Giro del mondo

Nel 2018 avevo progettato di fare il giro del mondo. Sono partito nel gennaio 2019, con l’idea di visitare ogni mese un luogo diverso. Qualche volta è stato faticoso – a un certo punto ho temuto di non farcela – ma infine ho raggiunto l’obiettivo.
Per mancanza di mezzi finanziari non potevo permettermi né di volare in aeroplano, né di prendere il treno, né d’imbarcarmi per mare; per contro, andare a piedi o in bicicletta sarebbe stato troppo lungo. Ho sfruttato quindi l’immaginazione, che resta il mezzo di trasporto più ecologico mai inventato fino a oggi. I miei bagagli erano ridotti: avevo con me un mazzo di carte. Ecco le mie destinazioni, in ordine cronologico: Pilley’s Island (Canada), Muling (Cina), Makuya (Congo), Igarapeba (Brasile), Myaungmya (Birmania/Myanmar), Yabluniv (Ucraina), Ross Ice Shelf (Antartide), Ajano-Majskij (Russia), Santa Fe (Stati Uniti), Dighori (India), as-Summan (Arabia Saudita), One Tree (Australia).
Presento qui sotto, per ogni mese, la fotografia delle carte che mi hanno ispirato, il link al testo e l’immagine della mappa satellitare. Di seguito, i dodici haiku scritti in occasione di ogni viaggio. (Per i dettagli tecnici sulle spedizioni, si veda il Post Scriptum alla fine.)
Prima di lasciarvi alla lettura, vorrei proporvi una breve riflessione sull’utilità di tale impresa. Qualcuno potrebbe chiedersi: perché dare tanto spazio alle fantasticherie, in un’epoca come la nostra segnata da inquietudini planetarie reali e tangibili? A me sembra che la forza della letteratura, e quindi della fantasia, consista nella capacità di spezzare gli schemi, anche gli schemi che a prima vista ci sembrano corretti.
Non c’è bisogno di andare lontano. Oggi, per esempio, sono uscito di casa e, dopo appena qualche passo, mi sono ritrovato a contemplare le crepe sul marciapiede: di colpo, nel cuore della città, ho visto ergersi la sagoma di una giraffa; oppure ho scorto il profilo di un segugio che fiuta la sua pista. Le cose non sono come sembrano, proprio perché la realtà sfugge a ogni schema. Anch’io, quando scrivo, mi sento come quel segugio: non mi’interessa raccontare ciò che ho trovato, se mai ho trovato qualcosa, ma cercare nuove tracce. Immaginare ciò che non esiste mi aiuta a vedere meglio ciò che esiste; ogni passo – ogni parola – è un tentativo di capire un po’ meglio il mondo, questo inestricabile mistero che ogni giorno ci mette alla prova.

IL GIRO DEL MONDO

 
GENNAIO
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Hanafuda: Pino / Gru
Luogo: Pilley’s Island, Terranova e Labrador, Canada
Coordinate: 49°30’34.2″ N; 55°43’43.6794″ E

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FEBBRAIO
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Hanafuda: Pruno / Usignolo
Luogo: Muling, Mudanjiang, Heilongjiang, Cina
Coordinate: 44°49’25.9″N, 130°35’12.8″E

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MARZO
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Hanafuda: Ciliegio / Tenda
Luogo: Makuya, Lualaba, Congo
Coordinate: 9°29’11.1″S, 21°53’15.3″E

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APRILE
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Hanafuda: Glicine / Cuculo
Luogo: Igarapeba, São Benedito do Sul, Pernambuco, Brasile
Coordinate: 8°48’09.8″S, 35°54’15.7″W

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MAGGIO
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Hanafuda: Iris / Ponte
Luogo: Myaungmya, Myanmar (Birmania)
Coordinate: 16°31’20.5″N 95°10’56.7″E

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GIUGNO
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Hanafuda: Peonia / Farfalla
Luogo: Yabluniv, distretto di Kaniv, Oblast’ di Čerkasy, Ucraina
Coordinate: 49°40’27.8″N; 31°26’21.0″E

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LUGLIO
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Hanafuda: Lespedeza / Cinghiale
Luogo: Ross Ice Shelf, a circa 400 km dalla McMurdo Station, Antartide
Coordinate: 80°38’49.3″S 171°01’35.5″E

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AGOSTO
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Hanafuda: Miscanthus sinensis / Luna piena
Luogo: Ajano-Majskij, Chabarosk, Russia
Coordinate: 58°51’05.8″N; 132°47’40.3″E

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SETTEMBRE
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Hanafuda: Crisantemo / Coppa di saké
Luogo: Santa Fe, Nuovo Messico, Stati Uniti d’America
Coordinate: 35°41’46.2″N; 106°10’21.7″W

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OTTOBRE
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Hanafuda: Acero / Cerbiatto
Luogo: Dighori, Maharashtra 441203, India
Coordinate: 20°47’01.9″N; 79°13’11.7″E

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NOVEMBRE
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Hanafuda: Salice / Poeta / Rondine
Luogo: as-Summan (لصمّان), Arabia Saudita
Coordinate: 23°40’19.6″N; 49°25’45.3″E

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DICEMBRE
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Hanafuda: Paulonia / Fenice
Luogo: One Tree, Nuovo Galles del Sud, Australia
Coordinate: 34°11’05.9″S; 145°15’00.5″E

GLI HAIKU

Parcheggio vuoto.
Sopra le case e gli alberi
passa una gru.

***

Sulla betulla
si posa una colomba –
È quasi marzo.

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Guardando giù
dall’alto di un ciliegio
vedo me stesso.

***

In bicicletta –
Il cuculo sorprende
la mia fatica.

***

Splende nel calice
un vino bianco freddo.
È quasi estate.

***

Viene la sera –
le peonie si addormentano
stanche di sole.

***

Un vecchio clown
nel buio suona il violino.
Notte di luglio.

***

L’erba d’argento
brilla come un addio –
Non c’è nessuno.

***

Viene la notte –
In fondo all’orto ridono
i fiori d’oro.

***

Sale la nebbia.
Scricchiolano sul viale
passi di corsa.

***

L’eco di un fischio
indugia sopra i tetti –
L’ultima rondine.

***

Libero i vetri
dal ghiaccio e nel frattempo
l’anno finisce.

***

PS: Per scegliere i luoghi in cui viaggiare mi sono affidato a un sito che designa casualmente una coppia di coordinate su tutta la terra. Se finivo nel mare (come accadeva nella maggior parte dei casi) o in un luogo già visitato, facevo un altro tentativo, accettando il primo risultato utile. Ho aiutato la fantasia con l’Hanafuda, un mazzo di carte giapponese risalente al XVI secolo: ogni mese il gioco propone l’immagine di una pianta o di un fiore e talvolta anche di un animale o di oggetti simbolici. Esistono varie versioni dell’Hanafuda; io ho usato quella dell’editore francese Robin Red Games (trovate qui i dettagli).
Insieme al resoconto del viaggio, ogni mese ho scritto anche un haiku, un piccolo poema di tre versi, pure di origine giapponese. L’haiku per me non era un riassunto o un complemento, ma piuttosto un punto di fuga verso l’ignoto.

PPS: Per altri dettagli, si legga anche qui (è l’introduzione al primo viaggio, nel mese di gennaio).

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Niente di niente

Quando viaggio da solo in un paese straniero, a volte incontro uno dei miei personaggi. Sono momenti fuggevoli: dopo pochi secondi il personaggio svanisce, torna a essere uno dei tanti che girano per le strade. Ma non scompare del tutto: diventa uno stato d’animo, una sensazione, un desiderio, un riflesso d’ombra che s’insinua fra i pensieri della quotidianità.
Qualche giorno fa stavo camminando a Varsavia. Erano le dieci di sera. Per le strade c’erano persone che procedevano in fretta, perché sicuramente qualcuno le aspettava da qualche parte. C’erano coppie d’innamorati che approfittavano della temperatura non troppo rigida. C’erano gruppi di ragazzi, operai alla fine del turno, poliziotti, qualche barbone che preparava un giaciglio per la notte. Non si vedevano stranieri, o almeno, nessuno che fosse immediatamente riconoscibile come tale. Mi sono chiesto se fossero davvero tutti polacchi. Di sicuro ci sarà stato qualche ucraino, qualcuno che non riuscivo a riconoscere come straniero. Ma quando ho visto un uomo dalla pella scura, con il volto coperto da un cappuccio e da una sciarpa, la sua differenza ha attirato la mia attenzione. Stava seduto su una panchina, immobile, e fissava nel vuoto. Allora mi è venuto in mente Moussa ag Ibrahim, uno dei protagonisti del romanzo Gli Svizzeri muoiono felici (Guanda 2018).
Moussa è un uomo di origini tuareg. Fin dall’infanzia ha vissuto come nomade nel deserto del Sahara, tentando di seguire le tradizioni dei suoi antenati. Ma i tempi cambiano, fra leggi restrittive, violenza, desertificazione. Per una serie di ragioni, Moussa arriva in Svizzera. La sua speranza è di trovare un lavoro, per aiutare i suoi parenti in Niger. Ma subito è colpito dalla nostalgia e da un senso d’inadeguatezza.

Quel mattino, mentre diceva le sue preghiere, Moussa aveva avuto paura di essersi spinto troppo oltre, in mezzo a gente troppo diversa. Come avrebbe fatto a resistere in quel paese, dove tutti avevano il loro posto? Ognuno partiva sapendo dove andare, per quale ragione, a che ora. Tutti avevano un telefono, un indirizzo email, un appuntamento e poi un altro e un altro ancora, come una ragnatela nella quale tessevano sempre nuovi fili, creando strade, palazzi, monumenti, macchine, libri, parole, immagini. E Moussa invece passava come un soffio in mezzo ai progetti degli altri, come chi non ha niente di niente.

Un uomo in mezzo alla folla. Diverso da tutti gli altri. Completamente solo. Camminando verso l’hotel Metropol, poco lontano dall’immenso Palazzo della Cultura, ho cercato di calarmi nell’animo di Moussa, nella sua lontananza. Spesso è da questi esercizi d’immedesimazione che traggo le idee per la scrittura. Anche quando il romanzo è già pubblicato, come in questo caso, mi fa piacere restare per un po’ da solo con i miei personaggi.

Ero in Polonia per una serie di conferenze. La prima sera, al bar dell’hotel, mi chiedevo che cosa dire agli studenti e alle persone che mi avrebbero ascoltato. Ero seduto davanti a uno dei camini fasulli più realistici che mi sia mai capitato di vedere: finti carboni ardenti, finte fiamme guizzanti, finto fumo grigio. Davanti a me, sul tavolino, c’era una birra (vera). E io? Fino a che punto sarei riuscito a essere autentico? Un uomo in una città straniera, sospeso fra un fuoco finto e una birra vera. Chi è veramente l’uomo? Cioè, chi sono io? Sono più simile alla fasulla perfezione del fuoco o alla verità fermentata della birra?

Questi pensieri mi hanno fatto capire che era giunta l’ora di andare a letto… Prima di dormire, ho sfogliato qualche pagina di un autore polacco. Adam Zagajewsi (nato a Leopoli nel 1945) racconta in un saggio dei suoi giorni da liceale, quando gli studenti erano «attratti dalle feste private, dai primi appuntamenti, dai giri in bicicletta, dalla musica di Elvis Presley, Chubby Checker e Little Richard, dalla vita intesa soprattutto come uno sguardo rivolto senza troppa attenzione a un lontano futuro». In quel contesto, un giorno il poeta Zbigniew Herbert, giovane ma già conosciuto, viene invitato al liceo per una conferenza. Al di là di ogni aspettativa, annota Zagajevski, la visita di Herbert «ha cambiato qualcosa nel mio modo di guardare alla letteratura; magari non subito, ma – con un certo ritardo – lo ha fatto sicuramente».
Nel mio piccolo, chissà, forse anch’io sono riuscito a lasciare qualcosa agli studenti che ho incontrato in questi giorni. Ho letto qualche pagina da L’arte del fallimento e da Gli Svizzeri muoiono felici, ho cercato di condividere la mia esperienza di scrittore, i miei dubbi, ciò che ho imparato e ciò che mi resta da imparare. Sul palco del festival Jazz&Literatura di Katowice oppure in un’aula dell’Uniwersytet Śląski a Sosnowiec: sempre guardavo uno per uno quei volti attenti, in ascolto, e mi chiedevo: che cosa resterà di tutto questo? Sulle prime ero pessimista, poi mi dicevo: Andrea Fazioli di certo non è abbastanza, ma forse i personaggi si sono espressi per me. Forse Moussa ag Ibrahim è riuscito a comunicare loro qualcosa, nella maniera silenziosa in cui parlano i Tuareg. Magari non subito. Magari le parole si sono deposte in profondità, avvolte in un bozzolo di silenzio. Magari fra qualche anno quegli studenti ripenseranno a Moussa, a Contini, anche solo fuggevolmente, e la realtà immaginata sarà loro d’aiuto per affrontare la realtà reale.
E io? Anch’io ho vissuto incontri che mi saranno utili per essere sempre più birra (vera) e sempre meno fuoco (finto). All’Istituto italiano di cultura di Varsavia ho avuto modo di parlare di letteratura e mi sono annotato nomi di autori italiani e polacchi da scoprire. Anche qui, come del resto è accaduto pure con gli studenti, ho l’impressione di aver ricevuto più di quanto sia riuscito a trasmettere. Ma non bisogna fare calcoli: questo tipo d’incontro, di scambio culturale, continua a generare frutti nel tempo, lentamente.
Nei miei giorni in Polonia ho avuto modo di confrontare i segni del passato con un futuro che cresce a vista d’occhio. Vecchi palazzi di stampo sovietico e nuovi edifici creati da grandi architetti. Luci al neon, traffico, fast food, ancora luci al neon di ogni forma, di ogni dimensione. Campi gelati e betulle lungo la ferrovia. Vaste zone industriali. Ciminiere, parchi, centri commerciali. Lo splendido nucleo di Nikiszowiec, costruito all’inizio del XX come osiedle robotnicze, come quartiere operaio per le famiglie dei minatori, con i familoki di mattoni rossi che si dispongono in forma geometrica, creando strade, cortili, angoli discosti dove il silenzio è interrotto solo da un improvviso volo di uccelli o dal suono ovattato di una radio.
L’ultima sera, a Varsavia, torno a camminare lungo le strade intorno al Palazzo della Cultura. Il mio telefono è scarico e ho smarrito il caricatore. Mi fermo in un negozio e chiedo in inglese alla commessa se ne venda o se sappia dove possa acquistarne uno. «Mi dispiace – risponde lei – abito lontano da qui.» Poi sorride e aggiunge: «Abito lontano da tutto». Annuisco. «Me too – le dico – anch’io». Provo a ripeterlo in polacco: «Ja też». Lei sorride di nuovo. Ci salutiamo. Esco e penso che in fin dei conti posso anche restare senza telefono. Così sarà più facile intravedere Moussa ag Ibrahim che cammina con la consapevolezza di non avere niente di niente. Forse è proprio da questo vuoto che possono sprigionarsi le parole più preziose. In Polonia, in Svizzera, nel deserto del Sahara.
Più tardi, prima di dormire, rileggo una poesia di Adam Zagajevski. S’intitola “Là, dove il respiro”.

Sta sulla scena
senza alcuno strumento.

Appoggia le mani sul petto,
là dove nasce il respiro
e dove si spegne.

 Non sono le mani a cantare
e nemmeno il petto.
Canta ciò che tace.

Nell’ultimo verso si riassume il senso di questo articolo. Canta ciò che tace. Anche quando abbiamo la sensazione di non aver detto abbastanza, o di non aver detto nel modo giusto, o di non avere incontrato nessun personaggio, o di non avere capito ciò che abbiamo visto, per fortuna canta ciò che tace.
Il silenzio, fin dall’inizio dei tempi, è il miglior narratore di storie.

PS: La prima citazione di Zagajevski proviene da L’ordinario e il sublime. Due saggi sulla cultura contemporanea (Casagrande 2002; traduzione di Alessandro Amenta). La poesia è tratta invece dal volume Dalla vita degli oggetti. Poesie 1938-2005 (Adelphi 2002 e 2012; traduzione di Krystyna Jaworska). In un altro testo, lo stesso Zagajewski accenna a quei momenti in cui si compiono misteriose connessioni fra immaginazione e realtà: «Esiste un senso che resta nascosto nella quotidianità, ma diventa accessibile negli istanti di maggior concentrazione, negli attimi in cui la coscienza ama il mondo. Cogliere quel senso complesso ti porta un’esperienza di particolare felicità, perderlo ti consegna alla malinconia» (da Tradimento, Adelphi 2007; traduzione di Valentina Parisi).

PPS: Grazie a tutte le persone che mi hanno accolto e accompagnato in Polonia. Fra gli altri il vice ambasciatore svizzero Chasper Sarott; Marzena Anioł di Jazz&Literatura; la studentessa e ottima traduttrice simultanea Natalia Myszor; Justyna Orzeł, che ha tradotto i miei testi per i lettori polacchi; il direttore Roberto Cincotti e tutti i suoi collaboratori all’Istituto di cultura italiano a Varsavia; gli insegnanti, gli studenti e le studentesse dell’Instytut Języków Romańskich i Translatoryki all’Uniwersytetu Śląskiego.

PPPS: Le fotografie di Nikiszowiec le ho prese da internet. Le altre le ho scattate io. Il video di presentazione del romanzo Gli Svizzeri muoiono felici è stato realizzato da Alessandro Tomarchio.

PPPPS: Per completare la fotografia presa davanti alla stazione di Katowice, che vedete qui sopra, ecco un frammento sonoro.

 

PPPPPS: Infine, per chi volesse rendere più vivida l’apparizione di Moussa ag Ibrahim nelle strade di Varsavia, ecco la versione polacca del brano che ho citato sopra.

Tamtego ranka, gdy odmawiał swoje modlitwy, Moussa poczuł strach, że posunął się za daleko, wśród ludzi całkiem od niego różnych. Jak mógłby wytrzymać w kraju, gdzie wszyscy mieli swoje miejsce? Każdy wyjeżdżał wiedząc, gdzie jedzie, z jakiego powodu, o której godzinie. Każdy miał telefon, adres e-mail, spotkanie, a potem kolejne, a potem jeszcze jedno, jak w pajęczej sieci, w której tkali coraz to nowe nici, tworząc ulice, budynki, pomniki, samochody, książki, słowa, obrazy. A Moussa mijał jak tchnienie wśród czyichś planów, tak jak ktoś, kto nie ma zupełnie nic.

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Istruzioni per andare all’inferno

In tempi di turismo di massa, andare all’inferno sarebbe una meta originale per le vacanze. Il problema è che, anche consultando i migliori tour operator, non è facile trovare indicazioni precise su come arrivarci (treno? automobile? volo low cost?), così come mancano dettagli sui bed & breakfast e sui posti dove mangiare a poco prezzo. Qualcuno allude vagamente a una selva oscura, ma senza rivelarne l’ubicazione, altri si limitano a consigliare di superare l’Oceano per poi cercare una spiaggia bassa e boschi sacri a Persefone, alti pioppi e salici dai frutti che non maturano. Capite anche voi che non sono istruzioni facili da inserire in un navigatore satellitare (il rischio è di trovarsi in Persephonestràat, una via nella città olandese di Tilburg). Alcuni fra gli specialisti danno qualche dritta su come raggiungere l’inferno – o l’Ade, come lo chiamano loro – ma faticano a mettersi d’accordo. Qualcuno parla della terra dei Mariandini, sul capo Acherusio, che non si capisce bene dove sia; qualcun altro allude al promontorio di Tenaro, e in questo caso viene in aiuto Wikipedia: Capo Matapan, o Capo Tenaro, è situato sulla punta della penisola della Maina, in Laconia. È il punto più a sud della terraferma greca e della penisola balcanica. Separa il golfo di Messenia a ovest dal golfo di Laconia a est. Detto questo, nemmeno Wikipedia spiega come si entri nella caverna che viene definita la casa di Ade (il dio degli inferi, da cui il luogo prende il nome).
Ecco altri dettagli che si trovano qua e là, nelle guide più rinomate: la presenza di una fonte accanto a un cipresso, il lago di Mnemosine, un bivio dal quale si diramano due strade. Non è un granché. C’è chi consiglia di cercare intorno al lago di Averno, in Campania, e chi si limita a menzionare paludi, gole nebbiose, grotte, un baratro immane, un sentiero in declivio fra le tenebre di tassi funerei. Tutto questo non aiuta quando si devono chiedere indicazioni a un passante (Mi scusi, vado bene per il sentiero in declivio fra le tenebre di tassi funerei?). L’inferno non sembra avere un ufficio del turismo efficiente. Come non condividere il lamento di Platone, noto per essere uno dei massimi esperti del settore? Il viaggio non è come dice il Telefo di Eschilo: egli dice che una semplice strada conduce all’Ade, ma a me non sembra semplice né unica. In questo caso non ci sarebbe bisogno di guide: nessuno sbaglierebbe, se ci fosse un’unica via. Pare, invece, che abbia molte biforcazioni e incroci. Si tratta di una destinazione esclusiva e, se ci sono dei villaggi vacanze, sono destinati a una clientela selezionata. Infatti il fumettista francese Étienne Lécroart, in una sua vignetta, mostra tre angeli che con aria soddisfatta stanno visitando l’inferno. Hanno l’aureola e le ali, ma impugnano anche un forcone (acquistato probabilmente in un negozio di souvenir). Uno di loro sospira: Pff! E pensare che fra due giorni, finite le vacanze, si torna in paradiso
Insomma, l’Ade sembrerebbe un luogo oltre la mia portata. Ma a volte, per fortuna, quando si viaggia si finisce per caso nel posto giusto. È andata così. Ero in un piccolo autosilo, nel cuore di una metropoli: all’inizio sembrava un parcheggio come tanti altri, ma poi mi sono accorto che stavo percorrendo le prime rampe dell’inferno. Il navigatore satellitare ha smesso di ricevere il segnale (ero lontano dal cielo), nell’aria si sprigionavano odori di gas, tutto era scritto in italiano e in inglese (com’è giusto che sia, vista l’utenza internazionale dell’Ade). Sono passato dalla cassa (cash), dalla guardiania (guardian), dove Caronte accettava carte di credito, e mi sono inoltrato nei meandri sotterranei, scendendo fino al piano -3 (floor -3) prima di risalire alla superficie. Da qualche parte ci doveva essere un ascensore (elevator), ma ho scelto d’imboccare l’uscita pedonale (pedestrian exit). Ho notato che, dietro una lastra da rompere in caso d’incendio (to crash in event of fire), c’erano un estintore e una lancia antincendio: forse un mezzo per tenere a bada gli animatori turistici o i demoni più fiammeggianti.
È stato emozionante risalire le rampe di scale dove a suo tempo si arrampicarono Orfeo ed Euridice, dopo che lui aveva osato avventurarsi per questi luoghi paurosi, per questo immane abisso, per i silenzi di questo immenso regno. Stanze vuote, loculi angusti, mille divieti di fumo, un labirinto di metallo e di cemento. Immagino la trepidazione di Orfeo, intento ad ascoltare se, sulle scale di ferro, si avvertisse il passo della sua donna, strappata agli inferi con la dolcezza del canto. Finché a un certo punto, per ragioni che poeti e romanzieri non hanno smesso di indagare, Orfeo si volta, trasgredisce il divieto; e subito Euridice scompare, come fumo dissolto in aure sottili, con il cigolio d’un topo che si salva.
La pedestrian exit è una porta insospettabile, che si apre in una fila di negozi e di bar. Appena fuori, nel cicaleccio degli aperitivi, fra cellulari e infradito, penso all’inferno. A quello vero, al male inesorabile. Quel luogo senza nome, definibile come assenza di luce e speranza, è più vicino di quanto immaginiamo. Affiora all’improvviso dalle pagine di un giornale, divampa dagli schermi di un computer o di un televisore. È un gorgo che divora, che trascina. C’è il male causato dall’uomo – la guerra, la fame – e quello che cova dentro l’uomo, come una ferita pulsante – le malattie, la depressione. C’è la solitudine che rimbalza su internet, la chiusura ideologica, l’invidia. C’è chi circonda di mine il proprio orticello, qualunque esso sia, perché nessuno possa entrarvi (o forse perché non venga la tentazione di uscirne). C’è l’arroganza, il cinismo, l’ipocrisia. C’è la violenza: quella dei criminali, quella dei kamikaze e quella che cova nelle famiglie. C’è chi langue nell’inferno delle carceri e chi scrive sui social network che bisognerebbe buttare via le chiavi. C’è chi muore lentamente, chi è già morto senza saperlo. Come fare? Come lottare contro la marea?
La tentazione è quella di rassegnarsi. Lo diceva anche il Kublai Kan di Italo Calvino: Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è la in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente. Mi sembra che la risposta di Marco Polo sia sempre valida: L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

PS: Ho citato molti autori di nascosto, integrandoli nel testo. Non vorrei quindi rovinare il gioco rivelando le fonti. Mi limito a dire che si tratta, in ordine alfabetico, di Apollonio Rodio, Dante Alighieri, Esiodo, Ovidio, Cesare Pavese, Virgilio. Ho citato anche qualche “indicazione di rotta” incisa su alcune laminette d’oro ritrovate in sepolture greche, menzionate da Anna Ferrari nel suo Dizionario dei luoghi letterari immaginari (UTET 2007); quest’ultima è un’opera utilissima per una panoramica sull’Ade nella letteratura classica e non solo. La frase di Platone è tratta dal Fedone (108a) e si trova in Dialoghi filosofici (a cura di Giuseppe Cambiano, UTET 1981). Le parole di Calvino provengono da Le città invisibili (Einaudi 1972). La vignetta di Lécroart è apparsa nel numero 4090 del settimanale “Spirou” (31 agosto 2016). Una delle fotografie raffigura capo Tenaro, in Grecia; un’altra immagine è un collage che accosta due statue di Antonio Canova (conservate al Museo Correr di Venezia): Euridice appare esasperata e Orfeo sembra chiedersi come abbia potuto fare una cosa del genere.

PPS: Ringrazio Eloisa per gli spunti orfici. Seguendo la tradizione classica, non rivelo qui l’ubicazione dell’autosilo-Ade: se qualcuno volesse fare una visita turistica, mi scriva in privato e vedrò di dargli qualche indicazione in più…

PPPS: Circa un anno fa mi trovavo per qualche giorno nel Gargano, in Puglia. Anche da quelle parti c’è una grotta marina che, se non è l’ingresso dell’Ade, ci assomiglia molto (ne ho parlato qui).

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Tati

La settimana scorsa ero in diretta tutte le mattine alla radio. Mi alzavo prima dell’alba e, seguendo il flusso del programma, facevo il mio lavoro. Le ore passavano senza che me ne accorgessi. Ma quando andavo incontro al resto della giornata avevo una strana impressione: era come se il mondo mi rifiutasse. Avevo altri lavori da svolgere, e cercavo di fare del mio meglio; inoltre, com’è normale, mi capitava di incontrare persone, scambiare idee, scrivere messaggi, telefonare. Anche nei momenti di tempo libero cercavo di tenermi occupato. Ma niente poteva scacciare la sensazione che il mondo fosse rivestito di una patina protettiva, e che rifiutasse la mia presenza.
img_7286Sabato, dopo la settimana di lavoro, sono andato a Mortara (Pavia), dove la Biblioteca Civico 17 aveva organizzato una presentazione del romanzo L’arte del fallimento. La relatrice, Maria Forni, ha saputo scavare in profondità; la conversazione è stata perciò intensa e a tratti sorprendente, davanti a un pubblico di forti lettrici e lettori. Alla fine uno di loro mi ha detto di essere rimasto colpito da una riflessione sorta durante l’incontro, a proposito dell’originalità nell’arte. Mi ha citato una frase, di cui non ricordava l’autore: Più che essere originali, è importante essere originari. Cioè, è vitale riconoscere una storia dietro di sé, un mondo al quale appartenere. Il problema, riflettevo più tardi bevendo un aperitivo nella splendida piazza di Vigevano, è che a volte nella mia percezione la realtà si appanna, diventa un enigma non solo incomprensibile, ma anche ostile.
Allora ho pensato a Jacques Tati. In particolare, mi è venuta in mente una scena del film Mon oncle. Secondo me la genialità di questo regista consiste proprio nel rappresentare, in maniera oggettiva, il conflitto fra l’anima e il mondo. Tati si definiva artigiano, ma aveva l’inquietudine di un artista: in trentacinque anni di carriera girò solo sei lungometraggi, rifiutando parecchie proposte e correndo più volte il rischio di scontentare il pubblico. Guardate la scena di cui vi dicevo.

Monsieur Hulot (Tati) entra in un ufficio anonimo e grigio, per un colloquio di assunzione. Poco prima ha calpestato della polvere di gesso e gli si è infilato un sassolino nella scarpa; rimasto solo, ne approfitta per levarlo (così facendo, appoggia per un istante la scarpa sulla sedia e sulla scrivania). Appena arriva l’arcigna impiegata, si affretta a sedersi. La scena è filmata con una semplicità coraggiosa, come sempre nei film di Tati: camera fissa, silenzi, una punteggiatura sonora discreta ma significativa (il ronzio fuori dalla porta, l’orologio, il sospiro della poltroncina ogni volta che Hulot si alza o si siede). L’effetto comico è dato dal contrasto fra l’anima di Hulot – per definizione irregolare e funambola – e la normalità inesorabile dell’impiegata. Quest’ultima nota infatti che sul pavimento c’è una fila di candide tracce di piedi, poi un’altra impronta sulla sedia e due sulla scrivania, come se Hulot vi fosse balzato sopra per sbirciare dall’oblò che si apre in alto, sulla parete. La scena è geniale perché lavora sul levare, negando anche l’azione del protagonista: Hulot non si è arrampicato lassù; è l’impiegata che, leggendo gli indizi, li collega erroneamente in un involontario quanto umoristico volo di fantasia. E così il perplesso Monsieur Hulot viene accompagnato alla porta: Eh bien, Monsieur, on vous écrira. Pour l’instant, nous n’avons pas besoin d’acrobates. L’ironia gioca intorno a un paradosso: in realtà Hulot non ha fatto acrobazie, e quindi è stato cacciato per un equivoco; tuttavia egli è davvero intimamente acrobata, nella misura in cui la sua personalità è in contrasto con la gelida efficienza dell’ufficio, ed è perciò effettivamente inadatto a quel luogo, a quel lavoro, a quel mondo.
image1Non abbiamo bisogno di acrobati. Quando ho rivisto la scena, ho avuto l’impressione che le parole fossero dirette a me. In un certo senso, l’amore per la letteratura mi è nato anche perché mi pareva una via di evasione dalle geometrie prevedibili del mondo. Lo scarto dalla regola, l’azione assurda, il gesto apparentemente fuori contesto sono accettati durante l’infanzia, tollerati durante l’adolescenza; poi sono bollati come ridicoli. Invece le narrazioni aprono scenari acrobatici, in cui pensieri, parole, gesti inutili diventano fondamentali: il salto mortale non è più uno spreco di tempo, ma un pensiero espresso in forma concreta. Certo, di tanto in tanto si fa vivo il retaggio di un senso di colpa. Conti da pagare, stanze da arredare, viaggi da pianificare, affitti e affetti da gestire… tutto nella “vita reale” sembra dire: non c’è bisogno di acrobati. Allora, per riprendere coraggio, può essere utile seguire le tracce di Monsieur Hulot.

I film di Tati lavorano proprio sul divario fra l’uomo e il mondo. Lo sguardo è quanto più possibile semplice e limpido. Il montaggio non allunga né comprime la durata dei piani; tranne rare eccezioni non ci sono punti di vista né campi e controcampi, così come mancano primi piani, grandangoli, teleobiettivi. Il critico Michel Chion si chiede che cosa sia la visione nel cinema di Tati. E risponde: è la distanza, definendola una cosa meravigliosa. In effetti l’incanto proviene dal distacco, che ci dà la sensazione di vedere la realtà così come appare, senza mediazioni: spesso l’inquadratura è fissa e immobile, come se fossimo lì a guardare. E il personaggio di Hulot attraversa le inquadrature con il suo passo inconfondibile, con i suoi accessori (impermeabile, pipa, cappello, ombrello) che sono allo stesso tempo una maschera e un’armatura. Hulot esprime una doppia tensione: verso l’abitare (nei film di Tati le porte e le case hanno un valore simbolico importante) e verso l’evadere (Hulot scompare, anche dallo schermo, quando meno te l’aspetti). André Bazin nel 1953 parlava di incompiutezza: Hulot è una velleità ambulante, una discrezione dell’essere, ed eleva la timidezza all’altezza di un principio ontologico.

Jacques Tati non era poi altissimo (un metro e ottantatré), ma è riuscito a fare di Hulot uno spilungone: goffo e insieme leggiadro nei movimenti, eroe e insieme passante casuale. Non siamo tutti così? Al di là delle trame e dei personaggi, Tati è un grande creatore di mondi: il mondo privato, umanissimo e colorato di Hulot attraversa come un’increspatura altri mondi, che lo accolgono o lo rifiutano, ma quasi mai riescono a capirlo.
img_7284Un artista per certi versi simile a Tati è l’autore di fumetti Sempé. Molte sue vignette sono una perfetta rappresentazione della leggerezza, e sembrano prese da un film di Tati. In una si vedono tre bambine alla scuola di danza: nelle prime tre immagini eseguono compostamente un saltello avanti, un saltello indietro, un saltello avanti. Poi si vedono le bambine all’uscita, sulla soglia del portone. Davanti a loro, sulla strada, una grande pozzanghera. Invece di spiccare un altro saltello come tutti ci aspetteremmo, le bambine marciano felicemente, all’unisono, dentro la pozzanghera. Mi sembra quasi una risposta agli inciampi che segnano le nostre giornate: a volte, per conservare la leggerezza, è necessario saper entrare nelle pozzanghere.
Il problema, naturalmente, è trovare la pozzanghera giusta.

PS: Il primo spezzone video è tratto dal film Mon oncle (1953). Il secondo è un omaggio che assembla vari spezzoni e restituisce anche l’atmosfera musicale di Tati. Il terzo è la colonna sonora di Mon oncle, composta da Franck Barcellini. Interessante anche la colonna sonora di Les vacances de Monsieur Hulot (1953), scritta da Alain Romans. Eccovi il brano Quel temps fait-il à Paris, nell’interpretazione dello stesso Romans (è il sottofondo ideale per le vignette di Sempé).

PPS: Il volume di Michel Chion s’intitola Jacques Tati ed è stato pubblicato nella Petite bibliothèque des Cahiers du cinéma nel 1987. Il testo di Bazin, risalente al 1953, si trova in Qu’est-ce que le cinéma, éditions du Cerf (2002). La vignetta di Sempé l’ho trovata in Tout se complique (Denoël 1972, edizione originale 1962).
Per concludere, e per dar conto di quello strascico di malinconia che sta dietro l’umorismo intelligente, ecco un consiglio musicale: Enrico Rava ha intitolato un suo album proprio Tati (ECM 2005). Insieme alla tromba di Rava, suonano Stefano Bollani al pianoforte e Paul Motian alla batteria. Non riesco a mettervi il brano qui sotto, perché non si trova su internet (si sa che Tati è elusivo); ma se riuscite a scovarlo, è un buon modo per cogliere il lato notturno di Monsieur Hulot.

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