Pensieri cinesi

Per ascoltare questo articolo:

Ogni volta che scrivo attraverso una città.
Ci sono personaggi che incontro per caso, all’angolo di una strada, appena il tempo per un saluto. Altri invece camminano a lungo di fianco a me. In genere però sono tutti evanescenti: loro appartengono alla città – alla storia – mentre io sono straniero.
Ci pensavo qualche giorno fa mentre giravo da solo per le vie di Canton, in Cina. Sono stato invitato dalla Guangdong University for Foreign Studies per tenere una lectio magistralis in occasione della Settimana della lingua italiana nel mondo. È stata una bella occasione per incontri che porteranno i loro frutti nel tempo: scambi di conoscenze, di punti di vista, di letture e di pensieri.
Come capita nei viaggi, ho passato diversi momenti anche da solo: all’aeroporto e durante gli spostamenti, oppure nelle ore vuote fra un impegno ufficiale e l’altro. In questi ultimi casi faccio quello che so fare meglio, e cioè mi perdo. Esco dall’albergo alla ricerca di un bivio che porti a un incrocio che porti a una stradina che prima non c’era… un momento, ma non ero arrivato da questa parte! Quel grattacielo prima non era sulla sinistra? E quel ristorante? Ma dove sono finito?

Quando scrivo non è differente. Certo, escogito una trama. Preparo una scaletta, uno sviluppo, so dove voglio arrivare. Di fatto però non mi capita quasi mai di arrivare proprio lì. Alcuni snodi sono essenziali, ma lo sviluppo dei personaggi non si può prevedere fino in fondo. Un conto è immaginare la reazione di un personaggio all’inizio, quando sono appena entrato in città. Un altro conto è incontrarlo tutte le mattine al bar dell’angolo, parlarci, osservarlo mentre vive la sua vita. I personaggi restano i veri indigeni, mentre io rimango uno straniero. Ma si è mai veramente stranieri? Il desiderio di essere in un luogo, di conoscere un luogo, è già un diritto implicito di cittadinanza.
Non ho pianificato una visita a Canton. Ho semplicemente camminato per le strade vicine al mio albergo, in un quartiere qualsiasi. Se mi avessero prenotato una stanza in un altro albergo, avrei visto cose diverse. È un modo per spezzare il giogo del turismo: più che le attrazioni, cercare la quotidianità. Se sono in periferia, visito il piccolo caffè accanto al ponte sul fiume, anche se non è un monumento storico. È un approccio turistico che può capitare per caso, ma si può anche cercarlo.
Questo “turismo libero” equivale a lasciarsi uno spazio d’improvvisazione quando si scrive una storia (o quando si tiene una lezione, si pronuncia un discorso). L’improvvisazione per me non deve essere totale, perché si rischia la ripetizione o l’incoerenza. È più che altro una reazione a ciò che accade.

Mi colpiscono per esempio gli sguardi rubati. Passando in taxi accanto a un quartiere che non rivedrò mai più, accolgo nei miei pensieri la visione fuggevole di palazzi, tutti uguali fra di loro, per chilometri e chilometri, con macchie di bosco intorno e ristoranti, strade e cassonetti per l’immondizia. Gli occhi si posano su un balcone, uno fra centinaia, dove un vecchio legge un giornale accanto a una lanterna rossa. Di fianco, è appeso un completo scuro. Riesco a cogliere anche il blu di una cravatta, che spicca di fianco al colorito biancastro del vecchio. Poi sono già oltre. Non tornerò mai più, non rivedrò mai più quel vecchio né lui saprà che io l’ho visto. Le nostre vite non si sono nemmeno sfiorate. Eppure sono qui, sto scrivendo di lui. Il vecchio passerà, passerò anch’io, e resterà solo la maestà inesorabile della domanda: che senso può avere intravedere un vecchio alla periferia di Canton, in un pomeriggio d’ottobre? Perché è accaduto questo, insieme a mille altri piccoli fatti irrilevanti, che tutti insieme fanno l’universo?

Alla fine ho avuto tempo di pianificare con cura una sola visita e, grazie al consiglio di una persona conosciuta il giorno precedente, mi sono cacciato in un centro commerciale (cioè in una categoria di luogo dalla quale di solito mi tengo lontano). Il Liwas Plaza è un enorme edificio pieno di terrazze e scale mobili, con dei bizzarri ascensori che sembrano supposte. È specializzato nella vendita di gioielli: dalle collanine a buon mercato ai manufatti d’oro e d’argento, passando per ogni tipologia di plastica e di pietre preziose. Una baraonda, uno scintillio. E io in mezzo. La sola idea di poter comprare qualcosa mi getta nell’angoscia: dove, come, cosa, quale colore, quale taglio, quale diamante, lapislazzulo, occhio di tigre, turchese, ametista? Nelle botteghe i mercanti passano lunghi momenti a fissare il loro telefono. Si capisce che le loro giornate sono lunghe. Per chi vende pietre, forse, il tempo passa diversamente. Non è come servire cibo o bevande. Sapere che la tua merce ti sopravviverà – che sia oro o plastica – ti dà una prospettiva diversa.

Noi che usiamo le parole crediamo che esse siano più perenni del bronzo, ma nella maggior parte dei casi sono come pozzanghere dopo un temporale. All’inizio si fanno notare: i bambini ci sguazzano dentro, qualcuno invece le teme e tenta di evitarle. Ma poi il sole trasforma tutto in uno strato di fango secco.
Finché, per fortuna, torna a cadere la pioggia.

È sempre così? Ci sono parole e parole. All’università, dopo la lezione, una studentessa ha alzato la mano e mi ha domandato un consiglio su come affrontare la lettura dei Promessi sposi, che trovava difficile (e ti credo!). Un’altra mi ha chiesto come potesse essere sicura di avere talento, come potesse fare in modo che ciò che scrive sia di aiuto agli altri e non soltanto un’illusione, un compiacimento. In entrambi i casi le interrogazioni contengono già le risposte. È il desiderio, è l’amore che ci spinge a leggere: quando succede, non importa più quanto sia difficile il libro. Ed è anche l’amore che ci spinge a scrivere. Non quello per noi stessi, ma per gli altri. Questo vale per la prima manifestazione degli altri: i nostri personaggi. Magari quello che dice “io” ci assomiglia, in maniera ingannevole, ma lui abita nella città mentre noi siamo stranieri. Poi c’è la seconda manifestazione degli altri: chi legge le nostre storie. Sarò di certo ingenuo o fuori moda, ma continuo a pensare che la letteratura debba essere utile. Non in maniera leziosa e non sempre in modo macroscopico: anche un sorriso, una carezza, o al contrario un brivido di paura. Un istante passato nei panni di un’altra persona, in un’altra epoca. E perché no, un insegnamento. Non bisogna avere paura del senso morale, soprattutto perché al suo livello più profondo è sempre un modo per approfondire il mistero, mai per svelarlo.
E così, ogni mattina, cammino per la città delle mie storie. Non mi importa se i diamanti sono per sempre mentre le pagine scritte scompaiono. So che le parole passano, ma nessuna intenzione narrativa andrà persa. Le avventure corrono di bocca in orecchio, di sogno in sogno, e nella prima storia che un bimbo prova a raccontare a chi gli sta intorno ci sono tutti i personaggi creati dall’inizio dei tempi. Quel bambino è Omero, è Confucio. È anche Andrea Fazioli, è non importa chi. La voce che racconta è sempre la stessa, così come lo è la città. Ma per chi ama perdersi ogni città è diversa. Anche la vostra città natale, quella dove siete nati e vivete da sempre, anche quella si rinnova ogni giorno. Basta avere voglia di leggerla. O di raccontarla.

PS: Ringrazio per l’organizzazione della visita a Canton il Consolato d’Italia, in particolare il console generale Valerio De Parolis (al centro nella foto). Uno speciale ringraziamento anche a Rossella Giacometti (a sinistra nella foto), che mi ha coadiuvato e che ha reso possibile la mia permanenza in città. E naturalmente sono grato all’Università; a Mao Yun (la seconda da destra nella foto) che è preside del dipartimento di Studi Globali, ai quali afferisce l’italianistica; al professor Zang Yui (a destra nella foto); allo studioso Gao Xiao con il quale ho discusso di para etimoligie e di molto altro, a Selene e a Sara (quest’ultima in particolare, per la gentilezza con cui mi ha fatto da guida). Proprio Sara mi ha rivelato che la parola cinese per “attenzione” è “xiaoxin”, che letteralmente signifia “piccolo cuore”. Ecco, forse mettere il cuore nelle cose ma con levità, un passo alla volta, con fiducia, è il modo per essere davvero nella complessità del mondo. Come diceva Cristina Campo: «L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero.»

PPS: La frase di Cristina Campo è tratta da Attenzione e poesia, in Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 1987.

PPPS: Di seguito, qualche altra fotografia. Prima l’ingresso del Liwas Plaza, poi qualche immagine della conferenza, compresa una foto di gruppo con alcuni degli allievi presenti. In seguito, qualche altra foto per ricordare alcuni incontri: quello con il console generale Valerio De Parolis, quello con il rettore dell’università Yang Xiang Bin e quello con l’editore Chen Bin. (Tranne il Liwas Plaza, le altre sono immagini ricevute per messaggio, quindi sono talvolta a bassa definizione.)

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I lampi della magnolia

IMG_0096Ogni tanto bisognerebbe prendersi il tempo di sedersi al ciglio di una statua. L’esperienza comporta qualche rischio, ma è senz’altro proficua. Quando mi fermo su una panchina o sopra un muretto ai bordi di una piazza, tutto è più semplice. Ai piedi di una statua, invece, sono costretto a fare i conti con una duplice realtà: le persone che si muovono e parlano intorno a me; la figura di bronzo che sta muta appena sopra di me. All’inizio pare una cosa inoffensiva ma poi, con il passare dei minuti, comincio a sentirmi preso in mezzo. La gente chiacchiera, mi restano appiccicati pezzi di conversazione: Le giornate diventano più lunghe; Ma se è stato lui a dirmi di farlo!; E c’è anche la cucina abitabile? Nel frattempo la statua tace, come sanno fare solo le statue, e quel silenzio mi rimane addosso, mi entra sotto la pelle.
IMG_0112Di recente ero di passaggio a Berna e ho scambiato due parole in silenzio con la statua di Adrian von Bubenberg in Hirschengrabenplatz. Mi sono seduto accanto a due ragazze che mangiavano insalata e granturco da piccoli contenitori di plastica. Davanti a me transitavano uomini e donne in bicicletta (con giubbotto catarifrangente), bambini al ritorno da scuola, tram dal colore rosso squillante. Adrian stendeva la sua mano su di me. In un primo tempo, intento nel trambusto della piazza, non mi sono accorto di niente. Poi mi è parso di capire che la statua mi stesse tacitamente dicendo qualcosa. Ho alzato lo sguardo.
… ha detto Adrian.
Dopo un secondo di esitazione, gli ho risposto.
…
Allora lui ha sentito il bisogno di aggiungere:
…
Come non essere d’accordo? Abbiamo parlato ancora un po’.
…
…
IMG_0115In quel momento non avevo idea di chi fosse Adrian von Bubenberg. Sapevo soltanto che era nato nel 1424 e che era morto nel 1479. Sul fianco del monumento c’era una scritta: So lange in uns einer Ader lebt gibt keiner Nacht. Non so se l’ho capita: qualcosa sul sangue che scorre e tiene lontana la notte. Ma non c’è bisogno di conoscere una statua per parlarci insieme.
IMG_0111Questi attimi strappati al fluire di una giornata sono preziosi perché consentono di lanciare un’ancora. Il tempo come sempre porterà via la maggior parte dei gesti e dei pensieri, ma ciò che s’intuisce sedendo sotto una statua, chissà come, finisce per restare nel cuore un po’ più a lungo. Ero a Berna per incontrare Yari Bernasconi, con il quale avrei tenuto una conferenza all’Università di Friburgo, invitati dal professor Uberto Motta. Ci siamo seduti in un bar, a poca distanza dalla statua, e abbiamo lavorato alla costruzione di un percorso che, fra poesia e prosa, ci aiutasse a spiegare (prima di tutto a noi stessi) il nostro lavoro di scrittori.
IMG_1603Più tardi, davanti agli studenti e agli insegnanti, abbiamo letto alcune poesie di Yari e alcune pagine dei miei romanzi, cercando di scovare qualche rintocco, qualche segno che avessimo lavorato sullo stesso terreno. Mi è sembrato che gli studenti cogliessero il tentativo di condividere aspetti e problemi concreti dei nostri laboratori personali. In particolare, il discorso è scivolato sulla scrittura come processo di conoscenza, come cammino verso una migliore comprensione di noi stessi e del mondo. Una ragazza ha alzato la mano e ci ha chiesto: Ma quando scrivete vi sentite a casa? Una domanda profonda, difficile. In parte ne ho già parlato qui sul blog, ma a Friburgo abbiamo avuto occasione di approfondire il discorso. Di certo scrivere, così come anche leggere, significa essere a casa, ma forse bisogna stare attenti a non sentirsi troppo a proprio agio: talvolta le case possono diventare trappole.
In compenso, può capitare di sentirsi a casa in luoghi inaspettati, in circostanze imprevedibili. Come scrittori, è difficile talvolta vestire di parole questi momenti; tuttavia riconoscere quei luoghi e quelle circostanze è già un atto poetico, nel senso esistenziale del termine. Sono epifanie minime, come quelle che ci regalano le statue. Durante la conferenza, abbiamo letto una lirica di Franco Fortini intitolata I lampi della magnolia.

Vorrei che i nostri occhi potessero vedere
questo cielo sereno che si è aperto,
la calma delle tegole, la dedizione
del rivo d’acqua che si scalda.

La parola è questa: esiste la primavera,
la perfezione congiunta all’imperfetto.
Il fianco della barca asciutta beve
l’olio della vernice, il ragno trotta.

Diremo più tardi quello che deve essere detto.
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,
i lampi della magnolia.

Non è necessario trovare subito la voce (Diremo più tardi quello che deve essere detto), sebbene il tendere all’espressione sia in sé già un’espressione. In questo caso il lampo della magnolia è abitato dalla poesia, e diventa un momento da salvare, con la sua perfezione congiunta all’imperfetto.
IMG_0117Un paio di giorni dopo la conferenza, mentre di nuovo parlavo a un gruppo di studenti in un’aula scolastica (stavolta nella Svizzera italiana), dalla finestra mi ha di nuovo raggiunto il lampo di una magnolia. Allora mi è tornato in mente Adrian von Bubenberg. Sono andato sul sito dell’Archivio storico svizzero e ho scoperto che alla fine del XIX secolo ci fu un’aspra controversia in occasione della costruzione del monumento a Berna. Si discuteva se la statua dovesse raffigurarlo quale prode cavaliere o piuttosto quale uomo di Stato a piedi (versione infine realizzata, inaugurata nel 1897). Alla fine dunque venne scartata l’idea di una statua a cavallo, forse per una riflessione simile a quella che esprime Elias Canetti in un suo aforisma: Il più bel monumento equestre sarebbe un cavallo che avesse sbalzato l’uomo di sella. Adrian invece è ben saldo sulle sue gambe: sarà un uomo di stato, ma quella mazza chiodata in primo piano, sospesa com’era proprio sopra la mia testa, non mi sembrava un utensile adatto alle aule di un Parlamento (per quanto non si possa mai dire).
IMG_0114Nel sito dell’Archivio storico scopro anche che Adrian von Bubenberg nel 1455 si recò con una propria truppa a Digione per partecipare alla crociata contro i Turchi, guidata dal duca Filippo il Buono di Borgogna ma poi annullata. Se conosco appena un po’ l’indole nazionale elvetica, posso immaginare la stizza con cui Adrian avrà accolto l’improvviso annullamento della crociata (senza preavviso e senza clausola di rescissione). In generale il nostro Adrian ebbe una carriera politica turbolenta: a un certo punto cadde in disgrazia, ma poi fu chiamato alla difesa di Morat. Sotto la sua guida, la città resistette per dodici giorni all’assedio dei Borgognoni, che vennero infine sconfitti il 22 giugno 1476 nella battaglia di Morat. Questo successo riavviò la carriera politica di Adrian, che probabilmente si ringalluzzì. Infatti leggo che nel dicembre del 1478 guidò attraverso il San Gottardo la campagna bernese contro Bellinzona. Ecco, questa è una provocazione. Ma come, io mi siedo pacifico sotto il ciglio della sua statua, e Adrian guida una campagna contro la mia città? Mi riprometto di tornare a Berna, presto o tardi, per rimproverare quella faccia di bronzo. Tanto, una cosa sicura delle statue è che in genere le ritrovi dove le hai lasciate.
IMG_0097Un altro monumento con il quale ho conversato per qualche minuto si trova a Mosca, in un quartiere periferico. Ricordo che qualche anno fa venni invitato in occasione di un festival a presentare una traduzione in russo di un mio romanzo. Sulla via del ritorno, mi fermai a mangiare in un Burger King. E chi scopro là fuori, condannato dalla storia a fissare senza scampo proprio l’insegna del fast food? Vladimir Lenin. È proprio vero che, in questo mondo, non c’è pace nemmeno per le statue.

PS: La fotografia che vedete qui sopra è stata scattata dalla vetrina del Burger King moscovita. Quella del tavolo di lavoro ripreso dall’alto è di Yari Bernasconi. La lirica di Franco Fortini proviene da Paesaggio con serpente (Einaudi 1984). L’aforisma di Canetti è tratto da una raccolta di appunti presi dal 1942 al 1972, intitolata Die Provinz des Menschen (La provincia dell’uomo, Adelphi 1978). La voce dell’Archivio storico su Bubenberg risale al 1979 ed è firmata da K. F. Wälchli.

PPS: Proprio questa sera Yari Bernasconi e io riproporremo nella Svizzera italiana la conferenza che abbiamo tenuto a Friburgo: l’appuntamento è alle 20.30 nella Sala multiuso comunale di Magliaso. Adrian von Bubenberg non ci sarà; in compenso, non mancheranno le magnolie.

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Le audiocassette di Contini

Ieri sera ho presentato L’arte del fallimento all’Università di Zurigo. Nell’aula D31, oltre a insegnanti, studenti, lettori e curiosi, c’era un personaggio fatto di aria e memoria. Era ben presente, seduto sul bordo di un tavolo, ma anche intangibile, congelato in un altrove più lontano delle galassie, più remoto dello spazio profondo. Quel ragazzo, studente in quella stessa Università nei primi anni dopo il 2000, non poteva essere lì. Eppure c’era. Annuiva impassibile, come se mi ascoltasse, ma si vedeva benissimo che stava pensando ad altro. Aveva nella testa un investigatore privato di nome Elia Contini (gli piaceva il suono di quelle tre “i”) e stava scrivendo una storia su di lui. Una storia? Un romanzo, addirittura.
BarcheZhTornare dove tutto è cominciato è sempre un’operazione rischiosa. Amo la città di Zurigo, il suo fiume, i suoi ponti, il suo cielo vasto e mutevole. Conosco le vie, i posti dove mangiare e quelli dove starsene da soli – come ogni città, anche Zurigo ha i suoi angoli di campagna, che resistono fra i tram e i negozi di telefonia mobile. Ho amici con cui tirare tardi e scolare pinte di birra (magari una di troppo, ieri sera). Ho strade dove mi piace tornare e altre che credevo di avere dimenticato. Ma soprattutto, il luogo dove ho trascorso i miei anni di studente mi offre l’opportunità di un rendiconto. Lo sguardo degli altri mi permette di capire meglio il lavoro che sto facendo; ma anche lo sguardo indietro verso il passato – purché non mi soffermi troppo a lungo – mi aiuta a dare sostanza alle narrazioni.
StudentiZhLa professoressa Tatiana Crivelli e il professor Nunzio La Fauci (che ieri mi ha insegnato un detto siciliano sul fallimento) hanno incrociato la mia strada all’inizio, quando stavo rimuginando la mia prima storia, e di nuovo ieri sera, quando fingendo di parlare dell’ultima storia stavo già provando a rimuginare la prossima. Ecco, questo è il punto: la prossima storia. Parlando e passeggiando con qualche amico, prima e dopo l’incontro, mi sono reso conto che le divagazioni e i pensieri in apparenza assurdi hanno il valore di ancorarci al presente, anche nei luoghi che per vicenda personale sono intrisi di passato. Più che riflettere sulle vicende che mi hanno portato a creare i miei personaggi, m’interessa coglierne di nuovi. Perché ieri pomeriggio un uomo, in una viuzza del Niederdorf, stava bagnando con l’annaffiatoio il davanzale di una finestra? Non c’erano vasi, non c’erano fiori, ma lui era intento nell’innaffiare, meticoloso, come se coltivasse qualcosa d’invisibile.
TramontoZhTutto sta in queste immagini, in questi incontri fortuiti.
Nei giorni scorsi mi ha scritto una lettrice a proposito di un mio articolo uscito qualche tempo fa sul sito “Il Libraio”. È un testo che presenta dieci investigatori presi da altrettanti romanzi polizieschi, rappresentando ognuno di loro con un oggetto caratteristico (trovate qui l’articolo). E il suo Elia Contini, mi ha chiesto la lettrice, con quale oggetto si potrebbe rappresentare? Non è una domanda facile. Ho pensato a qualcosa che abbia a che fare con le volpi o con le zattere di legno che Contini si diverte a costruire, ma poi mi sono detto: perché non le audiocassette?
image1Il mio investigatore è refrattario alla tecnologia. Ama le piccole azioni concrete, quelle che implicano toccare cose e spostare oggetti. Non gli piace scorrere il dito sugli schermi, non sopporta le macchine che creano link e connessioni, che incrociano dati e immagini in un mondo dove non si può camminare, ma tuttalpiù navigare virtualmente. Di sicuro è un atteggiamento infantile: perché ostinarsi ad ascoltare la musica sulle audiocassette, quando esistono impianti ben più sofisticati? La mia risposta è: non lo so. Non posso spiegare perché Contini sia fatto in questo modo, così come non so perché un uomo a Zurigo annaffiasse una finestra. Io non ascolto più le audiocassette, Contini invece sì. Il fatto che sia un personaggio creato da me, dopotutto, non significa che io conosca ogni suo segreto. E magari è giusto così: si scrive per approfondire il mistero, non per svelarlo. Tornerò a raccontare una storia con Elia Contini? Non so nemmeno questo. Forse sì, forse invece non mi capiterà più. In fondo l’importante non è scrivere di lui, ma sapere che lui è là fuori – da qualche parte nei boschi intorno a Corvesco – e che, fra un’audiocassetta e l’altra, continua a camminare.

Contini stesso non era un fallito? Alla sua età non aveva un vero mestiere, una vera storia professionale, ma si arrabattava accettando casi che un’agenzia seria avrebbe subito respinto al mittente. Chi era lui per avere pietà di Mario? Ripensò ai nomi sulla lapide e ai desideri che quelle persone avevano rincorso per tutta la vita, e qualche volta realizzato. Tutto era svanito come un miraggio, mentre chissà perché Contini aveva l’impressione che le sconfitte avessero più consistenza. Che cosa resta di te, alla fine? Ciò che hai posseduto o magari invece ciò che non hai mai avuto, ciò che hai sperato… o magari disperato?
Ecco il genere di domande a cui di solito rispondeva senza parole, andando a camminare nei boschi.
Sulla via del ritorno, propose a Francesca di ascoltare un po’ di musica. Ora che guidava lei, per Contini non era facile propinarle Brel, Brassens e Aznavour. Lei però non si spingeva fino a fargli ascoltare i Coldplay e così cercavano un compromesso.
«Si chiamano Timber Timbre. Cantano in inglese, ma forse ti piacciono lo stesso…»
«Timber Timbre. Che razza di nome è?»
La musica però non era male. Atmosfere profonde come un dirupo e un cantante dalla voce bassa, cavernosa. Un brano in particolare, Grand Canyon, liberò spazio nella mente di Contini mentre guardava il paesaggio scorrere dai finestrini. Era cresciuto in un territorio piccolo, fitto di montagne e campanili. E chissà che alla fine di lui non potesse restare invece la nostalgia per le pianure sconfinate, per un orizzonte aperto e selvaggio, sempre nuovo…

PS: Il testo con Elia Contini proviene dal romanzo L’arte del fallimento (capitolo 40, “Grand Canyon”, pagine 171-72). Il brano Grand Canyon è tratto dall’album Hot Dreams, pubblicato dai Timber Timbre nel 2014.

PPS: Grazie a Elena Biaggio per le fotografie di Zurigo. E grazie a Yari Bernasconi: non solo per aver condiviso con me la conferenza, ma soprattutto per aver notato l’uomo che annaffia le finestre!

PPPS: Il detto del professor La Fauci suggerisce di guardare al fallimento come a una forma di salvamento. Non è un vero e proprio proverbio, ma un’osservazione, un’arguzia che lo stesso La Fauci ha avuto modo di ascoltare in Sicilia, durante la giovinezza. Avulso dal contesto, suggellato dalla rima, il detto a mio parere assume quasi il valore di un autentico proverbio. Mi sembra infatti portatore di una verità non banale: a volte, nella vita, le cose si aggiustano proprio nel momento in cui falliscono (ne avevo già parlato qui).

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