Un passo leggero

Per ascoltare questo articolo:

Come ho vissuto il 2025?
Per certi aspetti, è stato un anno ricco di esperienze, di viaggi, di scoperte.
Per altri aspetti, sono riuscito a fare meno di quanto avevo previsto. Ma chi non si trova in questa condizione? Anzi, forse è un bene lasciare un margine di miglioramento. In fondo, ho sempre cominciato a scrivere nuovi romanzi perché qualcosa in quelli precedenti non mi convinceva del tutto. Naturalmente è un giudizio soggettivo. Alcuni preferiscono un libro, altri uno differente; per conto mio, cerco ogni volta di avvicinarmi alla mia voce, al mio stile. Lo troverò mai? Credo di no, perché la voce più vera si nasconde nel silenzio… e ancora non sono pronto a tacere.

Nel 2025 è uscito un piccolo libro che mi sta a cuore: Non importa dove, pubblicato da Gabriele Capelli e scritto da Yari Bernasconi & Andrea Fazioli. Come indica quella “&”, non si tratta di una scrittura occasionale a quattro mani, bensì del progetto di trovare una voce comune insieme al poeta Yari Bernasconi, che vive a Berna e con il quale nel 2025 ho condiviso viaggi e progetti di scrittura, ma anche molto altro. Trovate qui il nostro sito comune. Non importa dove è una raccolta di 58 cartoline, composte a partire dal 2018: è una selezione e un affinamento di testi che sono maturati lentamente negli anni: prose brevissime, alcune più scanzonate e altre più poetiche o riflessive, alle quali sono abbinate delle fotografie, perlopiù scattate dagli stessi YB&AF.
Senza fare un elenco, vorrei menzionare almeno la riedizione in tedesco de La sparizione (Guanda) con il titolo di Verschwunden in Tessin (Dörlemann); fra l’altro, lo stesso romanzo è stato pubblicato quest’anno anche in georgiano. Inoltre, segnalo la riedizione per TEA dell’antologia Un capodanno in noir, uscita nel 2023 per Guanda, in cui c’è un racconto con Elia Contini e di cui dico di più nel primo Post Scriptum a questo articolo.
Nel 2025 ho finito anche un romanzo particolare, esistenziale, che avevo cominciato anni fa. Magari un giorno ne dirò di più. Inoltre, sto terminando in questi giorni un nuovo capitolo della serie con l’investigatore Elia Contini. Avrei voluto scrivere più in fretta – l’ultimo della serie risale all’autunno del 2022 – ma negli anni scorsi ho avuto dei problemi di salute che hanno rallentato il lavoro. Da quando ho cominciato a stare meglio, ho ripreso anche a uscire in bicicletta con più assiduità: sicuramente quest’anno ho percorso molti chilometri e visto molti paesaggi. A volte gli stessi paesaggi, ai quali torno con l’intento di vederli come nuovi. Pedalo adagio, così come mi piace camminare adagio: con un passo leggero, attento alle minuzie.

Quando esco in bici d’inverno, sul piano di Magadino, incontro spesso un airone bianco maggiore. Accade soprattutto nelle giornate un po’ grigie, quando non c’è nessuno in giro. Il territorio è piatto: una Bassa padana in miniatura, cinta dalle montagne. L’airone sta in un campo oppure dentro un fossato. Ieri mi aspettava al bordo della strada, fedele come un tifoso che incoraggi un campione attardato. Per qualche secondo si è alzato in volo. Magnifico, leggiadro. Poi ha ripreso a camminare. Mi ha stupito il suo passo: spigoloso, oscillante, eppure in qualche modo colmo di bellezza. Vorrei che fosse il mio passo per il nuovo anno. Traballante, se capita, ma fiducioso nel seguire l’argine. Sempre vicino al mistero del fiume.
Concludo questo 2025 con uno haiku di augurio, che dedico alle lettrici e ai lettori di questo blog.

Fine dell’anno.
Sull’argine cammina
l’airone bianco.

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Quest’anno la casa editrice TEA ha riproposto l’antologia di storie poliziesche legate al capodanno che l’editore Guanda aveva pubblicato due anni fa. C’è un racconto con Elia Contini, intitolato Il custode dell’abisso. Le altre storie sono di Gianni Biondillo, Gian Andrea Cerone, Luca Crovi, Giancarlo De Cataldo, Marco De Franchi, Diego De Silva, Marcello Fois, Leonardo Gori e Marco Vichi, che è il curatore della raccolta. Alcuni di loro sono cari amici, ed è bello che questo libro in comune sia tornato in libreria. Ne avevo parlato qui.

PPS: Quest’anno ho avuto occasione di fare alcuni viaggi per parlare della mia scrittura e dei miei libri. Trovate qui un resoconto dell’esperienza in Cina e qui un riassunto dei viaggi in Germania. Qui, invece, ho parlato di Monaco in maniera più sommessa.

PPPS: Fra i vari articoli nel blog, ne segnalo un paio. Qui accenno al mio lavoro alla radiotelevisione svizzera (RSI). Quest’anno, oltre alle dirette su Rete2, il canale culturale della radio pubblica, ho portato avanti con Marco Pagani Un attimino, un programma che si occupa di lingua e letteratura, con divagazioni dai cantautori all’antico sumero. Lo trovate anche su Spotify; ha avuto un’edizione speciale televisiva e, proprio quest’anno, una speciale estensione natalizia per l’avvento (Un avventino). Inoltre, collaboro con Nero su bianco, il nuovo programma di libri della televisione svizzera (per il quale mi occupo in particolare di presentare romanzi polizieschi o di avventura).
Mi capita inoltre di tenere laboratori di scrittura. Oltre a quello che si svolge in queste settimane alla Scuola Flannery di Milano, vorrei menzionare il fatto che il Liceo Diocesano di Breganzona, in Svizzera, ha in programma due ore di scrittura creativa alla settimana per le allieve e gli allievi di prima liceo. Nel 2026 riprenderanno inoltre i corsi della Scuola Yanez (seguiranno dettagli).
Qui trovate infine un articolo autunnale che parla di mucche e bicicletta. È uno fra i tanti che a prima vista non ha che fare con la scrittura, ma poi invece sì.

PPPPS: Nel 2025 ho ripreso anche a pubblicare della roba su Instagram e Facebook eccetera. Chi mi conosce sa quanto detesti l’idea stessa delle reti sociali, così feroci e subdole nell’abbandonarci non alla solitudine (che non è per forza un male) ma all’isolamento, per di più travestito da “condivisione”. Ritengo però che uno strumento perverso possa anche venire usato in maniera buona e quindi, nel mio piccolo, ci provo. Cerco di farlo sempre con leggerezza, nell’intento di portare alle poche persone che intercettano i miei segnali qualcosa di positivo, anche solo un frammento di sorriso o di riflessione.

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Tranne il bianco

#Rubruk2022 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli

Guglielmo di Rubruk partì nel 1253 per una lunga spedizione in Asia. Il suo Itinerarium, redatto in latino, è fra i più bei resoconti di viaggio che siano mai stati scritti. Basta leggerne poche frasi per trovarsi nel cuore dell’ignoto, oggi come ieri, desiderosi di conoscere ciò che è diverso da noi.

Rubruk
Divagazioni intorno ai viaggi di Guglielmo di Rubruk

Quarto episodio.

10) «Quel mattino avevo le dita dei piedi congelate, e non potei più camminare a piedi nudi. (Il freddo in quelle regioni è tremendo. Da quando comincia, il gelo non cessa più fino a maggio; e anche in maggio c’era ancora il ghiaccio ogni mattina, ma si scioglieva per effetto del sole, mentre in inverno non si scioglie mai, comunque tiri il vento.)»

Manca poco a Natale e noi siamo ospiti in una casa di montagna. Un luogo discreto, senza vette irraggiungibili e rocce colossali. Una montagna come molte altre, corrucciata, discosta. L’aria è fredda, ma dall’inizio dell’inverno è la prima volta che vediamo la neve. Arriva di notte, mentre tutti dormono, e all’alba si annuncia al mondo con un grande silenzio. Le finestre, con gli angoli un poco appannati, raccontano un altro paesaggio: non più case e alberi, ma forme impalpabili che sembrano fatte soltanto di luce e di respiro. Beviamo il caffè nero (senza zucchero) davanti alla finestra più grande. Entrambi stiamo pensando a Guglielmo di Rubruck. Nel dicembre del 1253 il grosso e infaticabile monaco era giunto all’accampamento di un importante capo tartaro. Com’è consuetudine dei francescani calzava dei sandali a piedi nudi. I tartari, stupiti, gli chiesero se non avesse bisogno delle dita dei piedi, visto che le avrebbe sicuramente perse. Da uomo saggio qual era, Guglielmo accettò d’indossare delle calzature di pelliccia. In seguito, il frate annotò nei suoi appunti il freddo implacabile della steppa. Era il primo Natale passato in viaggio, lontanissimo dall’Europa e da tutto ciò che conosceva. Eppure, come sempre, Guglielmo aveva la capacità di sentirsi a casa in ogni circostanza. E noi, che all’alba guardiamo il prato e il bosco da una casa calda, piena di persone amiche? Non c’è bisogno di dirci niente. Sappiamo di essere qui, ma sappiamo anche di essere là fuori, intirizziti nella neve ovattata, mentre aspettiamo i tartari. La figura di Guglielmo, quel puntino scuro in mezzo ai campi, per un attimo diventa l’unico riferimento. Lentamente ci avviciniamo, finché la sua immagine sbiadisce sotto le ciglia, scompare tutto tranne il bianco.

11) «Il mio compagno talvolta aveva una fame tale che mi diceva con le lacrime agli occhi: “Mi sembra di non aver mai mangiato in vita mia”».

– Ma la cena?
– Dai, ci sarà qualcosa di aperto.
Non è presto, ma neppure così tardi. Abbiamo appena concluso una lettura serale fuori dal centro urbano, appena sotto le montagne, e ci siamo fermati a chiacchierare. Ora camminiamo soli, nel buio, per raggiungere la nostra auto.
– Mah, sono meno ottimista di te.
– Male che vada andiamo in città.
– In città dove?
– Che ne so, tentiamo alla Valtellinese.
– Che roba è?
– Ci andavo quando lavoravo fino a tardi.
– Fanno pizze?
– Uova strapazzate, forse.
L’autostrada è ampia come uno sbadiglio. Sui lati sfilano le ombre degli alberi. Ogni tanto compare la luce di un gruppetto di case, un magazzino isolato, una strada persa fra i campi. Una ventina di chilometri ci separa dalla città e dalla cena.
– Chiamo la Valtellinese?
– Ma no, saranno aperti.
All’entrata della città, un locale a luci rosse (e verdi e blu e gialle e bianche) squarcia l’oscurità con la sua insegna: dancing. Noi superiamo due semafori e un capannone per la vendita d’automobili. Quando arriviamo alla Valtellinese, non c’è nessun segno di vita.
– Non l’ho ma vista chiusa a quest’ora!
– Ci sarà qualcos’altro, dai, siamo in città.
– Kebab?
– Ma sì.
– Mia moglie prende sempre il kebab vicino al teatro.
A un angolo di strada, un bar-discoteca serve cocktail colorati e fa vibrare le gambe con immensi woofer. I fari rosa puntano sulle poche persone che stanno ballando. Si chiama Upper Class, e noi siamo troppo down (e affamati) per fermarci a pasteggiare con due olive. Più in là c’è un altro bar dall’aria dimessa.
– Guarda. Qui ci andavo da ragazzo.
– “Il Castigamatti”?
– Un postaccio. C’è uno strazio di karaoke.
Una voce acuta, fra le altre, canta: «cercavo in te la tenerezza che non ho / la comprensione che non so / trovare in questo mondo stupido». E continua risuonare mentre ci specchiamo nella porta chiusa del Kostantîniyye Döner Kebap & Pizzeria.
– E adesso?
– È mezzanotte.
– Un nuovo giorno.
– Ma la fame sta invecchiando.
– Non ci sono altri locali?
– Qui vicino c’è il Chiquito, ma non è un posto raccomandabile.
– E noi siamo raccomandabili?
– Sì, hai ragione anche tu.
Il Chiquito è una cantina. Impossibile capire se sia aperto o chiuso. Mentre ci avviciniamo, una figura esce da un angolo nascosto. Ha i capelli quasi bianchi, ma il volto giovane e gli occhi attenti. Sorride con ironia. Ci accorgiamo che in fondo alla scala, dalla porta socchiusa del Chiquito, filtra una sottile linea di luce. C’è pure una nuova insegna, che appare incomprensibile: татаруудын цөл. La vernice sembra fresca, come se l’avessero appesa oggi stesso.
– Siete arrivati, finalmente.

12) «Quando vidi la corte di Baatu rimasi sgomento, perché già solo le dimore di sua spettanza sembrano come una grande città distesa in lunghezza».

È già trascorso un anno. Ancora confondiamo la steppa e le autostrade. Che cosa cerchiamo, seguendo la scia di questo cocciuto viaggiatore di otto secoli fa? Nella nostra piccola vita abbiamo già visto metropoli immense, che si srotolano senza finire mai e contengono milioni di individui. Perché allora immaginare la corte di Baatu ci offre un’emozione così forte, diversa? Dalla radio accesa esce il suono di un violino che taglia lo spazio fra di noi, lo fa a pezzi, come un diamante sul vetro. «Sono stanco», dice uno. «A volte, eh, non sempre». L’altro guarda il cielo oltre il parabrezza, cercando una nuvola o qualcosa che somigli a una nuvola. «Lo so». Bastano due sillabe per ribadire l’alleanza. Meglio che le parole restino nell’abitacolo, perché il mondo risponderebbe: ma come! hai tutto quello che serve per essere felici… Il punto è che forse la felicità non c’entra. E nemmeno la stanchezza. Custodiamo tutti del buio più buio: c’è chi è bravo a dimenticarsene, ma c’è chi non riesce ad arginare l’abisso. C’è poco da fare, se non attraversare insieme la corte di Baatu, distesa in tutta la sua lunghezza. E si può scrivere, aspettando le parole dell’altro. Così, mentre passano gli anni e le stagioni, ogni frase fiorisce dal buio, nel folto dei pensieri e delle angosce. Anche il gesto di mettere una virgola, voltare una frase, cancellare di nuovo: forse anche soltanto questo esprime una speranza. Altrimenti, se le cose dovessero mettersi davvero male, si può sempre tirare un dado, preferibilmente a venti facce. «Hai un dado in tasca». «Sì, come lo sai?» «Lo so perché ne ho uno anch’io». «È vero». «Al mio tre, allora. Uno. Due. Tre». «Bah, 7. Tu?». «5. Siamo spacciati».

PS: Ecco i collegamenti al primo, al secondo e al terzo episodio.

PPS: Le frasi in grassetto sono tratte dall’Itinerarium di Guglielmo, secondo l’edizione stabilita da Paolo Chiesa in G. di Rubruk, Viaggio in Mongolia, Fondazione Lorenzo Valla / Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011. Spesso abbiamo usato la versione italiana dello stesso Chiesa; qualche volta abbiamo invece tradotto noi stessi dal testo latino.

PPPS: Negli anni fra il 1237 e il 1242 un’orda di guerrieri mongoli avanzò verso l’Europa. I Tartari, come venivano chiamati, si spinsero in Russia, Polonia, Boemia, Ungheria, devastando città e villaggi. L’esercito arrivò fino all’Adriatico e si ritirò soltanto alla morte del comandante Ögedei Khan. Qualche anno dopo, nel 1253, il re di Francia Luigi IX decise d’inviare un ambasciatore verso le steppe, per tentare qualche relazione con i Mongoli. Il sovrano si affidò a un frate fiammingo, Guglielmo di Rubruk, che viaggiò per due anni nei territori dell’Asia Centrale fino a Karakorum, dove risiedeva il Gran Khan Möngke. Guglielmo, capace di percorrere grandi distanze in poco tempo (più di dodicimila chilometri in totale) era colto, robusto e dotato di buon senso. Sapeva parlare con i re e con i poveri, con un monaco buddista o con uno sciamano, con un soldato o con un prigioniero. Era aperto e curioso nei confronti delle lingue, delle usanze, delle abitudini dei popoli stranieri. Il suo Itinerarium è uno dei più bei libri di viaggio medievali (e anche oltre).

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