L’importanza della mucca

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Che cosa racconta l’azione ripetuta di pedalare?
Si tratta di chiudere il cerchio. Pedalare mette in movimento il corpo e i pensieri. È un piccolo arco narrativo: l’eroe si avventura, rischia, teme, sta per smarrire la via, poi trova una ragione per tornare.

La storia che racconto mentre pedalo è senza parole. Questo mi conforta, visto che mentre lavoro non faccio altro che cercare le parole giuste. Perfino in questo momento cerco delle parole per riferire di un giro in bici fra Bellinzona e le montagne della valle di Blenio.
«Siete una bandiera!» dice Giacomo, mentre io e Giona pedaliamo affiancati. In effetti il rosso della sua maglia e il blu della mia ricordano la bandiera del Canton Ticino. È una sorta di mise en abîme, essere la bandiera del posto in cui si pedala. Intorno ci sono il verde dei prati, ancora glorioso nonostante l’autunno, il marrone dei ricci di castagno, l’azzurro del cielo pulito dalla pioggia dei giorni scorsi.
E una mucca.
Questo è ciò che mi porta a scrivere: l’importanza della mucca.

Da quando sono bambino penso che le mucche la sappiano più lunga di me. Il fatto che non dicono niente non deve ingannare; anzi, depone a loro favore. Questa mucca in particolare mi guarda nel modo in cui guardano i bovini, intimo e lontano insieme. Mi fermo, smonto dalla bici. Fotografo la mucca. Per fortuna lei non se ne risente e continua a non fare commenti. Quando si rumina, non si ha tempo per le chiacchiere.
Poco dopo, sulla salita verso Ponto Valentino, mi chiedo se l’essenza del mio lavoro non consista nel ruminare. A differenza delle mucche, oggi quasi tutti amiamo prendere la parola per dire qualcosa. Con un romanzo o con un post, con un’intervista, una conferenza, una lezione, una canzone, un articolo, un reel, una dichiarazione d’intenti, un discorso alla nazione, metteteci quello quello che volete. Una poesia o un’imprecazione.
Prima di parlare, però, le parole vanno ruminate per il tempo necessario.
La mucca rumina, rumina, rumina e alla fine non parla. Per noi è difficile arrivare a tali vette, essendo soltanto dei poveri esseri umani, ma la via è quella.
Non basta pensare prima di parlare. Bisogna ruminare.
E nessuno può farlo al posto nostro.

Scrive Mario Luzi in Versi d’ottobre: «È qui dove vivendo si produce ombra, mistero / per noi, per altri che ha da coglierne e a sua volta / ne getta il seme alle spalle, è qui / non altrove che deve farsi luce.»
Qui, nel cerchio della pedalata. Su questa strada. In questo pomeriggio d’autunno. Qui, nella fatica. In ogni accezione che si voglia dare al termine: fatica di stare al mondo, di pedalare, di ruminare.
«È passata, ne resta appena traccia / l’età immodesta e leggera / quando s’aspetta che altri, / chiunque sia, diradi queste ombre. / Quel che verrà verrà da questa pena.»
È una verità evidente mentre si pedala: «Quel che verrà verrà da questa pena». È forse più difficile, per me, capire che la frase è vera anche mentre mastico la vita quotidiana. Che cosa aspetto «oggi, oggi che il vento / balza, corre nell’allegria dei monti / e a quell’annuncio di vino e di freddi / la furbizia dei vecchi scintilla fra le grinze?» Più che aspettare, rumino. E spero che le parole, se ben ruminate, poi vadano a segno.
«Quel che verrà verrà da questa pena.»

PS: La poesia di Luzi è tratta da Onore del vero, Neri Pozza, 1957, poi confluito in Il giusto della vita, Garzanti, 1960.

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