di Enzo Mandruzzato, Rizzoli, Milano 1994; Massimiliano Ornaghi, La lira, la vacca e le donne insolenti, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2009; Maria Chiara Martinelli, Gli strumenti del poeta: elementi di metrica greca, Cappelli, Bologna 1997.
È curiosa, fra le varie traduzioni del frammento sullo scudo, quella che fece Giuseppe Fraccaroli all’inizio del XX secolo, cercando di ricreare nei versi italiani gli accenti della metrica latina. Si trova in G. Fraccaroli, I lirici greci: elegia e giambo, vol. 1, Bocca, Torino 1910.

Povero scudo! non so – chi de’ Sai se n’adorni: alla macchia,
splendido arnese, io l’ho – proprio dovuto buttar…
Ci ho guadagnato, però, – la pelle. E che al diavolo vada
quello scudo! N’avrò – presto uno ancora miglior!

PPPPS: La prima fotografia è di dominio pubblico: è il ritratto di un guerriero accovacciato con uno scudo e risale al 560 a. C. (Archiloco visse intorno al 650 a. C, ma non ho trovato scudi di quell’epoca). La seconda ritrae una Genziana primaticcia (Gentiana verna), uno dei primi fiori a sbocciare dopo l’inverno; cresce fino a tremilacinquecento metri di quota e pure oltre. L’ho fotografata sull’altopiano della Greina, in Svizzera, fra il canton Ticino e il canton Grigioni. Credo che anche questa genziana, come il poeta soldato Archiloco, conosca bene l’arte della sopravvivenza.

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Le cose necessarie

Mentre passeggiavo in una piccola città ho visto un biglietto sul marciapiede. Era lungo circa quattro per venti centimetri e conteneva un testo scritto a computer con un carattere minuscolo (forse Cambria dimensione 5). Era difficile da decifrare. La prima riga: «ecologia: stu t re k es Org:ess vi costcost da un complena di org vit». E qualche riga dopo: «flusso di ene=corrente/spostam di E da un punto ad un altro della catena». Dopo un po’ ho capito che era uno di quei foglietti sui quali gli studenti annotano ciò che devono imparare a memoria, con la speranza di sbirciare le informazioni durante le verifiche scritte. Dalle mie parti si chiamano “bigini”.

È un imbroglio, ma non si può negare che ci sia qualcosa di significativo nel costringere quanta più conoscenza nel minore spazio possibile. Inoltre, in un’epoca virtuale come la nostra, si tratta pur sempre di un buon vecchio bigino ritagliato a mano, su carta, come ai vecchi tempi. Chissà se il foglietto è stato smarrito prima o dopo la verifica. Immagino l’artefice del bigino seduto al suo banco, pronto a sfoderare la sua arma segreta. Cerca nella tasca… ma è vuota. Nella borsa? Nell’astuccio? Nel diario? Niente, il bigino non si trova. Tanta minuziosa fatica è andata sprecata… non resta che fare i conti con la propria memoria.
Questo ritrovamento mi ha fatto riflettere. Forse succede così anche a me? Tanti romanzi, racconti, saggi, segni neri sul bianco, anno dopo anno. Ma che cosa rimane? Prima o poi il tempo cancella ogni parola scritta, dal bigino al romanzo, dalla lirica d’amore alla lista della spesa. Può restare un frammento di emozione, il fantasma di un personaggio, lo straccio di un pensiero. Ma ogni memoria presto o tardi perde la presa.
Tutto passa.
Una banalità, certo.
Ma quando s’incide nella carne, nella quotidianità, è sempre un’esperienza nuova.
Comunque, è un giornata di sole. La cosa migliore sarebbe uscire, fare un giro in bicicletta, non lasciare che i pensieri si avvitino. Ma oggi ho una scusa: è il mio compleanno. Ci passiamo tutti, no? Dopo i cinque o sei anni di età, la percezione del tempo si fa sempre più acuta, e uno finisce per mettere nel calderone tutto quanto (i bigini, i romanzi, le giornate di sole).

Sarà poi vero che tutto passa? Certo: fra cento anni non ci sarà più traccia né di me né di voi che state leggendo queste righe. Ma c’è qualcosa, nel profondo della natura umana, come un bisbiglio, una voce fragile che sussurra: non è vero, non è così. Non vorrei parlare ora delle credenze personali: la fiducia nei figli, nella specie umana, nelle idee che fioriranno. Non vorrei nemmeno mettere a tema la fede in Dio e la speranza in un aldilà. Mi fermo molto prima. Da dove vengono le parole del bigino? Sono le cose indispensabili, quelle da sapere, lo stretto necessario. Da dove vengono le mie storie? Sono le stesse che i nostri progenitori raccontavano un milione di anni fa e che i nostri discendenti racconteranno fra un milione di anni, se ci saranno ancora esseri umani. La storia di un eroe che parte e scopre il mondo, la storia di uno straniero che arriva nel villaggio. È tutto qui. Ancora una volta, le cose necessarie. Ecco, io credo che se c’è qualcosa invece di niente, vuol dire che qualcosa è necessario. Altrimenti non ci sarebbe. E perdonatemi questi numeri da giocoliere (il giorno del proprio compleanno si manifesta con più intensità la tentazione di filosofeggiare).
Comunque, per dirla in maniera meno tortuosa, riconoscere le cose necessarie è forse l’esperienza più grande, l’insegnamento più saggio che una persona possa apprendere in tutta la vita. L’ironia è che in fondo, appena nati, abbiamo un’idea assai chiara delle cose necessarie, così come spesso, probabilmente, tendiamo ad averla durante la vecchiaia. È durante il cammino che perdiamo di vista l’essenziale. E forse, per allenarsi a riconoscere l’imprescindibile, può essere un esercizio utile anche compilare un bigino. E soprattutto perderlo. Ciò che rimane dopo lo smarrimento, dopo la malinconia, dopo i ragionamenti sul tempo e sulla morte. Ciò che rimane sono le cose necessarie.

PS: Il giorno del mio compleanno, di solito, condivido un racconto inedito con le lettrici e i lettori del blog. Quest’anno in realtà mi sembra di avere detto fin troppo. Ma per chi volesse ancora una storia, ecco un raccontino su Alessandro Magno, scritto nell’estate del 2021. (Ho già condiviso qui altri racconti sullo stesso personaggio: piano piano sto cercando di capirlo.)

Leggi Il mercante e il conquistatore

PPS: Per chi invece volesse andare oltre le parole, condivido il sax tenore di Sonny Rollins, accompagnato nel 1962 da Jim Hall alla chitarra, Bob Cranshaw al contrabbasso e Ben Riley alla batteria. Where are you è una vecchia canzone del 1937, scritta da Jimmy McHugh con le parole di Harold Adamson. È diventata uno standard del jazz e non solo, interpretata dai più grandi, da Frank Sinatra a Duke Ellington, da Dexter Gordon ad Aretha Franklin, da Ella Fitzgerald a Bob Dylan. «All life through must I go on pretending?», canta il sax di Rollins. Per tutta la vita devo continuare a fingere? «Where is my happy ending? Where are you?» Dov’è il mio lieto fine? Dove sei?

PPPS: La prima foto rappresenta il bigino. La seconda foto rappresenta una cosa necessaria (due, contando la scopa sullo sfondo).

PPPPS: Oggi un amico mi ha ricordato un verso di Giorgio Orelli: «”Il tempo passa. Tutto passa. Eccetera”.» (da “Una sorpresa sempre uguale spiuma”, v. 10, in Né bianco né viola, 1944). Mi sembra che si adegui alla circostanza.

PPPPPS: È una giornata di sole, lo so. Ora esco e faccio un giro in bicicletta.

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Chi l’ha visto?

Dove sono e dove sto andando? Me lo chiedo perché oggi è il mio compleanno. L’anno scorso stavo facendo un trasloco mentre ora, a prima vista, sono approdato in un luogo stabile. Ma non è così. Non è mai così. Nella mia vita ho mai saputo veramente dove sono? Sono lontano ormai dall’Andrea dell’infanzia, ma risalendo fino ai miei primi ricordi trovo una serie di intermittenze: m’incantavo a fissare un formicaio, una scena dipinta su un muro, un intrico di rami secchi. Credo che, ogni tanto, mi perdessi di vista. L’Andrea di tre anni, quello di diciotto, quello di ieri, chi li ha visti, dove sono finiti? Le fotografie nei vecchi album mi mettono in guardia: attento, tu non sei più qui. Dove sono, quindi? C’è una sola risposta possibile, che dice tutto e niente: sono qui. (Ma non chiedetemi dove sia “qui”.)


Lo scopo di questo articolo è soprattutto quello di presentare, secondo la tradizione, un breve racconto inedito. Per non limitarmi agli smarrimenti, vorrei però accennare un’occasione recente in cui mi sono riconosciuto. Qualche tempo fa ero a Zurigo e ho visitato la mostra “Kunst der Vorzeit” al Museo Rietberg. Si tratta di un’esposizione che raccoglie numerose copie di incisioni rupestri paleolitiche e neolitiche provenienti da tutto il mondo. Sono immagini splendide, realizzate fra il 1913 e il 1937 da un gruppo di pittrici e pittori diretti dall’etnologo tedesco Leo Frobenius (1873-1938). Le incisioni, risalenti fino a quarantamila anni fa, sono state meticolosamente copiate e dipinte in deserti, montagne o grotte nascoste. La mediazione degli artisti contemporanei non ci allontana dalle opere originarie, come si potrebbe pensare; anzi, ce le rende più presenti. La riproduzione infonde vita alle creazioni preistoriche, come se gli artisti del Ventesimo secolo svelassero e compissero il gesto dei loro progenitori.

Fra le altre cose, mi ha colpito una figura umana realizzata 5500 anni fa in una grotta norvegese e copiata nel 1934 da Agnes Schulz con gesso su carta. Mi sono immaginato l’artista neolitico, il suo impegno nel rappresentare le fattezze di sé stesso o di un altro essere umano a lui vicino. È un’opera quasi infantile, molto semplice, evocativa. Appena mi sono imbattuto nel quadro, mi sono chiesto: chi era? L’ho osservato da vicino e da lontano. Quella persona aveva un nome, una storia, un cuore e un cervello pieni di contraddizioni, come tutti noi. Se vivesse oggi, probabilmente sceglierebbe quell’immagine come foto profilo in qualche social network, per dire al mondo: questo sono io, amici e followers, guardatemi, sono proprio io.
Quell’uomo mi assomigliava. Il braccio sinistro è più lungo, più complesso: questo mi fa pensare che fosse mancino, come me. Le gambe sembrano indicare che stesse camminando: anche a me piace pensare mentre cammino e soprattutto anch’io, come lui, sono sempre un po’ storto, un po’ asimmetrico. La testa è inclinata verso destra, nella posizione che assumiamo quando stiamo fantasticando, quando lasciamo spazio all’immaginazione.
Sarà strano, ma in quel dipinto ho riconosciuto l’Andrea che avevo per un attimo smarrito nelle fotografie dei vecchi album. Questo mi fa pensare che, per fortuna, quando ci perdiamo di vista poi ci incontriamo di nuovo, magari quando non ce lo aspettiamo, in coda alla cassa di un supermercato, a un angolo di strada o su una parete di roccia a Tennes, in Norvegia, poco lontano dal Polo Nord.
Detto questo, ecco il racconto.

Clicca qui per leggere Chi l’ha visto?

È una storia che non parla d’incisioni rupestri né di vecchie fotografie. Il titolo del racconto è anche il titolo di questo articolo, ma la circostanza è puramente casuale. Se quanto scrivo nel blog è cronaca, la vicenda di Camilla è fantasia. È una situazione immaginaria, ambientata in una scuola immaginaria, con personaggi immaginari. L’ho scritta durante un pomeriggio grigio, ascoltando il ticchettío della pioggia e tenendo la testa lievemente inclinata verso destra.

PS: Come sempre, ecco anche un rapido bilancio del mio lavoro. Ho scritto poco, quest’anno, per varie ragioni. Però ho portato avanti alcuni progetti, anche su questo blog. Ora sto ricominciando a lavorare con una certa continuità, in particolare a un romanzo con Elia Contini e a un altro romanzo, più complesso, che sta maturando lentamente. Ho pubblicato alcune opere assai diverse fra di loro: la raccolta di racconti Il commissario e la badante (Guanda), il romanzo Le vacanze di Studer (Casagrande), creato a partire da un frammento di Friedrich Glauser inedito in italiano, e il reportage letterario A Zurigo, sulla luna (Capelli), scritto a quattro mani con Yari Bernasconi.

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La mia ipoteca

Venni al mondo il 15 maggio del 1978, in un giorno piovoso proprio come oggi. Era il lunedì di Pentecoste. Mentre sono seduto alla scrivania, di fronte al computer, ascolto i suoni della pioggia: lo scroscio, il picchiettío, il risucchio della grondaia. Magari anche allora, nella mia culla, sentivo gli stessi suoni. Se chiudo gli occhi, se faccio astrazione dal mio corpo, dai miei pensieri pieni di rughe, posso ancora essere lui, cioè io. Posso diventare quell’Andrea intatto e fragile, quel minuscolo ammasso di ossa, carne e respiro.
Si dice che i bambini appena nati sentano soprattutto le frequenze acute, ma sono convinto che quel diluvio furibondo sia penetrato nel mio cervello, almeno in parte. Del resto, spesso nelle orecchie dei neonati resta del liquido amniotico: se non il rumore della pioggia, forse avrò udito l’eco di quel brodo primordiale, dentro il quale avevo abitato per nove mesi come creatura acquatica.
Non è possibile, naturalmente.
Non ascolto più la pioggia nello stesso modo. Infatti ora la chiamo “pioggia”: il nome precisa il fenomeno, lo circoscrive, lo inserisce in una struttura di pensiero. Quella prima esperienza ormai è persa per sempre: nel 1979 già ascoltavo la pioggia in un altro modo. E forse oggi l’ascolto in maniera differente rispetto a un anno fa, anche solo per il fatto di avere scritto queste righe.
A questo punto, ci sta una precisazione. Ho scritto queste righe perché è una tradizione del blog; così com’è tradizione che, insieme ai miei vaneggiamenti, vi appioppi anche un racconto. Eccolo.

Clicca qui per leggere “Sala d’aspetto”

Mi permetto ancora qualche vaneggiamento, approfittando dell’ora mattutina e del fatto che oggi mi sento vicino a quel neonato venuto con la pioggia. Forse è perché in questi giorni sto traslocando: una marea di caos torna a rimescolare le cose della quotidianità, fra scaffali vuoti, pile di scatole, cumuli di libri che si ergono come rovine di un castello. Presto la casa dove abito sarà un ricordo, e la prossima pioggia l’ascolterò dietro finestre che ora mi sono estranee. Ho l’impressione che il trasloco sia un fenomeno temporale più che geografico.
Trans-locare: spostare qualcosa da un luogo all’altro. Ma un anno della nostra vita in fondo non è altro che un luogo, con i suoi armadi, le sue credenze, i suoi cassetti chiusi a chiave, dal lucernario che illumina il solaio pieno di desideri giù fino alle cantine polverose, ai rimpianti, alle malinconie. Quando parliamo, spesso mescoliamo lo spaziotempo: «La prima settimana è quella dove ho fatto più fatica»; «Ci sono dei periodi dove ti sembra che tutto vada bene». Forse è giusto così, forse invecchiare significa caricare le proprie masserizie su un furgone e viaggiare verso un posto nuovo. A ogni trasloco lasciamo indietro qualcosa, ma nello stesso tempo ritroviamo oggetti smarriti: lettere legate con lo spago, fotografie, penne, coltellini, barattoli pieni di conchiglie, quaderni, maschere di carnevale. Una parte di noi vorrebbe indugiare. Un’altra parte s’impigrisce al pensiero di spostare mobili, vestiti, abitudini. Comunque non possiamo farci niente: la casa aspetta, gli anni passano, c’è un’ipoteca esistenziale da pagare.
Ecco, parliamo dell’ipoteca. Non ho deciso io di venire al mondo, di cominciare questa sequela di traslochi. Qualcuno ha pagato per me, quel mattino di maggio. Anno dopo anno, mentre il tempo mi consuma, cerco di pagare le rate del mutuo, gli ammortamenti, le spese accessorie. Su internet leggo che «stipulare un’ipoteca fissa significa vincolarsi a lungo termine, e quindi correre anche un grosso rischio». Capisco bene che sia così. Ma che ci posso fare? La vita è senz’altro «un grosso rischio». Sarà anche vero che  «i contraenti di un’ipoteca dovrebbero sempre leggere attentamente anche le postille riportate in piccolo sul contratto», ma io non ho firmato niente. Sono qui, in mezzo agli scatoloni, e rimugino su come si potrebbe trasportare il pianoforte giù dalle scale.
All’inizio ho scritto: «Venni al mondo il 15 maggio del 1978». In realtà, di primo acchito, avrei voluto scrivere: «Sono venuto al mondo», così per abbreviare la distanza. Ma ora leggo su Wikipedia che «l’estensione dell’ipoteca alle accessioni dell’immobile ipotecato […] finisce con il tradursi in garanzia ipotecaria, su cose future, non menzionate nell’iscrizione ipotecaria». Mi piace quell’accenno alle «cose future». Come tutti i fastidi, anche i traslochi e le ipoteche sono un’occasione per guardare avanti. Così mi viene in mente che forse mi sto sbagliando: non dovevo dire «venni» e nemmeno «sono venuto al mondo». Questa è la frase che mi sembra più corretta: «Verrò al mondo il 15 maggio del 1978».

PS: Scrissi il racconto Sala d’aspetto un pomeriggio d’estate del 2013, in una casa di montagna. Esso vene poi pubblicato sul settimanale “Extra”, allegato al “Corriere del Ticino”. Un paio di mesi prima, mentre aspettavo per una visita di controllo dall’oculista, avevo annotato sul taccuino qualche dettaglio a proposito delle persone che vedevo intorno a me, senza accorgermi che stavo annotando cose su me stesso.

PPS: Alle lettrici e ai lettori fedeli (cioè a chi ha resistito leggendo tutto fino a questo PPS) sono lieto di annunciare che il 9 luglio 2020 uscirà per l’editore Guanda una mia raccolta di racconti brevi: Il commissario e la badante.

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