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Ogni volta che scrivo attraverso una città.
Ci sono personaggi che incontro per caso, all’angolo di una strada, appena il tempo per un saluto. Altri invece camminano a lungo di fianco a me. In genere però sono tutti evanescenti: loro appartengono alla città – alla storia – mentre io sono straniero.
Ci pensavo qualche giorno fa mentre giravo da solo per le vie di Canton, in Cina. Sono stato invitato dalla Guangdong University for Foreign Studies per tenere una lectio magistralis in occasione della Settimana della lingua italiana nel mondo. È stata una bella occasione per incontri che porteranno i loro frutti nel tempo: scambi di conoscenze, di punti di vista, di letture e di pensieri.
Come capita nei viaggi, ho passato diversi momenti anche da solo: all’aeroporto e durante gli spostamenti, oppure nelle ore vuote fra un impegno ufficiale e l’altro. In questi ultimi casi faccio quello che so fare meglio, e cioè mi perdo. Esco dall’albergo alla ricerca di un bivio che porti a un incrocio che porti a una stradina che prima non c’era… un momento, ma non ero arrivato da questa parte! Quel grattacielo prima non era sulla sinistra? E quel ristorante? Ma dove sono finito?

Quando scrivo non è differente. Certo, escogito una trama. Preparo una scaletta, uno sviluppo, so dove voglio arrivare. Di fatto però non mi capita quasi mai di arrivare proprio lì. Alcuni snodi sono essenziali, ma lo sviluppo dei personaggi non si può prevedere fino in fondo. Un conto è immaginare la reazione di un personaggio all’inizio, quando sono appena entrato in città. Un altro conto è incontrarlo tutte le mattine al bar dell’angolo, parlarci, osservarlo mentre vive la sua vita. I personaggi restano i veri indigeni, mentre io rimango uno straniero. Ma si è mai veramente stranieri? Il desiderio di essere in un luogo, di conoscere un luogo, è già un diritto implicito di cittadinanza.
Non ho pianificato una visita a Canton. Ho semplicemente camminato per le strade vicine al mio albergo, in un quartiere qualsiasi. Se mi avessero prenotato una stanza in un altro albergo, avrei visto cose diverse. È un modo per spezzare il giogo del turismo: più che le attrazioni, cercare la quotidianità. Se sono in periferia, visito il piccolo caffè accanto al ponte sul fiume, anche se non è un monumento storico. È un approccio turistico che può capitare per caso, ma si può anche cercarlo.
Questo “turismo libero” equivale a lasciarsi uno spazio d’improvvisazione quando si scrive una storia (o quando si tiene una lezione, si pronuncia un discorso). L’improvvisazione per me non deve essere totale, perché si rischia la ripetizione o l’incoerenza. È più che altro una reazione a ciò che accade.

Mi colpiscono per esempio gli sguardi rubati. Passando in taxi accanto a un quartiere che non rivedrò mai più, accolgo nei miei pensieri la visione fuggevole di palazzi, tutti uguali fra di loro, per chilometri e chilometri, con macchie di bosco intorno e ristoranti, strade e cassonetti per l’immondizia. Gli occhi si posano su un balcone, uno fra centinaia, dove un vecchio legge un giornale accanto a una lanterna rossa. Di fianco, è appeso un completo scuro. Riesco a cogliere anche il blu di una cravatta, che spicca di fianco al colorito biancastro del vecchio. Poi sono già oltre. Non tornerò mai più, non rivedrò mai più quel vecchio né lui saprà che io l’ho visto. Le nostre vite non si sono nemmeno sfiorate. Eppure sono qui, sto scrivendo di lui. Il vecchio passerà, passerò anch’io, e resterà solo la maestà inesorabile della domanda: che senso può avere intravedere un vecchio alla periferia di Canton, in un pomeriggio d’ottobre? Perché è accaduto questo, insieme a mille altri piccoli fatti irrilevanti, che tutti insieme fanno l’universo?

Alla fine ho avuto tempo di pianificare con cura una sola visita e, grazie al consiglio di una persona conosciuta il giorno precedente, mi sono cacciato in un centro commerciale (cioè in una categoria di luogo dalla quale di solito mi tengo lontano). Il Liwas Plaza è un enorme edificio pieno di terrazze e scale mobili, con dei bizzarri ascensori che sembrano supposte. È specializzato nella vendita di gioielli: dalle collanine a buon mercato ai manufatti d’oro e d’argento, passando per ogni tipologia di plastica e di pietre preziose. Una baraonda, uno scintillio. E io in mezzo. La sola idea di poter comprare qualcosa mi getta nell’angoscia: dove, come, cosa, quale colore, quale taglio, quale diamante, lapislazzulo, occhio di tigre, turchese, ametista? Nelle botteghe i mercanti passano lunghi momenti a fissare il loro telefono. Si capisce che le loro giornate sono lunghe. Per chi vende pietre, forse, il tempo passa diversamente. Non è come servire cibo o bevande. Sapere che la tua merce ti sopravviverà – che sia oro o plastica – ti dà una prospettiva diversa.

Noi che usiamo le parole crediamo che esse siano più perenni del bronzo, ma nella maggior parte dei casi sono come pozzanghere dopo un temporale. All’inizio si fanno notare: i bambini ci sguazzano dentro, qualcuno invece le teme e tenta di evitarle. Ma poi il sole trasforma tutto in uno strato di fango secco.
Finché, per fortuna, torna a cadere la pioggia.

È sempre così? Ci sono parole e parole. All’università, dopo la lezione, una studentessa ha alzato la mano e mi ha domandato un consiglio su come affrontare la lettura dei Promessi sposi, che trovava difficile (e ti credo!). Un’altra mi ha chiesto come potesse essere sicura di avere talento, come potesse fare in modo che ciò che scrive sia di aiuto agli altri e non soltanto un’illusione, un compiacimento. In entrambi i casi le interrogazioni contengono già le risposte. È il desiderio, è l’amore che ci spinge a leggere: quando succede, non importa più quanto sia difficile il libro. Ed è anche l’amore che ci spinge a scrivere. Non quello per noi stessi, ma per gli altri. Questo vale per la prima manifestazione degli altri: i nostri personaggi. Magari quello che dice “io” ci assomiglia, in maniera ingannevole, ma lui abita nella città mentre noi siamo stranieri. Poi c’è la seconda manifestazione degli altri: chi legge le nostre storie. Sarò di certo ingenuo o fuori moda, ma continuo a pensare che la letteratura debba essere utile. Non in maniera leziosa e non sempre in modo macroscopico: anche un sorriso, una carezza, o al contrario un brivido di paura. Un istante passato nei panni di un’altra persona, in un’altra epoca. E perché no, un insegnamento. Non bisogna avere paura del senso morale, soprattutto perché al suo livello più profondo è sempre un modo per approfondire il mistero, mai per svelarlo.
E così, ogni mattina, cammino per la città delle mie storie. Non mi importa se i diamanti sono per sempre mentre le pagine scritte scompaiono. So che le parole passano, ma nessuna intenzione narrativa andrà persa. Le avventure corrono di bocca in orecchio, di sogno in sogno, e nella prima storia che un bimbo prova a raccontare a chi gli sta intorno ci sono tutti i personaggi creati dall’inizio dei tempi. Quel bambino è Omero, è Confucio. È anche Andrea Fazioli, è non importa chi. La voce che racconta è sempre la stessa, così come lo è la città. Ma per chi ama perdersi ogni città è diversa. Anche la vostra città natale, quella dove siete nati e vivete da sempre, anche quella si rinnova ogni giorno. Basta avere voglia di leggerla. O di raccontarla.

PS: Ringrazio per l’organizzazione della visita a Canton il Consolato d’Italia, in particolare il console generale Valerio De Parolis (al centro nella foto). Uno speciale ringraziamento anche a Rossella Giacometti (a sinistra nella foto), che mi ha coadiuvato e che ha reso possibile la mia permanenza in città. E naturalmente sono grato all’Università; a Mao Yun (la seconda da destra nella foto) che è preside del dipartimento di Studi Globali, ai quali afferisce l’italianistica; al professor Zang Yui (a destra nella foto); allo studioso Gao Xiao con il quale ho discusso di para etimoligie e di molto altro, a Selene e a Sara (quest’ultima in particolare, per la gentilezza con cui mi ha fatto da guida). Proprio Sara mi ha rivelato che la parola cinese per “attenzione” è “xiaoxin”, che letteralmente signifia “piccolo cuore”. Ecco, forse mettere il cuore nelle cose ma con levità, un passo alla volta, con fiducia, è il modo per essere davvero nella complessità del mondo. Come diceva Cristina Campo: «L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero.»
PPS: La frase di Cristina Campo è tratta da Attenzione e poesia, in Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 1987.
PPPS: Di seguito, qualche altra fotografia. Prima l’ingresso del Liwas Plaza, poi qualche immagine della conferenza, compresa una foto di gruppo con alcuni degli allievi presenti. In seguito, qualche altra foto per ricordare alcuni incontri: quello con il console generale Valerio De Parolis, quello con il rettore dell’università Yang Xiang Bin e quello con l’editore Chen Bin. (Tranne il Liwas Plaza, le altre sono immagini ricevute per messaggio, quindi sono talvolta a bassa definizione.)




















