Il rischio di oziare

Di per sé non mi piace alzarmi presto.
Con gli anni, però, ho scoperto che non mi piace nemmeno restare a letto il mattino.
Questo mi pone in una situazione difficile. Sarebbe buona cosa riuscire a trovare un’opzione intermedia: alzarmi e continuare a sognare.
Dev’essere per questo che amo leggere dopo colazione. Una volta leggevo molto la sera a letto prima di dormire; e ancora lo faccio, spesso almeno per un’ora o più. Di recente però ho riscoperto anche la lettura mattutina. A mie spese. Quando ho da scrivere, avviene un dialogo di questo tipo.

ANDREA CHE SCRIVE: Su, faccio colazione e mi metto al lavoro.

ANDREA CHE LEGGE: Non esagerare. Io direi che puoi leggere per mezz’ora, così ti viene voglia di scrivere.

ANDREA CHE VORREBBE SCRIVERE: Ne sei sicuro?

ANDREA CHE LEGGE: Ma certo!

ANDREA CHE PRIMA VOLEVA SCRIVERE: Mmm… forse hai ragione.

Così un’ora o due più tardi il computer è ancora spento. E questo naturalmente non aiuta a finire un romanzo. Per contro credo che a lungo termine l’ANDREA CHE LEGGE non abbia torto. Il fatto di trascinare un’attività – leggere un libro, sfogliare una rivista – posticipa l’atto della scrittura, ma in qualche modo lo anticipa anche, come se stessi già scrivendo prima di scrivere. L’atto di mettere le parole sul bianco della pagina è solo l’ultima parte dell’azione, quella visibile. È la perdita di tempo, la zona grigia, quella dove nascono le idee.

Poi ci sono le mattine in cui devo alzarmi e uscire di casa. Una settimana al mese almeno sono in onda sulla Rete2 della Radio svizzera pubblica, per la rassegna stampa e le interviste in diretta del mattino. In questi casi non ho molto tempo di pensare alla mie storie, se non come domanda e reazione.
Come domanda: di fronte a tutto ciò che del mondo si accumula sui giornali, di fronte a tutto il marciume che comincia a esalarmi della mente fin dalle cinque del mattino, la scrittura non può che rinnovare una domanda di senso. Che cosa ci faccio io, a questo mondo? Come può riuscirmi di non renderlo peggiore?
Come reazione: non occorre per forza che io scriva di attualità, stando sempre nel momento presente. Ma la costruzione di un mondo immaginario, di un destino narrativo, l’approfondimento dell’impasto fra bene e male che siamo tutti noi è un modo per reagire alle visioni falsamente estreme: tutto il male da una parte, tutto il bene dall’altra. In realtà il male (soprattutto) e il bene (c’è anche quello, per fortuna) che affiorano nella rassegna stampa sono gli stessi che combattono dentro di me e intorno a me. Non posso cambiare le sorti del mondo, almeno non in modo macroscopico. Ma disegnare altri mondi e altre vite, vite minime, vite fantastiche, per me è un gesto di speranza e di rottura. Fra le varie forme in cui si esprime la speranza, infatti, una delle più efficaci è fare il proprio lavoro.
Io scrivo. E quindi provo a scrivere le mie storie, nonostante tutto.
(E se per scriverle devo cincischiare, posticipare, perdere tempo, divagare mentre dovrei lavorare… be’, eccomi, sono pronto a correre anche il rischio di oziare!)

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Radio, tivù e tam tam

Ogni microfono è un invito a stare zitti. Se ne sta lì come un moscone a cui abbiano tagliato le ali. E tace, aspettando di risucchiare parole. Un microfono amplifica. Trasmette. Registra. Distorce. Prende quello che dici e lo porta altrove. Le persone sagge dovrebbero guardare i microfoni con cautela, da lontano, come fanno i turisti che vanno in Africa a spiare i leoni: senza scendere dalla jeep. Ma con un microfono è più complicato. Di solito, se ci sei finito davanti, è perché qualcuno si aspetta che tu scenda dalla jeep.
Come scrittore cerco di essere attento alle parole. Anche una penna o la tastiera di un computer sono un invito a tacere, o meglio, a lasciare che affiorino soltanto le parole necessarie. Credo che la domanda personale – perché scrivo? – sia un’eco della Grande Domanda Impegnativa, quella che indaga il senso della letteratura (per non dire della Letteratura). Senza teorizzare troppo, mi riconosco nel pensiero di Giuseppe Pontiggia: Penso che una delle mete di un narratore sia di dar vita a un testo che alla fine ne sappia più di lui, un testo che rappresenti per lui una fonte di sorpresa, di curiosità, di conoscenza, che non lo deluda alla rilettura, ma anzi riveli significati nascosti che lui stesso non poteva prevedere. Insomma: un testo è riuscito se ne sa di più dell’autore.
Ma questo ancora non ci spiega la ragione per cui, davanti a un microfono, dovremmo scendere dalla jeep. Nel mio caso, si tratta di lavoro: la mattina vado alla radio e accendo il microfono perché mi pagano per farlo. Questa tuttavia è una spiegazione parziale (e lo è pure nel caso della letteratura). Per fare bene il mio lavoro ho bisogno di pormi la domanda personale – perché dico parole alla radio? – e anche la Grande Domanda Impegnativa: a che cosa serve nella Confederazione svizzera l’esistenza di una radio pubblica in lingua italiana, con un canale culturale?
Lavoro alla Radiotelevisione svizzera (RSI) dal 2005: come animatore a Rete2 (il canale culturale), come giornalista all’Informazione, come animatore a Rete3 (un altro canale radiofonico), poi come conduttore in un programma televisivo in diretta, oggi di nuovo come conduttore a Rete2. Sono in onda dalle 6 alle 9.30. Mi sveglio alle 4 a Bellinzona e arrivo a Lugano, nella sede della radio, alle 5. Leggo i giornali, mi preparo. Alle 5.30 arriva il regista tecnico. Alle 6 premo il pulsante rosso.
Ragionavo sul mio lavoro già all’epoca in cui mi occupavo dei notiziari. Sedevo davanti a uno schermo sul quale scorrevano le agenzie da tutto il mondo. Ogni sessanta minuti scrivevo un testo con le notizie più importanti, poi lo leggevo al microfono. Il turno dalle 8 alle 17, quello dalle 18 all’una, quello dall’una alle 8. Anche di notte, implacabilmente, un notiziario a ogni scoccare dell’ora. Anni dopo mi capitò di andare in onda alla tivù il mattino presto, a partire dalle 7. Ricordo i lunghi corridoi fino alla sala trucco. La conduttrice di solito era già lì da un po’ a farsi acconciare i capelli. Io mi sedevo davanti allo specchio e mi trovavo davanti a una faccia che, secondo la truccatrice, era proprio la mia (ma non ne sono ancora sicuro, nemmeno oggi). E mi chiedevo: perché?
L’alba è il momento delle domande. Guardo il parcheggio, spettrale, illuminato da un lampione che ce la mette tutta ma sembra addormentato pure lui. A che cosa serve questo lavoro? Me lo chiedo guidando lungo l’autostrada deserta, poi quando finalmente saluto le ascoltatrici e gli ascoltatori. Forse la risposta si trova proprio in quella solitudine che, il mattino presto, sembra avvolgere il mondo.
Di recente mi è capitato di leggere una poesia di Antonia Pozzi, intitolata Lieve offerta. I versi finali esprimono un auspicio: Vorrei che la mia anima ti fosse / leggera, / che la mia poesia ti fosse un ponte, / sottile e saldo, / bianco – / sulle oscure voragini / della terra. Antonia Pozzi affida alla poesia il ruolo di un ponte. Questo può essere vero sia per la scrittura, sia per la radio e la tivù. Le parole hanno la capacità prodigiosa di fare da ponti, di costruire connessioni fra persone che non si vedono e che magari non s’incontreranno mai. Ma la voce di una radio accesa è già un incontro, così come lo è il riconoscersi nei personaggi di un romanzo. Tutti sappiamo quanto possano essere oscure le voragini della terra, e quanto gli esseri umani abbiano l’esigenza di riconoscersi negli altri.
Esiste un mezzo più antico e più potente della radio e della tivù. Forse anche più potente della scrittura. Parlo del tam tam, il tamburo africano che veniva usato per trasmettere a distanza segnali e messaggi. Mi ha sempre stupito, fin da bambino, l’estrema essenzialità del codice: una sequenza di colpi assume un significato, come se i battiti del cuore diventassero parole. Inoltre, mi affascinava la classica scena da storia avventurosa, con i personaggi che camminano nella giungla e sentono all’improvviso risuonare i tamburi. Qualcuno immancabilmente chiede: Che cosa stanno dicendo? E la guida, con tono brusco: Parlano di noi.
Parlano di noi. È tutto qui. Parlano di noi. Sempre Pontiggia diceva che parlare è scoprire, attraverso il dialogo, qualcosa che non si sapeva di conoscere. In un buon programma radiofonico o televisivo, ogni discorso è un dialogo: fra il conduttore e l’ospite oppure fra il conduttore e il pubblico (anche se non parla, resta un interlocutore, presente e concreto). Ecco una possibile risposta alla domanda personale e alla Grande Domanda Impegnativa. Sebbene non abbiano la potenza primordiale dei tam tam, la radio e la tivù sanno tessere una rete di legami. Oggi più che mai è utile e preziosa una radiotelevisione che crei un ponte fra il vasto e intricato mondo e la Svizzera italiana, fra la Svizzera italiana stessa e i suoi abitanti, fra le diverse anime e lingue della Confederazione e, non da ultimo, fra me e me stesso, fra me il mondo, fra me e te.PS: Giuseppe Pontiggia è uno dei miei maestri. Le frasi che ho riportate provengono da una serie di conversazioni tenute nel 1994 e registrate dalla radio italiana (Radio 2 RAI). Si trovano nel volume Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere (Belleville 2016). Antonia Pozzi, nata nel 1912, morì suicida a 26 anni nel 1938. Il 5 agosto 1934 scrisse la lirica che ho citato (qui il testo completo). La poesia è tratta dal volume Lieve offerta (Bietti, 2014).

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