Buon Natale!

La mattina di Natale, il commissario Maigret si alza e guarda dalla finestra.

Non nevicava. Era ridicolo restarci male, a cinquant’anni sonati, se mancava la neve una mattina di Natale: ma le persone d’una certa età non sono mai proprio così serie come si figurano i giovani.

Con la sua lenta placidità, con la sua gravità e la sua dolente umanità di uomo che ha visto tanto male, Maigret è ancora capace di sentimenti lievi, da ragazzino. Ma davvero il commissario e il fanciullo sono due entità distinte? Forse dietro la massiccia ragionevolezza del poliziotto cova un granello d’imprevedibilità, di apparente follia, ed è proprio questo ad acuire lo sguardo di Maigret.

Il cielo basso, di un color bianco sporco, sembrava gravare sui tetti. Boulevard Richard-Lenoir era completamente deserto, e la scritta «Magazzini Legal, Figli & C.», sopra la porta carraia dell’edificio di fronte, era di un nero come di lucido da scarpe. La M, Dio sa perché, aveva un’aria triste.

img_8748Maigret coglie la tristezza della lettera M: una tristezza senza ragioni apparenti, che non si può spiegare; ma ci sono percezioni che si conficcano nell’anima. Secondo me, è proprio questa apertura nei confronti del mondo a rendere memorabile il personaggio creato da Georges Simenon. Come scrive Gesualdo Bufalino, Maigret non abbocca alle esche inique dell’immaginazione, e nemmeno alle lusinghe a volte fallibili della ragione; ma si lascia impregnare naso e cappotto dagli odori decisivi del delitto. Del delitto, ma non solo; Maigret cammina lento e non trascura nessun dettaglio, con la sua pipa, i grandi fazzoletti, le scarpe campagnuole, da veterinario o curato, con cui batte il pavé color ferro di una Parigi di piogge e soli, da un bistrot a una portineria, per scale che stillano confessioni da tribunale, fra mura che nascondono grida e grovigli di vipere quiete.
Un uomo prevedibile, in fin dei conti: un bravo poliziotto che colpisce il delitto con tristezza, con dura pietà. Però la mattina di Natale Maigret non sa frenare un moto di delusione. Sembra una frase messa lì per delineare l’atmosfera del racconto; invece definisce soprattutto il personaggio: Maigret è un uomo capace di meraviglia. Nonostante l’età, nonostante le ferite e la stanchezza, ha ancora il coraggio di tenersi stretti i suoi desideri, anche quelli assurdi o puerili.

Mi pare un buon augurio per Natale: avere il coraggio di desiderare. Spesso la realtà ci viene raccontata come inesorabile, e tutto sembra tendere in una direzione ovvia, già prevedibile. Possiamo fare qualcosa? Certo, ma si tratta di limitare i danni. Invece no, anche in mezzo ai drammi (personali e collettivi), il desiderio ci mantiene vivi. Sarebbe bello non smarrire quella scintilla d’infanzia, quella capacità irrazionale di continuare ad aspettarsi la neve la mattina di Natale. Se saremo fortunati, arriverà almeno un po’ di nevischio. Magari non sempre, ma una volta o l’altra arriverà. Dal cielo cadeva come un pulviscolo bianco, e questo gli ricordò che da bambino cacciava fuori la lingua per acchiapparne qualche granello.
Maigret tiene aperti gli occhi dell’anima, oltre a quelli del corpo. È lo stesso invito che ci rivolge il sax di John Coltrane, nell’interpretazione di Soul Eyes, una canzone composta nel 1957 dal pianista Mal Waldron. La voce di Coltrane è precisa e insieme dolente, tenera senza essere sentimentale. Insieme a lui, Elvin Jones alla batteria, Jimmy Garrison al basso e McCoy Tyner al piano. Quest’ultimo, giocando con ritmi diversi, instilla una sottile inquietudine nella melodia.

PS: Visto che siamo in argomento: qualche giorno fa è uscito un mio racconto di Natale per il settimanale “Azione”. Ecco qui il link (e qui la versione in pdf).

PPS: Simenon scrisse Un Noël de Maigret fra il 17 e il 20 maggio 1950; poi lo inserì nell’omonima raccolta di racconti pubblicata nel 1951 dalle edizioni Presses de la Cité. In italiano, è stato tradotto da Marina Di Leo per Adelphi nel 2015. Le parole di Gesualdo Bufalino sono tratte dal suo Dizionario dei personaggi di romanzo (edizioni il Saggiatore 1982). La registrazione di Soul Eyes avvenne a Eglewood Cliffs, nel New Jersey, il 19 giugno 1962. Si trova nel disco Coltrane (Impulse 2008).

PPPS: Le due foto di Simenon sono tratte da Georges Simenon. Le patron, una pubblicazione a cura di Pierre Assouline uscita in allegato a “Le Monde” nell’ottobre 2014.

PPPPS: Questo articolo natalizio raddoppia il consueto appuntamento settimanale del blog. Mi perdonino gli iscritti alla newsletter: questa intrusione nella loro casella postale non diventerà un’abitudine…

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“Comu tieninu i palazzi?”

La primavera è come una bambina che impara l’equilibrio in bicicletta.
In un piazzale, con vasti alberi spogli intorno al grigio, eccola che prova a cercare stabilità. Si arrischia. Mezzo metro, poi ondeggia, un metro, un altro, quasi ce la fa.
IMG_0009Domenica ho portato le mie figlie in bicicletta, e mi sono reso conto che c’è qualcosa di feroce, in quel distacco. All’inizio la bambina sente le mani del padre sulle spalle: il mezzo meccanico avanza ma lei è tranquilla, ha un punto d’appoggio. Poi arriva il momento in cui è sola, pericolosamente sola, affidata a due strisce di gomma e al vorticare della catena. Pedala! L’ordine le arriva da dietro e lei protesta, vorrebbe di nuovo sentire il tocco rassicurante delle mani. Alla fine, naturalmente, la bambina va, come un miracolo di grazia equilibristica, e il padre resta indietro, con il suo passo trotterellante, rallenta, respira, cerca di ritrovare un po’ di compostezza.
Ho pensato che anche la primavera, anche la Pasqua hanno qualcosa a che vedere con l’arte dell’equilibrio. L’incertezza del tempo, la mutevolezza degli umori, quell’inquietudine che appartiene così intimamente al mese di aprile. È una stagione di fatica e rinascita. A volte per trovare l’equilibrio bisogna allontanarsi. Provate a tenere un bastone sospeso diritto sulla vostra mano: se guardate in basso, verso il punto d’appoggio, non riuscirete mai; ma se guardate verso l’alto, dopo un po’, arriverete a bilanciare il peso del bastone.
IMG_0021Per i cristiani, la croce su cui hanno appeso Gesù è un punto di rottura e di equilibrio allo stesso tempo: uno scandalo che sconvolge l’ordine del mondo e che promette un nuovo compimento. Ma al di là della religione, per tutti l’arrivo della primavera è un invito ad avere fiducia. Specialmente in questi giorni, funestati da notizie di morte, non bisogna scordare quanto sia miracoloso questo mutare della natura, questa prima riapparizione della vita. È il momento in cui diamo un’ultima spinta: abbiamo ancora un po’ di paura ma confidiamo nel prodigioso insieme di ragione, istinto, olio di catena e muscoli di bambina…
IMG_1411A proposito di equilibrio, mi ricordo un testo di Gesualdo Bufalino, scritto negli anni Settanta e pubblicato in Museo d’ombre (Sellerio 1982), nella sezione “Facce lontane”. L’autore evoca una serie di personaggi bizzarri del suo paese, fra cui Biagio Re, un uomo capace di stupirsi davanti al miracolo dell’equilibrio.
Alto, dinoccolato, con occhi piccini e opachi, persi dietro un pensiero che non mutava. Per anni non fece altro che chiedere a chiunque incontrasse: “Comu tieninu i palazzi?” (“Come fanno i palazzi a stare in piedi?”), turbato da questa poco credibile cosa: che solo essi durassero in piedi in un universo così visibilmente destinato a tremare, a spaccarsi, a scoscendere. Faceva di no col mento, deluso dalle spiegazioni, e andava a tastare e lisciare i mattoni delle facciate, scansandosi poi con un soprassalto improvviso. Una sera di festa lo vedemmo tra la folla, mentre guardava, trasecolato, a dieci metri dal suolo, un acrobata volteggiare in bicicletta lungo un invisibile filo sospeso.
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In questi giorni molte cose mi stanno girando per la mente: le mie figlie in bicicletta, le notizie di attentati sanguinosi, l’arrivo della primavera, la meraviglia di Biagio Re. Sono convinto che ci sia un legame e che questo legame, in fin dei conti, sia un segno di speranza. Insomma, siamo qui. In attesa. La mente è ancora sconvolta dalle urla, dalle immagini di morte che rimbalzano sui giornali. Spengo il computer, faccio scorrere la porta finestra. Ho bisogno di respirare. La Pasqua tace, avanza nelle crepe, e nella zona oscura del giardino i fili d’erba, lentamente, fanno un tentativo. Il mio auspicio è che tutti noi, come Biagio Re, sappiamo restare all’erta, attenti all’equilibrio nostro, del mondo, della primavera, di ogni cosa che si affaccia alla luce. Buona Pasqua!

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