Niente di niente

Quando viaggio da solo in un paese straniero, a volte incontro uno dei miei personaggi. Sono momenti fuggevoli: dopo pochi secondi il personaggio svanisce, torna a essere uno dei tanti che girano per le strade. Ma non scompare del tutto: diventa uno stato d’animo, una sensazione, un desiderio, un riflesso d’ombra che s’insinua fra i pensieri della quotidianità.
Qualche giorno fa stavo camminando a Varsavia. Erano le dieci di sera. Per le strade c’erano persone che procedevano in fretta, perché sicuramente qualcuno le aspettava da qualche parte. C’erano coppie d’innamorati che approfittavano della temperatura non troppo rigida. C’erano gruppi di ragazzi, operai alla fine del turno, poliziotti, qualche barbone che preparava un giaciglio per la notte. Non si vedevano stranieri, o almeno, nessuno che fosse immediatamente riconoscibile come tale. Mi sono chiesto se fossero davvero tutti polacchi. Di sicuro ci sarà stato qualche ucraino, qualcuno che non riuscivo a riconoscere come straniero. Ma quando ho visto un uomo dalla pella scura, con il volto coperto da un cappuccio e da una sciarpa, la sua differenza ha attirato la mia attenzione. Stava seduto su una panchina, immobile, e fissava nel vuoto. Allora mi è venuto in mente Moussa ag Ibrahim, uno dei protagonisti del romanzo Gli Svizzeri muoiono felici (Guanda 2018).
Moussa è un uomo di origini tuareg. Fin dall’infanzia ha vissuto come nomade nel deserto del Sahara, tentando di seguire le tradizioni dei suoi antenati. Ma i tempi cambiano, fra leggi restrittive, violenza, desertificazione. Per una serie di ragioni, Moussa arriva in Svizzera. La sua speranza è di trovare un lavoro, per aiutare i suoi parenti in Niger. Ma subito è colpito dalla nostalgia e da un senso d’inadeguatezza.

Quel mattino, mentre diceva le sue preghiere, Moussa aveva avuto paura di essersi spinto troppo oltre, in mezzo a gente troppo diversa. Come avrebbe fatto a resistere in quel paese, dove tutti avevano il loro posto? Ognuno partiva sapendo dove andare, per quale ragione, a che ora. Tutti avevano un telefono, un indirizzo email, un appuntamento e poi un altro e un altro ancora, come una ragnatela nella quale tessevano sempre nuovi fili, creando strade, palazzi, monumenti, macchine, libri, parole, immagini. E Moussa invece passava come un soffio in mezzo ai progetti degli altri, come chi non ha niente di niente.

Un uomo in mezzo alla folla. Diverso da tutti gli altri. Completamente solo. Camminando verso l’hotel Metropol, poco lontano dall’immenso Palazzo della Cultura, ho cercato di calarmi nell’animo di Moussa, nella sua lontananza. Spesso è da questi esercizi d’immedesimazione che traggo le idee per la scrittura. Anche quando il romanzo è già pubblicato, come in questo caso, mi fa piacere restare per un po’ da solo con i miei personaggi.

Ero in Polonia per una serie di conferenze. La prima sera, al bar dell’hotel, mi chiedevo che cosa dire agli studenti e alle persone che mi avrebbero ascoltato. Ero seduto davanti a uno dei camini fasulli più realistici che mi sia mai capitato di vedere: finti carboni ardenti, finte fiamme guizzanti, finto fumo grigio. Davanti a me, sul tavolino, c’era una birra (vera). E io? Fino a che punto sarei riuscito a essere autentico? Un uomo in una città straniera, sospeso fra un fuoco finto e una birra vera. Chi è veramente l’uomo? Cioè, chi sono io? Sono più simile alla fasulla perfezione del fuoco o alla verità fermentata della birra?

Questi pensieri mi hanno fatto capire che era giunta l’ora di andare a letto… Prima di dormire, ho sfogliato qualche pagina di un autore polacco. Adam Zagajewsi (nato a Leopoli nel 1945) racconta in un saggio dei suoi giorni da liceale, quando gli studenti erano «attratti dalle feste private, dai primi appuntamenti, dai giri in bicicletta, dalla musica di Elvis Presley, Chubby Checker e Little Richard, dalla vita intesa soprattutto come uno sguardo rivolto senza troppa attenzione a un lontano futuro». In quel contesto, un giorno il poeta Zbigniew Herbert, giovane ma già conosciuto, viene invitato al liceo per una conferenza. Al di là di ogni aspettativa, annota Zagajevski, la visita di Herbert «ha cambiato qualcosa nel mio modo di guardare alla letteratura; magari non subito, ma – con un certo ritardo – lo ha fatto sicuramente».
Nel mio piccolo, chissà, forse anch’io sono riuscito a lasciare qualcosa agli studenti che ho incontrato in questi giorni. Ho letto qualche pagina da L’arte del fallimento e da Gli Svizzeri muoiono felici, ho cercato di condividere la mia esperienza di scrittore, i miei dubbi, ciò che ho imparato e ciò che mi resta da imparare. Sul palco del festival Jazz&Literatura di Katowice oppure in un’aula dell’Uniwersytet Śląski a Sosnowiec: sempre guardavo uno per uno quei volti attenti, in ascolto, e mi chiedevo: che cosa resterà di tutto questo? Sulle prime ero pessimista, poi mi dicevo: Andrea Fazioli di certo non è abbastanza, ma forse i personaggi si sono espressi per me. Forse Moussa ag Ibrahim è riuscito a comunicare loro qualcosa, nella maniera silenziosa in cui parlano i Tuareg. Magari non subito. Magari le parole si sono deposte in profondità, avvolte in un bozzolo di silenzio. Magari fra qualche anno quegli studenti ripenseranno a Moussa, a Contini, anche solo fuggevolmente, e la realtà immaginata sarà loro d’aiuto per affrontare la realtà reale.
E io? Anch’io ho vissuto incontri che mi saranno utili per essere sempre più birra (vera) e sempre meno fuoco (finto). All’Istituto italiano di cultura di Varsavia ho avuto modo di parlare di letteratura e mi sono annotato nomi di autori italiani e polacchi da scoprire. Anche qui, come del resto è accaduto pure con gli studenti, ho l’impressione di aver ricevuto più di quanto sia riuscito a trasmettere. Ma non bisogna fare calcoli: questo tipo d’incontro, di scambio culturale, continua a generare frutti nel tempo, lentamente.
Nei miei giorni in Polonia ho avuto modo di confrontare i segni del passato con un futuro che cresce a vista d’occhio. Vecchi palazzi di stampo sovietico e nuovi edifici creati da grandi architetti. Luci al neon, traffico, fast food, ancora luci al neon di ogni forma, di ogni dimensione. Campi gelati e betulle lungo la ferrovia. Vaste zone industriali. Ciminiere, parchi, centri commerciali. Lo splendido nucleo di Nikiszowiec, costruito all’inizio del XX come osiedle robotnicze, come quartiere operaio per le famiglie dei minatori, con i familoki di mattoni rossi che si dispongono in forma geometrica, creando strade, cortili, angoli discosti dove il silenzio è interrotto solo da un improvviso volo di uccelli o dal suono ovattato di una radio.
L’ultima sera, a Varsavia, torno a camminare lungo le strade intorno al Palazzo della Cultura. Il mio telefono è scarico e ho smarrito il caricatore. Mi fermo in un negozio e chiedo in inglese alla commessa se ne venda o se sappia dove possa acquistarne uno. «Mi dispiace – risponde lei – abito lontano da qui.» Poi sorride e aggiunge: «Abito lontano da tutto». Annuisco. «Me too – le dico – anch’io». Provo a ripeterlo in polacco: «Ja też». Lei sorride di nuovo. Ci salutiamo. Esco e penso che in fin dei conti posso anche restare senza telefono. Così sarà più facile intravedere Moussa ag Ibrahim che cammina con la consapevolezza di non avere niente di niente. Forse è proprio da questo vuoto che possono sprigionarsi le parole più preziose. In Polonia, in Svizzera, nel deserto del Sahara.
Più tardi, prima di dormire, rileggo una poesia di Adam Zagajevski. S’intitola “Là, dove il respiro”.

Sta sulla scena
senza alcuno strumento.

Appoggia le mani sul petto,
là dove nasce il respiro
e dove si spegne.

 Non sono le mani a cantare
e nemmeno il petto.
Canta ciò che tace.

Nell’ultimo verso si riassume il senso di questo articolo. Canta ciò che tace. Anche quando abbiamo la sensazione di non aver detto abbastanza, o di non aver detto nel modo giusto, o di non avere incontrato nessun personaggio, o di non avere capito ciò che abbiamo visto, per fortuna canta ciò che tace.
Il silenzio, fin dall’inizio dei tempi, è il miglior narratore di storie.

PS: La prima citazione di Zagajevski proviene da L’ordinario e il sublime. Due saggi sulla cultura contemporanea (Casagrande 2002; traduzione di Alessandro Amenta). La poesia è tratta invece dal volume Dalla vita degli oggetti. Poesie 1938-2005 (Adelphi 2002 e 2012; traduzione di Krystyna Jaworska). In un altro testo, lo stesso Zagajewski accenna a quei momenti in cui si compiono misteriose connessioni fra immaginazione e realtà: «Esiste un senso che resta nascosto nella quotidianità, ma diventa accessibile negli istanti di maggior concentrazione, negli attimi in cui la coscienza ama il mondo. Cogliere quel senso complesso ti porta un’esperienza di particolare felicità, perderlo ti consegna alla malinconia» (da Tradimento, Adelphi 2007; traduzione di Valentina Parisi).

PPS: Grazie a tutte le persone che mi hanno accolto e accompagnato in Polonia. Fra gli altri il vice ambasciatore svizzero Chasper Sarott; Marzena Anioł di Jazz&Literatura; la studentessa e ottima traduttrice simultanea Natalia Myszor; Justyna Orzeł, che ha tradotto i miei testi per i lettori polacchi; il direttore Roberto Cincotti e tutti i suoi collaboratori all’Istituto di cultura italiano a Varsavia; gli insegnanti, gli studenti e le studentesse dell’Instytut Języków Romańskich i Translatoryki all’Uniwersytetu Śląskiego.

PPPS: Le fotografie di Nikiszowiec le ho prese da internet. Le altre le ho scattate io. Il video di presentazione del romanzo Gli Svizzeri muoiono felici è stato realizzato da Alessandro Tomarchio.

PPPPS: Per completare la fotografia presa davanti alla stazione di Katowice, che vedete qui sopra, ecco un frammento sonoro.

 

PPPPPS: Infine, per chi volesse rendere più vivida l’apparizione di Moussa ag Ibrahim nelle strade di Varsavia, ecco la versione polacca del brano che ho citato sopra.

Tamtego ranka, gdy odmawiał swoje modlitwy, Moussa poczuł strach, że posunął się za daleko, wśród ludzi całkiem od niego różnych. Jak mógłby wytrzymać w kraju, gdzie wszyscy mieli swoje miejsce? Każdy wyjeżdżał wiedząc, gdzie jedzie, z jakiego powodu, o której godzinie. Każdy miał telefon, adres e-mail, spotkanie, a potem kolejne, a potem jeszcze jedno, jak w pajęczej sieci, w której tkali coraz to nowe nici, tworząc ulice, budynki, pomniki, samochody, książki, słowa, obrazy. A Moussa mijał jak tchnienie wśród czyichś planów, tak jak ktoś, kto nie ma zupełnie nic.

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L’uomo nudo

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Come levare tutti gli schermi, i veli, tutte le corazze, le cotte di maglia, i giubbotti antiproiettili sotto cui nascondiamo il nostro io? Come arrivare all’essenza della nostra identità, a quello che Georges Simenon chiamava l’homme tout nu? È difficile guardare noi stessi per quello che siamo, semplicemente, senza inganni. È difficile anche guardare gli altri. Ma non solo le persone; perfino i luoghi tendono a nascondersi nel momento stesso in cui li visitiamo: sono nove mesi che torniamo a Paradeplatz, eppure a volte mi sembra di non averla ancora mai vista.
Secondo la mia esperienza, esistono due tecniche ben precise e collaudate che permettono di guardare l’uomo nudo che nascondiamo dentro noi stessi.
1) Perdersi.
2) Camminare a Zurigo quando soffia il föhn.
La sera prima del viaggio a Zurigo avevo un incontro in una libreria di Como. Alla fine ho salutato i librai e mi sono allontanato, mentre loro chiudevano bottega. Dopo qualche metro però mi sono accorto che non sapevo più dove fossi. Non solo, mi ero pure scordato dove avevo parcheggiato l’automobile. Il telefono era morto, senza batteria. Ho pensato di chiedere un’indicazione a un passante… ma per dove? Ho camminato a lungo, mentre scendeva la sera, finché mi sono imbattutto per caso nel parcheggio. Il giorno successivo sono arrivato alla stazione di Bellinzona, pronto a prendere il treno per Zurigo, e ho scoperto che il treno stava partendo proprio in quel momento. Che cos’è accaduto? Perché prima ero puntuale e poi di colpo in ritardo? Non ci sono risposte. Quando ci si perde, non bisogna indugiare sulle cause dello smarrimento, bensì muoversi, camminare, cambiare treno.
In seguito, mentre aspettavo a Paradeplatz, ho ricevuto un messaggio di Yari. M’informava che, inspiegabilmente, si era perso lungo il tragitto dalla stazione alla piazza. Mi ha inviato fotografie strane di una città che non sembrava nemmeno Zurigo. Abbiamo provato a segnalarci la nostra posizione con il telefono, ma quando sono arrivato al puntino rosso che avrebbe dovuto essere Yari, non ho trovato nessuno: il puntino yarico si era spostato nel posto in cui lo stavo aspettando prima di andare a cercarlo.
Tutto ciò per dire che il momento in cui siamo riusciti a raggiungere lo stesso luogo – Paradeplatz, finalmente! – è stato come lo scioglimento di un nodo narrativo. Musica epica in sottofondo, scena al rallentatore. Siamo qui! Siamo noi! Questa è la nostra piazza! I nostri smarrimenti ci hanno regalato uno sguardo più fresco, pronto alla meraviglia (e ai punti esclamativi). Tuttavia ci siamo resi conto che Paradeplatz non era per niente “la nostra piazza”, perché stava soffiando il föhn ed erano tutti matti… noi compresi, come dimostrano gli smarrimenti di cui sopra.
Il föhn, o favonio, è un vento caldo, secco, sfibrante. La piazza sussultava a ogni sferzata, sorpresa nella sua intimità. C’erano tre lavori in corso: due per terra e uno sul tetto di un palazzo. L’uomo al volante della macchina pulitrice aveva uno sguardo trasognato. Dal cantiere sul tetto, calavano colpi di martello, uno dopo l’altro, sopra il vocio di un gruppo di bambini (nervosi pure loro) e sopra la telefonata accorata di un signore di mezza età che ripeteva, allo sfinimento, «quando non ci sarò più, andrà tutto bene, aspetta che non ci sarò più, andrà tutto bene quando non ci sarò più». Mentre prendevo appunti sul mio taccuino una signora anziana con una nuvola di capelli azzurri vaporosi, mi ha sorriso comprensiva. È il föhn, sembrava che volesse dirmi, non puoi farci niente.
Accanto a lei, sulla panchina, sedeva una ragazza vestita di giallo. Stava leggendo Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle, in italiano. Assorta, concentrata, con una piccola ruga sulla fronte. Mi sono ricordato che il romanzo racconta di un viaggio in terre remote: un gruppo di esploratori arriva su un altopiano isolato, in mezzo alla foresta amazzonica, sul quale vivono creature preistoriche. Terre remote? Di certo non sono più lontane di Paradeplatz, oggi, qui.

[AF]

*

Ore 10:38, Yari – Caro, mi confermi il pranzo al sacco?
Ore 10:42, Andrea – Sì, io non l’ho portato, ma compro qualcosa a Zurigo. Ricorda la poesia!
Ore 10:45, Yari – Non preoccuparti, ho preparato un tramezzino di endecasillabi.
Ore 10:46, Andrea – Ottimo se ci bevi sopra un sonetto caudato.
Ore 10:49, Yari – D’altra parte, il sonetto caudato è parente del caffè corretto, no?
Ore 10:51, Andrea – Certo, poi c’è chi esagera e prende un madrigale on the rocks.
Ore 11:00, Yari – Sono gli stessi che si fanno uno stornello non filtrato e poi lo trovano denso.
Ore 11:55, Yari – Tra l’altro, diversi disturbi sulla linea ferroviaria. Spero di arrivare. Ho paura che non resisterò e azzannerò il mio panino prima di arrivare a Paradeplatz.
Ore 12:28, Yari – 12 minuti di ritardo. Vediamoci pure a metà strada, davanti a quel ristorante italiano che abbiamo visto l’ultima volta.
Ore 12:36, Andrea – Perfetto. A dopo.
Ore 13:23, Yari – Mi sono perso. [POSIZIONE]
Ore 13:26, Andrea – Cammina dritto e vai a sinistra. Perpendicolare. [POSIZIONE]
Ore 13:30, Yari – Acc, scusa, stavo andando al contrario, ma vale la pena: è un posto strano. Arrivo.
Ore 13:32, Andrea – Non trovo il ristorante italiano.
Ore 13:34, Yari (messaggio vocale) – “È molto semplice: se guardi in direzione della stella polare e giri due volte a destra di te stesso, ecco, ci arrivi facilmente”.
Ore 13:34, Andrea – Ma dov’è? Sono alla fontana circolare grande, dove il mese scorso stava seduto il cuoco. Vicino al negozio di foulard.
Ore 13:35, Yari (messaggio vocale) – “Oppure, come diceva il mio vecchio docente di geografia, diritto verso il nord della Polare”. [POSIZIONE]
Ore 13:36, Andrea (messaggio vocale) – “Stai dicendo che tu aspetti al ristorante italiano sapendo che potrebbe accadere di tutto. Qui sta già accadendo di tutto, perché c’è in giro molta più gente strana del solito. Prova a fare un salto alla fontana”.
Ore 13:38, Yari – Fontana circolare? Circo ilare? Lucio Fontana? Ilare uccello?
Ore 13:40, Yari – Ma come?! Ti sei spostato? [POSIZIONE]
Ore 13:41, Andrea – [POSIZIONE] Fermo lì!
Ore 13:41, Yari – Io sono qui. Di fianco a me fumano un sigaro cubano. Quasi quasi mi sposto, però, perché a questo punto sarà deludente incontrarsi.
Ore 13:42, Yari – Ho appena visto transitare una ragazza che deve aver confuso il senso del ridicolo con il senso di marcia, e se ne va in giro su trampoli argentati con la gonna più corta di una sigaretta (fumata a metà).
Ore 13:43, Andrea – Macchina.
Ore 13:44, Andrea – Pulitrice.
Ore 13:44, Yari – Ti vedo. Cioè, vedo le tue scarpe rosse.

[…]

Ore 15:03, Yari – Sono sul treno.
Ore 15:14, Andrea – Anch’io.
Ore 15:29, Yari – Mi scrive mia moglie: “Certo che erano tutti strani. Succedono sempre cose strane a Zurigo, quando c’è il föhn. Lo diceva anche Dürrenmatt”.
Ore 15:29, Andrea – Bello! Con il föhn sono tutti nudi…
Ore 15:29, Yari – Sì, come gli alberi spogliati dall’autunno.
Ore 15:31, Andrea – E come gli atri delle banche.
Ore 15:33, Yari – Spogliati anche quelli dall’autunno (dell’animo umano?).

[YB]

*

È difficile incontrarsi.
Per fortuna, come dimostrano i messaggi trascritti da Yari, la tensione verso l’incontro è già una vicinanza. I messaggi s’interrompono quando siamo arrivati davvero nello stesso luogo. Dentro quella parentesi quadra – […] – oltre a osservare quanto accadeva intorno a noi, abbiamo letto una breve poesia di Federico Hindermann.

Vivi tra molti
parenti, amici, l’età confondi,
storie d’altrove, non sai chi ascolti

[AF]

*

La vita potrebbe essere proprio una parentesi quadra dove inscatolare tutti gli incontri che si fanno per strada o nei libri. Creature con cui si sorride, si soffre, si mangia. E alla fine non sai se sei tu a essere loro o loro a essere te. Confondi la tua voce con quella degli altri.

[YB]

PS: Il riferimento di Simenon all’homme tout nu si trova in parecchi testi o interviste; per esempio nella conferenza Le romancier, tenuta a New York nel 1945: Je me rapprochais de l’homme, de l’homme tout nu, de l’homme en tête à tête avec son destin qui est, je pense, le ressort suprême du roman. Il testo completo si trova in L’Âge du roman (Complexe 1988).PPS: Il mondo perduto venne pubblicato da Arthur Conan Doyle nel 1912. Fu tradotto in italiano per la prima volta nel 1913 e da allora pubblicato in varie edizioni. È la prima storia con il professor Challenger, protagonista di una serie di racconti e romanzi precursori del genere fantascientifico.PPPS: La poesia di Hindermann è tratta da I sette dormienti, a cura di Matteo M. Pedroni, Bellinzona, Sottoscala, 2018.PPPPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglio e agosto.

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Panchinario (11-17)

Le panchine sono casa nostra. Appaiono come oasi nel deserto in mezzo gli ingorghi metropolitani, ai divieti di passaggio, alle proprietà private, dentro il reticolo di strade su cui bisogna guidare, camminare, avanzare, di certo non stare fermi. Nei luoghi selvaggi, per contro, le panchine diventano un segno di civiltà, rivelandosi ai viaggiatori come uno tra gli artefatti più geniali mai concepiti dalla mente umana. Le panchine sono il nostro divano, la nostra piazza; suscitano incontri casuali e invitano alla fantasticheria solitaria. Senza spesa e senza fastidi, tutte le settimane estendo le pareti di casa mia: ogni panchina è una nuova stanza, intima, domestica, segreta e insieme pubblica, universale.

11) MONTE CARASSO, sul prato davanti al Grotto Mornera
Coordinate: 2’718’926.1; 1’118’563.9
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… parlare da soli.
Bisogna salire dal basso, appesi a una fune. La stazione di partenza è in via I Fracc; il capolinea a Mornera, a 1400 metri di quota. Il viaggio dura una decina di minuti. Dalla cabina della funivia, fra i boschi di castagni appaiono il ponte tibetano sospeso sulla Valle di Sementina e i resti del villaggio di Curzùtt (con la bella chiesa affrescata di San Bernardo). All’arrivo potete scegliere fra tre panchine intagliate nel legno, ma per parlare da soli è consigliabile sedersi su quella di mezzo: un piccolo gatto di ferro, appeso alla ringhiera in fondo al prato, accoglierà amabilmente il vostro soliloquio. Guardate la maestà delle montagne. Respirate l’aria fresca. E raccontate pure al gatto tutti i vostri guai, le vostre preoccupazioni. Lui non vi interromperà, ma vi ascolterà con pazienza, attento, immobile, comprensivo come può esserlo solo un gatto di ferro.
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12) LUGANO, in via Guglielmo Canevascini
Coordinate: 2’716’0423.1; 1’096’272.3
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… prepararsi a un nuovo anno scolastico.
Il tempo ci consuma e tuttavia non possiamo né vederlo, né toccarlo, né ascoltarne l’incessante fruscío. Possiamo però annusarlo. Penso al primo giorno di scuola della mia vita: più delle immagini o delle parole resta un odore, una miscela di quaderni, matite, gomma da cancellare, corridoi, timore, lavagna, gessi, banchi di legno e trepidazione. Mi pare di sentirlo di nuovo quando – in una calda giornata di fine agosto – mi siedo su una panchina all’ombra, accanto a una scuola dell’infanzia ancora vuota e silenziosa. Davanti a me, oltre la recinzione, i colori squillanti di un parco giochi. Sotto la vampa del sole la scuola è perfettamente immobile, in attesa. Pochi metri più in là c’è una residenza per anziani. Mentre contemplo il parco giochi deserto, passa un ragazzo che spinge una vecchia signora in carrozzella. Ci salutiamo. Il tempo sprigiona un odore lontano, misterioso.
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13) ZOO DI ZURIGO, nella Masoala-Halle in Zürichbergstrasse
Coordinate: 2’686’093.3; 1’248’834.6
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… leggere Emilio Salgari.
Emilio Salgari (1862-1911) inventò centinaia di storie ambientate in luoghi esotici che non aveva mai visto. «Scrivere, diceva, è come viaggiare ma senza la seccatura del bagagli». Se volete visitare il Madagascar senza la seccatura dei bagagli, nello Zoo di Zurigo c’è un padiglione di 11mila metri quadrati che racchiude l’ecosistema della foresta pluviale, con cinquecento specie di piante e cinquanta specie di vertebrati (circa trecento individui). Seduti su una panchina di legno, potrete ascoltare i suoni della foresta mentre intorno a voi si aggireranno camaleonti, gechi, rane pomodoro, pappagalli, lemuri e volpi volanti di Rodrigues. A questo punto, aprite I misteri della Giungla Nera: «L’aria era dolce, imbalsamata dal soave profumo dei gelsomini, degli sciambaga, dei mussenda e dei nagatampo». Non c’è bisogno di sapere che cosa significhi… basta il suono delle parole.
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14) ORBETELLO, sulla ciclopista parallela a via Mura di Levante
Coordinate: 46°26’12” N; 11°12’38” E
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… sognare.
Chi l’ha mai detto che per sognare occorre stare comodi? Non parlo dei sogni a occhi chiusi, ma di quelli a occhi aperti. Se siamo troppo rilassati, se tutto è troppo confortevole, a che cosa serve sognare? A che cosa serve usare la facoltà meravigliosa dell’immaginazione per esplorare luoghi remoti senza vederli? Il mare è un potente generatore di fantasticherie. Non c’è nemmeno bisogno di averlo davanti, basta osservare una cartolina, basta sentire la parola, leggere quelle quattro lettere vaste come l’orizzonte: MARE. Questa panchina di Orbetello – siamo nella provincia di Grosseto, in Toscana – si può raggiungere sognando (a occhi aperti) oppure percorrendo la ciclabile fuori dalla città. Dalla panchina si scorge il tombolo di Feniglia con la sua pineta. A destra c’è l’Argentario, a sinistra il continente. Il mare aperto e sconfinato non si vede, ma è facile da immaginare. Anche perché la panchina è scomodissima.
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15) PRATO LEVENTINA, sopra il lago Tremorgio, salendo verso il lago del Leit
Coordinate: 2’698’848.9; 1’148’009.5
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… riempirsi gli occhi di blu.
Quando mi sento malinconico, cerco di rinnovare le mie scorte di blu. Il rimedio è presente in varie forme: il cielo, il mare, un fiume, un vestito, uno sguardo, un dipinto di Simone Martini, di Kandinsky o di Vermeer, una poesia di Mario Luzi o una canzone di Paolo Conte. A volte m’imbatto in una tipologia precisa: il blu Calgari (creato dai fratelli Calgari nel XIX secolo, presente in tanti affreschi dell’alto Canton Ticino) o l’IBK (International Blue Klein, fra il blu scuro e il blu di Prussia, creato da Yves Klein nel 1957). Comunque sia, tutte le sfumature – il blu Calgari e l’IBK, il blu di Prussia, il blu oltremare, l’azzurro, il blu di Persia e il blu Savoia e altri ancora – tutte si ritrovano nei colori del lago Tremorgio, che riflettono il cielo, il tempo e la speranza. Mi siedo sulla panchina, a poco più di duemila metri di quota, e riempio il serbatoio di blu.
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16) COLDRERIO, nell’area di servizio sull’A2 in direzione nord
Coordinate: 2’720’072.6; 1’078’838.3
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… leggere un poeta arabo.
Il luogo, in sé, non sembra destinato ad attirare i turisti: si sente un continuo rombo di motori; per terra ci sono cartacce e mozziconi di sigaretta; a pochi passi c’è una fontana di cemento dalla quale non esce un filo d’acqua. Ma qualche metro più in là, oltre una recinzione, cresce un vigneto rigoglioso; inoltre, proprio accanto alla panchina una grande quercia offre ombra e lentezza. Faraj Bayrakdar, nato nel 1951 in Siria, ha passato anni in carcere per la sua opposizione al regime di Assad. Spesso i poeti arabi sono ricchi di contrasti, d’immagini vivaci. Bayrakdar in più ha l’ironia un po’ amara di chi, costretto a un’immobilità da prigioniero, ha visto correre follemente il mondo. «Alle mie spalle una quercia / mi esorta sempre: / se non riesci / a vincere la vita / arrenditi almeno» (da Specchi dell’assenza, Interlinea, traduzione e cura di Elena Chiti).
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17) SANT’ANTONIO, in via Al Crèst a Vellano
Coordinate: 2’724’927.5; 1’114’235.5
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… scambiare confidenze tra amici.
Fin dall’epoca romana la valle Morobbia collegava il Sopraceneri con il lago di Como. Il Passo San Jorio, a 2014 metri, venne usato dai Visconti nel XV secolo per conquistare Bellinzona. Oggi tra Giubiasco e Carena c’è una strada di una dozzina di chilometri; a tre quarti del percorso, Vellano è una manciata di case. La panchina sta sul crinale di un colle, a 770 metri di quota, sotto un noce maestoso. Dall’alto si scorgono case, cantieri, piscine, automobili e ciclisti fosforescenti. Si sentono pianti di bambini, chiacchiere portate dal vento. Eppure, sedendo sulle assi un po’ sconnesse, scrostate dal sole, si ha l’impressione di essere lontani dai traffici e dalle fatiche del mondo. Bisogna arrampicarsi sulla collina verso sera, insieme a un amico. Allora, mentre il sole accarezza dolcemente l’erba esausta dei prati, sarà il momento buono per scambiarsi domande, confidenze, racconti.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

 

PS: Grazie a Martina e Paolo (Orbetello), Maria Linda (Monaco), Alice ed Eloisa (Dunkeld). Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le successive, qui le panchine dalla diciottesima alla ventitreesima. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

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La mia felicità

Gli Svizzeri muoiono felici è la storia di un incontro impossibile. Spesso gli incontri impossibili finiscono per accadere, magari proprio quando nessuno ci sperava più: la vita infatti, come diceva il poeta Vinícius de Moraes, è l’arte dell’incontro. Il romanzo, in uscita in questi giorni per l’editore Guanda, parla di solitudine e nostalgia, di fuga, di accoglienza. Le Alpi e il deserto del Sahara fanno da sfondo a una vicenda dove la morte, l’irrimediabile lontananza, ferisce l’animo dei protagonisti. Ma nello stesso tempo, la scoperta dell’altro dischiude la possibilità della speranza. Il “booktrailer” di Alessandro Tomarchio dura un minuto e non rivela niente della trama; è un piccolo cortometraggio d’autore, liberamente ispirato ai luoghi e all’atmosfera del romanzo.

Le immagini mostrano l’altopiano della Greina, nella Svizzera italiana. Ideato, girato e montato da Alessandro Tomarchio (che è anche l’autore della colonna sonora), il video è stato realizzato grazie alla disponibilità di Martina e Paolo, che hanno fatto da guida al regista nei luoghi dove si svolgono molte scene del romanzo.
Trovate qui il risvolto di copertina, con qualche citazione dal testo, e qui le date delle presentazioni. Ne approfitto per ringraziare chi mi ha aiutato nel lavoro della scrittura: Ibrahim Kane Annour e tutti gli altri Tuareg che mi hanno ispirato (alcuni vogliono mantenere l’anonimato, perché preferiscono apparire nascosti nel personaggio di Moussa ag Ibrahim); i miei amici, i miei famigliari e i miei lettori di fiducia: Anna, Eloisa, Erina, Lucia, Maria, Michele, Nicola, Paolo, Tommaso, Yari. Sono grato a tutto il gruppo di Guanda, in particolare ad Annachiara, Monica, Paola, Lucia, Viviana. Come sempre, un pensiero speciale per la mia editor Laura Bosio, che mi ha aiutato a portare a termine questo viaggio fra l’Assekrem e la Greina.
A un certo punto, nel romanzo, l’investigatore Elia Contini viene interrogato da uno psicanalista.

 – Lei, per esempio, come giudica la sua vita da uno a dieci?
Contini sperò che fosse una domanda retorica. Ma non lo era.
– Allora? Mi dica? Si dà la sufficienza?
Contini sospirò. – Faccia come vuole. Dieci?
– Dieci! Caspita, lei è un uomo felice.
– Anzi, uno.

Non sono un uomo felice. Non lo sono mai stato. Questo non vuol dire che stia soffrendo per una circostanza precisa, né che mi sia accaduto qualcosa d’irreparabile (tranne la vita stessa), né tantomeno che voglia lamentarmi. Ma fin da bambino, non ho mai avuto l’attitudine alla felicità. Non mi sono mai lietamente riconosciuto in un gruppo, nella baraonda del cortile non avevo voglia di gridare, non m’importava di vincere o perdere. Non mi piacevano le “festicciole”, i compleanni, le scampagnate. Non sto dicendo che fossi cupo e disperato; anzi, mi piaceva scherzare e – da adolescente – ero più o meno sempre innamorato. Ma quando tutti intorno a me, insieme, perdutamente, gioivano di una gioia collettiva, in me sorgeva il desiderio di stare in disparte. È un’ombra che mi accompagna ancora oggi. Al momento degli applausi, quando si levano i calici per un brindisi, quando si grida “viva gli sposi!” o “buon anno!” o “vittoria!”, mi affretto a cercare la via di fuga più vicina. Non è una posa o un moto d’orgoglio. Semplicemente, mi rendo conto di non essere portato per la felicità. O forse devo ancora capire che cosa sia.
Gli Svizzeri muoiono felici è un romanzo noir, con il suo intreccio poliziesco e i suoi colpi di scena, ma nasconde anche una domanda sulla felicità. Da un paio d’anni mi ronzava in mente la storia di un uomo che sparisce nel cuore delle montagne. Nello stesso tempo mi è capitato di conoscere alcune persone di origine tuareg; nei loro racconti ho sentito affiorare una nostalgia e un desiderio che assomigliavano a ciò che provavo io. È possibile sentirsi vicino a un luogo dove non si è mai stati? È possibile che, nell’identità multipla di cui siamo fatti, ci sia posto anche per paesaggi e culture conosciute solo tramite i racconti? Credo di sì: non bisogna mai sottovalutare la forza di un racconto. La scrittura, fra mille altre cose, è anche compiere l’esercizio di essere un altro, pur restando sé stessi. Scrivere (e leggere, naturalmente) è sempre una ricerca, è un modo di progredire. Forse, a proposito, l’uomo felice è proprio «colui che, senza cercare direttamente la felicità, trova per di più inevitabilmente la gioia nell’atto di giungere alla pienezza e al punto estremo di sé stesso, in avanti» (Pierre Teilhard de Chardin).
Credo che ci sia una correlazione profonda, anche se nascosta, fra la Svizzera e il Sahara. La ricercatrice Jeanne-Marie Baude scrisse che «ci sarebbe tutto uno studio da fare sulla letteratura del deserto nella Svizzera romanda contemporanea». L’idea si potrebbe allargare alla letteratura europea in generale, che spesso ha fatto i conti con il concetto esistenziale di “deserto”, al di là dell’aspetto puramente geografico. Restando in Svizzera, alcune liriche di Anne Perrier hanno una consonanza con l’inquietudine di tanti poemi tuareg.

Oh, rompere gli indugi
Partire partire
Io non sono fra coloro che restano
La casa il giardino tanto amati
Non sono mai dietro ma davanti
Nella splendida bruma
Sconosciuta

La stessa Anne Perrier, trafitta dal blu delle lontananze, si avventura in un deserto che è forse anche la pagina bianca su cui si compone la poesia.

Questo laggiù
Questo canto questa alba
Questo volo di fronde
Questo orizzonte come un giardino
Che riposa nella luce
E gli aromi

La letteratura permette incontri impossibili, superando ogni distanza culturale e temporale. Si può dunque appartenere sia alle montagne fra cui è nata Anne Perrier (1922–2017), sia alle dune fra cui visse Kenoūa oult Amāstan, nata nel 1860. Colpita dalla bellezza di un uomo, Kenoūa ne scrisse con impeto e struggimento, evocandolo come se fosse un paesaggio.

Io, quest’anno, ho visto
una collina di muschio dai mille colori;
l’erba era d’oro e cresceva con vigore;
il miele mescolato con il burro ingrassava la terra;
il latte scorreva e bagnava la collina, racchiusa tra maglie d’argento.

Gli Svizzeri muoiono felici si muove tra paesaggi diversi, con voci diverse. Ma ogni personaggio, compreso lo stesso Contini, prova a un certo punto la tentazione di andarsene, di lasciarsi tutto alle spalle. La fuga porta alla felicità? Difficile dirlo. Probabilmente non si può essere felici senza una certa forma di leggerezza e di autoironia, senza un certo distacco dalle cose del mondo. Ma la felicità deve anche fare i conti con la vita quotidiana, con l’impietoso scorrere dei giorni.
Mi accorgo che sto ancora parlando di felicità. Come se le parole mi potessero avvicinare al sentimento… Magari è proprio così, vai a sapere. Lo stesso Giacomo Leopardi, quando scriveva, non poteva fare a meno di una certa allegrezza: «Ma quantunque chi non ha provato la sventura non sappia nulla, è certo che l’immaginazione e anche la sensibilità malinconica non ha forza senza un’aura di prosperità e senza un vigor d’animo che non può stare senza un crepuscolo, un raggio, un barlume di allegrezza» (Zibaldone, 24 giugno 1820).PS: La vita, amico, è l’arte dell’incontro è un album di Vinícius de Moraes, Giuseppe Ungaretti e Sergio Endrigo pubblicato dalla Fonit Cetra nel 1969. Il pensiero di Pierre Teilhard de Chardin è tratto dall’opera Sur le Bonheur (Seuil 1966), tradotta in italiano da Annetta Daverio con il titolo Sulla felicità (Queriniana 1990; 2013). La frase di Jeanne-Marie Baude proviene dal saggio “La voix nomade de Anne Perrier”, in Gérard Nauroy, Pierre Halen, Anne Spica, Le Désert, un espace paradoxal, atti del convegno all’Università di Metz (13-15 settembre 2001), Peter Lang, Berna 2001. I versi di Anne Perrier si trovano nell’opera La voie nomade (1982-86), in La voie nomade et autres poèmes. Œuvres complètes 1952-2007, L’Éscampette Éditions 2008. I versi di Kenoūa oult Amāstan si trovano in Chants touaregs recueillis et traduits par Charles de Foucauld (Albin Michel 1997; in origine pubblicati da Charles de Foucauld in due tomi, con il titolo Poésies touarègues, nel 1925 e nel 1930). Sono mie le traduzioni dal francese.

PPS: La fotografia sotto il “booktrailer” raffigura il regista nell’atto di filmare. Anche la fotografia con i fiori blu rappresenta uno scorcio della Greina: le genziane primaticce (Gentiana verna) mi sembrano una buona immagine, se non della felicità, almeno della speranza.

PPPS: Ecco un altro video, sempre girato sull’altopiano della Greina, in cui le parole dell’incipit lottano contro il vento…

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Pourquoi ici?

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Tutto si fa distante, certe volte. Si comincia a dubitare di un dettaglio e all’improvviso manca il terreno sotto i piedi. Non è necessario che ci siano cause scatenanti evidenti o spettacolari: basta un secondo d’inspiegabile vuoto. Una minuscola goccia di buio.
È quello che mi succede oggi a Paradeplatz. Arriviamo a piedi dalla stazione, come al solito. È pomeriggio, l’una e una manciata di minuti, e ci accoglie un’ampia luce bianca. Accenno una battuta ad Andrea a proposito di un signore spaparacchiato su una panchina. Sembra il sosia perfetto di Bukowski. Sorrido, ma non sono a mio agio.
Quando ci sediamo e prendiamo i taccuini, sento sorgere un certo avvilimento. Restiamo lunghi minuti in silenzio e io non so più per quale motivo siamo lì, in mezzo a gente che sa con esattezza cosa sta facendo, e se non lo sa può vantarsi di non saperlo. Io sono solo confuso e insicuro. Vedo Andrea con la coda dell’occhio e ho l’impressione che anche lui, a dispetto dello sguardo che si posa sulla piazza, sia in realtà altrove. Evito di parlargliene. Rileggo la poesia che abbiamo portato con noi:

Io e il mio io
nello stesso scontro.
Gli dico:
non cedere allo sconforto
no, risponde,
speranza è cavalli bradi
mai calmi
mai stanchi
e nitriscono sempre.

È di un autore siriano, Faraj Bayrakdar. È stato in prigione, per anni e anni non ha potuto scrivere e si è così costruito una biblioteca personale nella memoria. Certo, mi dico ingiustamente, tutto così calzante, così perfetto! Versi che senza mezzi termini ci suggeriscono di non lasciarci addomesticare, di non addormentarci, di non stancarci di fare sentire la nostra voce. Bene, fantastico, continuo a pensare, ma quale voce? Il cavallo nitrisce per natura, è la sua unica voce, non può far altro. Ma noi? Noi possiamo scegliere e questo complica le cose: come dire qualcosa? E poi perché? Sono a Paradeplatz ma potrei essere in qualsiasi altro luogo, perché non trovo alcuno spunto valido e costruttivo. Sono stanco. Cresce il timore che la risposta da dare sia la più ovvia, e cioè che la nostra presenza a Paradeplatz è inutile e abbastanza ridicola, anche se nessuno ce lo dirà mai con queste parole.
Allora mi alzo. Mi viene in mente che stamattina, curiosamente, al posto delle lenti a contatto ho optato per gli occhiali. Mi dirigo in mezzo alla piazza e li tolgo. Oscilla tutto: non colgo i visi dei passanti, lo stile dei vestiti, i dettagli verso cui rivolgo in genere la mia attenzione. Eppure mi accorgo presto che non ci sono soltanto presenze vaghe, ma anche movimenti sinuosi, per lo più illeggibili ma con una loro armonia. Riconosco il blu dei tram, ma chi scende e chi sale è una sorprendente scia colorata che si sfalda, si ricompone, si perde.
In quel mondo incompiuto e solo suggerito, fuori fuoco, mi sento subito meglio. Persino meno solo.

[YB]

*

Eccoci, seduti uno di fianco all’altro. Entrambi con gli occhiali, entrambi con gli occhi cerchiati di sonno. Per ragioni diverse, la notte scorsa abbiamo dormito poco (fra tutti e due, meno di dieci ore). Dormire in Paradeplatz? Per un attimo il pensiero mi sfiora, poi capisco che qui è tutto troppo chiaro, troppo abbagliante. Mi sembra che ci sia più sole del consueto forse per via di questo vento secco e caldo, che spazza il cielo e porta con sé un vago odore di bruciato.
Saranno i freni dei tram, penso, e apro il taccuino. Cerco una pagina nuova. Scrivo: odore freni tram. Ma il candore della pagina mi ferisce gli occhi. Perché tutto questo chiarore? Perché tutti vestono di bianco? Faccio una verifica, dandomi un tempo di trenta secondi: intorno a me conto nove camicie bianche. Mentre cerco di arrivare a dieci, vengo distratto da un’apparizione. Di fronte a noi, maestosamente incede una giovane madre con una carrozzina: roseo il vestito così come le scarpe, lieve il sorriso, sereno lo sguardo. Dopo qualche secondo svanisce nel sole. Nel frattempo, di fianco a Yari si è seduta una coppia: lui e lei, abbracciati stretti, sospesi fra il desiderio di baciarsi perdutamente (un minuto) e fra quello di guardare un video sul cellulare (cinque minuti).
Leggo la poesia di Faraj Bayrakdar. Trovo la parola أمل [ʾamal], “speranza”, e la parola صهيل [ṣahil], “nitrito”: i segni scritti suscitano un’immagine – cavalli bradi, spazio vasto e senza confini – che può rendere prezioso ogni fatto marginale, ogni minuto passato a sbadigliare in Paradeplatz. Certo: la speranza. Il problema è che a volte, nel momento stesso in cui la nomino, la mia povera speranza rientra in sé stessa, perde la vitalità dei cavalli e dei nitriti, resta una parola. Solo un’altra parola da mettere nel taccuino: speranza. Come una farfalla infilzata.
Quale speranza trovo, in questo giorno di fine agosto, per me, per la mia vita e il mio lavoro? E per Yari? E per tutti i passanti con le loro camicie bianche, i loro baci, i loro passeggini? C’è una forma di speranza che possa placare la lotta che ognuno di noi, nascostamente, combatte contro sé stesso? In un’altra lirica, Bayrakdar scrive: «Unitevi, / uccelli delle domande. / Nitrite, / limiti del possibile. / Perché un barlume / nella disperazione / basta / a iniziare l’azzurro / a innescare le risposte.» Di nuovo, al confine di ciò che sembra inevitabile, risuona un nitrito. Ma come negoziare un po’ di azzurro in un giovedì pomeriggio di agosto, con questo vento caldo, la stanchezza, la sfiducia verso ciò che stiamo facendo?
Sulle fiancate dei tram appaiono pubblicità di centri wellness, dolciumi, cibo per animali domestici. Torna la mamma rosavestita, quando ormai pensavo fosse da tempo volata via nel sole. Invece, nel momento in cui prova a partire davvero, qualcosa si frappone fra lei e il suo destino: la porta del tram sta per chiudersi, a carrozzina si piega… immediatamente, e senza che nessuno dischiuda le labbra per dire una parola, due, tre, quattro persone intervengono e aiutano la rosea madre a salire sul tram.

Passa una macchina pulitrice. Si ferma, ne scende un uomo con una divisa arancione. Afferra una scopa di saggina. Poi spazza la sporcizia da sotto la pensilina, spingendola verso l’esterno. Le persone sedute ad aspettare il tram alzano entrambi i piedi, perché l’uomo possa allungare la scopa. Infine, l’uomo si mette al volante della macchina e risucchia ogni cosa: mozziconi di sigarette, lattine vuote, cartacce. Sul fianco della macchina c’è una scritta: Damit es in der Stadt so schön ist wie zuhause. Mi colpisce l’idea che stare qui sia come stare a casa.
Fra i vari libri che Yari e io abbiamo con noi, c’è anche un racconto per bambini tradotto in francese dal norvegese. S’intitola Pourquoi ici?. Nell’ultima pagina, il giovane protagonista sviluppa una riflessione: «Tutto avrebbe potuto essere totalmente diverso se fossi stato altrove. Perché sono nato io, e non qualcun altro? E perché sono precisamente qui? Ma forse io sono la mia casa. In questo caso, non importa dove mi trovi: dappertutto sono a casa mia.» Magari è questo il senso del nostro tornare qui mese dopo mese: con l’esercizio della scrittura tentiamo di abitare una piazza e di trovare una casa.

[AF]

*

Quando arrivo a Berna, piovono risposte illuminanti. Prima sulla vetrina di un negozio: Zuhause ist, wo dein Bett steht. Questa è per te, Andrea. Poi su un quotidiano gratuito, aperto a caso, un articolo a mezza pagina: «Ich esse manchmal WC-Papier». Questa è per tutti quelli che non sanno dove stiamo andando.

[YB]

*

Quando arrivo a Bellinzona, sto quasi dormendo. In realtà, non mi è mai riuscito facile assopirmi durante i viaggi in treno. Stavolta, nel momento in cui prendo sonno, mi rendo conto di essere giunto a destinazione. Un po’ intontito, mi avvio lungo il corridoio. Pourquoi ici?

[AF]

PS: Le poesie di Bayrakdar sono tratte da Specchi dell’assenza (Interlinea  2017; traduzione e cura di Elena Chiti). Hvorfor er jet her?, scritto nel 2014 da Constance Ørbeck-Nilssen e illustrato da Akin Düzakin, è stato tradotto in francese nel 2017 da Aude Pasquier, con il titolo Pourquoi ici?, per le edizioni La Joie de lire.

PPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno e luglio.

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