Il territorio delle volpi

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«Per chi lo sa ascoltare il bosco non ha segreti. Contini conosce ogni palmo del suo territorio e intuisce da piccoli segni quando sta entrando nel territorio di una volpe.»

È un passaggio del romanzo Una piccola cosa proibita, che uscirà per Guanda il 13 ottobre 2026. Il protagonista, l’investigatore Elia Contini, ha una doppia vita (e chi non ce l’ha, del resto?). Di giorno indaga fra il Canton Ticino e l’Italia, in mezzo a traffici, imbrogli, affari più o meno loschi. Ma la sera risale a Corvesco, un paese di montagna, e si lascia abbracciare dal silenzio delle foreste.
Di notte, quando non deve lavorare, Contini esce di casa e s’inerpica tra i faggi e i castagni. Segue le tracce delle volpi, che sono il suo animale guida. Ama osservarle, fotografarle. Annota in un taccuino i loro andirivieni.

Perché il bosco, perché le volpi?

La vicenda di Contini s’intreccia con quella dell’autore. Fin da bambino le volpi sono per me una via d’accesso al mistero. L’origine è forse nelle storie che mi raccontavano quando non sapevo leggere: il personaggio dal pelo rosso e dalla coda lunga si aggira nell’ombra, tessendo le sue trame. La volpe furba ma anche fragile, pronta alla fuga se intravede lupi o cacciatori. Così vicina alle nostre case, alle nostre vite, eppure così lontana. Nel tepore del mio letto, prima di dormire, la volpe era simbolo dell’ignoto, della notte, di tutto ciò che nella vita resta sotterraneo, inesprimibile.

Nello stesso tempo, la volpe deve cavarsela in ogni circostanza. Questo per me non è facile. Spesso mi sono bloccato in situazioni che mi parevano insormontabili, mi sono smarrito in sentieri che non portavano da nessuna parte. Ma in qualche modo ho cercato di tornare a casa. Come tutti ho le mie ferite, le mie cicatrici. Non sempre posso muovermi nel mondo che vorrei, e allora mi tocca accettare la realtà, osservarla, cercare dov’è il buono in mezzo alle sterpaglie o ai rifiuti.

La volpe è un animale selvatico, irrimediabilmente, non si può addomesticare. Eppure ha imparato ad avvicinarsi alle città degli umani, perché là si trova ciò che le permette di sopravvivere.
Forse “sopravvivere” è un concetto limitato? Ma la volpe poi torna alla sua tana, nel cuore del mistero. Anche quando ci pare magra, rognosa, ormai contaminata dalla città e dai suoi immondezzai, la volpe riesce a restare libera.

Ecco perché nell’ufficio di Contini c’è la fotografia di una volpe al limitare di un bosco. Ed ecco perché nell’atrio di casa sua c’è la piccola scultura di una volpe. Dopo una brutta esperienza Contini si è liberato degli oggetti inutili. Qualche mese fa, si legge nel romanzo, l’atrio era ingombro di cose. «Oggi resta l’essenziale: una credenza, un attaccapanni, una ciotola per mettere le chiavi. E un giocattolo di legno a forma di volpe, creato dall’artista Antonio Vitali.»

Ogni volta che torna a casa dopo le sue avventure, gli occhi di Contini si posano sull’animale di legno. L’investigatore pensa: anche oggi sono qui, un altro giorno è andato. Il giocattolo è fisso, immobile, ma freme di una vita segreta, come se da un momento all’altro potesse agitare la coda, voltare il muso, fuggire dove gli alberi sono più fitti e dove si aprono radure come respiri profondi.

In Una piccola cosa proibita Contini avrà a che fare con un nuovo personaggio: Anna Scovalupi, un’ispettrice di Milano (ma originaria di Cremona) che viene trasferita in Svizzera per lavorare in un corpo di polizia transfrontaliero. L’investigatore privato e la poliziotta non vanno d’accordo, ma devono collaborare per fermare un assassino.
Nella vicenda è coinvolto un giovane libraio, che vorrebbe starsene per conto suo a scrivere poesie e invece si trova nei guai. Proprio in omaggio al libraio, che si chiama Giosuè Pasquali, chiudo con uno haiku scritto dall’autore giapponese Tan Taigi (1709-1771): «nel campo dei meloni / il ladro, la volpe / s’incontrano faccia a faccia».

Anche a me è capitato di vedere una volpe all’improvviso, magari la mattina presto quando percorro in macchina una strada di montagna. È questione di un attimo: la volpe sta ferma, abbagliata dai fari. Poi si riscuote, in un guizzo torna fra gli alberi. Io proseguo verso la mia giornata, il mio lavoro. Lei rientra dopo una notte di scorribande. Ma per il tempo di un secondo, io sono stato la volpe e la volpe è stata Andrea. In questo scambio per me sta tutta la letteratura.

PS: Qui l’annuncio del nuovo romanzo nel sito della casa editrice.

PPS: Ho già parlato di Una piccola cosa proibita nel blog, quando stavo correggendo le bozze.

PPPS: La traduzione dello haiku di Tan Taigi è di Adriana Ziffer Gallo, in Poesie zen (Newton Compton, 1983), a sua volta tratta da Zen Poetry (Penguin Classics, 1977/81), a cura di Lucien Stryk e Takashi Ikemoto. Un’altra versione è fornita da Leonardo Vittorio Arena in Haiku (Rizzoli, 1995): «La volpe s’imbatte / in un ladro: / campo di meloni». Ecco la trascrizione dell’originale giapponese: «nusubito ni / deau kitsune ya / uri batake».

PPPPS: L’immagine della volpe fatta di parole è tratta da un’incisione a bulino eseguita da Paolo Foletti per la raccolta di poesie ornate Bestie (Atelier Calcografico, Novazzano 1997), con i testi di Ugo Petrini.
Se qualcuno volesse come Contini seguire le tracce delle volpi, può essere utile il volume da cui ho rubato un’altra delle immagini di questo articolo: Jean-Pierre et Yan-Chim Jost, Le Renard. Aspect, comportement, urbanisation, Cabédita 2005. Non è male anche Le renard, di Jean-Steve Meia (Delachaux et Niestlé 2008). Anche nel catalogo della mia casa editrice si trova un bel libro sull’argomento: Adele Brand, La vita segreta delle volpi (2019; Guanda 2021). Proprio di Adele Brand è un’altra delle foto di questo articolo (la prossima volta vedrò di allegare anche una foto di Contini, se sarà tanto gentile da inviarmene una).

PPPPPS: Qui sotto, invece, altre immagini. La prima raffigura un reperto dei primi anni Ottanta che testimonia come il giovane futuro autore di questo blog già unisse il gusto per le volpi a quello per la lettura (pure se con palesi difficoltà nella scrittura…). La seconda e la terza mostrano rispettivamente un manufatto e un disegno creato dalle due figlie maggiori dell’autore. in attesa dei primi tentativi della terzogenita, questo già dimostra come la volpitudine sia ereditaria…

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Agatha e gli aquiloni

Per ascoltare questo articolo:

Che cosa c’entra Agatha Christie con gli aquiloni?
Che io sappia, niente.
Potrebbe essermi sfuggito un romanzo in cui Agatha uccide la sua vittima con uno di questi congegni, magari un raffinato aquilone di foggia esotica la cui punta, resa acuminata, è stata poi intrisa di veleno. Potrebbe. Ma tutto sommato mi vedo male Poirot che segue il volo di un aquilone: il piccolo detective belga di certo non amava restare allo scoperto in un luogo ventoso. Miss Marple, dal canto suo, invece di contemplare il volo dell’aquilone avrebbe osservato le persone all’altro capo del filo, poiché la natura umana è sempre lo spettacolo più meraviglioso.
Eppure, quando guardo gli aquiloni penso ad Agatha Christie.

C’è un famoso racconto di Achille Campanile intitolato Gli asparagi e l’immortalità dell’anima, in cui l’autore cerca di tracciare un legame fra i primi e la seconda. Alla fine, il nesso più profondo fra queste due entità consiste forse proprio nell’avere condiviso un titolo di Campanile. Gli aquiloni e Agatha Christie, dunque, sarebbero legati dall’articolo che state leggendo.
Ma questa è una falsa pista.
C’è un motivo se, dopo avere portato le mie figlie a far volare un aquilone, mi è venuta voglia di tornare a casa, sedermi in poltrona con una cioccolata calda e leggere un romanzo christiano (christico?) ambientato in una piovosa campagna inglese. Forse l’azzurro del cielo ha suscitato un desiderio di nuvole, o forse il vento ha stimolato il bisogno della cioccolata. Chissà. Oppure gli aquiloni, come i romanzi di Agatha Christie, hanno il potere di riportare in me un po’ di leggerezza anche nelle giornate in cui tutto mi pare gravoso.
Agatha Christie per me è questo: un incanto lieve, nonostante gli omicidi e i personaggi cinici. È la certezza di un congegno costruito alla perfezione e sempre miracoloso. Si tratta solo di un po’ di carta, un filo, quattro stecchi di legno… eppure, basta un colpo di vento e guarda come sfreccia nel cielo azzurro. I suoi romanzi sono aquiloni in un limpido pomeriggio di favonio. Non tradiscono mai. Solidi e prodigiosi, leggiadri e sorprendenti, sono capaci di sterzate improvvise quando meno te lo aspetti. Forse qualcuno sale di più, altri di meno… Ma che importa? Basta aspettare la prossima folata, il prossimo cadavere in biblioteca, e presto ricomincia il volo.

Alla sua morte, avvenuta esattamente cinquant’anni fa, il 12 gennaio 1976, Agatha Christie lasciò sessantasei romanzi gialli, venti opere teatrali, sei romanzi rosa pubblicati con uno pseudonimo e più di centocinquanta racconti. Aveva ottantasei anni. Di lei rimangono pure settantatré quaderni di appunti, divulgati solo dopo la morte della figlia Rosalind nel 2004. John Curran, che è uno dei maggiori studiosi christici (christiani?), li approfondisce in un saggio del 2009: Agatha Christie’s Secret Notebooks.
Ci sono le trame dei romanzi insieme a note spicciole, a liste della spesa, a indirizzi e appuntamenti. La vita quotidiana e quella dell’immaginazione si mescolavano nella mente dell’autrice. In una pagina per esempio cita la modalità di uccisione di un personaggio (una freccetta sparata da una cerbottana), poi una lista di oggetti da acquistare per i regali di Natale ai suoi cari, poi menziona il fatto che Poirot riceve una lettera «da un apparente psicopatico». Altrove le elucubrazioni dello stesso Hercule Poirot («HP» nel taccuino) precedono un appunto circa una visita a una vecchia amica.
Curran ricostruisce meticolosamente l’intreccio dei pensieri dell’autrice britannica, decifrandone con pazienza la grafia illeggibile e abbinando ogni scarabocchio a un romanzo o a un racconto. Fra le molte annotazioni riportate nel saggio mi ha colpito questa: «Sarebbe una buona idea.»
Sulle prime non sembra niente di speciale.
«Sarebbe una buona idea.»
E allora? Un’altra idea in pagine che ne sono fitte.
Ma il bello è che l’appunto si trova («curiosamente», annota Curran) su una pagina bianca. Questo mi pare grandioso: l’idea migliore è quella non scritta, quella che si accampa nel vuoto. O in altre parole: la prossima idea, ancora ignota alla stessa autrice. Il vero colpevole segreto, l’omicidio irrisolto, è quello di una storia non ancora raccontata. Il prossimo libro. Che poi è sempre il migliore.
Non ci sarà ovviamente un prossimo libro di Agatha Christie, ma ci saranno sempre nuove letture e riletture dei suoi romanzi. Inoltre ci saranno nuovi autori che, nel desiderio di ricostruire quell’incanto, proveranno a costruire i loro aquiloni.
Nel mio piccolo anch’io, dopo avere reso omaggio alla maestra, torno a scrivere. See you next time!

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Il saggio di John Curran è stato tradotto in italiano da Diana Fonticoli con il titolo I quaderni segreti di Agatha Christie. Nell’officina della signora del giallo, Mondadori, 2010.

PPS: Non voglio dare troppi consigli, perché il bello dei romanzi di Agatha Christie è che arrivano per caso nelle vostre mani, seguendo percorsi misteriosi. Certo, potete leggere il debutto di Poirot in Poirot a Styles Court (1920) o quello di Miss Marple in Morte nel villaggio (1930). Oppure potete provare con gli altri grandi classici. Ma ci sono anche racconti assai interessanti, come Testimone d’accusa, in originale The witness of the prosecution (1933). Lo trovate per esempio nella raccolta Il segugio della morte (Mondadori, 1982); molto bello anche il film omonimo diretto da Billy Wilder nel 1958, con Marlene Dietrich, Charles Laughton e Tyrone Power.
Di recente, ho trovato in una bibliocabina della mia città il romanzo La parola alla difesa (1933). È un meccanismo con una struttura interessante: nella prima parte il caso viene esposto con una serie di scene molto brevi, nella seconda parte Poirot arriva alla soluzione parlando con le persone coinvolte. Secondo Julian Symons, autore della prefazione all’edizione Mondadori, il romanzo venne scritto da Christie in un periodo difficile, dopo la separazione dal primo marito; l’autrice forse si rispecchiava nell’immagine che Miss Wellman ha di sé stessa come di una «strana, solenne, acerba fanciulla che aveva la testa piena di idee e di infatuazioni letterarie». Chissà. Nello stesso volume c’è anche un Ritratto di Agatha Christie, dove lo stesso Symons evoca alcuni episodi controversi della vita dell’autrice; in particolare la sua scomparsa, avvenuta fra il 3 e il 15 dicembre 1953. Anche lo scrittore e critico Luca Crovi ha ricostruito questo episodio di confusione mentale, di disagio psichico (con successiva amnesia), in un articolo apparso ieri su “Il Giornale” (lo trovate qui). Lo stesso Crovi conclude che quella fuga da sé stessa e dal mondo «funzionò come cura al dolore e le impedì di cadere nella disperazione, consentendole di divenire la più famosa e amata scrittrice gialla di tutti i tempi».

PPPS: Un mistero nel mistero. Fra le pagine del romanzo La parola alla difesa c’era una vecchia fotografia in bianco e nero, che ritrae una donna con una bambina. Sono sedute in riva a un lago, sorridenti. Chi sono? Quando è stata scattata l’immagine? Come sono finite fra le pagine di un romanzo di Agatha Christie? Chissà, potrebbe essere una nuova storia…

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La stanza chiusa

A casa mia c’è una stanza senza porte, senza aperture, con una sola finestra ermeticamente chiusa. Sta sopra la biblioteca, di fianco alla mansarda. Per entrarci, bisognerebbe abbattere una parete, forare il soffitto della biblioteca o spaccare il vetro della finestra. In teoria, appoggiando una scala alle pareti esterne, si potrebbe sbirciare dentro; io però non ci ho mai provato, anche se abito lì da cinque anni. Quando mi siedo da solo in balcone, per leggere un libro, fumare o ascoltare musica, mi capita di alzare gli occhi verso la finestra chiusa. Allora provo una sensazione strana, come se i miei occhi si affacciassero su un territorio inesplorato. In fondo, è un luogo dove nessuno può mettere piede. È uno spazio irrimediabilmente distante, come uno sperone di nuda roccia negli anfratti di una montagna, o come una navicella perduta nelle solitudini dello spazio.
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Mi capita di parlarne a qualche amico, mentre beviamo qualcosa prima di cena. In genere, gli amici contemplano la finestra con una blanda curiosità. Ma se insisto, se ripeto che non so che cosa ci sia all’interno, nelle loro pupille si accende un lampo, simile a quello che appare negli occhi di un navigatore quando approda a un’isola non segnata nelle carte. È la valle segreta, il pianeta inesistente, la casa stregata, la radura nel cuore della giungla. È una stanza in una casa qualunque, a Bellinzona, ma è anche il simbolo dell’ignoto.
L’edificio risale credo agli inizi del ’900, se non prima. Non so perché l’architetto che l’ha restaurato abbia voluto chiudere quella stanza: forse per risparmiare. Certo, non posso fare a meno d’immaginare che il loculo nasconda segreti sconvolgenti. C’è solo l’imbarazzo della scelta.
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1) Qualcuno è stato murato vivo, anni fa, e il suo fantasma si affaccia pallidamente alla finestra nelle notti di piena luna. 2) È il rifugio di un super eroe, il quale accede all’interno grazie a super poteri che gli consentono di passare attraverso i muri.  3) Era il covo di un serial killer, con i resti delle sue vittime. È stato chiuso proprio dal killer, per cancellare le prove (O forse anche l’assassino è murato nella sua “stanza degli orrori”?) 4) È la base operativa di una spia, nella quale si entra mediante un passaggio segreto abilmente dissimulato. 5) È una macchina del tempo, allestita da uno scienziato nel 3978: grazie alla tecnologia sofisticata del trentanovesimo secolo, si può entrare e viaggiare verso il passato o il futuro. 6) È un ponte dimensionale per un universo parallelo. 7) È il nascondiglio di un tesoro inestimabile, raccolto da un rapinatore in decenni di colpi fortunati: montagne di lingotti d’oro, monete di ogni valuta, gioielli, pietre preziose.
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Potrei continuare. Ma se appoggiassi la scala al muro e dessi un’occhiata, tutte queste ipotesi svanirebbero come neve al sole (o lacrime nella pioggia). La verità è che luoghi mai visti, qualche volta, accendono la fantasia più dei viaggi reali. In fondo quando leggiamo, quando guardiamo un film o ascoltiamo un racconto, vogliamo addentrarci in regioni sconosciute. Anche quando si tratta di posti che conosciamo e situazioni note, l’atto narrativo è sempre un viaggio di scoperta. È questa la forza delle storie: nel momento in cui indagano la nostra intimità, esse ci conducono verso sentieri nuovi, misteriosi. Come diceva lo scrittore Giuseppe Pontiggia, la letteratura svela quell’ignoto che non ci è estraneo. Il movimento dell’arte è sempre duplice: è un’indagine su ciò che siamo, su ciò che desideriamo, e allo stesso tempo è uno sguardo spalancato sulla varietà del mondo. Dentro e fuori di noi, troviamo una realtà fatta di contraddizioni: pozzi profondi di male accanto a inaspettati bagliori di bellezza. Ci sono panorami sconfinati, sentieri angusti e, qualche volta, stanze chiuse…
La vita della mia famiglia si svolge intorno a quello spazio inaccessibile, da cui riverbera un continuo alone di mistero. Le parole della quotidianità penetrano appena nel cubicolo, insieme ai raggi del sole che oltrepassano i vetri opachi della finestra. Per il resto, là dentro, tutto è immobile e silenzioso.
Nel 1956 lo scrittore Giovannino Guareschi, sul settimanale “Candido”, racconta una situazione simile: un mistero nel paesaggio consueto.

Ricordo che quando ero ragazzo, per quindici anni ho abitato a Marore. E siccome ero tutto il giorno a cavallo della bicicletta, conoscevo tutte le strade e le viottole dentro un raggio di dieci chilometri. Una sola strada non ho voluto mai percorrere sino in fondo: ed è quella che comincia dalla casa rossa. Arrivato alla casa rossa mi sono sempre fermato. E ancor oggi, e così sarà negli anni successivi, non so dove vada a finire. Non lo so e non lo voglio sapere. È un errore voler vedere e conoscere tutto: bisogna lasciare dei pascoli per la fantasia.

Guareschi conosceva alla perfezione il suo territorio, proprio perché era abituato a lavorare sulla quotidianità di un mondo piccolo per dimensioni, non certo per profondità e ricchezza di materiale umano. Ma sentiva il bisogno di non trascurare il mistero, di non dare per scontato lo scenario dei suoi racconti (anche per questa ragione, forse, è un autore che riesce a essere insieme umile e grande).
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La fantasia, così come i muscoli o l’orecchio musicale, va tenuta in allenamento. Per uno scrittore, l’allenamento più proficuo consiste nella lettura, insieme all’attenzione verso le storie che capitano intorno a noi. Ma anche una stanza chiusa sopra la biblioteca può fare la sua parte. Quando sono nel mio studio a scrivere, al pianterreno, e non c’è nessun altro in casa, mi succede talvolta di sentire un rumore insolito, come un passo pesante che si trascina. Salgo le scale, rimango in ascolto. Il rumore si ripete. Vuoi vedere che…? Per un attimo rimango con il fiato sospeso. Poi scendo le scale e torno a scrivere.

PS: Se qualcuno volesse ammirare con i suoi occhi la stanza chiusa, respirarne l’atmosfera da vicino, ascoltarne il silenzio, osservare i bagliori del sole sul vetro… Be’, si può fare. Se siete un bel gruppo, vedrò di organizzare una visita guidata con sconto comitive

PPS: Pontiggia dà la sua definizione di letteratura nel volume di saggi L’isola volante (Mondadori 1996); prima o poi tornerò a parlarne. Il brano di Guareschi proviene da Fantasie della Bionda (scene da un romanzo all’antica), pubblicato nel 1995 da Rizzoli a cura di Carlotta e Alberto Guareschi. La foto della chiesa di Marore, che vedete qui sotto, è presa dallo stesso volume ed è stata scattata da Guareschi nel 1943. I curatori fanno notare che la sfera di bronzo alla base della croce era stata posta lassù negli anni Venti da un giovane e ardimentoso Nino (cioè dallo stesso Giovannino Guareschi, nato nel 1908 e morto nel 1968).

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