L’attualità delle rose

Per ascoltare questo articolo:

Un pomeriggio d’estate, tornando da una gita in montagna con mio nonno e mio fratello, trovammo un pezzo di falce abbandonato. Aveva la forma di una T allungata, con la stanga superiore corta: sembrava il bastone da passeggio di un uomo di piccola statura. Mio nonno infatti lo impiegò come supporto, poi lo regalò a me e a mio fratello. Noi prendemmo a chiamarlo la ranza (dal nome dialettale della falce) e lo usammo nei nostri giochi di volta in volta come spada, cavallo, scettro, fucile, chitarra, timone di nave o barra di aeroplano. Il bastone si trova oggi nella mia casa di montagna, accanto all’ingresso. Ogni tanto lo guardo e mi chiedo se, un giorno, lo userò per aiutarmi a camminare.
Ho ritrovato questa vicenda in un tempo e in un paese lontano, come talvolta accade seguendo i percorsi accidentati della letteratura. È una poesia di Saigyō, un monaco buddista vissuto fra il 1118 e il 1190.

takeuma wo
tsue ni mo kyō wa
tanomu kana
warabe asobi wo
omohide tsutsu

Oggi cerco
un bambù come bastone
da passeggio
mentre ricordo che da bambino
ci giocavo a cavalcioni

Oggi è il mio compleanno. Mi trovo quindi a riflettere sul tempo. In maniera confusa, penso che mi piacerebbe unire le due attitudini: usare il bastone per camminare, quando ne avessi bisogno, senza smettere di trasformarlo con la fantasia in una spada o in un cavallo. In effetti, è una cosa che faccio tuttora ogni volta che lo afferro, anche per pochi secondi.

La dimensione del gioco, come quella dell’arte, ci insegna l’importanza dell’inutile. Soprattutto, ci insegna come diceva Montaigne che «non c’è niente di inutile in natura», a ben vedere, «neppure la stessa inutilità». Perciò mi pare che sia opportuno passare qualche minuto in giardino, fra un rovescio di pioggia e l’altro, per controllare lo stato delle rose.

In realtà le rose non hanno certo bisogno di me. Come scrisse Vita Sackville-West (1892-1962), è un errore accanirsi nel volerle educare. Quando l’autrice inglese, durante la guerra, ebbe l’occasione di visitare alcuni giardini abbandonati per forza di cose dai loro proprietari, notò la resistenza di questo fiore: «quei giardini erano un triste ammasso di erbacce, ma le rose si ergevano alte, superbe e orgogliose, solo perché non erano state importunate per due, tre, cinque anni». Certo, in realtà bisogna tenerle d’occhio. Come diceva Ippolito Pizzetti, «se squallidissimi sono quei giardini pettinati e geometrici in cui tutto è ordinato come in un’aiuola di una stazione ferroviaria, folle d’altra parte è pensare che non vi sia nulla di meglio che lasciar fare alla natura». Il giardino, in effetti, è un punto d’incontro fra il libero flusso della vegetazione e il pensiero umano. Forse questo accade in ogni ambito: quando scrivo, per esempio, ripeto le stesse narrazioni che l’umanità racconta da sempre – l’eroe, l’ostacolo, il tradimento, la redenzione – ma nello stesso tempo le incarno in un qui e ora che mi appartiene, con i suoi difetti, le sue acciaccature. Con la sua irripetibilità.

Ma sto divagando. Torno al giardino, dove la pioggia ha disfatto alcune rose che trionfavano pochi giorni fa. In compenso ne ha fatte crescere altre: alcune sono sul punto di schiudersi. In questo caso, sembrano dare ragione a Sackville-West: hanno ricevuto una potatura sommaria, un po’ di concime ma niente di che, eppure mi sembra che stiano bene. Il grande giardiniere William Robinson (1838-1935) cita la lettera ricevuta da un suo corrispondente, un tale Greenwood Pim, il quale asseriva che le rose rampicanti «lasciate a sé stesse offriranno il miglior spettacolo possibile, e per ottenerlo è sufficiente fornire loro un terreno profondo e compatto e assicurarsi che abbiano una discreta quantità di luce da ogni lato».
Ecco, mi sembra che questo possa essere un auspicio per il mio lavoro. Non so che cosa vorrò e riuscirò a scrivere ancora. Non so nemmeno quanto chi legge possa apprezzare le mie storie, come quella che racconterò nel nuovo romanzo in uscita fra pochi mesi. Per conto mio, posso solo tentare di vivere meglio che posso, badando ad ascoltare le persone, a leggere, a osservare il mondo. In questo modo fornirò alle storie un «terreno profondo e compatto», assicurandomi che «abbiano una discreta quantità di luce da ogni lato».

Certo, l’insicurezza nel mio caso è sempre in agguato. Mi chiedo: sarò all’altezza? Riusciranno i miei romanzi a cogliere lo spirito della nostra epoca? O potranno almeno aiutare qualcuno a passare qualche ora in maniera piacevole? Mi chiedo però se sia davvero necessario. Quando si cerca d’intercettare il presente, si sprofonda nel passato. Basta guardare il flusso di post di qualunque rete sociale e paragonarli invece a queste rose bagnate, che sono sempre d’attualità. Per giunta le rose – nella loro gloriosa inutilità – sono sempre una buona notizia. Lo scriveva già Dante:

ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce
poscia portar la rosa in su la cima.

Dall’altra parte del mondo, poco più di un secolo prima di Dante, rifletteva sui fiori e sui pruni anche lo stesso Saigyō, con il suo bastone di bambù.

kono haru wa
shizu ga kakiho ni
furewabite
ume ga kaori tomemu
hito shitashimamu

Per questa primavera
voglio fare amicizia
con chi si accosta
alla mia siepe dimessa
cercando il profumo di pruno

Ecco, in fondo si tratta di «fare amicizia». Benché la siepe sia «dimessa», il profumo è sempre unico, è sempre dotato di personalità: nessuna intelligenza artificiale riuscirà mai a sprigionarlo. L’odore di una rosa o di una storia serve se crea un legame, anche minimo, anche provvisorio, se getta un ponte ideale fra me e gli altri, fra me e il mondo. Ho cominciato a raccontare quando fingevo che la ranza trovata con mio nonno fosse un cavallo o una spada, continuo adesso che sono più vecchio e medito nel giardino intriso di pioggia. In fondo non c’è altro da dire.

Di solito per il mio compleanno pubblico un racconto inedito. Quest’anno però faccio un’eccezione. Visto che come dicevo sta per uscire il prossimo romanzo, di cui sto correggendo l’ultima stesura, mi permetto invece di mettere il link a una lunga intervista con Michela Daghini, andata in onda di recente alla radio svizzera. Se qualcuno non ne avesse abbastanza di queste divagazioni sulle rose e le favole, qui troverà altri cinquantotto minuti di parole.

Ascolta l’intervista

Dopo le parole, viene il tempo del silenzio.
Ricomincia a piovere.
Lascio il giardino, torno in casa. La mia figlia più piccola, che ha poco più di tre anni, ha detto di avere cucinato con sua madre «una torta a forma di volpe» per il mio compleanno. «Devi assaggiarla!» mi ordina. «Senti come profuma!»
Prima di chiudere – e prima di mangiare – ecco il sottofondo. Può accompagnare sia la lettura, sia la contemplazione delle rose. È il brano To a wild rose, composto da Edward Mac Dowell nel 1896 e interpretato con il sax tenore da Sonny Rollins a Montreux nel 1974. Buon ascolto, a presto!

PS: Ecco infine le indicazioni dei libri che ho citato. Saigyō, Poesie dal mio rifugio, a cura di Peter Otiv Norton, traduzione di Matteo Contrini, La Vita Felice, 2020. Vita Sackville-West, Un giardino per tutte le stagioni, traduzione di Marta Suatoni, Franco Muzzio, 1991 (2002); il libro contiene una raccolta degli articoli che Sackville-West pubblicò nella sua rubrica di giardinaggio sull’Observer fra il 1946 e il 1961. Ippolito Pizzetti, Rosa, in Fiori e giardino, Garzanti, 1998. William Robinson, Il giardino naturale, traduzione di Melani Traini, Franco Muzzio, 2014; il testo originale è un grande classico della letteratura sul giardinaggio: risale al 1881 ed è tuttora valido. Le parole di Montaigne provengono dal primo capitolo del terzo libro dei Saggi, i versi di Dante dal canto XIII del Paradiso (vv. 133-35).

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Ciò che dicono i fiori

Per ascoltare questo articolo:

Da piccole cose a volte nascono grandi domande.
Cerco di andare piano, fra le case vuote e le chiazze di neve. Ascolto le domande della strada e quelle – impercettibili – dei fiori. Spingo la bici lungo vie che s’inerpicano per il bosco, finché arrivo a una svolta. Mi fermo. Mi pare di essere lontano dal mondo, qui fra le montagne. Le incombenze e le notizie sono laggiù, dietro la caligine. In questo momento milioni di polpastrelli scivolano su milioni di schermi, dove appena finisce un video ne parte un altro. E succedono cose: amori, guerre, baratti, come sempre dall’inizio dei tempi. Ma io sono qui, dentro e fuori la vicenda umana. Se fossi un cavaliere solitario in un western starei parlando con il mio cavallo. In mancanza di quadrupedi, parlo con la bicicletta.

Che cosa ci faccio qui?
A che serve ammirare la lontananza del lago?
Cerco di misurare i gesti, per risparmiare le forze: mi siedo, bevo un sorso d’acqua e mangio un po’ di frutta secca. Non penso in maniera diretta al romanzo che sto ultimando (mancano pochi capitoli). Ma in questi momenti silenziosi il romanzo si scrive da sé, all’insaputa dell’autore. Poi, certo, quando tornerò a casa mi toccherà capire che cos’è successo.

Il mio girovagare non serve a niente, direi. O forse solo ai fiori. Ci sono primule, bergenie, narcisi e calicanti che, con la loro antica testardaggine, non aspettano nessuno. Spuntano fra le foglie secche, germogliano, sbocciano senza nessuno che li guardi; sono capaci anche di sfiorire, sempre da soli. Così m’invento un mestiere necessario: il guardatore di fiori. Non il giardiniere (che presuppone la volontà d’interferire) e nemmeno l’osservatore (che mi sembra già dotato di un piglio scientifico). Mi basta guardarli, fare loro un cenno con il capo e mormorare: ti ho visto.
Qualcuno i fiori li deve pur guardare.
Mi viene il sospetto che, per il fatto stesso che esistano, i fiori vogliano dirmi qualcosa. Non si tratta di sentenze roboanti. (Dei fiori opinionisti? Direi di no: lasciamo certe cose agli esseri digitali.) Al massimo, più che affermazioni, i fiori possono fare domande. Questo sì. Piccole scie di pensiero, punti interrogativi che si perdono nell’aria.

«Il segreto di questi fiori chiusi – scrive l’autrice brasiliana Clarice Lispector – è che proprio il primo giorno di primavera si aprono e si danno al mondo. Come? Ma come fa a sapere questa modesta pianta che la primavera è appena iniziata? E i fiori si aprono senza nessun preavviso. Noi siamo seduti vicini a loro, guardando distratti, ed ecco che lentamente si aprono affidandosi alla nuova stagione, sotto i nostri occhi meravigliati.»
Queste parole potrebbero essere il manifesto dei guardatori di fiori. Ma senza esagerare: noi g.d.f. non vogliamo essere depositari di nessun sapere arcano e nemmeno di una competenza tecnica. Non siamo né botanici specializzati né poeti laureati, bensì guardatori più o meno distratti; e tanto basta. Se i fiori ci sussurrano un discorso, noi lo ascoltiamo. Anche se il discorso è sempre lo stesso: è primavera, dicono, stateci attenti. (Sarà sempre quello, ma se i fiori non me lo ripetessero, di sicuro potrei dimenticarlo. Non è sempre facile credere alla primavera, prima che sia primavera.)
La mia bicicletta, paziente, ascolta tutto questo.
«Hai sete anche tu?» le domando alla fine.
Lei non dice niente. Non dicono mai niente, le biciclette, ma di sicuro pensano molto.
«Andiamo, che è tardi.»
Indosso il giubbotto, i guanti. Chiudo la cerniera. Mi butto in discesa, con l’ultimo sole che filtra in mezzo ai castagni. Non c’è più niente da pensare e nemmeno da dire, è questo il bello. Tornerà il tempo delle storie e delle parole ma intanto c’è solo il fruscio delle ruote, come una canzone, con i tocchi dei freni a dare il ritmo.

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Le parole di Clarice Lispector provengono da La scoperta del mondo (1967-1973), una raccolta di articoli pubblicata in italiano da La Tartaruga nel 2001. 

PPS: Eccomi, sono qui. Anche i miei polpastrelli sono tornati a sfiorare schermi. Cerco di spenderci il minor tempo possibile, ma un po’ devo farlo. È inevitabile se voglio condividere queste parole. Qualcuno si potrebbe chiedere perché le voglia condividere, tanto più che non hanno molto a che vedere con i miei romanzi o i miei racconti. Ma penso che forse a qualcuno interessi anche il dietro le quinte della scrittura. È la trafila della quotidianità.

PPPS: Inoltre, chissà, può darsi che presto o tardi venga ufficialmente riconosciuto il ruolo di pubblica (in)utilità delle guardatrici e dei guardatori di fiori. È una buona professione da consigliare ai giovani: non richiede alcuna formazione, non garantisce né stipendi né riconoscimenti, non serve a nessuno e a nessuno crea danno. Il lavoro perfetto, direi.

PPPPS: Ecco anche una colonna sonora. Il duo fra la trombettista Airelle Besson e il fisarmonicista Lionel Suarez è tratto dall’album Blossom, pubblicato nel 2026.
Forse ciò che dicono i fiori, e ciò che pensa la bicicletta, è proprio questa musica.

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Appunti sulla resistenza

Propongo anche qui un articolo apparso sabato 21 marzo 2020 sul quotidiano svizzero “La Regione” (lo potete leggere nel sito del giornale). Non ho modificato il testo, ma ho aggiunto qualche fiore primaverile.

***

Quando esco a fare la spesa, nelle strade vedo facce tirate e sguardi che misurano le distanze. Abbiamo paura, è normale. Una certa ansia è inevitabile e perfino utile. Mi chiedo tuttavia: come fare perché il panico non abbia l’ultima parola? Più che limitarci a esclamare #iorestoacasa, dobbiamo forse aiutarci a dare un senso a questo limite, a questa immobilità. Non basta sognare il futuro – #andràtuttobene – ma possiamo cercare forme di bellezza anche dentro le circostanze avverse.
Dopo che hanno chiuso le scuole elementari, le mie figlie hanno cominciato a giocare alla scuola. Ognuna delle due impersonava il ruolo di una maestra. Entrambe avevano una classe di una ventina di allievi, a cui si rivolgevano con domande, richieste, rimproveri. Hanno invaso ogni spazio con esercizi, compiti, comunicazioni ai genitori, pagelle, quaderni, carta, colla, matite. Le loro maestre (quelle vere) hanno inviato dei compiti (veri), ma tutto si mescola nel gioco e la mia casa è piena di alunni immaginari: me li ritrovo sul divano, in sala da pranzo, nel mio studio. Prima di andare in bagno, ormai, dico alle bambine: se ci sono allievi immaginari qui dentro, per favore cacciateli fuori! Fra l’altro, proprio in questi giorni avremmo dovuto traslocare, ma naturalmente non è possibile. Siamo ancora qui, viviamo un’altra primavera dentro queste mura a cui avevamo già detto addio.
A volte le mie figlie scorgono dall’altra parte del giardino una loro coetanea. Si scambiano qualche parola con imbarazzo, nonostante abbiano passato intere giornate a giocare insieme. Non sono abituate alla distanza. A me sembra triste vederle così, ma dopo un po’ le bambine cominciano a scambiarsi informazioni. «Quante figlie avevi tu?» chiede l’una indicando le bambole dell’altra. «Sette» risponde l’interpellata, e precisa che «erano tutte appena nate». Io mi complimento per il parto settigemellare e mi abituo all’idea di essere nonno. Ecco una forma di resistenza: affidarsi all’immaginazione per combattere l’angoscia.
Certo, il dolore non si cancella, anche perché la pandemia non è uguale per tutti. C’è chi deve spostarsi ogni giorno per lavorare, chi è senza casa, chi è separato dai suoi famigliari, chi non riesce più a tirare avanti. Non siamo in grado di colmare tutte le sofferenze, ma possiamo fare del nostro meglio per infonderci coraggio. Come scrittore, non capisco se sia meglio offrire la mia testimonianza o il mio silenzio. Se mi avventuro nei social network vengo inondato da un flusso di notizie, teorie, discussioni, litigi, appelli, racconti, drammatizzazioni e sdrammatizzazioni… Questo mi spaventa. Perché proprio io dovrei aggiungere altre parole?
Il romanziere Andrea Pomella, descrivendo sé stesso mentre in questi giorni fa ginnastica insieme a suo figlio, annota che gli è «sembrato di sentire la sua voce da grande che tenta di ricordare. Allora – aggiunge – ho pensato che non voglio perdermi niente, nemmeno queste giornate messe in fila sul davanzale come bottiglie vuote ad asciugare». Anch’io tento come tutti d’infondere vita a queste giornate-bottiglie. Perciò scrivo questo articolo, leggo, riordino la casa, cucino, suono il sax, mi cimento con lo studio dell’arabo (o almeno ci provo…), ogni tanto lavoro alla radio e mi collego con i miei studenti liceali per le videolezioni. L’altro ieri abbiamo letto insieme Vittorio Sereni, e in particolare un testo risalente agli anni Quaranta. Prigioniero degli americani in Algeria, il poeta scopre che è difficile pensare ad altro «poiché questo è accaduto: che i fatti si sono sostituiti alle immagini; che quattro o cinque sentimenti elementari si sono sovrapposti all’immaginazione».
Guardando sullo schermo le facce degli allievi, ho indovinato nei loro sguardi la stessa difficoltà a pensare ad altro. Tuttavia, insieme alla fatica di restare sempre in casa, ho intravisto anche la consapevolezza che non sia inutile, in queste circostanze, parlare di poesia. Sereni racconta che nel campo di prigionia c’era chi scriveva, come lui. Ma subito dopo dice che la sua fiducia è soprattutto «per l’ignoto che tornerà a casa senza preziosi quaderni nel sacco perché osa ancora credere alla pazienza e alla memoria». Ecco un’altra forma di resistenza: credere alla pazienza e alla memoria.
Proseguendo la lezione, ci siamo imbattuti in un perfetto endecasillabo: «Così, distanti, ci veniamo incontro». Un verso composto da Sereni più di settant’anni fa, in una situazione diversa, ci ha raggiunti come un dono (qualcuno ha detto che potrebbe diventare un hashtag: #cosìdistanticiveniamoincontro). Ho deciso che lo prenderò come un’indicazione di rotta. La disponibilità all’incontro, all’incontro vero, può aiutarci a lottare contro la sofferenza, le ingiustizie, la paura, la fatica.
«Così, distanti, ci veniamo incontro.»

PS: Grazie al quotidiano “La Regione” e in particolare a Lorenzo Erroi, che mi ha esortato a scrivere questo articolo nonostante la mia iniziale reticenza. Grazie anche ad Andrea Pomella: la sua immagine di questi giorni come bottiglie vuote mi ha spinto a riflettere sulla mia quotidianità.

PPS: Ho scattato queste fotografie nelle scorse settimane (fino all’inizio di marzo). La prima immagine, invece, ritrae una genziana primaticcia cresciuta nel giugno 2019 sull’altopiano della Greina, a circa 2300 metri sul livello del mare. Ho sempre amato le genziane primaticce (Gentiana verna) perché in luoghi aspri e remoti annunciano lo scioglimento delle nevi. Il loro blu profondo, misterioso, esprime la lontananza e forse anche la promessa di una stagione più serena.

PPPS: Dal sito del liceo, ecco un frammento di video in cui – rispondendo a una domanda sulle lezioni in diretta video – cito anche il verso di Vittorio Sereni.

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Ho bisogno di soldi!

Care lettrici e cari lettori di questo blog,
mi auguro di poterci trovare questa volta. Io ho fatto un viaggio a Bradford (United Kingdom) e mi hanno rubato la mia borsa con il passaporto e gli affetti personali. L’ambasciata mi ha solo rilasciato un passaporto temporaneo ma Io devo pagare il biglietto e saldare le fatture alberghiere. Io ho fatto contattare la noia banca ma mi ci vorrebbero 5 giorni lavorativi per accedere ai fondi nel conto da Bradford (United Kingdom). Western Union transfer è la migliore opzione per inviarmi denaro. Fammi sapere se hai bisogno dei miei dati (nome completo/località) per fare il trasferimento. Puoi raggiungermi via email o telefono Hotel +447024030611. Il mio telefono è stato rubato. Per favore fammi sapere se puoi aiutarmi a spedire la somma oggi stesso. Fammi sapere se puoi essere d’aiuto. Grazie mille per la collaborazione, un cordiale saluto. Grazie mille.
Prima che un’orda di lettori si precipiti a inviarmi del denaro, preciso che quanto avete letto sopra è una menzogna. (Detto questo, se davvero volete darmi dei soldi, scrivetemi e vi dirò come fare…). Ho ricevuto la lettera che vi ho trascritto da un amico al quale avevano rubato l’account. Ciò che mi ha incuriosito è il linguaggio: l’ostinazione nell’ aggiungere United Kingdom ogni volta che si nomina Bradford; il pronome Io maiuscolo che dà un tocco filosofico alla missiva; il lapsus freudiano di noia banca; il modo in cui non si intima direttamente “mandami del denaro”, ma con eleganza si fornisce l’informazione che Western Union transfer è la migliore opzione per inviarmi denaro; l’insistenza nella richiesta e nei ringraziamenti. Ma soprattutto, lo splendido errore iniziale: mi hanno rubato la mia borsa con il passaporto e gli affetti personali. È spaventoso: non soltanto si sono fregati i soldi, ma pure gli amori e le amicizie. (Sarebbe una buona idea per una storia fantastica: una borsa magica nella quale immagazzinare affetto e altri sentimenti, per potervi attingere in caso di bisogno).
Di recente ho ricevuto una mail anche da un certo Joseph K. Il mittente mi ha incuriosito perché ho pensato a Josef K., il protagonista del romanzo Il processo di Franz Kafka: un impiegato che viene posto sotto accusa per ragioni imprecisate e che si trova coinvolto in un processo lento, ramificato, burocraticamente assurdo e incomprensibile. Il mio Joseph K. invece si limita a chiedere soldi:

My name is Joe and I’m the Accounts Manager at GramCeleb. We’re offering awesome partnerships to people with Facebook Pages and Facebook Advertising Accounts. Receive weekly payments of $250 and increase your following, with minimal effort on your end.

Magari tutto ciò sarebbe piaciuto a Kafka. Ogni volta che ci connettiamo alla rete entriamo in un paese di cunicoli, in un formicaio dove ciò che sembra solido si rivela sabbia e ciò che sembra sabbia è un passaggio per altri formicai, account, profili, vite di persone che non esistono. Di recente pure questo blog ha subito un attacco massiccio di spam, prontamente rintuzzato dal mio webmaster. Ho ricevuto migliaia di messaggi pubblicitari per Viagra (direttamente dal Canada), Cialis e altri farmaci atti a risolvere disfunzioni sessuali; ma c’è anche qualcuno che mi ha offerto Ventolin e pomate per far ricrescere i capelli. C’erano testi in inglese, in italiano, in francese, in tedesco, in spagnolo, in turco, in russo e in arabo. Alcuni, come un certo Hoadanub, hanno scritto prima in italiano (Frase meravigliosa e sul tempo: con quella e che rende il concetto assai ermetico), poi in tedesco (Sie lassen den Fehler zu. Ich kann die Position verteidigen. Schreiben Sie mir in PM) e in spagnolo (Que palabras adecuadas… La idea fenomenal, excelente); infine, lo stesso Hoadanub mi consiglia di visitare un sito dal nome “sexybang”, che immagino possa offrirmi altre palabras adecuadas.
L’ondata di spam riguardava soprattutto due articoli, che a quanto pare non sono nemmeno i più letti. Si tratta di Mio eroe, in cui m’interrogo su che cosa significhi oggi comportarsi in maniera eroica, e di Le vacanze dei morti, in cui a partire da una gita in montagna rifetto sulla morte e sulla memoria dei nostri cari defunti. Non so che cosa c’entri tutto ciò con il sesso e la ricrescita dei capelli. Probabilmente sarà casuale. Ma certo non posso fare a meno di pensare a due fra le maggiori paure della nostra epoca: l’eroismo e la morte. L’eroismo fa paura perché lo confondiamo con il fanatismo, perché ci sembra inadeguato, fuori moda, perché nell’accezione comune essere eroi sembrerebbe richiedere troppi followers, troppi muscoli, troppo Viagra. La morte fa paura perché… be’, perché pervade ogni momento della nostra vita, anche quando non ci pensiamo. Con discrezione, la morte ci manda un messaggio a ogni capello che perdiamo, a ogni affetto personale che ci viene sottratto dal tempo.
Alzo gli occhi dallo schermo. Dietro l’altro schermo della finestra, vedo il cielo che cambia colore. Mi sento confuso. Preso nel vortice di spam, smarrimenti britannici e Joseph K., l’unica cosa reale mi sembra l’uomo di nuvole che suona la tromba appena sopra le montagne. Penso che forse una possibile forma di eroismo sia tentare di essere qui e ora, senza cedere alla quasi-vita virtuale, con il suo corredo di false immagini (di noi, del mondo). Che la vera sfida del presente sia proprio quella di essere presenti? Sembra facile, ma richiede uno sforzo di attenzione e il coraggio della differenza.
Di recente mi sono imbattuto in un racconto ebraico (o arabo: esiste in entrambe le tradizioni). I personaggi sono figure storiche, celebri per la loro saggezza e la loro arguzia: il re Salomone e la regina di Saba. Si racconta che la regina di Saba avesse invitato Salomone nel suo sontuoso palazzo, per sottoporgli un enigma. Secondo l’anonimo narratore, la regina condusse il re in una sala che i suoi abilissimi artigiani avevano riempito di fiori artificiali. A prima vista, sembrava davvero una radura primaverile: colori stupendi, erba fresca, profumi soavi. La regina disse al re: Uno solo tra queste centinaia di fiori è vero, soltanto uno. Sapresti indovinare quale? Salomone guardò attentamente. Dispiegò tutto il suo acume e la sua sensibilità, ma non riuscì a distinguere il fiore autentico. Allora, poiché stava sudando, domandò alla regina se uno dei suoi servitori potesse aprire una finestra. La regina acconsentì. Ecco il vero fiore, disse Salomone qualche istante più tardi. Non avrebbe potuto sbagliarsi: un’ape, entrata dalla finestra, si era posata con sicurezza sull’unico fiore autentico. Gli antichi commentatori di questa storia facevano notare che, se è sempre difficile essere Salomone, è ancora più difficile essere l’ape. Ma la cosa più difficile, in ogni epoca, è essere il fiore.

PS: Del re Salomome e della regina di Saba parla anche la Bibbia  (1 Re 10; 2 Cr 9), oltre a numerosi altri testi ebraici o arabi. Il racconto tradizionale che ho riportato è narrato da Jean-Claude Carrière in Le cercle des menteurs (Plon 1998).

PPS: Un ringraziamento speciale a Patrick Felder per aver debellato con sapienza l’invasione di spam.

PPPS: Per completezza: non sono mai stato a Bradford (United Kingdom); come si nota dalle scritte in sovrimpressione, la fotografia proviene da internet. Il cielo, invece, è autentico. E anche il fiore.

PPPPS: Secondo me, il trombettista fatto di nuvole stava suonando qualcosa sul tempo e la distanza. Un brano in minore, con una punta di malinconia ma pure un desiderio, un’attesa. Time venne composto da Richie Powell avendo in mente il tempo che un uomo passa standosene seduto in prigione, chiedendosi quando uscirà.

Il brano, tratto dall’album Clifford Brown and Max Roach at Basin Street (Verve 2002), fu inciso a New York nei mesi di gennaio e febbraio del 1956. I musicisti: Clifford Brown (tromba), Max Roach (batteria), Sonny Rollins (sax tenore), Richie Powell (piano), George Morrow (basso). Quattro mesi dopo, il 26 giugno, Clifford Brown e Richie Powell morirono in un incidente automobilistico; avevano appena ventisei e venticinque anni. Qualche volta, nelle lunghe sere di giugno, immagino che i due ragazzi continuino a suonare laggiù, nel punto dove l’azzurro delle montagne incontra le nuvole rosate del tramonto.

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