Una creatura dei boschi

Per ascoltare questo articolo:

Tra i viaggi dell’ultimo mese un posto speciale nella memoria avrà la mia tournée in Germania.
Sono arrivato a Francoforte dopo essere passato da Monaco e Stoccarda, nell’ambito di una serie di conferenze. A Monaco ho parlato nella sede dell’Istituto italiano di cultura. A Stoccarda ho partecipato a una serata organizzata insieme dal consolato italiano e dall’Istituto italiano di cultura; con me c’era la scrittrice Alice Urciolo. Anche a Francoforte ho parlato dei miei romanzi, nella residenza del console svizzero, e sono stato alla Fiera del libro. Sono stato poi a Düsseldorf, per una lettura pubblica alla Casa della letteratura Heine Haus, un’istituzione nata dalla collaborazione fra la città, la libreria Müller & Böhm e l’Associazione per la promozione della casa natale di Heinrich Heine.
Ognuna di queste città, ognuna di queste serate sono state occasioni preziose per incontri e scambi di vedute: talvolta fuggevoli, talvolta più lunghi, ma tutti hanno lasciato il segno. Ho incontrato numerosi italiani e svizzeri all’estero, ma non solo, anche cittadine e cittadini tedeschi che si sono avvicinati con curiosità alle mie storie, ambientate perlopiù in quel bizzarro unicum culturale che è la Svizzera italiana.

Non voglio però soffermarmi troppo sulla parte ufficiale, anche perché nella mia memoria ci sono eventi più arcani. Dietro il suono delle parole pubbliche c’è un controcanto più intimo, composto dai discorsi e dagli scambi privati, personali. Queste conversazioni spicciole, spesso, sono l’anima di un viaggio più dei momenti solenni che affiorano nelle fotografie. Inoltre, ci sono i silenzi. A Francoforte ero ospite con un amico nella residenza di Thomas Kalau, che si occupa degli eventi culturali per il consolato svizzero. La sua abitazione, annidata nel bellissimo borgo di Kronberg im Taunus, è meravigliosa e accogliente. Dopo tanti soggiorni negli alberghi, ho avuto la sensazione di essere a casa di amici. Prima degli impegni ufficiali, ogni mattina, abbiamo fatto una gita nei boschi insieme a Mary, la moglie di Thomas e a un’amica. È stato un momento particolare avvistare da lontano, in mezzo allo splendore del foliage, la città di Francoforte. La Fiera del libro, con il suo intreccio di contatti, contratti, parole, affari, relazioni, è parsa all’improvviso più remota della luna. E un misterioso abitante dei boschi è parso più vivo dei vivi, sebbene fosse soltanto (oppure no?) una statua di legno scolpita in una radura a partire da un vecchio tronco. Abbiamo ascoltato con rispetto il silenzio di questo personaggio, ricco di tutta l’esperienza della sua vita selvatica, esposta alle intemperie ma anche alla dolcezza delle stagioni.

Questa piccola scultura non ha niente a che vedere con il viaggio di lavoro, ma per me ne è stata l’emblema segreto. Forse sto diventando anch’io come Elia Contini, il protagonista di tanti miei romanzi? Forse cerco di capire l’affanno del mondo seguendo le tracce delle volpi (nel suo caso) o di evanescenti creature dei boschi?
Non mi spingerei fino a questo punto. La mia vita è tessuta di tante parole, non saprei adattarmi fino in fondo ai silenzi di Contini. Anche lui, del resto, è pur sempre un investigatore privato (sia pure di piccolo cabotaggio) e per sbarcare il lunario deve incontrare persone, indagare, occuparsi di faccende più o meno rognose. Per conto mio ho bisogno della natura, dei suoi incanti ma anche della sua durezza. È grazie a questa dimensione immutabile che trovo la forza per escogitare nuove storie e intrecciare fra di loro nuove parole: un atto per me fondamentale, necessario, che proprio perché è estremamente serio non va preso troppo sul serio, affinché conservi la pensosa leggerezza indispensabile alla cultura.
Seguendo la guida della creatura silvana, ascolto la musica dei miei viaggi come se fosse un contrappunto: dietro ogni conferenza e ogni lettura c’è una storia, un trasferimento più o meno lungo (come l’epopea tra Francoforte e Düsseldorf, con un eroico Thomas alla guida), una cena rischiarata da una birra e da buona conversazione (come quelle a Monaco e a Stoccarda), una passeggiata come quelle di Kronberg o un momento di solitudine mattutino in un parco, come a Monaco e Stoccarda. La parte più visibile dei viaggi e quella invisibile, o nascosta, si mescolano fra di loro. Il collante che unisce entrambe è la curiosità, il desiderio di conoscere, di stringere nuovi legami, insieme all’esigenza di ripensare a tutto questo in silenzio, lasciando alle parole il tempo di affiorare dall’ombra.

PS: Un ringraziamento speciale a Thomas e Mary Kalau, per la loro splendida accoglienza; Thomas ha organizzato il tour in ogni dettaglio, impegnandosi anche nel tradurre, nell’introdurre e nel creare dei legami preziosi. Grazie al console generale svizzero a Monaco Eros Robbiani e a chi lavora con lui, all’Istituto italiano di cultura a Monaco, alla direttrice Maria Cristina Salati e a tutte le sue collaboratrici e i suoi collaboratori. Grazie al console generale a Francoforte Eric Jakob; a Danie Häne e Roberto Lupi del consolato svizzero di Stoccarda, così come a Giuseppe Restuccia, direttore dell’Istituto italiano di cultura a Stoccarda, insieme a Matilde Madonna e a tutte le altre persone che lavorano per l’Istituto; grazie a Simonetta Puleio per le sue parole e le sue domande, ad Alice Urciolo e a molti altri che di sicuro sto dimenticando, non da ultimo Gregorio Ortelli che ha condiviso con me parte delle avventure di questo viaggio.

PPS: Ho parlato anche qui di Monaco, dove sono tornato un’altra volta sempre nel mese di ottobre. Qui invece ho scritto di un’altro viaggio in occasione della Settimana della lingua italiana del mondo: sono stato a Canton, in Cina, per una lectio magistralis alla Guangdong University for Foreign Studies.

PPPS: Di seguito qualche fotografia scelta fra quelle scattate durante i viaggi in Germania. Non allego le foto di ogni incontro ufficiale per non essere pedante, ed evito le immagini del pubblico per non invadere la vita privata di nessuno. Ho condiviso nelle reti sociali più immagini, soprattutto a Monaco e Stoccarda; qui per evitare di ritrarre il pubblico propongo solo una selezione.
L’impronta della mano è una tradizione della Heine Haus.
L’immensa sequoia nell’ultima fotografia è un altro incontro avvenuto a Kronberg im Taunus. La sua corteccia è appassionante come un classico della letteratura…

Esercizi di scrittura a Stoccarda: camminare piano.
(Residenza del console generale svizzero a Francoforte)
(Frammenti della parte ufficiale del viaggio… ma anche qui, ci sono le montagne!)
(A Stoccarda.)
(Piccola immagine “rubata” a Monaco)
(Una locandina; una sola, in rappresentanza delle altre…)
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“L’intraducibile blu dell’inverno”

La città di Bregenz, in Austria, è immersa nel silenzio. È una mattinata fredda: bianco il cielo e bianchi volti dei passanti, che tirano diritto con le mani in tasca. Camminando, ascolto il suono dei miei passi, il fruscio di una bicicletta sul lungolago. Finché un uomo comincia a gridare. Così, di colpo. All’inizio non si capisce da dove venga quella voce rauca, che invade le vie pedonali. Nessuno manifesta stupore, nessuno si ferma. Per parecchi minuti urla a squarciagola frasi incomprensibili (almeno a me). A un certo punto mi sembra di averlo intravisto, ma non ne sono sicuro: un’ombra in un vicolo verso il castello. Chi era, che cosa voleva? Non posso togliermi dalla testa quella cantilena sgraziata.
FullSizeRender-2Sono entrato nella Cappella rotonda dedicata a San Giovanni Nepomuceno. Doveva essere un uomo interessante: nato a Nepomuk, una cittadina della Boemia, divenne sacerdote a Praga. Gli capitò di ascoltare la confessione della moglie di re Venceslao IV di Boemia; si rifiutò di raccontare ciò che aveva detto la regina; venne torturato e, il 16 maggio 1383, venne annegato nella Moldava dal sovrano marito.
Il silenzio delle vie di Bregenz, il silenzio del confessore, il silenzio del cielo gonfio di futura neve. E nel silenzio, quelle grida selvagge. Sono sicuro che da qualche parte ci dev’essere un significato, ma non riesco ad afferrarlo. Temo che forse, per coglierlo pienamente, esista una sola via: uscirmene ora per le strade di Bellinzona e gridare a squarciagola.
image1-2Ero invitato a un festival letterario a Norimberga (Nürnberg). Dopo aver fatto tappa a Bregenz, mia moglie e io siamo partiti di buon mattino: in meno di tre ore saremmo dovuti giungere a Norimberga, dove avrei avuto tutto il tempo per preparare la conferenza. Prima di lasciare l’albergo, ho notato una scritta sul muro: proprio in quell’edificio aveva vissuto dal 1829 al 1832 Alois Negrelli, l’ingegnere che disegnò il canale di Suez. Per la mente mi sono passate immagini di viaggi, navi, terre esotiche, mercanti e avventurieri. Non sapevo che presto avremmo avuto la nostra dose di peripezie.
Dopo sei ore ininterrotte di viaggio sotto la neve, sull’autostrada ridotta a una pista per alci, fra lamenti di remote sirene di polizia e spettrali ingorghi a ogni svincolo, siamo arrivati nel luogo della conferenza con un quarto d’ora di ritardo. Sono sceso dalla macchina, sono entrato nella sala e ho cominciato subito la mia lettura.
IMG_1470Grazie alla gentilezza del pubblico e dei relatori (in particolare del traduttore Bernd Wurm), mi sono sentito a mio agio e mi sono scrollato di dosso la stanchezza. L’aspetto curioso è che la maggior parte della conferenza riguardava il mio romanzo La sparizione (Das Verschwinden), la cui protagonista è una ragazza di diciassette anni colpita da un’afasia. A causa di uno choc rimane senza parole, chiusa nel silenzio, e deve imparare tutto di nuovo come una bambina.
Tra il pubblico c’era un amico di Bernd, anche lui un traduttore. Alla fine mi ha raccontato la sua esperienza: dopo un’apoplessia, qualche anno fa, si è risvegliato in un letto di ospedale e si è accorto di aver dimenticato la sua lingua madre. Sul comodino c’era un pettine, ma lui non sapeva come si chiamasse. Dopo un po’ è riuscito a dire “pettine”, in italiano, mentre continuava a non ricordarsi la parola tedesca (“Kamm”). Insomma: aveva perso la sua lingua madre ma gli restavano brandelli di italiano.
Anche l’amico di Bernd, con il tempo, ha ritrovato le parole. E ascoltandolo parlare, mi sono detto: ecco, dovrei lavorare in questo modo. Per gli scrittori, per chiunque lavori con la lingua questo dovrebbe essere il punto di partenza: mantenere intatto lo stupore per ogni parola, per ogni singola parola che interrompa il silenzio.
IMG_1842Dopo aver passato la notte a Norimberga, siamo tornati in Svizzera. Andando verso sud, a un certo punto abbiamo visto qualcosa di azzurro: il sole aveva oltrepassato la barriera di nuvole. Salendo sul San Bernardino, in mezzo a cumuli di neve, non ho potuto fare a meno di paragonare quel cielo ritrovato alle parole dell’amico di Bernd e forse, chissà, alle urla dello sconosciuto. Mi è venuta in mente una frase della scrittrice Anna Gnesa, quando parla di quell’inesprimibile azzurro ch’è solo invernale e solo di sfondo alle vette nevate: così lieve che vi spicca nitidamente contro la peluria dei crinali, così fuso di sole e lontananza che più d’ogni musica desta le nostalgie profonde dell’anima.
Insieme all’azzurro, a destare le nostalgie delle nostre anime, abbiamo chiamato il sax di JD Allen, preciso e caldo, come una prima avvisaglia di primavera.

PS: Anche nell’albergo di Norimberga c’era una targa: ricordava che proprio fra quelle mura nel 1910 si tenne un Congresso internazionale di psicoanalisi. Fra i presenti, Sigmund Freud, Carl Gustav Jung e Alfred Adler. Questo ha a che vedere con le urla, l’afasia, il canale di Suez? Ma certo. Come dubitarne?

PPS: Il titolo di questo articolo è un endecasillabo di Bruno Galluccio, tratto da una bella poesia di atmosfera invernale, dove segmenti che scongelano / generano parole isolate tra virgole. Ecco qui il testo completo. La lirica è tratta da La misura dello zero (Einaudi 2015).

PPPS: La frase di Anna Gnesa proviene dal volume Acqua sempre viva! Testi inediti, a cura di Candido Matasci, pubblicato nel 2011 da Armando Dadò.

PPPPS: Insieme a JD Allen (al sax tenore), suonano Gregg August (basso) e Rudy Royston (batteria). Il brano è tratto dall’album Victory! (2011).

PPPPPS: La prima immagine di questo articolo, benché all’inizio io parli di Bregenz, rappresenta Norimberga. Ma il cielo era lo stesso.

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