Lo scatto dell’asino

Per ascoltare questo articolo:

Anche quando si è soli, in bicicletta non si è mai da soli.
C’è il battito del cuore. Il flusso del sangue che va e viene. Il fiato. I pensieri che corrono dove vogliono. Ecco, questo è il punto: i pensieri fuggono, prima che la parte più cauta e razionale di me possa acciuffarli. Non voglio soffermarmi su un ragionamento, ma essere al massimo grado ricettivo. Desidero accogliere ciò che arriva: una sensazione, un colore, il gracchiare di un corvo, il passaggio di un treno.

A volte lo sguardo mi porta lontano. Dopo essere salito a Carena, sopra Giubiasco, il blu dell’acqua mi accompagna lungo la discesa: il lago appare e scompare come un richiamo. Altre volte mi fermo per esaminare una ruga nell’asfalto, o per investigare l’origine di un odore. Proprio ieri ho sentito un calpestio attutito, come se qualcuno stesse correndo sull’erba. Ho rallentato, mi sono guardato intorno e ho visto un’ombra sulla sinistra. Un asino stava trottando, nel prato accanto alla strada, e mi ha superato di slancio. Poi si è fermato. L’ho raggiunto e lui si è rimesso a correre: in quel momento ho capito che mi stava sfidando a una volata. (Ho perso, naturalmente.)

Per me la narrazione è legata al fatto di muovermi, di camminare. Le mie prime storie nacquero da bambino, nel tragitto fra la casa e la scuola che compivo insieme a qualche amico. A sei, sette anni non sapevamo ancora né leggere né scrivere. Ma dentro di noi c’era già il senso del racconto, in parte perché è costitutivo della nostra umanità, in parte perché suscitato dalle storie che ci ripetevano i nostri genitori e i nostri nonni. E così, per ingannare la noia del tragitto, improvvisavamo lunghe vicende intricate, ricche di colpi di scena assurdi e di personaggi indistruttibili.

Ancora oggi, quando devo risolvere un problema di trama, mi viene istintivo uscire in bicicletta. E questo non perché il gesto di pedalare mi aiuti a riflettere. Anzi, la mente divaga: smarrisco i nessi logici e il pensiero, come un detenuto evaso da un carcere, si avventura per boscaglie e periferie. La fatica però mi prepara alla dimensione del racconto. Calcolare la distanza, tenere il ritmo, prestare attenzione al respiro: tutto questo è necessario sia per scalare un colle, sia per scrivere un romanzo.
Un altro aspetto positivo è che la bici mi allontana dalle preoccupazioni e dalle domande sterili. Qualcuno leggerà ciò che scrivo? L’incrocio fra i miei mestieri precari mi permetterà di guadagnare abbastanza per arrivare alla fine del mese?
Che importa, succeda quello che succeda.
Almeno in questo momento, la mia sola preoccupazione è arrivare fino a quella curva. Poi fino alla cima. E poi ancora scendere e gestire il vento lungo la via del ritorno.

Il sassofonista Sonny Rollins, uno dei miei preferiti, fra il 1959 e il 1961 si ritirò dalla scena. Voleva capire meglio dove stesse andando la sua musica, senza farsi distrarre dal frastuono del mondo. Così ricominciò a studiare lo strumento. Per evitare le proteste dei vicini di casa si esercitava su un ponte sull’East River, a New York. In quel periodo accennò nel suo taccuino all’esigenza di mantenere la mente lucida e il cuore puro: «Non dovrei essere compiaciuto o scoraggiato per com’è riuscita un’esibizione o un assolo, ma rivolgere sempre la mia attenzione al SUONO della musica, in maniera che essa corrisponda al mio intento e al mio ideale.»
Lo scrive proprio così: SUONO. Tutto maiuscolo.
Nella libertà di un giro in bici riesco a capire meglio quanto anche per me sia necessario conservare lo slancio. Ci sono problemi concreti: le scadenze, le copie vendute, le reazioni dei lettori, l’arte di balzare da un lavoro all’altro per sbarcare il lunario. Ma ciò che conta davvero è non smarrire la mia voce, cioè la ragione per la quale continuo a raccontare.
È un ponte, è il mio tentativo di dare qualcosa al mondo.
Una voce che è solo mia, intima, e che però non mi appartiene. Quella stessa voce che ho cominciato a cercare a sei anni, nel cammino avventuroso fra casa e scuola. E che, per fortuna, non ho ancora trovato.

PS: La frase di Rollins risale agli anni del suo ritiro e proviene da The Notebooks of Sonny Rollins, a cura di Sam Reese, New York Review Books, 2024 (la traduzione è mia). Il concerto nel video mostra invece un Rollins ottantunenne e sempre pieno di brio. Ho scelto quello spettacolo perché mi capitò di sentirlo suonare dal vivo, a Zurigo, proprio in occasione della medesima tournée.

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Un panino al salame

Perché salire? La domanda mi arriva così, dopo una curva. I muscoli, il fiato, la catena, le ruote, tutti lavorano. Quest’anno però sono fuori allenamento e perciò, nella mia prima scalata verso Carena, devo fare i conti con una mozione di protesta. 1) Le gambe: Una bicicletta da corsa… era necessario? 2) I polmoni: Che cosa… c’è… che non va… nella dolcezza della pianura? 3) Il cuore: Povero me, perché proprio la stessa salita che percorrevi a diciotto anni? 4) Il cervello: No comment. 5) Coro: E quindi, in conclusione, chi te lo fa fare?
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Parto da Giubiasco, vicino a Bellinzona, a una quota di 244 metri sul livello del mare, e arrivo a Carena (958 mslm) dopo un percorso di 10,6 chilometri. Durante il tragitto passo da Lôro, Pianezzo, Vellano, Carmena e Melera. È una strada che conosco a memoria. Quanto ci metto? All’incirca trenta minuti, quando non sono in forma. Altrimenti cerco di stare sotto i venticinque.
Attenzione, la frase precedente l’ho scritta nell’intento di far sobbalzare – sia pure soltanto per una frazione di secondo – gli eventuali appassionati di ciclismo che leggono questo blog. Naturalmente, sono ben lontano da questi tempi… e lo ero anche a diciotto anni! Non ho l’abitudine di conometrare e mie uscite in bicicletta (vado a pedalare proprio per starmene lontano dagli orologi, in senso proprio e metaforico). So che impiego più o meno un’ora, ma il contachilometri che ho sul manubrio ha esaurito le batterie anni fa, e non ne ho mai comprate di nuove.
image1Quando cominciai a uscire in bicicletta, durante l’adolescenza, seguivo il ciclismo con interesse. Ancora oggi mi tengo aggiornato, guardando qualche gara alla tivù o più spesso sfogliando le pagine sportive dei giornali. Di recente, mi è capitato di leggere un breve romanzo di atmosfera ciclistica: Cicale al carbonio, scritto da Carlo Zanzi e pubblicato nel 2008 dal Gruppo editoriale Eureka. L’autore suggerisce che la domanda con cui si apre questo articolo possa risuonare anche in un gruppo di professionisti: Un piccolo lago, alberghi e il bosco più fitto. Ai tornanti cartelli indicavano l’altitudine: millesettecentotrenta metri sopra il livello del mare. Nessuno si era permesso di scattare, neppure gli avventurieri alla caccia di qualche ripresa televisiva. Avevano tutti freddo lì in mezzo. Quando potevano, s’avvicinavano per scaldarsi. Ma nel gruppo allungato, biscia colorata a picco su Canazei, scoppiavano soprattutto imprecazioni, battute e, non dette, ricerche di un senso a tutta quella sofferenza fra i monti.
Ecco, si tratta proprio di questo: sofferenza fra i monti.
Perché, dunque?
Durante la salita lascio che la mente divaghi. Forse per il tempo che passa adagio, forse per la fatica nei muscoli e nel sangue, mi capita spesso di pensare a persone che ho conosciuto e che non ci sono più. È come se la tormentosa ascesa del corpo, in qualche modo, favorisse anche quella del pensiero. Qualche volta, se ci sono lavori in corso, mi devo fermare per pochi secondi. Bevo un sorso d’acqua, aspetto che il solenne autopostale giallo davanti a me riprenda a salire.
image1 copia 2Tutto è molto verde, molto azzurro. Un ciclista sulla cinquantina, dal fisico nodoso, mi raggiunge e mi supera, lentamente, concentrato nel suo ritmo. Lo lascio andare e rimango solo, in un tratto di strada meno ripido. Guardo le montagne: le case sembrano appoggiate sulle macchie di prato da un bambino che giochi a creare un piccolo mondo. Ci sono greggi di pecore: campane, belati, la corsa di un agnello (il suo belato, più urgente, è di un’ottava più alto). Passo e colgo brandelli di paesaggio, di conversazione. All’ombra dei portici siedono persone rilassate, nel cuore del pomeriggio. Il fruscio di una fontana mi accompagna per qualche metro. È uno scenario che, in questo momento, non mi appartiene. Ho il fiato breve, il cuore che pulsa. Insomma: sto faticando. Perché invece non mi siedo anch’io all’ombra, con una birra fresca?
Copia di image1Perché, a pensarci bene, sta succedendo qualcosa. Un’uscita in bicicletta per me non è un banale allenamento sportivo, ma una storia minima, un viaggio, un arco narrativo dalla fatica al sollievo, dalla freschezza iniziale al rimescolio del sangue fino allo scioglimento finale, con il respiro che ritrova la sua compostezza e i pensieri che tornano alla quiete. Mi piace pedalare così come mi piace camminare: senza fretta, seguendo un ritmo profondo. Affronto le salite proprio come affronto il lavoro della scrittura: è un percorso che si costruisce un pezzo alla volta, senza mai sapere che cosa si vedrà dietro la prossima curva. Anche quando conosco le strade, sono abbastanza distratto per dimenticarle. Così accade quando scrivo, quando viaggio, perfino quando suono. In un certo senso, forse, è uno dei segreti della creatività: essere pronti a dimenticare le strade note.
image1 copia 4Quando arrivo a Carena, appoggio la bicicletta contro il muro. Di fianco a me c’è l’edificio della vecchia dogana: in passato tra queste zone e la val Cavargna (in Italia) correvano traffici più o meno legali. Ora è tutto tranquillo e oltre al mio fiato si sente soltanto il gorgoglio del vecchio lavatoio (è severamente vietato lordare l’acqua, mi avvisa un cartello, e i trasgressori verranno puniti a norma di regolamento).
Svito il tappo della borraccia, la riempio di acqua fresca. Perché salire? La risposta alla domanda iniziale è tutta in quei pochi secondi di pausa, prima di portare la borraccia alle labbra. Sono sentimenti semplici: la sete, il calore, la freschezza, la dolcezza sublime dell’acqua che si dirama lungo il sistema nervoso. Ecco perché vado in bicicletta: perché prima di bere, bisogna avere sete.
image1 copia 5Anche Carlo Zanzi, in un momento significativo del suo Cicale al carbonio, nota qualcosa del genere: Marco saliva e la fatica si spegneva, lasciandogli nelle gambe e nella pancia una bella sensazione. Alzò lo sguardo verso la fine della scalata; più a destra, fra il Cuvignone e la cima del Monte Nudo, galleggiavano nel cielo tre parapendii. Uomini appesi a una tela colorata sfidavano il vuoto e la loro paura. Li seguì nel loro volo lieve, curando con la coda dell’occhio di non finire nella scarpata, dentro buche o contro i sassi lasciati in strada dall’inverno. Si sentì leggero e felice. Provò desiderio di un panino al salame.

PS: Per apprezzare l’ultima fotografia di questo articolo, credo che sia necessario un accenno di colonna sonora. Eccolo:

 

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