Per ascoltare questo articolo (tranne i Post Scriptum, che presentano una serie di foto):
Nel mese di ottobre sono stato spesso in viaggio, in varie città tedesche, poi in Cina, poi di nuovo a Monaco in Germania. Mi sono trovato spesso nella situazione di essere solo, almeno per qualche ora, in una città straniera. Alla fine, ho riconosciuto che quella condizione non è troppo diversa quella che vivo ogni giorno, nella mia città, fra le cose e le persone che conosco. Sentirsi stranieri non è questione solo di geografia.
Naturalmente la mia è una sensazione diversa rispetto a un totale estraniamento. È vero comunque che nella mia città natale mi capita ancora di perdermi, come facevo da bambino e come mi succede ovunque vada, nonostante il telefono mi aiuti a orientarmi con tutta la forza delle sue app.
Lo smarrimento è un’occasione per fantasticare, purché prima o poi si ritrovi la strada. E mi pare che fra le fine di ottobre e l’inizio di novembre ciò sia ancora più vero. Le città si nascondono, d’autunno. Si fanno più elusive. A bassa voce ci parlano di noi. Ci sono cose piccole, ci sono cose grandi. E tutte sembrano accadere fuori, nelle strade e nei parchi. Ma tutte accadono dentro di noi.

Nella Pinakothek der Moderne di Monaco ho visto un’opera dell’artista tedesca Rosemarie Trockel: Ohne titel (Rorshachtest), 1992. Dentro la macchia ho visto una ragazza che narra una storia di pirati, battendola su una macchina da scrivere. Evocato dalla sua immaginazione, si erge davanti a lei un fortino al centro di un’isola inaccessibile, dov’è detenuto il capitano del vascello pirata. Per liberarlo la sua ciurma si avvale dell’aiuto di una tribù di indigeni, e in particolare dello stregone. Questi è un individuo alto e magro, dall’apparenza serafica e sempre imperturbabile. Fissando la fiamme del fuoco, dopo avere ascoltato la richiesta dei pirati, lo stregone mormora come fra sé: «Forse ho un’idea».
Purtroppo la macchia non dice quale sia l’idea, così ignoro il resto della storia.

La velocità con cui queste immagini si sono affastellate nella mia mente fa da contrasto alla lentezza con cui ho studiato un’altra opera: Erdtelephone, composta nel 1968 da Joseph Beuys. Ho girato intorno all’installazione. Ho scattato una foto alla scultura con il mio iPhone, che è assai diverso dai due telefoni nella teca: un apparecchio nero tradizionale, vecchio stile, accanto a un mucchio di terra che ricorda vagamente la forma del primo. Dopo qualche minuto ho pensato: non è forse così? Non sono forse fatte di terra tutte le nostre linee rapide, i nostri messaggi, i cuoricini e i pollici alzati nell’universo impalpabile dei social network?
Sono fatte di terra anche le parole che scrivo in questo momento.
La velocità con cui una macchia mi ha portato una storia non potrà mai venire raggiunta da nessun congegno meccanico né da nessuna cosiddetta intelligenza artificiale. C’è qualcosa dentro di noi che supera la terra, che dà un senso alla polvere. Questo punto di conoscenza può essere avvicinato dalla tecnologia, ci mancherebbe. Ma si trova proprio oltre la frontiera, là dove la tecnologia ritorna terra.

Il mio soggiorno a Monaco è rimasto sospeso fra due poli: la fantasia e la terra. È l’impasto fra queste dimensioni che crea le storie, le mie così come quelle di tutti. Perché le mie non sono diverse dalle altre: le storie non appartengono a chi le scrive ma sono racchiuse nella realtà, proprio come i miei pirati erano dentro la macchia di Rosemarie Trockel.
L’arte di scrivere consiste più nel riconoscere che nell’inventare.
In questo inizio di novembre, sono grato ai miei viaggi per avere affinato il mio sguardo. Anche questo è avvenuto grazie a un impasto fra terra e fantasia, fra immaginazione e materia inerte. Soprattutto, è nella rivisitazione dopo il viaggio che s’impara a distinguere ciò che si è visto. Appena tornato a casa, ho cercato una poesia di Pierluigi Cappello che rileggo sempre all’inizio di novembre. S’intitola proprio Novembre, ancora. Si apre su una scena di paesaggio: «C’è l’azzurro, quasi bianco in fondo, / dove segue i profili delle creste, / c’è, con l’odore di foglie morte, / questo novembre che tarda a farsi novembre / e poi una mattina aperta, la pulizia delle forme».

È proprio questa «pulizia delle forme» che mi ha colpito durante i miei viaggi. Cappello prosegue annotando una scena e la sua difficoltà nel descriverla: «davvero, non saprei dire quando le parole cadono lontane, / né come la luce diventi silenzio, questa, per esempio, / su questa facciata che le finestre riflettono muta / o sull’opaco di una mentre sale in bicicletta la strada, / l’intralcio delle borse appese, una fatica già avanti negli anni, / remissiva, desolata.» Io ho visto paesaggi diversi, scene diverse, ma ho ritrovato la medesima tensione verso la piccolezza, verso le cose che nota solo chi si smarrisce: «C’è, nella desolazione, un che di candido, / un transito delle cose minute, la ruggine che affiora, / l’erba che spacca l’asfalto.» Ecco, è proprio così. Nel finale della poesia Cappello si rivolge a me, parlando forse a sé stesso: «E, dentro il rodere del tempo, tu, / con la tua cuffia pesante, con le tue mani in tasca / e un filo di freddo infilato sotto il maglione. / Mettici anche i pochi metri che ti separano da casa, / un saluto frettoloso e un saluto lasciato cadere / nella luce che non dice altro che sé stessa / e allora, nella mattina aperta, pulita nelle sue forme, / alzi lo sguardo di tutte le volte che non hai guardato».
Quante volte non ho guardato.
Quante volte, specialmente nei luoghi che conosco bene, non sono stato abbastanza straniero.
I parchi di Monaco, le sue strade luminose, le attese, i colori, il traffico, i telefoni di terra e le macchie colme di pirati, tutto è un promemoria. Anche la desolazione di Dachau, la raffinatezza del castello di Nymphenburg, tutto ciò che rischia di essere solo un’immagine di passaggio, colta e fotografata in un riflesso turistico. Spero che non sia così. Spero che ogni frammento rimanga dentro di me e che, nella tensione fra terra e fantasia, mi insegni a vedere sempre meglio.

PS: La poesia di Pierluigi Cappello è tratta da Stato di quiete. Poesie 2010-2016, Bur, Milano, 2017.
PPS: Ho scritto qui del viaggio in Cina.
PPPS: A Monaco, come dico meglio qui, ho tenuto una conferenza in occasione della Settimana della lingua italiana nel mondo. Ringrazio l’Istituto italiano di cultura e il consolato svizzero per l’organizzazione e per l’accoglienza: è stata una serata memorabile, ricca d’incontri e di scambi. Ringrazio anche gli studenti e i docenti del Liceo Diocesano di Breganzona che mi hanno accompagnato nella mia seconda visita, due settimane dopo; il viaggio si è dipanato come un laboratorio creativo sullo sguardo e la parola.



PPPPS: Qualche volte, nei musei, lo sguardo indugia su chi osserva tanto quanto sulle opere. In fondo, anche gli esseri umani sono un’opera d’arte. Qualche contemplazione rubata – non me ne vogliano i contemplatori – nelle fotografie seguenti.




PPPPPS: Anche l’autore di queste righe era fra i contemplatori, come documentano le prossime immagini. Nel primo caso, si sentiva a pezzi; nel secondo, è stato colto nel gesto atavico dello sbirciare. Stava forse contemplando i nodi narrativi di una delle opere esposte alla Pinakothek der Moderne. Ora non ricordo il nome dell’installazione, ma forse è meglio così: sono i nodi di ogni possibile storia immaginabile, ordinati eppure sempre disordinati.



PPPPPPS: Infine, in un dipinto esposto alla Alte Pinakothek, può capitare d’intravedere un altro telefono. Solo che stavolta non è un telefono di terra, bensì di fantasia. L’opera infatti risale al 1850/60. S’intitola Die Erwartete, di Ferdinand Georg Waldmüller (1793-1865).

