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Da piccole cose a volte nascono grandi domande.
Cerco di andare piano, fra le case vuote e le chiazze di neve. Ascolto le domande della strada e quelle – impercettibili – dei fiori. Spingo la bici lungo vie che s’inerpicano per il bosco, finché arrivo a una svolta. Mi fermo. Mi pare di essere lontano dal mondo, qui fra le montagne. Le incombenze e le notizie sono laggiù, dietro la caligine. In questo momento milioni di polpastrelli scivolano su milioni di schermi, dove appena finisce un video ne parte un altro. E succedono cose: amori, guerre, baratti, come sempre dall’inizio dei tempi. Ma io sono qui, dentro e fuori la vicenda umana. Se fossi un cavaliere solitario in un western starei parlando con il mio cavallo. In mancanza di quadrupedi, parlo con la bicicletta.

Che cosa ci faccio qui?
A che serve ammirare la lontananza del lago?
Cerco di misurare i gesti, per risparmiare le forze: mi siedo, bevo un sorso d’acqua e mangio un po’ di frutta secca. Non penso in maniera diretta al romanzo che sto ultimando (mancano pochi capitoli). Ma in questi momenti silenziosi il romanzo si scrive da sé, all’insaputa dell’autore. Poi, certo, quando tornerò a casa mi toccherà capire che cos’è successo.

Il mio girovagare non serve a niente, direi. O forse solo ai fiori. Ci sono primule, bergenie, narcisi e calicanti che, con la loro antica testardaggine, non aspettano nessuno. Spuntano fra le foglie secche, germogliano, sbocciano senza nessuno che li guardi; sono capaci anche di sfiorire, sempre da soli. Così m’invento un mestiere necessario: il guardatore di fiori. Non il giardiniere (che presuppone la volontà d’interferire) e nemmeno l’osservatore (che mi sembra già dotato di un piglio scientifico). Mi basta guardarli, fare loro un cenno con il capo e mormorare: ti ho visto.
Qualcuno i fiori li deve pur guardare.
Mi viene il sospetto che, per il fatto stesso che esistano, i fiori vogliano dirmi qualcosa. Non si tratta di sentenze roboanti. (Dei fiori opinionisti? Direi di no: lasciamo certe cose agli esseri digitali.) Al massimo, più che affermazioni, i fiori possono fare domande. Questo sì. Piccole scie di pensiero, punti interrogativi che si perdono nell’aria.

«Il segreto di questi fiori chiusi – scrive l’autrice brasiliana Clarice Lispector – è che proprio il primo giorno di primavera si aprono e si danno al mondo. Come? Ma come fa a sapere questa modesta pianta che la primavera è appena iniziata? E i fiori si aprono senza nessun preavviso. Noi siamo seduti vicini a loro, guardando distratti, ed ecco che lentamente si aprono affidandosi alla nuova stagione, sotto i nostri occhi meravigliati.»
Queste parole potrebbero essere il manifesto dei guardatori di fiori. Ma senza esagerare: noi g.d.f. non vogliamo essere depositari di nessun sapere arcano e nemmeno di una competenza tecnica. Non siamo né botanici specializzati né poeti laureati, bensì guardatori più o meno distratti; e tanto basta. Se i fiori ci sussurrano un discorso, noi lo ascoltiamo. Anche se il discorso è sempre lo stesso: è primavera, dicono, stateci attenti. (Sarà sempre quello, ma se i fiori non me lo ripetessero, di sicuro potrei dimenticarlo. Non è sempre facile credere alla primavera, prima che sia primavera.)
La mia bicicletta, paziente, ascolta tutto questo.
«Hai sete anche tu?» le domando alla fine.
Lei non dice niente. Non dicono mai niente, le biciclette, ma di sicuro pensano molto.
«Andiamo, che è tardi.»
Indosso il giubbotto, i guanti. Chiudo la cerniera. Mi butto in discesa, con l’ultimo sole che filtra in mezzo ai castagni. Non c’è più niente da pensare e nemmeno da dire, è questo il bello. Tornerà il tempo delle storie e delle parole ma intanto c’è solo il fruscio delle ruote, come una canzone, con i tocchi dei freni a dare il ritmo.
Per ascoltare i Post Scriptum:
PS: Le parole di Clarice Lispector provengono da La scoperta del mondo (1967-1973), una raccolta di articoli pubblicata in italiano da La Tartaruga nel 2001.
PPS: Eccomi, sono qui. Anche i miei polpastrelli sono tornati a sfiorare schermi. Cerco di spenderci il minor tempo possibile, ma un po’ devo farlo. È inevitabile se voglio condividere queste parole. Qualcuno si potrebbe chiedere perché le voglia condividere, tanto più che non hanno molto a che vedere con i miei romanzi o i miei racconti. Ma penso che forse a qualcuno interessi anche il dietro le quinte della scrittura. È la trafila della quotidianità.
PPPS: Inoltre, chissà, può darsi che presto o tardi venga ufficialmente riconosciuto il ruolo di pubblica (in)utilità delle guardatrici e dei guardatori di fiori. È una buona professione da consigliare ai giovani: non richiede alcuna formazione, non garantisce né stipendi né riconoscimenti, non serve a nessuno e a nessuno crea danno. Il lavoro perfetto, direi.

PPPPS: Ecco anche una colonna sonora. Il duo fra la trombettista Airelle Besson e il fisarmonicista Lionel Suarez è tratto dall’album Blossom, pubblicato nel 2026.
Forse ciò che dicono i fiori, e ciò che pensa la bicicletta, è proprio questa musica.
Caro Andrea,
grazie per avermi guidata nell’ardua scelta: da grande vorrei fare la guardatrice di fiori.
Buona primavera e buona scrittura!
Cara Marica,
ottimo, è bene che anche fra le persone più giovani si trasmetta questa antichissima disciplina professionale.
Buona scrittura e buona primavera a te!
Caro Andrea, sono anch’io una guardatrice di fiori, distratta e senza particolari conoscenze botaniche.
Le tue parole, le foto e il commento musicale sono perfetti per me in questo momento. Credo o immagino di sentire ciò che senti tu…
Anch’io infine sfuggendo al mio scrivere faticoso, voluto e non voluto. Il mio modo di essere fin da bimba eppure il più difficile se non usato da giornalista o saggista. Ora no, ora solo libertà interiore e comunione con la natura, grandiosa e crudele o minima e gentile, come i tuoi fiori. Grazie 🙏
Grazie, cara Laura, per il tuo pensiero. Hai usato una parola chiave – libertà – che era sottesa al mio testo ma non appariva in maniera esplicita. È certo straordinario che una minuzia come un fiore possa condurci alla libertà. Forse poi non importa nemmeno che sia un fiore: forse è quel tipo di sguardo, di attenzione, quel semplice essere lì in un istante. Forse è importante il modo in cui si osserva e non ciò che si osserva? Può darsi. Certo è che i fiori sono dei buoni “maestri di sguardo”…
Pensa se a loro volta i fiori, o quantomeno alcuni di loro, volessero diventare guardatori di esseri umani. Così sbocciati di fresco osserverebbero con ineffabile curiosità uomini e donne, piccoli e grandi, che passano e vanno, indifferenti. Talvolta, poche volte, incrocerebbero lo sguardo di qualcuno che li sta a oro volta guardando. Permane un sospetto: che fra i guardatori di fiori e i guardatori di uomini il rischio della delusione sia tutto per i fiori. I quali non hanno certamente tutte le rutilanti emozioni e genialità umane. Ma non gettano bombe su altri uomini. Non invidiano i bei colori degli altri fino a odiarli.
Sono sicuro che i fiori ci guardano. Non oso nemmeno io immaginare che cosa pensino di noi…
Caro Andrea, io sono come al solito un necroposter (in questa contemporaneità dove lo si è già se si commenta qualche secondo dopo il giusto), ma tant’è, quando vedo qualcosa che vorrei leggere la lascio lì e poi – magari tempo dopo, barricato nel mio ufficio che manco la caverna di Alì Baba (ma almeno resto al fresco), durante la mia solitaria pausa-caffé – mi pare all’improvviso sia il momento giusto e allora leggo, finalmente leggo ed eccomi qui. Mi sembra un bel mestiere quello del GdF e sono felice per te che tu lo abbia abbinato alla tua gita in bicicletta (già potenzialmente piena di bellezza paesaggistica). Cercherò di trasmettere parte di questa antica saggezza ai miei figli, anche se probabilmente loro la conoscono già (ma la disimpareranno crescendo).
Un’ottima giornata a te e ai tuoi.
MBK (Andrea)
PS. Dato l’argomento botanico ritengo improbabile che il riferimento agli agrumi di Eusebio sia casuale: mi è piaciuto molto cascarci sopra.
PPS. Il tuo parlare alla bicicletta mi ha invece fatto pensare a non so più quale avvocato protagonista di romanzi (forse Guido Guerrieri?) che parla col suo amico sacco, constatando che ovviamente non risponde mai…ma che è un ottimo ascoltatore!
Grazie mille, caro Andrea, per le tue riflessioni. Mi ha colpito quello che dici: in effetti si nasce GdF, ma poi si disimpara. Quindi non si tratta di apprendere il mestiere, ma di tornare a esercitarlo. Mi piace pure l’immagine dell’uomo solitario in pausa-caffè (l’equivalente di un bivacco nel deserto, per rimanere nell’ambito del cowboy) che parla alla sua bici e che legge post che ha lasciato (giustamente!) maturare.
Un’ottima giornata anche a te, a presto!