Una piccola luce

Per ascoltare questo articolo:

Domani è Natale.
Ma ne siamo sicuri?
In fondo, se facciamo astrazione dalle luci, dalle ghirlande, dalle renne fosforescenti sui balconi e dall’esercito di babbinatali nelle vetrine, da che cosa possiamo dedurre che domani, fuori di ogni dubbio, sia effettivamente Natale? Da quale elemento partirebbe per dimostrarlo la mente poderosa di uno Sherlock Holmes? Be’, forse basterebbe un accorto esame del calendario.
Ma esiste un segno del Natale ancora più sicuro del calendario?
C’è una prova ancora più inoppugnabile?
Non so se sia una prova, ma ci sarebbe quello che io chiamo il «sommovimento».
Secondo me è qualcosa che precede sia il Natale cristiano, sia quello più antico che celebrava la rinascita del Sol invictus. È un oscuro richiamo nato quando gli esseri umani cominciavano appena a essere tali. Qualcosa, nel profondo della nostra mente o della nostra anima, attende la luce, il ritorno della vita. È un grido che va oltre il ciclo delle stagioni e il solstizio e la lunghezza astronomica della notte. Semplicemente, se siamo esseri umani è anche perché, dopo un po’ che siamo al buio (in ogni senso) qualcosa in noi chiede la luce. È la speranza. Naturalmente, se per un motivo o per l’altro la luce si offusca, si diffonde un buio più feroce, più assoluto. Ma non inevitabile: siamo uomini e donne, e siamo definiti dalla capacità di attendere la luce, di cercarla.
Di accoglierla, nonostante tutto.

È il tardo pomeriggio. Sto cercando di ultimare un romanzo a cui lavoro ormai da troppo tempo…
Mi alzo dalla scrivania, mi affaccio al balcone. Il profilo delle montagne ritaglia un cielo perfetto, di un colore che sembra scaturito dal finale di una fiaba (o di un vecchio film in technicolor). Più in basso, scorgo la massa scura delle case.
Proprio sotto di me, si accende una finestra. Non so più a quale dei miei vicini appartenga. Poi la luce si spegne. Qualche secondo dopo si accende di nuovo. Intravedo la sagoma di una persona che passa davanti al riquadro luminoso. Ecco, si ferma per un attimo. Forse sta guardando in alto, verso la mia finestra. È un momento sospeso. Poi la sagoma si muove e io torno a scrivere.
Sono in un punto difficile della storia. Per farmi coraggio mi dico che in fondo quella che ho visto poco fa potrebbe essere una figura della mia narrazione. I personaggi non sono altro che questo: sagome che passano e che mi sforzo di cogliere, cercando in loro un riflesso della mia vita. Penso alle persone che mi leggeranno. Anche loro sono là fuori, vicine eppure lontanissime, ombre scure dietro finestre irraggiungibili. Forse è proprio per questo che scrivo. Per mettere in comunicazione le finestre, per colmare le distanze. E forse è a questo che serve il Natale: a colmare ogni distanza.

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Buon Natale alle lettrici e ai lettori di questo blog! (Prometto che per gennaio finirò il romanzo…)

PPS: Vorrei regalarvi l’inizio di un vecchio racconto poliziesco, scritto all’inizio del Novecento da Peter Todd (pseudonimo di Charles Hamilton, 1875/6-1961). È una parodia dei racconti di Sherlock Holmes che mette in campo Herlock Sholmes con il suo fidato assistente Jotson. L’originale inglese Herlock Sholmes’s Christmas Case apparve il 3 dicembre 1916 su The Magnet Library (461). Ne trovate una traduzione italiana in Il grande libro dei racconti di Natale, a cura di Otto Penzler, traduzioni di Luca Briasco, Maria Gallone, Grazie Maria Griffini, Marcello Jatosti, Lydia Lax, Bruno Tasso, Enzo Verrengia, Mondadori, 2020.
Ecco l’inizio.

«Domani è Natale!» osservò pensieroso Herlock Sholmes.
Io trasalii.
«Mio caro Sholmes!» mormorai.
Herlock Sholmes sorrise.
«Sembra sorpreso, Jotson, da questa mia affermazione così categorica» osservò. «E tuttavia, le assicuro che è effettivamente così.»
«Riconosco, Sholmes, che non dovrei più stupirmi di qualsiasi cosa lei dica o faccia. Ma in base a che cosa lei inferisce che…»
«È molto semplice, caro Jotson. Osservi dalla finestra le strade con la neve ridotta a poltiglia e la folla frettolosa, tutti indizi dell’approssimarsi del Natale!»
«Giusto! Ma perché precisamente domani?»
«Ah, qui occorre andare un pochino più a fondo, Jotson. Deduco che Natale ricorra domani da un accorto esame del calendario.»
«Il calendario!» esclamai, sbalordito.
«Esatto!»
«Lei sa bene, Sholmes, quanto mi sia sforzato di studiare i suoi metodi, a mio modesto modo, eppure confesso di non comprendere il nesso…»
«Probabilmente no, Jotson. Ma alla mente allenata di un professionista, il mistero non presenta alcuna difficoltà. Natale, come lei saprà, cade il venticinquestimo giorno del mese!»
«È vero!»
«Guardi il calendario, Jotson!»
Obbedii.
«Non le dice nulla?»
«Nulla!» confessai.
Sholmes sorrise di nuovo, con aria un pochino tediata.
«Mio caro amico, il calendario indica che oggi è il 24!»
«Senza dubbio. Ma…»
«E dato che Natale cade il 25, ne consegue… almeno per una mente avvezza alle rapide deduzioni… che domani è Natale!»
Non potei far altro che guardare il mio straordinario amico con muta ammirazione.

Il racconto prosegue con un’avventura natalizia.
Il bello dell’incipit è che, nonostante sia una garbata presa in giro, esprime un concetto profondo. Come riusciamo a essere sicuri che sia Natale? È davvero tanto ovvio? Viene quasi spontaneo replicare a Herlock Sholmes che non basta il calendario. In fondo, perché sia Natale dobbiamo volerlo, dobbiamo sperarlo. O almeno, dobbiamo essere pronti a riconoscere i segni. Certo, il Natale accade anche se noi lo ignoriamo, per fortuna. Ma perché sia un vero Natale, perché sia provvisto di «sommovimento», occorre interpretare con cura le tracce, e aspettare con fiducia che la luce nasca nel punto in cui il buio è più buio.

PPPS: Voglio chiudere condividendo un brano musicale. All’apparenza, non c’entra niente né con il Natale, né con Sherlock Holmes, né con il romanzo che sto scrivendo. Ma che importa? È una composizione del fisarmonicista Gianni Coscia, tratta dall’album La violetera, appena pubblicato per Tuk Music. In qualche modo, nel ritmo in tre tempi, avverto la presenza di quella sagoma che passa davanti alla finestra, e vedo comporsi una storia, un incontro, la possibilità di un destino. Ma soprattutto, visto che Coscia è nato nel 1931 e che la melodia è fresca ed eterna come l’acqua, quale migliore musica per evocare la speranza?

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Buon Natale!

Da qualche mese non aggiorno il blog: ogni tanto fa bene una pausa. Per riprendere il filo condivido un discorso che ho pronunciato in occasione dell’accensione dell’albero di Natale a Bellinzona, la città della Svizzera italiana dove sono nato e dove abito tuttora.
Le trascrizioni di un discorso sono sempre pericolose. Le parole dette a voce alta perdono parte della loro efficacia se messe nero su bianco. Spero che il testo possa piacervi lo stesso. (Soprattutto perché parla di una volpe: in tanti anni che faccio questo lavoro ho maturato la convinzione che un testo non è mai del tutto inutile, se dentro c’è una volpe.) Esiste un video con il discorso, ma è stato pubblicato su Facebook e perciò non posso condividerlo qui.

(Naturalmente, questa faccenda del discorso è più che altro una scusa; ciò che mi preme è rivolgere a tutti voi un caro saluto. Sono felice di riavviare questo luogo d’incontro. Buon Natale!)

C’era una volta una piccola volpe che abitava nei boschi intorno a Bellinzona. Era curiosa, come tutte le volpi, e ogni tanto di notte scendeva nelle vie deserte della città, annusava l’aria, spiava i bar chiusi, le vetrine buie… tranne nelle notti di dicembre. Allora la volpe, abbacinata e frastornata, camminava in mezzo a una miriade di luminarie, festoni, ghirlande, renne o babbinatali fosforescenti… Un po’ sgomenta, la volpe si chiedeva: perché? Perché tutto questo?
Il Natale è implacabile. È difficile fare finta di niente, perfino se sei una volpe. Ci siamo dentro tutti. Tutto questo caos, questa ressa di acquisti e aperitivi e beneficenza e calendari dell’avvento… perché?
Chi crede in Gesù, chi non ci crede, chi forse ci crede, chi è solo una piccola volpe che conosce più che altro le galline e i sentieri nell’ombra. Per tutti, dicevo, c’è qualcosa d’inevitabile, ed è l’attesa. Bene o male, fin dall’infanzia dal Natale ci aspettiamo qualcosa. Anche oggi, magari involontariamente, attendiamo un cambiamento, una consolazione, una speranza per l’anno nuovo.

Il Natale ci obbliga infatti a guardare la radice, il punto dove sorgono le cose. È la festa di un bambino che nasce e in fondo ogni volta che nasce un bambino è una festa. Non dobbiamo abituarci a questo miracolo – una nuova vita – non dobbiamo addormentarci proprio adesso. Il Natale è una veglia nelle notti più lunghe dell’anno e dell’animo, una veglia mentre arriva la luce. Anche per noi, nonostante tutto, con le nostre rughe, i nostri guai, il nostro COVID, i nostri debiti e i nostri malanni, anche per noi è possibile che accada qualcosa di nuovo.
La piccola volpe trema di freddo nel cuore dell’inverno, come tanti uomini e donne e bambini che tremano per l’abbandono, per la fame, per la rabbia, per la solitudine. Magari sono vicinissimi a noi, ma sono invisibili, non riusciamo a vederli; così come non vediamo la volpe che passa in silenzio proprio accanto alle nostre case.
Dobbiamo fermarci. È questo il mio augurio. Fermiamoci. Sediamoci in silenzio, nella nostra stanza, facciamo tacere il traffico, gli affanni, i social network. Soprattutto i social network. Sediamoci senza fare niente e prestiamo attenzione alle cose di tutti i giorni. Allora piano piano sentiremo le voci di chi chiede aiuto, allora distingueremo i volti di chi sta soffrendo vicino a noi. E forse percepiremo anche il passo furtivo della piccola volpe. E se provassimo a seguirla? Se ci lasciassimo guidare dal mistero? Non so dove finiremo: forse in una tana nei boschi, forse in una radura incantata, forse in un presepe – noi e la volpe di nascosto insieme ai pastori e alle pecore. Chissà.
Come finisce la storia?
La piccola volpe si fermò davanti a un grande albero illuminato. È bello tutto questo, pensò. Questo Natale. Proviamo a guardarlo più da vicino. Cautamente si arrampicò nell’intrico dei rami, fra le bocce e le luci. Si acquattò e si dispose ad aspettare, con pazienza, sicura che qualcosa sarebbe successo.
E se guardate bene, è ancora lassù…

PS: Grazie a Edy Pedrini, che ha ideato e girato il video del discorso. Grazie anche a Sara Demir e, naturalmente, alla città di Bellinzona che mi ha lasciato mettere una volpe sull’albero di Natale.

PPS: Il video si trova sulla pagina Facebook della città di Bellinzona (@bellinzonacity). Credo che si possa scovarlo anche cercando su Google. Avvistare la volpe, invece, è più difficile: provate nei boschi sopra il quartiere di Ravecchia, nella zona di Prada.

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