Lo splendore dei prati

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Stamattina sono uscito in giardino e ho guardato un filo d’erba, uno solo, provando a ignorare tutto il resto. Nel tardo pomeriggio sono tornato in giardino, ma non sono riuscito a ritrovare quel singolo filo d’erba. Mi chiedo se lui, invece, mi abbia riconosciuto.

Mi sono seduto vicino al prato, su una seggiola di plastica bianca. Da lontano veniva il rumore di un tosaerba. Era un suono ringhioso, che saliva e scendeva a ritmo irregolare. Ho immaginato che per l’erba ai miei piedi risuonasse come un canto funebre. Quando il motore si è zittito, è rimasto solo il ronzio delle api, qualche grido remoto di bambini. Ogni tanto il vento agitava i fiori del trifoglio, i tarassachi, il verbasco. Passavano bombi, farfalle.
Mi sono detto: finalmente ho trovato il mio hobby.
C’è chi va a correre, chi gioca a paddle. Altri riparano motori o costruiscono muri a secco. Magari c’è ancora chi colleziona francobolli. Ma per me sono attività troppo impegnative. E se mi limitassi a guardare il prato? Qualche giorno più tardi ho trovato una conferma. Sfogliando una copia della Settimana enigmistica, ho notato una vignetta con due individui che parlano davanti a un giardino incolto. Uno dice: «Il mio hobby è quello di vedere l’erba crescere».

Se lo afferma anche La settimana enigmistica, ho pensato, non posso trascurare questo segno del destino. Il problema è che il passatempo gode di cattiva fama: molti lo considerano addirittura una sorta di scusa per non tagliare l’erba. Forse la soluzione è rendere l’hobby più strutturato, più regolare. Perché non creare una federazione ufficiale? O addirittura istituire dei tornei?
Tutte le persone appassionate potrebbero affiliarsi all’APE (Associazione Pratisti Europei). Il vantaggio delle gare, poi, è che non ci sarebbero né vincitori né vinti: è l’erba a fare tutto, bisogna solo restare lì e contemplarla con la giusta intensità. Sento già la telecronaca sportiva: «Il pratista inglese sta fissando l’angolo più lontano, mentre ecco, i francesi si soffermano su un soffione cresciuto accanto alla catasta di legno… colpo di scena, i pratisti italiani stanno seguendo il volo di una farfalla…» e via discorrendo. Non sarebbe facile farsi riconoscere come sport olimpico, ma ci si può provare. Magari potremmo fondare una scuola di pratismo per i giovani: una academy, per usare un termine di moda. In inglese, più che lawn userei la parola grass oppure anche meadow, per sottolineare che ci piace l’erba un po’ selvatica: una bella IMA (International Meadow Academy).
Credo che il pratismo funzionerebbe come stimolo per il mio lavoro di romanziere. Anzi, forse questo esercizio sarebbe più utile di tante scuole di scrittura. È un ottimo compito in classe: «Uscite, osservate un prato e poi raccontate». Del resto, in una lettera a Louise Colet, Gustave Flaubert scrisse: «Si può mettere un immenso amore nella storia di un filo d’erba» (22 aprile 1854).

Non sono il primo a notare una correlazione fra il prato e la scrittura. Anzi, la conformazione stessa dell’erba è un invito a considerare il mistero insito in ogni gesto creativo: essa infatti cresce in maniera misteriosa, quasi invisibile ma persistente. Sempre muore e poi risorge, ricresce, si spinge sopra le rovine, annuncia nuove idee, nuovi slanci. Una vita nuova.
Soprattutto, l’erba non ha autori. È un paziente lavoro collettivo, una spinta dal sottosuolo alla luce. Chi può veramente dire dove nascano le storie? Qualcuno dà loro voce per un momento, in una certa lingua e in una certa epoca, poi sprofondano e riaffiorano altrove. Di certo non appartengono a nessuno, con buona pace di chi si occupa dei diritti d’autore. Il successo maggiore, infatti, consiste nel restare ignoti: i grandi poemi della storia dell’umanità, così come i miti e le fiabe, sono gloriosamente anonimi.
In fondo l’erba, come diceva Jacques Réda, ci assomiglia: «cresce dappertutto». Può spuntare «fra i ciottoli della capitale così come sulle scarpate. E la nostra memoria è pure come una grande prateria, dove l’erba con dolcezza cresce sui nostri sentieri. Così l’erba ci assomiglia perché si rinnova, restando sempre la stessa di sempre. Ha la cocciutaggine della speranza e la profondità dell’oblio. Il vento l’ama, la fa correre, come corrono le parole nelle nostre teste e poi su una pagina, quando ci si lascia trasportare dal soffio variabile dei giorni».

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Al di là di tutto, non è male far crescere l’erba, se non dobbiamo comporre un campo da calcio. Il paesaggista Éric Lenoir scrive che «i prati liberi sono magnifici per gran parte dell’anno». E aggiunge che il loro ruolo ecologico è fondamentale, «poiché aiutano a fissare il terreno, ne limitano l’inaridimento e regolano i flussi idrici, inoltre, fra i vari benefici, c’è l’aumento della biodiversità» (da Petit traité du jardin punk, Terre Vivante, 2018; in italiano Piccolo trattato di giardinaggio punk, tradotto da Daniela Alderuccio per Elliot nel 2026).

PPS: La frase di Flaubert proviene dal volume Correspondance, Gallimard, 1980. Quella di Jacques Réda da L’Herbe des talus, Gallimard, 1984. Fra gli autori francesi che hanno approfondito il senso dei prati segnalo anche Yves Bonnefoy con Le lieux d’herbe, Galilée, 2010. Ricordo anche Leaves of Grass, pubblicato da Walt Whitman nel 1855, e molti altri. Parecchi si ritrovano nell’ottimo saggio di Alain Corbin intitolato La fraîcheur de l’herbe e pubblicato da Fayard nel 2018.

PPPS: E il paradiso? Per me sono le celesti praterie dove ancora corrono mandrie di bisonti, laggiù, dove l’erba tocca il cielo.

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Una piccola luce

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Domani è Natale.
Ma ne siamo sicuri?
In fondo, se facciamo astrazione dalle luci, dalle ghirlande, dalle renne fosforescenti sui balconi e dall’esercito di babbinatali nelle vetrine, da che cosa possiamo dedurre che domani, fuori di ogni dubbio, sia effettivamente Natale? Da quale elemento partirebbe per dimostrarlo la mente poderosa di uno Sherlock Holmes? Be’, forse basterebbe un accorto esame del calendario.
Ma esiste un segno del Natale ancora più sicuro del calendario?
C’è una prova ancora più inoppugnabile?
Non so se sia una prova, ma ci sarebbe quello che io chiamo il «sommovimento».
Secondo me è qualcosa che precede sia il Natale cristiano, sia quello più antico che celebrava la rinascita del Sol invictus. È un oscuro richiamo nato quando gli esseri umani cominciavano appena a essere tali. Qualcosa, nel profondo della nostra mente o della nostra anima, attende la luce, il ritorno della vita. È un grido che va oltre il ciclo delle stagioni e il solstizio e la lunghezza astronomica della notte. Semplicemente, se siamo esseri umani è anche perché, dopo un po’ che siamo al buio (in ogni senso) qualcosa in noi chiede la luce. È la speranza. Naturalmente, se per un motivo o per l’altro la luce si offusca, si diffonde un buio più feroce, più assoluto. Ma non inevitabile: siamo uomini e donne, e siamo definiti dalla capacità di attendere la luce, di cercarla.
Di accoglierla, nonostante tutto.

È il tardo pomeriggio. Sto cercando di ultimare un romanzo a cui lavoro ormai da troppo tempo…
Mi alzo dalla scrivania, mi affaccio al balcone. Il profilo delle montagne ritaglia un cielo perfetto, di un colore che sembra scaturito dal finale di una fiaba (o di un vecchio film in technicolor). Più in basso, scorgo la massa scura delle case.
Proprio sotto di me, si accende una finestra. Non so più a quale dei miei vicini appartenga. Poi la luce si spegne. Qualche secondo dopo si accende di nuovo. Intravedo la sagoma di una persona che passa davanti al riquadro luminoso. Ecco, si ferma per un attimo. Forse sta guardando in alto, verso la mia finestra. È un momento sospeso. Poi la sagoma si muove e io torno a scrivere.
Sono in un punto difficile della storia. Per farmi coraggio mi dico che in fondo quella che ho visto poco fa potrebbe essere una figura della mia narrazione. I personaggi non sono altro che questo: sagome che passano e che mi sforzo di cogliere, cercando in loro un riflesso della mia vita. Penso alle persone che mi leggeranno. Anche loro sono là fuori, vicine eppure lontanissime, ombre scure dietro finestre irraggiungibili. Forse è proprio per questo che scrivo. Per mettere in comunicazione le finestre, per colmare le distanze. E forse è a questo che serve il Natale: a colmare ogni distanza.

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Buon Natale alle lettrici e ai lettori di questo blog! (Prometto che per gennaio finirò il romanzo…)

PPS: Vorrei regalarvi l’inizio di un vecchio racconto poliziesco, scritto all’inizio del Novecento da Peter Todd (pseudonimo di Charles Hamilton, 1875/6-1961). È una parodia dei racconti di Sherlock Holmes che mette in campo Herlock Sholmes con il suo fidato assistente Jotson. L’originale inglese Herlock Sholmes’s Christmas Case apparve il 3 dicembre 1916 su The Magnet Library (461). Ne trovate una traduzione italiana in Il grande libro dei racconti di Natale, a cura di Otto Penzler, traduzioni di Luca Briasco, Maria Gallone, Grazie Maria Griffini, Marcello Jatosti, Lydia Lax, Bruno Tasso, Enzo Verrengia, Mondadori, 2020.
Ecco l’inizio.

«Domani è Natale!» osservò pensieroso Herlock Sholmes.
Io trasalii.
«Mio caro Sholmes!» mormorai.
Herlock Sholmes sorrise.
«Sembra sorpreso, Jotson, da questa mia affermazione così categorica» osservò. «E tuttavia, le assicuro che è effettivamente così.»
«Riconosco, Sholmes, che non dovrei più stupirmi di qualsiasi cosa lei dica o faccia. Ma in base a che cosa lei inferisce che…»
«È molto semplice, caro Jotson. Osservi dalla finestra le strade con la neve ridotta a poltiglia e la folla frettolosa, tutti indizi dell’approssimarsi del Natale!»
«Giusto! Ma perché precisamente domani?»
«Ah, qui occorre andare un pochino più a fondo, Jotson. Deduco che Natale ricorra domani da un accorto esame del calendario.»
«Il calendario!» esclamai, sbalordito.
«Esatto!»
«Lei sa bene, Sholmes, quanto mi sia sforzato di studiare i suoi metodi, a mio modesto modo, eppure confesso di non comprendere il nesso…»
«Probabilmente no, Jotson. Ma alla mente allenata di un professionista, il mistero non presenta alcuna difficoltà. Natale, come lei saprà, cade il venticinquestimo giorno del mese!»
«È vero!»
«Guardi il calendario, Jotson!»
Obbedii.
«Non le dice nulla?»
«Nulla!» confessai.
Sholmes sorrise di nuovo, con aria un pochino tediata.
«Mio caro amico, il calendario indica che oggi è il 24!»
«Senza dubbio. Ma…»
«E dato che Natale cade il 25, ne consegue… almeno per una mente avvezza alle rapide deduzioni… che domani è Natale!»
Non potei far altro che guardare il mio straordinario amico con muta ammirazione.

Il racconto prosegue con un’avventura natalizia.
Il bello dell’incipit è che, nonostante sia una garbata presa in giro, esprime un concetto profondo. Come riusciamo a essere sicuri che sia Natale? È davvero tanto ovvio? Viene quasi spontaneo replicare a Herlock Sholmes che non basta il calendario. In fondo, perché sia Natale dobbiamo volerlo, dobbiamo sperarlo. O almeno, dobbiamo essere pronti a riconoscere i segni. Certo, il Natale accade anche se noi lo ignoriamo, per fortuna. Ma perché sia un vero Natale, perché sia provvisto di «sommovimento», occorre interpretare con cura le tracce, e aspettare con fiducia che la luce nasca nel punto in cui il buio è più buio.

PPPS: Voglio chiudere condividendo un brano musicale. All’apparenza, non c’entra niente né con il Natale, né con Sherlock Holmes, né con il romanzo che sto scrivendo. Ma che importa? È una composizione del fisarmonicista Gianni Coscia, tratta dall’album La violetera, appena pubblicato per Tuk Music. In qualche modo, nel ritmo in tre tempi, avverto la presenza di quella sagoma che passa davanti alla finestra, e vedo comporsi una storia, un incontro, la possibilità di un destino. Ma soprattutto, visto che Coscia è nato nel 1931 e che la melodia è fresca ed eterna come l’acqua, quale migliore musica per evocare la speranza?

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L’enigma della luna

Sono quattro e mezzo del mattino e sto guidando alla periferia della mia città. L’autostrada è deserta. Penso che mancano pochi giorni a Natale e mi dico: dovrai ricordarti di scrivere qualcosa per il tuo blog. È un periodo in cui le parole arrivano con fatica. Non è un problema d’ispirazione. Anzi, nella mia mente è tutto pronto, tutto predisposto al viaggio. Le indicazioni sono chiare, come i segnali stradali e i semafori che cambiano colore apposta per me in questo mattino di metà dicembre. Forse è fin troppo facile? Per raccontare una storia bisogna perdersi in qualche zona di buio, altrimenti non c’è gusto (né per chi scrive, né per chi legge). Ma dentro il buio, a quali segnali affidarsi? Non voglio altre frecce, progetti, direzioni pianificate a tavolino. A rispondermi, sopra il chiacchiericcio dei lampioni, è una luna magnifica, rotonda come una O di meraviglia. L’enigma della luna è la risposta a ogni pagina bianca.
Perché tante stelle, perché la luna, si chiedeva Leopardi e mille poeti prima di lui, a partire da quando l’essere umano ebbe coscienza di essere tale. La risposta è nella domanda: la luna serve a chiedersi la ragione della luna stessa. Così come il Natale, comunque lo si voglia intendere, pone una domanda sulle ragioni della luce. Perché l’inverno diminuisce? Perché la speranza, ancora, nonostante tutto? La domanda è inesauribile per tutti. Lo era per i nostri progenitori, lo è per chi festeggiava il Dies natalis solis invicti e per chi celebra il Natale cristiano. Chi crede non esaurisce il mistero della Ragione del mondo che si fa neonato, chi non crede non abbandona lo stupore di fronte alla promessa di un’altra primavera, di un’altra estate che è già qui, dentro questo nero di notte e di asfalto.

Tutto questo per spiegare il motivo per cui quest’anno non ho preparato niente sul Natale, tranne queste due parole improvvisate nel pomeriggio della vigilia.
Quest’anno in compenso Yari Bernasconi & Andrea Fazioli hanno scritto una piccola storia natalizia: lo trovate qui. I due avevano perpetrato una faccenda simile già l’anno scorso, con una plaquette intitolata Manca poco a Natale (Gabriele Capelli), da cui estraggo un frammento che pongo come suggello e come augurio.

E poi ricordati, se puoi, di questa nebbia
silenziosa, che avanza fra gli usci e le finestre,
appanna i vetri ancora addormentati
dietro verdi persiane: non si è accorta
di te, che sei già sveglio ma con occhi
diversi, fissi sul vecchio triciclo, la ruggine
delle ruote e dei freni. Anche questo
può essere Natale: un Natale
che tace e che non sibila.

Alle lettrici e ai lettori di questo blog giunga l’augurio di buon Natale, sia da parte mia sia da parte di Yari Bernasconi & Andrea Fazioli. A presto!

PS: Sempre di YB & AF, in febbraio uscirà un volumetto per Gabriele Capelli. S’intitola Non importa dove ed è una piccola rassegna di cartoline.

PPS: Il racconto Guglielmo nella steppa fa parte del progetto “Un Natale di storie a Mendrisio”. Trovate tutte le informazioni su tale progetto (e sul libro che lo accompagna) a questo indirizzo.

PPPS: Nella rubrica “Colpo critico”, una volta al mese pubblico sul settimanale “Azione” un articolo dedicato ai giochi da tavolo e di ruolo. È appena uscito uno speciale natalizio, che trovate qui.

PPPPS: Le parole escono a fatica, ma piano piano si compongono. Se tutto va bene, nel mese di gennaio o febbraio dovrei concludere due lavori che mi tengono impegnato da anni. Poi forse tornerò a dedicarmi a questo blog con maggiore assiduità.

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La gioia, all’improvviso

È una serata di quasi primavera. Mentre apro il cancello, sento che lei mi sta aspettando. Arriva sempre in questo modo, quasi di nascosto: non bada agli appuntamenti. Del resto è anche colpa mia: non mi aspetto quasi mai di vederla e mi dimentico d’invitarla.
La gioia si manifesta così, nel cigolio di un cardine, nella luce soffusa di marzo, quando mi accorgo che dovrebbe essere buio e invece non lo è. C’è una lieve brezza, il suono di un treno. È un momento fuori dal tempo, sospeso com’è fra lo spegnere il motore dell’automobile e l’aprire la porta d’ingresso. Da una casa vicina si diffonde nell’aria un vago odore di patate arrosto.
Queste epifanie avvengono senza preavviso: a volte nella quotidianità, a volte nel tempo eccezionale di un viaggio. Ogni tanto le due situazioni si sovrappongono: anche tornare in un luogo noto può essere un’avventura, dipende dallo sguardo. La capacità di provare meraviglia non si acquisisce per caso, occorre prima distinguerla dallo stupore superficiale, in questi anni provocato e rafforzato dai social network: le persone e i paesaggi vengono banalizzati nel momento stesso in cui diventano un selfie, un post, un video condiviso e sottoposto al tritasassi dei cuoricini e dei “mi piace”.
Per esercitarmi ad afferrare la meraviglia e la gioia, ho accettato volentieri la proposta di registrare un podcast in dieci puntate. Ecco l’idea: prendere spunto da viaggi impervi e difficili per incrociarli con quelli che contraddistinguono la nostra vita di ogni giorno. Il podcast, prodotto da Rete2, il canale culturale della Radiotelevisione svizzera in lingua italiana (RSI), è nato in occasione dei cento anni del romanzo Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne. Ogni puntata si apre con una citazione, spesso un consiglio scritto da grandi viaggiatori del XIX secolo. Per conto mio, ho cercato di rivivere l’epica qui e oggi, nelle ferrovie e nelle strade della Svizzera che percorro fin dalla mia infanzia.
Ecco il link per ascoltare il podcast:

ALL’INCONTRARIO VA (DIECI PUNTATE)

La felicità del viaggio si confonde con la felicità di raccontarlo. Mentre preparavo le puntate, mi sono chiesto spesso che cosa voglia dire questa parola. Felicità. Specialmente nella versione inglese (happiness, happy) sembra diventata poco più di un passatempo, un pretesto per una storia di pochi secondi nei social network di cui sopra.
Penso che esista invece una felicità profonda, che orienta le persone verso l’aspetto migliore degli eventi, delle circostanze, degli incontri che tramano la vita. Non si tratta di un’emozione, con la sua fugacità, quanto del risultato di un allenamento, di una scelta rinnovata di continuo. Pur non allontanando il dolore (e come sarebbe possibile?), questa felicità sopravvive all’urto; anzi, in certi casi arriva perfino ad accogliere il dolore come un ospite, con rispetto se non con letizia. Naturalmente c’è il rischio che l’equilibrio si spezzi o che, al contrario, lo sforzo di mantenere desta la felicità assopisca la capacità di interrogarsi su sé stessi e sul mondo. C’è una felicità fatta di recinti, di armature. Forse una possibilità di salvezza consiste proprio nel saper ricevere la gioia volatile, fatta di brividi, di attimi che passano. Per cogliere questo sentimento la nostra percezione dev’essere attenta, non può soffocare dietro una corazza. Così cresce in noi una consapevolezza, fatta soprattutto di domande, che ci può consentire di essere felici senza ottundere la nostra sensibilità.

Ma questi sono discorsi. Ricordo invece un fatto che sono sicuro di avere vissuto e di avere anche letto in un libro. Non so più né il titolo né l’autore, e la scena che ho vissuto io, in una strada del mio quartiere, tende nella memoria a spostarsi lungo il viale di una città, dove un bambino che indossa un paltò di colore scuro cammina di fianco a un’inferriata. Ha tolto dallo zaino il righello e mentre avanza lo fa passare sulle sbarre, generando un ticchettio. Con meraviglia il bambino si accorge che non si tratta di un rumore: i colpi formano una melodia, con pause e accelerazioni, con passaggi convulsi accanto a momenti più distesi. Ero io quel bambino? Devo esserlo stato, perché il ricordo è preciso. Credo che la conclusione invece venga dal libro, che narrava una scena simile. Nel romanzo il bambino passa il giorno dopo accanto alla stessa inferriata, ma stavolta la musica non accade. Il righello batte allo stesso modo contro le sbarre, eppure tutto ciò che sente il bambino è un banale tactactactactactac, senza alcuna melodia.
In fondo, si tratta di riconoscere una musica. Qualcuno dirà che il primo giorno il bambino si era immaginato tutto, e che aveva ragione l’indomani nell’udire solo un’accozzaglia di rumori. Forse è la nostra mente a trasformare il tactactac in melodia? Può essere. E se anche fosse? Saper trarre una melodia dalle cose è un modo per essere felici. Se nel bambino c’è la predisposizione a trasformare il tactactac in musica, allora questa musica non può venire ignorata come una pura fantasticheria. In qualche modo la musica esiste, si nasconde dietro la facciata ordinaria delle cose.
Capita che non riusciamo a sentire la musica, anzi, a volte non riusciamo nemmeno a considerare la possibilità che essa risuoni da qualche parte. Quando il vuoto ci stringe d’assedio, siamo in grado soltanto di adeguarci a quella modalità: il silenzio sterile, la mancanza d’immaginazione, l’incapacità di pensare a un qualsiasi futuro che non abbia il colore e la consistenza del vuoto stesso. Credo tuttavia che l’inferriata, la lunga inferriata che sono i nostri anni dall’adolescenza alla vecchiaia, custodisca per noi la musica anche nei momenti di assenza. Il canto è nella natura delle cose, nella conformazione stessa del mondo, e perciò non può sparire per sempre.

Voglio concludere proprio parlando di una melodia che ritorna. Qualche settimana fa a Los Angeles fa è morto il sassofonista Wayne Shorter. Nato il 25 agosto del 1933, ha segnato la storia del jazz: la sua visione creativa, sia come compositore sia come improvvisatore si è continuamente rinnovata negli anni. Era un personaggio lunare, misterioso. Io l’ho scoperto per caso da ragazzo, quando mi ritrovai per le mani il disco Beyond the sound barrier: ricordo che mi sforzavo di capire, di decifrare il pensiero del musicista. In seguito ho ascoltato molti brani di Shorter, a partire dai suoi primi dischi. Vorrei condividere qui il brano 12th Century Carol, contenuto nel disco Alegría, uscito proprio vent’anni fa. Si tratta di un brano che aveva rubato alla classe di canto corale e che aveva conservato per quattro decenni, finché non sentì l’esigenza di suonarlo con un arrangiamento particolare: Shorter trasforma quell’antico canto a cappella in qualcosa di nuovo, che non si può definire. Le variazioni melodiche, il groove, l’esplorazione sonora. Mi sembra un ottimo esempio di un incrocio fra qualcosa di conosciuto e qualcosa d’ignoto anche allo stesso musicista.

In origine era una canzone natalizia chiamata Personent hodie e pubblicata nella raccolta finlandese Piae cantiones, risalente al 1582. Questa versione è il rifacimento di un altro canto, intitolato Intonent hodie e trovato in un manoscritto del 1360 nella città di Moosburg, in Baviera. Shorter compose la sua versione in un momento particolare: finalmente, dopo dolorose vicissitudini personali e anni di crisi, aveva ritrovato la serenità.
Tutto ciò che Shorter suonava in fondo era un modo d’interrogare il mondo. Anche le mie riflessioni sul viaggio e la felicità, alla fine, non sono che una domanda. Proprio per questo vorrei concludere con le parole dello stesso Shorter, in un’osservazione pronunciata poco dopo l’uscita di Alegría: «Quando mi intervistano, mi chiedono sempre della musica, musica, musica, musica, musica… e io dico no, no, no. La musica è al secondo posto, al primo c’è l’essere umano. A cosa serve la musica? A cosa serve qualsiasi cosa?»

PS: La frase di Shorter è tratta da Michelle Mercer, Footprints. The life and works of Wayne Shorter, Penguin 2004, tradotto da Chiara Veltri nel 2006 per Stampa Alternativa con il titolo Wayne Shorter. Il filosofo col sax.

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Perché i bambini piangono?

Ha senso interrogarsi sui neonati, fantasticando sui loro pensieri, quando là fuori ci sono tanti argomenti robusti e urgenti che dovrebbero attrarre l’attenzione di uno scrittore? Il mondo che va a rotoli, le guerre, le ingiustizie sociali, le persecuzioni, il riscaldamento climatico, i social network che ci stanno distruggendo, eccetera. Be’, credo che se vogliamo tentare una rinascita occorra chiedere agli specialisti, a chi è fresco di esperienza. Come scrisse il poeta Mario Luzi: «Così scendono e salgono verso l’avvenire / così avviene / l’avvenire nella loro lattea mente».

Quando tengo fra le braccia un neonato, non posso fare a meno di chiedermi tre cose.
1) Com’è arrivato qui?
2) Che cosa resterà nella sua memoria?
3) Che cosa conosce questo lattante che io non conosco?
Ho provato a intervistare una bambina nata meno di un mese fa. Lei è stata gentile, disponibile, ma le sue risposte sono difficili da interpretare.
RISPOSTA 1:

RISPOSTA 2:

RISPOSTA 3:

In attesa di riprovarci, preciso che la mia curiosità non mira a spiegazioni scientifiche; perciò ho chiesto a una bambina e non a un biologo. Prendiamo la prima domanda: mi hanno detto che il feto avverte la diminuzione del glucosio nella placenta e si formano degli ormoni e insomma per farla breve il bimbo si gira e poi cominciano le contrazioni eccetera. Ma a parte questo, immagino che il nascituro abbia un rudimentale piano d’azione, che so, forse nel cervello gli appare un’immagine, un sogno, una frase musicale, qualcosa in più che una reazione fisiologica di stress. A un certo punto il concetto di “nascita”, espresso senza parole e con sfumature indicibili, deve per forza attraversargli la mente.
Ve lo confesso: mi piacerebbe nascere di nuovo. Come avvenne la prima volta? Posso solo intuire quel momento di strazio e curiosità, quella percezione oscura che il grembo materno non basta più. Il feto ha i polmoni pronti per l’uso, anche se per nove mesi ha ricevuto l’ossigeno attraverso il cordone ombelicale. Ma il momento della partenza, la fatica di quel supremo passaggio – il primo respiro! – la vastità del mondo dispiegata come un castello di nuvole che senza fine mutano forma… ecco, mi piacerebbe ritrovare tutto questo.
A volte mi dico che è possibile. In fondo, tutto ciò con cui entro in contatto è più vasto di me: anche le cose che credo di avere capito, soprattutto quelle, aprono di continuo altre domande e sentieri da percorrere. Si può nascere di nuovo? Prima di tutto bisognerebbe essere capaci di desiderarla, una nuova nascita. Purtroppo con il tempo il desiderio tende ad appannarsi, almeno in questa epoca e in questa zona del mondo. È un paradosso: per rinascere serve un desiderio forte, ma per svegliare i desideri è necessario rinascere.

Mi sforzo di ricordare qualcosa delle mie prime settimane di vita. Sarà senz’altro un’illusione, però a volte affiora un’atmosfera che mi sembra antica: quando siedo da solo di notte in una stanza in penombra, oppure quando sento intensamente caldo o freddo, magari quando ho la febbre. A stupirmi è la sensazione di fragilità, di estrema inermità. Nessuno slancio, nessuna convinzione può resistere alla scoperta che sono preda della vita, questa vita-balena che m’inghiotte e mi tiene all’oscuro ogni volta che smetto di stare in guardia. Per uscire dalle balene bisogna avere pazienza. La reazione dei neonati è abbandonarsi alla madre, all’unica creatura che conoscono bene. Credo che anche ai neonati cresciuti e ingrigiti possa restare una certa capacità di avere fiducia. Da qualche parte nell’inconscio conserviamo almeno un brandello di ricordo: eravamo fiduciosi, lo siamo stati con tutti noi stessi. La balena non può avere l’ultima parola.
Provo a intervistare ancora la mia lattante di riferimento. Dalla sua risposta mi convinco che in effetti sappia molte cose più di me. Inoltre ho la sensazione che non ami essere intervistata (tanto giovane e già sottoposta alla tortura del giornalismo).
RISPOSTA 4:

Mi basta scrutare la bambina negli occhi, nell’intensita della pupilla che vede tutto senza guardare niente. La neonata ha percorso il più lungo, il più intenso dei viaggi che mai esploratore abbia osato, più che le spedizioni in terre selvagge, più che un giro del mondo, più che uno sbarco sulla luna o su Marte. Il suo cervello è ancora rudimentale? Sarà, ma sono convinto che ne sappia più di me su molti aspetti decisivi della vita.
Del resto, il pianto è una forma di conoscenza. Credo che i neonati piangano più o meno per le stesse ragioni che causano i nostri singhiozzi, compresi quelli che spesso mi strozzano la gola e non riescono a manifestarsi. Se i lattanti potessero leggere l’Eneide di Virgilio, forse sarebbero capaci di spiegarci il misterioso verso 461 del primo libro: «Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt», sono le lacrime delle cose e toccano la mente dei mortali. Quando a scuola studiavo questo verso, traducevo con una certa libertà: ci sono lacrime nelle cose. E pensavo proprio alla materia, agli oggetti, al mare, agli alberi, alle montagne, al mondo e a tutti i suoi abitanti, e mi figuravo che da ogni parte trasudassero delle lacrime. È un fenomeno invisibile, a volte anche impercettibile, ma la sostanza stessa della realtà è rivestita di lacrime. Ogni cosa al mondo continuamente piange.
Anche nei nuovi nati è presente qualcosa di nefasto, d’inevitabile. Non è vero che sono innocenti: vivono qui, fra di noi, e in loro cova il nostro stesso male. È una ferita che abbiamo tutti. A che cosa serve allora piangere? Forse è semplicemente un modo per imparare. Ogni vera educazione è prima di tutto un’educazione alla capacità di compatire, di riconoscere come nostro il dolore degli altri. Noi non siamo come vorremmo essere, o forse non vogliamo più niente. Le altre persone non sono come vorremmo che fossero. La natura stessa è intrisa di dolore, di sofferenza. Il pianto è una domanda, per alcuni una preghiera.
Perché piangono i bambini? Perché piangiamo noi? Per una delusione d’amore, perché dobbiamo morire, perché abbiamo fatto la cacca, perché ci sentiamo soli, perché abbiamo causato dolore agli altri, perché abbiamo fame e sete, perché ci fa male la pancia. Comunque sia, il nostro pianto significa che siamo al mondo. Infatti quel vagito iniziale serve pure a dilatare gli alveoli polmonari. Ecco di nuovo il primo respiro, il primo anelito dei nuovi nati che accolgono il mondo. È un’operazione difficile. Io cerco di metterci il massimo impegno, ma dopo tanti anni mi sembra di non avere ancora imparato a respirare.

PS: I versi citati nel preambolo in corsivo provengono dalla poesia C’è – lo sentono, lo sanno, contenuta nella raccolta Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (Garzanti, Milano 1994). Luzi è tornato più volte sul tema dei neonati, fino alla poesia Dorme, nuovo nato al mondo nell’ultima raccolta pubblicata a novant’anni (Dottrina dell’estremo principiante, Garzanti, Milano 2004). Anche la metafora della primavera, tanto spesso ribadita nei suoi versi con attenzione particolare ai primi, impercettibili segnali di risveglio nella natura, si può interpretare come una tensione verso una rinascita: «E con questo tutto il non ancora / il prima della primavera, quella / luce piovigginosa, quella grigia / fabbriceria di gemme nell’aria acquosa» (versi tratti da Non tra i bambini – con loro in Per il battesimo dei nostri frammenti, Garzanti, Milano 1985).

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