C’è qualcuno in ascolto?

Di recente ho subito un piccolo intervento chirurgico all’ospedale di Bellinzona. Ho avuto a che fare con persone efficienti e gentili prima, durante e dopo l’operazione. Ho scritto “durante”, anche se in quel momento non ero lì: in seguito all’anestesia totale, quella parte del mio io in grado di percepire la propria presenza si era ritirato in una zona d’ombra. M’immagino che fosse dentro una casa dalle pareti di sasso, in una valle scoscesa. Intorno alla casa un recinto nero, le montagne, i boschi sempre più silenziosi mentre tutto si fa buio e, dalla terra, lentamente sale l’umidità.
A che cosa ho pensato, nel profondo di quella valle, nei recessi di quella dimora isolata? Non lo so, non conservo nessuna memoria. Quando l’io si è ricongiunto al corpo, dopo aver registrato la presenza della luce, ha subito cercato di ricostruire che cosa fosse accaduto. Era il mattino del giorno in cui mi sarei fatto operare o era appena avvenuta l’operazione? Subito la seconda ipotesi si è imposta come un’evidenza. Allora ho cominciato a parlare, in maniera bizzarra. Di solito sono una persona abbastanza taciturna, e quando mi succede qualcosa d’importante non mi riesce facile comunicarlo a chi mi sta intorno. Invece in quell’occasione ho cominciato a prendere appunti a voce alta, un po’ come fanno gli esploratori spaziali nei film di fantascienza.
«Mi trovo in un letto, non sento dolore. Dalla mia posizione riesco a vedere un altro letto, di fronte a me, e un computer sulla sinistra. Una donna siede al computer. Qualcuno più in là sta parlando di Alberto Sordi. Il soffito sembra diverso da quello che ho visto prima di addormentarmi…» Insomma, una sorta di delirio. Non so sa dove provenisse; forse era la continuazione di un sogno nato nel cuore della narcosi. Ho recitato dei versi, ho provato a fare dei calcoli, ho risposto di sì a chi mi chiedeva se andasse tutto bene. Avranno pensato che ero strambo… e come dare loro torto? A un certo punto ho detto: «In questo momento, sembra che nessuno mi stia ascoltando». Allora una voce femminile, vicino al computer, ha risposto: «Io ogni tanto la ascolto».
Questa frase mi ha colpito. In quel momento non stavo cercando di comunicare qualcosa di preciso, anzi, stavo parlando più che altro a me stesso. Eppure il fatto di sapere che qualcuno mi ascoltava mi ha riempito di riconoscenza: ciò che mi confortava era il fatto stesso che la mia voce venisse captata nel suo fluire non sempre coerente. Era qualcosa che andava oltre le funzioni tradizionali del linguaggio: non importava il codice, il messaggio, il mittente o il destinatario, quanto il fatto stesso che le parole trovassero un’accoglienza.
Ecco un luogo comune: oggi manca la capacità di ascoltare. Davvero? Eppure fioriscono gli spazi di trasmissione, tutti siamo incentivati a “esprimere noi stessi”. Non si è mai scritto tanto. Basta entrare in un social network, annotare qualunque cosa ci passi per la testa e di sicuro qualcuno ascolterà. Si potranno criticare i contenuti dei commenti, la loro superficialità, la loro grossolanità, ma di certo le chat sono lì a dimostrare che la gente legge ciò che gli altri scrivono. Qual è il problema, allora? Forse il fatto che l’ascolto si limita al contenuto primario.
Quando parliamo, non ci basta che gli altri afferrino il senso delle nostre parole, ma nel profondo desideriamo che accolgano interamente la nostra voce, le sue sfumature, le ripetizioni, quel senso di comunicazione che nasce prima del linguaggio codificato, prima di ogni contenuto razionale. Ci vuole tempo e pazienza, sia dalla parte di chi parla sia dalla parte di chi ascolta. È la voce della madre che arriva al bambino, sono i balbettii del bambino che la madre capisce senza capirli, nella storia del tempo condiviso.
Ritrovo questo desiderio anche nel mio mestiere di scrittore. Ciò a cui lavoro non è la costruzione di un significato da trasmettere, ma la ricerca di una voce che mi appartenga e che, nello stesso tempo, mi superi. Ogni singolo testo ha la sua ragione, spesso legata a una contingenza. Non si tratta tuttavia di esprimere un punto di vista, quanto di rispondere a una necessità più vitale e più segreta. Scrivere è mettermi all’ascolto, prima di tutto, perché una voce può levarsi solo all’interno di un dialogo.

In questi giorni sto ascoltando il disco Americana di JD Allen. Il musicista riprende un classico blues: Another man done gone. Il brano venne registrato all’inizio degli anni Quaranta, quando l’etnomusicologo Alan Lomax incise la voce di Vera Hall (1902-1964), una donna dell’Alabama. Il blues fa riferimento alle cosiddette “chain gang”, le terribili squadre di lavoratori neri legati alla catena. La voce profonda del sax di Allen non solo rende omaggio a Vera Hall, ma nella ripetizione rinnova quel dolore, quello strazio, quell’anelito di libertà. La musica è ricorsiva e insieme originale, antica e nuova, come ogni storia che valga la pena di ascoltare. Di chi è quella voce? Di Vera Hall, di JD Allen, di tutti gli afroamericani, di chiunque si metta all’ascolto con attenzione. In questo modo, fra l’altro, la voce non è più solo un lamento, ma una vera e propria forza vitale. JD Allen stesso, nel libretto, cita una frase dell’autore Albert Murray: «The blues is not the creation of a crushed spirit people. It is the product of a forward-looking, upward-striving people» (“Il blues non è la creazione di un popolo dallo spirito distrutto. È il prodotto di un popolo che guarda al futuro e che tende verso l’alto”).

PS: Nell’album Americana (Savant Records 2016), insieme a JD Allen suonano Gregg August (basso) e Rudy Royston (batteria). L’interazione fra i tre musicisti, il loro scambio d’idee e di emozioni è un buon esempio di ascolto reciproco.

PPS: L’immagine con la madre e il bambino è un dipinto dell’artista svizzero Ferdinand Hodler (1853-1918) ed è intitolato Madre e figlio.

PPPS: In questo articolo la vicenda medica e autobiografica è solo uno spunto per riflettere sul senso dell’ascoltare. Ne approfitto comunque per esprimere un ringraziamento al dottor Ramon Pini e a tutte le altre persone che all’Ospedale San Giovanni si sono prese cura di me.

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“L’intraducibile blu dell’inverno”

La città di Bregenz, in Austria, è immersa nel silenzio. È una mattinata fredda: bianco il cielo e bianchi volti dei passanti, che tirano diritto con le mani in tasca. Camminando, ascolto il suono dei miei passi, il fruscio di una bicicletta sul lungolago. Finché un uomo comincia a gridare. Così, di colpo. All’inizio non si capisce da dove venga quella voce rauca, che invade le vie pedonali. Nessuno manifesta stupore, nessuno si ferma. Per parecchi minuti urla a squarciagola frasi incomprensibili (almeno a me). A un certo punto mi sembra di averlo intravisto, ma non ne sono sicuro: un’ombra in un vicolo verso il castello. Chi era, che cosa voleva? Non posso togliermi dalla testa quella cantilena sgraziata.
FullSizeRender-2Sono entrato nella Cappella rotonda dedicata a San Giovanni Nepomuceno. Doveva essere un uomo interessante: nato a Nepomuk, una cittadina della Boemia, divenne sacerdote a Praga. Gli capitò di ascoltare la confessione della moglie di re Venceslao IV di Boemia; si rifiutò di raccontare ciò che aveva detto la regina; venne torturato e, il 16 maggio 1383, venne annegato nella Moldava dal sovrano marito.
Il silenzio delle vie di Bregenz, il silenzio del confessore, il silenzio del cielo gonfio di futura neve. E nel silenzio, quelle grida selvagge. Sono sicuro che da qualche parte ci dev’essere un significato, ma non riesco ad afferrarlo. Temo che forse, per coglierlo pienamente, esista una sola via: uscirmene ora per le strade di Bellinzona e gridare a squarciagola.
image1-2Ero invitato a un festival letterario a Norimberga (Nürnberg). Dopo aver fatto tappa a Bregenz, mia moglie e io siamo partiti di buon mattino: in meno di tre ore saremmo dovuti giungere a Norimberga, dove avrei avuto tutto il tempo per preparare la conferenza. Prima di lasciare l’albergo, ho notato una scritta sul muro: proprio in quell’edificio aveva vissuto dal 1829 al 1832 Alois Negrelli, l’ingegnere che disegnò il canale di Suez. Per la mente mi sono passate immagini di viaggi, navi, terre esotiche, mercanti e avventurieri. Non sapevo che presto avremmo avuto la nostra dose di peripezie.
Dopo sei ore ininterrotte di viaggio sotto la neve, sull’autostrada ridotta a una pista per alci, fra lamenti di remote sirene di polizia e spettrali ingorghi a ogni svincolo, siamo arrivati nel luogo della conferenza con un quarto d’ora di ritardo. Sono sceso dalla macchina, sono entrato nella sala e ho cominciato subito la mia lettura.
IMG_1470Grazie alla gentilezza del pubblico e dei relatori (in particolare del traduttore Bernd Wurm), mi sono sentito a mio agio e mi sono scrollato di dosso la stanchezza. L’aspetto curioso è che la maggior parte della conferenza riguardava il mio romanzo La sparizione (Das Verschwinden), la cui protagonista è una ragazza di diciassette anni colpita da un’afasia. A causa di uno choc rimane senza parole, chiusa nel silenzio, e deve imparare tutto di nuovo come una bambina.
Tra il pubblico c’era un amico di Bernd, anche lui un traduttore. Alla fine mi ha raccontato la sua esperienza: dopo un’apoplessia, qualche anno fa, si è risvegliato in un letto di ospedale e si è accorto di aver dimenticato la sua lingua madre. Sul comodino c’era un pettine, ma lui non sapeva come si chiamasse. Dopo un po’ è riuscito a dire “pettine”, in italiano, mentre continuava a non ricordarsi la parola tedesca (“Kamm”). Insomma: aveva perso la sua lingua madre ma gli restavano brandelli di italiano.
Anche l’amico di Bernd, con il tempo, ha ritrovato le parole. E ascoltandolo parlare, mi sono detto: ecco, dovrei lavorare in questo modo. Per gli scrittori, per chiunque lavori con la lingua questo dovrebbe essere il punto di partenza: mantenere intatto lo stupore per ogni parola, per ogni singola parola che interrompa il silenzio.
IMG_1842Dopo aver passato la notte a Norimberga, siamo tornati in Svizzera. Andando verso sud, a un certo punto abbiamo visto qualcosa di azzurro: il sole aveva oltrepassato la barriera di nuvole. Salendo sul San Bernardino, in mezzo a cumuli di neve, non ho potuto fare a meno di paragonare quel cielo ritrovato alle parole dell’amico di Bernd e forse, chissà, alle urla dello sconosciuto. Mi è venuta in mente una frase della scrittrice Anna Gnesa, quando parla di quell’inesprimibile azzurro ch’è solo invernale e solo di sfondo alle vette nevate: così lieve che vi spicca nitidamente contro la peluria dei crinali, così fuso di sole e lontananza che più d’ogni musica desta le nostalgie profonde dell’anima.
Insieme all’azzurro, a destare le nostalgie delle nostre anime, abbiamo chiamato il sax di JD Allen, preciso e caldo, come una prima avvisaglia di primavera.

PS: Anche nell’albergo di Norimberga c’era una targa: ricordava che proprio fra quelle mura nel 1910 si tenne un Congresso internazionale di psicoanalisi. Fra i presenti, Sigmund Freud, Carl Gustav Jung e Alfred Adler. Questo ha a che vedere con le urla, l’afasia, il canale di Suez? Ma certo. Come dubitarne?

PPS: Il titolo di questo articolo è un endecasillabo di Bruno Galluccio, tratto da una bella poesia di atmosfera invernale, dove segmenti che scongelano / generano parole isolate tra virgole. Ecco qui il testo completo. La lirica è tratta da La misura dello zero (Einaudi 2015).

PPPS: La frase di Anna Gnesa proviene dal volume Acqua sempre viva! Testi inediti, a cura di Candido Matasci, pubblicato nel 2011 da Armando Dadò.

PPPPS: Insieme a JD Allen (al sax tenore), suonano Gregg August (basso) e Rudy Royston (batteria). Il brano è tratto dall’album Victory! (2011).

PPPPPS: La prima immagine di questo articolo, benché all’inizio io parli di Bregenz, rappresenta Norimberga. Ma il cielo era lo stesso.

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