Bellinzona

Bellinzona è la città più lontana che io possa mai raggiungere. Come immaginare un viaggio più rischioso, più teso verso l’ignoto? Se valicassi catene montuose, se navigassi oceani sterminati mi limiterei a macinare chilometri; a Bellinzona, invece, ogni passo è scavato nel tempo. In realtà non amo indugiare nei ricordi, ma preferisco tentare di cogliere ciò che si muove nel presente, e proprio per questo una passeggiata a Bellinzona è un viaggio avventuroso: il presente me lo devo guadagnare a ogni svolta, oltre i ricordi, oltre la ricerca del tempo più o meno perduto. Essere aperto alla città, alle sue apparizioni, alle sue voci, alle sue inquietudini, diventa un vero esercizio di attenzione.
FullSizeRenderOgni tanto passo vicino alla casa in cui ho trascorso i primi sei anni di vita. Non ci sono mai più entrato, da allora. Un paio di giorni fa, quasi senza pensarci, mi sono soffermato accanto all’ingresso; ho notato la forma del cortile, le serrande abbassate dei garage, il vialetto che passa di fianco al muro. Di colpo, ho sentito lo schiaffo della memoria. Come succede sempre, in questi casi, il ricordo era impreciso. Credo che il cervello inconsciamente abbia riconosciuto uno scorcio che non vedeva da più di trent’anni: la stessa immagine registrata tanto spesso nei primi anni, nello stesso luogo, dallo stesso punto di osservazione. Questa coincidenza deve aver creato una specie di corto circuito, come una vecchia radio polverosa che, quando viene finalmente riaccesa, emette un suono gracchiante: la voce o la musica appartengono al presente, ma in qualche modo sembrano remote, intrise di tempo perduto.
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In questi casi, mi sforzo di scrollarmi di dosso il passato. Ciò che voglio vedere è un semplice vialetto che costeggia il muro di una casa qualunque. Qualunque? Certo: qualunque. E perciò interessante. La ricerca dei dettagli, l’immaginazione, la pazienza: sono queste le condizioni perché un paesaggio sia interessante. Che importa se appartiene al mio passato oppure no? A me preme osservare ciò che appare così come è ora. La memoria può aiutarmi per un istante a orientare lo sguardo, ma poi bisogna lasciarla andare. Bisogna dimenticare.
È un lavoro complesso. Ma è anche affascinante. Forse è per questo che scrivo qualche volta di Bellinzona; a parte i romanzi, segnalo per esempio il racconto “Un gioco da ragazzi”, che parla del fallimento di una squadra di calcio: è una storia con Elia Contini, pubblicata nell’antologia Un inverno color noir (curata da Marco Vichi per l’editore Guanda nel 2014).
Copia di image1-2Un altro mio scritto su Bellinzona, in cui cerco di restituire la dimensione spazio-temporale ma in maniera più ampia, senza legarla troppo alla mia biografia, si trova nel volume Negli immediati dintorni, edito nel 2015 da Casagrande in collaborazione con l’Associazione Doppiozero. Il testo, intitolato “Viaggio fuori dallo spazio-tempo”, si può leggere anche nel sito Doppiozero.com, corredato di fotografie. Ecco dunque il primo paragrafo della mia piccola guida a Bellinzona:

Vorrei stare da solo, a Bellinzona. E come si fa? A Bellinzona sono nato, a Bellinzona vivo, e non ho più nella memoria le prime passeggiate, le sconfitte e le scoperte, le fughe, il rischio del ritorno. Tutto è na­scosto sotto una piacevole coperta di abitudini. Ma per parlare di una città, dicono le guide più avvedute, devi starci da solo per un po’. Non basta esserci cre­sciuto, devi essere in grado di tornarci come nuovo. Potrei camminare con gli occhi bendati. Potrei farlo dopo un’immensa nevicata, di quelle che ridise­gnano le città, oppure potrei scegliere una via dove non sono mai passato. Perché a pensarci bene qua e là ci sono cortili o stradine che non ho mai voluto percorrere, e che potrebbero nascondere qualunque cosa. Sotto la coperta di abitudini, forse barando un poco, mi sono conservato qualche pezzo di mistero.

Trovate qui il testo integrale. Buona lettura… e buon viaggio verso l’ignoto!

PS: La casa dei miei primi anni, per chi conoscesse Bellinzona, si trova in via Guasta. L’ultima fotografia di questo articolo è misteriosa: per capirla, mi sa che dovrete proprio leggere il “Viaggio fuori dallo spazio-tempo”…

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Le audiocassette di Contini

Ieri sera ho presentato L’arte del fallimento all’Università di Zurigo. Nell’aula D31, oltre a insegnanti, studenti, lettori e curiosi, c’era un personaggio fatto di aria e memoria. Era ben presente, seduto sul bordo di un tavolo, ma anche intangibile, congelato in un altrove più lontano delle galassie, più remoto dello spazio profondo. Quel ragazzo, studente in quella stessa Università nei primi anni dopo il 2000, non poteva essere lì. Eppure c’era. Annuiva impassibile, come se mi ascoltasse, ma si vedeva benissimo che stava pensando ad altro. Aveva nella testa un investigatore privato di nome Elia Contini (gli piaceva il suono di quelle tre “i”) e stava scrivendo una storia su di lui. Una storia? Un romanzo, addirittura.
BarcheZhTornare dove tutto è cominciato è sempre un’operazione rischiosa. Amo la città di Zurigo, il suo fiume, i suoi ponti, il suo cielo vasto e mutevole. Conosco le vie, i posti dove mangiare e quelli dove starsene da soli – come ogni città, anche Zurigo ha i suoi angoli di campagna, che resistono fra i tram e i negozi di telefonia mobile. Ho amici con cui tirare tardi e scolare pinte di birra (magari una di troppo, ieri sera). Ho strade dove mi piace tornare e altre che credevo di avere dimenticato. Ma soprattutto, il luogo dove ho trascorso i miei anni di studente mi offre l’opportunità di un rendiconto. Lo sguardo degli altri mi permette di capire meglio il lavoro che sto facendo; ma anche lo sguardo indietro verso il passato – purché non mi soffermi troppo a lungo – mi aiuta a dare sostanza alle narrazioni.
StudentiZhLa professoressa Tatiana Crivelli e il professor Nunzio La Fauci (che ieri mi ha insegnato un detto siciliano sul fallimento) hanno incrociato la mia strada all’inizio, quando stavo rimuginando la mia prima storia, e di nuovo ieri sera, quando fingendo di parlare dell’ultima storia stavo già provando a rimuginare la prossima. Ecco, questo è il punto: la prossima storia. Parlando e passeggiando con qualche amico, prima e dopo l’incontro, mi sono reso conto che le divagazioni e i pensieri in apparenza assurdi hanno il valore di ancorarci al presente, anche nei luoghi che per vicenda personale sono intrisi di passato. Più che riflettere sulle vicende che mi hanno portato a creare i miei personaggi, m’interessa coglierne di nuovi. Perché ieri pomeriggio un uomo, in una viuzza del Niederdorf, stava bagnando con l’annaffiatoio il davanzale di una finestra? Non c’erano vasi, non c’erano fiori, ma lui era intento nell’innaffiare, meticoloso, come se coltivasse qualcosa d’invisibile.
TramontoZhTutto sta in queste immagini, in questi incontri fortuiti.
Nei giorni scorsi mi ha scritto una lettrice a proposito di un mio articolo uscito qualche tempo fa sul sito “Il Libraio”. È un testo che presenta dieci investigatori presi da altrettanti romanzi polizieschi, rappresentando ognuno di loro con un oggetto caratteristico (trovate qui l’articolo). E il suo Elia Contini, mi ha chiesto la lettrice, con quale oggetto si potrebbe rappresentare? Non è una domanda facile. Ho pensato a qualcosa che abbia a che fare con le volpi o con le zattere di legno che Contini si diverte a costruire, ma poi mi sono detto: perché non le audiocassette?
image1Il mio investigatore è refrattario alla tecnologia. Ama le piccole azioni concrete, quelle che implicano toccare cose e spostare oggetti. Non gli piace scorrere il dito sugli schermi, non sopporta le macchine che creano link e connessioni, che incrociano dati e immagini in un mondo dove non si può camminare, ma tuttalpiù navigare virtualmente. Di sicuro è un atteggiamento infantile: perché ostinarsi ad ascoltare la musica sulle audiocassette, quando esistono impianti ben più sofisticati? La mia risposta è: non lo so. Non posso spiegare perché Contini sia fatto in questo modo, così come non so perché un uomo a Zurigo annaffiasse una finestra. Io non ascolto più le audiocassette, Contini invece sì. Il fatto che sia un personaggio creato da me, dopotutto, non significa che io conosca ogni suo segreto. E magari è giusto così: si scrive per approfondire il mistero, non per svelarlo. Tornerò a raccontare una storia con Elia Contini? Non so nemmeno questo. Forse sì, forse invece non mi capiterà più. In fondo l’importante non è scrivere di lui, ma sapere che lui è là fuori – da qualche parte nei boschi intorno a Corvesco – e che, fra un’audiocassetta e l’altra, continua a camminare.

Contini stesso non era un fallito? Alla sua età non aveva un vero mestiere, una vera storia professionale, ma si arrabattava accettando casi che un’agenzia seria avrebbe subito respinto al mittente. Chi era lui per avere pietà di Mario? Ripensò ai nomi sulla lapide e ai desideri che quelle persone avevano rincorso per tutta la vita, e qualche volta realizzato. Tutto era svanito come un miraggio, mentre chissà perché Contini aveva l’impressione che le sconfitte avessero più consistenza. Che cosa resta di te, alla fine? Ciò che hai posseduto o magari invece ciò che non hai mai avuto, ciò che hai sperato… o magari disperato?
Ecco il genere di domande a cui di solito rispondeva senza parole, andando a camminare nei boschi.
Sulla via del ritorno, propose a Francesca di ascoltare un po’ di musica. Ora che guidava lei, per Contini non era facile propinarle Brel, Brassens e Aznavour. Lei però non si spingeva fino a fargli ascoltare i Coldplay e così cercavano un compromesso.
«Si chiamano Timber Timbre. Cantano in inglese, ma forse ti piacciono lo stesso…»
«Timber Timbre. Che razza di nome è?»
La musica però non era male. Atmosfere profonde come un dirupo e un cantante dalla voce bassa, cavernosa. Un brano in particolare, Grand Canyon, liberò spazio nella mente di Contini mentre guardava il paesaggio scorrere dai finestrini. Era cresciuto in un territorio piccolo, fitto di montagne e campanili. E chissà che alla fine di lui non potesse restare invece la nostalgia per le pianure sconfinate, per un orizzonte aperto e selvaggio, sempre nuovo…

PS: Il testo con Elia Contini proviene dal romanzo L’arte del fallimento (capitolo 40, “Grand Canyon”, pagine 171-72). Il brano Grand Canyon è tratto dall’album Hot Dreams, pubblicato dai Timber Timbre nel 2014.

PPS: Grazie a Elena Biaggio per le fotografie di Zurigo. E grazie a Yari Bernasconi: non solo per aver condiviso con me la conferenza, ma soprattutto per aver notato l’uomo che annaffia le finestre!

PPPS: Il detto del professor La Fauci suggerisce di guardare al fallimento come a una forma di salvamento. Non è un vero e proprio proverbio, ma un’osservazione, un’arguzia che lo stesso La Fauci ha avuto modo di ascoltare in Sicilia, durante la giovinezza. Avulso dal contesto, suggellato dalla rima, il detto a mio parere assume quasi il valore di un autentico proverbio. Mi sembra infatti portatore di una verità non banale: a volte, nella vita, le cose si aggiustano proprio nel momento in cui falliscono (ne avevo già parlato qui).

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“Lezioni private” in bicicletta

Mi piace scrivere di lavoro. Non so se dipenda dal mio gusto per l’ozio creativo (chiamiamolo così) o dal mio percorso professionale talvolta complesso. Amo guardare i gesti di chi è immerso in un mestiere, seguirne i tentativi, le sconfitte, le soluzioni. E se il lavoro non va? Ho provato a partire da questa situazione in un raccontino offerto gratuitamente in ebook da Guanda (lo trovate su Amazon).

Scarica gratuitamente l’ebook di “Lezioni private”

C’è di mezzo Contini con la sua routine: piccoli furti, ripicche, animali smarriti. Nella dolcezza di un autunno dorato che sfuma in inverno, l’investigatore si pone una domanda che prima o poi ci poniamo tutti: a che cosa serve il mio lavoro?
FazioliLEZIONIebook-bit01Una volta andavano di moda i detective privati: da Sherlock Holmes a Nero Wolfe, da Philip Marlowe a Pepe Carvalho. Oggi pare che gli autori preferiscano i poliziotti, forse perché sembrano più realistici. L’investigatore privato è più romantico, con quello strascico d’impermeabili e smorfie alla Bogart, ma anche più inverosimile. Certo, le agenzie d’investigazione esistono, ma di solito sono poco romanzesche; ed è proprio su questa discrepanza fra reale e immaginario che vorrei lavorare. Nel racconto “Lezioni private” Contini finisce in una storia più grande di lui. Naturalmente protesta, agisce quasi controvoglia. Controvoglia? Contini non lo ammetterebbe mai, ma sotto sotto si diverte a fingere di essere un vero detective, un tenebroso private eye
Mi accorgo però che sto eludendo la domanda: a che cosa serve il mio lavoro? Ci pensavo l’altro ieri, quando sono andato a fare un giro in bicicletta, poco dopo aver tenuto un laboratorio in un liceo. Per due ore avevamo parlato di storie, d’immaginazione, provando a buttare sulla carta le cose impalpabili che si aggirano dentro di noi. In fondo, era uscito l’aspetto piacevole della scrittura: l’intuizione, la creatività. Dopo aver salutato i ragazzi, mentre arrancavo in bicicletta, mi è venuto in mente anche l’altro aspetto. Perché scrivere assomiglia un po’ alle prime salite della stagione, quando le gambe sono ancora arrugginite e, a metà strada, non sai come riuscirai ad arrivare in cima.
image1-2La via si arrampicava tra i vigneti, dolcemente, con il sole che si posava di traverso e allungava le ombre. Io avevo il fiato corto, i muscoli cigolanti. Perché tanta fatica? Che cosa ci trovo di bello, a che scopo? Ecco, forse la risposta si trova lassù, nella panchina in cui mi siedo sempre prima di scendere e tornare a casa. Non saprei spiegarmi meglio, ma credo che qualcosa di essenziale si nasconda in quel cielo così intimamente blu, in quei minuti di quiete. Nel gesto di bere un po’ d’acqua. O nel lasciare che i pensieri divaghino, mentre mi dedico alla prima fra tutte le occupazioni umane: respirare.
Ho trovato una sorta di risposta anche in una lirica di Cesare Viviani. In ogni attività, infatti, mi pare decisiva la capacità di ricevere (oltre che di respirare).
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PS: La poesia è tratta da Credere all’invisibile (Einaudi 2009).

PPS: Di lavoro, o della sua mancanza, avevo già parlato qui, a proposito del romanzo L’arte del fallimento (ormai imminente: arriva il 18 febbraio).

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L’importanza delle volpi

L’altro ieri ho visto una volpe. Può sembrare un fatto banale, ma per me è importante. È stato come un segnale, un richiamo verso le zone più oscure della mia identità: nella mia vita la volpe ha sempre svolto il ruolo di custode del mistero. Così vicina, eppure così lontana. Così prossima all’uomo e così irrimediabilmente selvatica. Stavo guidando su una strada di campagna, quando con la coda dell’occhio ho colto un guizzo. Il tempo di rallentare e la volpe era lì.
image1-2Ho frenato. Per qualche secondo siamo rimasti immobili, io e la volpe. Poi ho allungato una mano verso la portiera e in quel momento lei si è allontanata, trotterellando. Allora ho spento i fari, sono uscito dalla macchina. Tutto era buio. Sentivo il vento fra gli alberi e il ronzio di un’automobile che passava da qualche parte. Faceva freddo, tanto che ho battuto i piedi per terra. Ma subito ho pensato: fermo, così la spaventi. Naturalmente la volpe non c’era più, ma io ero convinto che fosse ancora lì, da qualche parte, a spiarmi. Mi sono schiarito la voce, era da un po’ che non parlavo, e ho detto:
– Ehi! – Silenzio. – Ehi! – ho ripetuto.
La volpe non mi ha risposto (non siamo in quel genere di storia). Subito, tempo un paio di secondi, ho colto la scena nella sua portata reale: un tizio che grida in un campo deserto, nel cuore della notte. Meglio tornare a casa. Sono ripartito, ma nei pensieri mi è rimasta la scia di quell’incontro notturno.
IMG_1428-2La volpe scende fino alle nostre case, fruga nei resti delle nostre vite. Ma non si lascia addomesticare (solo dal Piccolo Principe, e anche in quel caso non è stato semplice). Elegante e furtiva, è simbolo della parte segreta del mondo, di tutto ciò che non arriverò mai a svelare completamente. Perciò nelle mie storie si trovano spesso delle volpi: quando si scrive, si ha sempre la speranza di raggiungere un segreto.
Per esempio, l’investigatore Elia Contini cammina nei boschi e ama fotografare le volpi. Questo tratto caratteriale non è il solito tic più o meno simpatico, ma nasce da un’esigenza narrativa. Contini normalmente indaga su piccole cose – furtarelli, ripicche e gelosie – però non rinuncia, non si abbandona alla routine; e infatti, di notte, va a cercare le volpi.
Quando scrivo cerco sempre di non avere tutto sotto controllo. Mi preparo, penso all’idea generale della storia, ma sto con il fiato sospeso, perché so che ci saranno degli imprevisti… E quale miglior bandiera, per l’imprevisto, della coda rossastra di una volpe?
Anche gli antichi e sapienti maestri giapponesi erano ben consci del valore di questo animale. Infatti uno di loro ci ha lasciato un prezioso haiku: La volpe va / nel folto dell’estate – / Ma chi la vede?

PS: Se qualcuno volesse come Contini seguire le tracce delle volpi, può essere utile il volume da cui ho rubato una delle immagini di questo articolo: Jean-Pierre et Yan-Chim Jost, Le Renard. Aspect, comportement, urbanisation, Cabédita 2005. Non è male anche Le renard, di Jean-Steve Meia (Delachaux et Niestlé 2008). Sto cercando qualcosa di buono in italiano (se avete qualche suggerimento, fatemi sapere).

PPS: L’immagine della volpe fatta di parole è tratta da un’incisione a bulino eseguita da Paolo Foletti per la raccolta di poesie ornate Bestie (Atelier Calcografico, Novazzano 1997), con i testi di Ugo Petrini.

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Working poor

Quando finisco un romanzo, mi piacerebbe riuscire a dimenticarlo. Copia di image1-2Se ci penso, mi preoccupo: sarò riuscito a dire ciò che volevo? Ci sarà qualcuno che apprezzerà il mio tentativo? Forse avrei dovuto scrivere diversamente, ma ormai è tardi.
Stavolta poi è ancora peggio, perché il titolo è L’arte del fallimento. E se il romanzo stesso si rivelasse un fallimento? Sarebbe elegante, dal punto di vista stilistico, ma… be’, diciamo che la mia coerenza non si spinge fino a questi estremi.
Ecco dunque che anche il blog può rivelarsi utile. Un paio di mesi fa ho già anticipato un brano del romanzo (lo trovate qui), e ora vorrei proporne un altro. Per me è un modo di restare nell’atmosfera, riflettendo sul mio lavoro.

Non è facile essere poveri in un paese ricco. C’è chi dice: almeno non si muore di fame. E c’è chi ricorre all’inglese: working poor. Come se l’essere working, pensava Contini sulle scale dell’Ufficio Fallimenti, potesse lavare l’onta del poor. Le facce che incrociava salendo forse non avevano fame, ma erano divorate dalla vergogna. È come uno di quei vermi che ti rodono l’intestino, finché qualcuno ti fa capire che, sì, puoi diventare povero, ma hai tutto l’interesse a fingere di non esserlo. Si fermò per far passare una coppia di giovani vestiti bene. Stavano litigando, ma smisero subito appena notarono la presenza di un estraneo.
Sei povero? Guarda gli altri, quelli che sono working e basta, fa’ come loro. È sottilissimo il diaframma che separa il precetto esecutivo dalle vacanze a Djerba, la Mercedes in leasing dal pignoramento dell’impianto stereo. Contini si fermò ad ascoltare sull’ultima rampa: prima di uscire sulla strada, credendosi al sicuro, i due giovani ricominciarono a litigare.
Non è permesso balzare da uno status sociale all’altro. Soltanto nelle fiabe il principe ruzzola fra i mendicanti e la sguattera s’infila a corte. Nei paesi civili queste operazioni richiedono documenti, pratiche, verifiche a domicilio. Come sacerdoti aztechi, i funzionari dell’Ufficio Fallimenti accompagnano le vittime al sacrificio: archiviano i compromessi, le speranze fasulle e, infine, registrano in triplice copia il tonfo.

Non è un brano decisivo, anzi, è una divagazione. Ma forse anche i brani marginali possono rivelare qualcosa della tonalità di un romanzo.
image1-2Non voglio rimuginarci troppo. Ho sempre creduto che la miglior tecnica di scrittura sia pensare ad altro. È il giorno dell’Epifania: appena finirò questo articolo approfitterò del sole e andrò a farmi un giro in bicicletta. Il pezzo lo pubblicherò domani (tanto, che cosa cambia?). Oggi lascerò che la mente passeggi fra cose concrete: nuvole, montagne, battiti del cuore. Prometto comunque di pensare ogni tanto a Contini e agli altri personaggi; e fino al 18 febbraio, quando il romanzo arriverà in libreria, cercherò di non dimenticarmi ciò che ho scritto (sembra facile, ma ricordate: è L’arte del fallimento…). Dopo l’uscita del libro, se ne avremo l’occasione, qualche volta potremo discuterne insieme.

PS: Avevo già parlato dell’Ufficio Fallimenti: potete trovare qui l’articolo.

PPS: Se foste curiosi, il giro in bicicletta è andato bene. Percorso misto: salita e pianura, ma soprattutto salita. Un po’ di fatica all’inizio, poi ho trovato il ritmo. Poche automobili, aria fredda, il silenzio appena velato dal mormorio lontano dell’autostrada.

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