Agatha e gli aquiloni

Per ascoltare questo articolo:

Che cosa c’entra Agatha Christie con gli aquiloni?
Che io sappia, niente.
Potrebbe essermi sfuggito un romanzo in cui Agatha uccide la sua vittima con uno di questi congegni, magari un raffinato aquilone di foggia esotica la cui punta, resa acuminata, è stata poi intrisa di veleno. Potrebbe. Ma tutto sommato mi vedo male Poirot che segue il volo di un aquilone: il piccolo detective belga di certo non amava restare allo scoperto in un luogo ventoso. Miss Marple, dal canto suo, invece di contemplare il volo dell’aquilone avrebbe osservato le persone all’altro capo del filo, poiché la natura umana è sempre lo spettacolo più meraviglioso.
Eppure, quando guardo gli aquiloni penso ad Agatha Christie.

C’è un famoso racconto di Achille Campanile intitolato Gli asparagi e l’immortalità dell’anima, in cui l’autore cerca di tracciare un legame fra i primi e la seconda. Alla fine, il nesso più profondo fra queste due entità consiste forse proprio nell’avere condiviso un titolo di Campanile. Gli aquiloni e Agatha Christie, dunque, sarebbero legati dall’articolo che state leggendo.
Ma questa è una falsa pista.
C’è un motivo se, dopo avere portato le mie figlie a far volare un aquilone, mi è venuta voglia di tornare a casa, sedermi in poltrona con una cioccolata calda e leggere un romanzo christiano (christico?) ambientato in una piovosa campagna inglese. Forse l’azzurro del cielo ha suscitato un desiderio di nuvole, o forse il vento ha stimolato il bisogno della cioccolata. Chissà. Oppure gli aquiloni, come i romanzi di Agatha Christie, hanno il potere di riportare in me un po’ di leggerezza anche nelle giornate in cui tutto mi pare gravoso.
Agatha Christie per me è questo: un incanto lieve, nonostante gli omicidi e i personaggi cinici. È la certezza di un congegno costruito alla perfezione e sempre miracoloso. Si tratta solo di un po’ di carta, un filo, quattro stecchi di legno… eppure, basta un colpo di vento e guarda come sfreccia nel cielo azzurro. I suoi romanzi sono aquiloni in un limpido pomeriggio di favonio. Non tradiscono mai. Solidi e prodigiosi, leggiadri e sorprendenti, sono capaci di sterzate improvvise quando meno te lo aspetti. Forse qualcuno sale di più, altri di meno… Ma che importa? Basta aspettare la prossima folata, il prossimo cadavere in biblioteca, e presto ricomincia il volo.

Alla sua morte, avvenuta esattamente cinquant’anni fa, il 12 gennaio 1976, Agatha Christie lasciò sessantasei romanzi gialli, venti opere teatrali, sei romanzi rosa pubblicati con uno pseudonimo e più di centocinquanta racconti. Aveva ottantasei anni. Di lei rimangono pure settantatré quaderni di appunti, divulgati solo dopo la morte della figlia Rosalind nel 2004. John Curran, che è uno dei maggiori studiosi christici (christiani?), li approfondisce in un saggio del 2009: Agatha Christie’s Secret Notebooks.
Ci sono le trame dei romanzi insieme a note spicciole, a liste della spesa, a indirizzi e appuntamenti. La vita quotidiana e quella dell’immaginazione si mescolavano nella mente dell’autrice. In una pagina per esempio cita la modalità di uccisione di un personaggio (una freccetta sparata da una cerbottana), poi una lista di oggetti da acquistare per i regali di Natale ai suoi cari, poi menziona il fatto che Poirot riceve una lettera «da un apparente psicopatico». Altrove le elucubrazioni dello stesso Hercule Poirot («HP» nel taccuino) precedono un appunto circa una visita a una vecchia amica.
Curran ricostruisce meticolosamente l’intreccio dei pensieri dell’autrice britannica, decifrandone con pazienza la grafia illeggibile e abbinando ogni scarabocchio a un romanzo o a un racconto. Fra le molte annotazioni riportate nel saggio mi ha colpito questa: «Sarebbe una buona idea.»
Sulle prime non sembra niente di speciale.
«Sarebbe una buona idea.»
E allora? Un’altra idea in pagine che ne sono fitte.
Ma il bello è che l’appunto si trova («curiosamente», annota Curran) su una pagina bianca. Questo mi pare grandioso: l’idea migliore è quella non scritta, quella che si accampa nel vuoto. O in altre parole: la prossima idea, ancora ignota alla stessa autrice. Il vero colpevole segreto, l’omicidio irrisolto, è quello di una storia non ancora raccontata. Il prossimo libro. Che poi è sempre il migliore.
Non ci sarà ovviamente un prossimo libro di Agatha Christie, ma ci saranno sempre nuove letture e riletture dei suoi romanzi. Inoltre ci saranno nuovi autori che, nel desiderio di ricostruire quell’incanto, proveranno a costruire i loro aquiloni.
Nel mio piccolo anch’io, dopo avere reso omaggio alla maestra, torno a scrivere. See you next time!

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Il saggio di John Curran è stato tradotto in italiano da Diana Fonticoli con il titolo I quaderni segreti di Agatha Christie. Nell’officina della signora del giallo, Mondadori, 2010.

PPS: Non voglio dare troppi consigli, perché il bello dei romanzi di Agatha Christie è che arrivano per caso nelle vostre mani, seguendo percorsi misteriosi. Certo, potete leggere il debutto di Poirot in Poirot a Styles Court (1920) o quello di Miss Marple in Morte nel villaggio (1930). Oppure potete provare con gli altri grandi classici. Ma ci sono anche racconti assai interessanti, come Testimone d’accusa, in originale The witness of the prosecution (1933). Lo trovate per esempio nella raccolta Il segugio della morte (Mondadori, 1982); molto bello anche il film omonimo diretto da Billy Wilder nel 1958, con Marlene Dietrich, Charles Laughton e Tyrone Power.
Di recente, ho trovato in una bibliocabina della mia città il romanzo La parola alla difesa (1933). È un meccanismo con una struttura interessante: nella prima parte il caso viene esposto con una serie di scene molto brevi, nella seconda parte Poirot arriva alla soluzione parlando con le persone coinvolte. Secondo Julian Symons, autore della prefazione all’edizione Mondadori, il romanzo venne scritto da Christie in un periodo difficile, dopo la separazione dal primo marito; l’autrice forse si rispecchiava nell’immagine che Miss Wellman ha di sé stessa come di una «strana, solenne, acerba fanciulla che aveva la testa piena di idee e di infatuazioni letterarie». Chissà. Nello stesso volume c’è anche un Ritratto di Agatha Christie, dove lo stesso Symons evoca alcuni episodi controversi della vita dell’autrice; in particolare la sua scomparsa, avvenuta fra il 3 e il 15 dicembre 1953. Anche lo scrittore e critico Luca Crovi ha ricostruito questo episodio di confusione mentale, di disagio psichico (con successiva amnesia), in un articolo apparso ieri su “Il Giornale” (lo trovate qui). Lo stesso Crovi conclude che quella fuga da sé stessa e dal mondo «funzionò come cura al dolore e le impedì di cadere nella disperazione, consentendole di divenire la più famosa e amata scrittrice gialla di tutti i tempi».

PPPS: Un mistero nel mistero. Fra le pagine del romanzo La parola alla difesa c’era una vecchia fotografia in bianco e nero, che ritrae una donna con una bambina. Sono sedute in riva a un lago, sorridenti. Chi sono? Quando è stata scattata l’immagine? Come sono finite fra le pagine di un romanzo di Agatha Christie? Chissà, potrebbe essere una nuova storia…

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Il blu e il noir

Sono seduto in una stanza fredda. Di fronte a me non c’è nessuna cosa blu. Un computer grigio, qualche libro rosso, uno marrone, uno giallo, una penna rossa, un tagliacarte argenteo. Carta bianca, camicia rossa e nera, lampada gialla. È una stanza spoglia, in una casa di montagna.  Davanti a me il muro (bianco) e una finestra con le imposte rosse dalle quali traspare il chiarore del sole. Perché dovrebbero esserci cose blu? Non lo so. Però mi dispiace che non ci siano. Certo, i miei occhi sono blu e chissà, forse improntano il mondo con la loro bluità. Nel dubbio, appoggio accanto alla scrivania la mia penna stilografica (azzurra, con inchiostro blu) e una copia di Une histoire de bleu, di Jean-Michel Maulpoix. Sfogliando il volume di poesie, m’imbatto in una frase che mi sembra adatta a inaugurare un nuovo anno: «Je contemple dans le language le bleu du ciel», contemplo nel linguaggio il blu del cielo.
Il linguaggio per me ha parecchie tinte oscure. Del resto nemmeno il cielo è veramente blu, secondo gli esperti. Ma che cosa importa? Il blu è il colore della lontananza e dell’intimità: fra questi due poli si muove il mio tentativo di dire qualcosa con le parole. Il blu è anche il colore dei fiumi, che sono i maestri di ogni narratore.

Il testo di Maulpoix contiene altre osservazioni memorabili. Traduco: «Le parole per me non avrebbero valore se si rassegnassero a nominare o a descrivere ciò che è, invece di precipitarsi verso ciò che non è. […] Non voglio più appropriarmi delle cose che nomino: mi basta abbozzare il gesto di toccarle con le mani.» Se si rinuncia al linguaggio come mezzo di possesso, allora le parole saranno un modo per toccare «con le mani»; e come sappiamo fin da bambini, il desiderio di toccare le cose riflette quello di conoscerle davvero, con la nostra pelle.

Manca poco a Capodanno. Mi torna alla mente un racconto che scrissi in primavera e che, tuttavia, anticipava il 31 dicembre. S’intitola Il custode dell’abisso ed è contenuto nell’antologia Un lungo Capodanno in noir, edita da Guanda qualche settimana fa. Gli altri autori sono Gianni Biondillo, Gian Andrea Cerone, Luca Crovi, Giancarlo De Cataldo, Marco De Franchi, Diego De Silva, Marcello Fois, Leonardo Gori e Marco Vichi, che è il curatore della raccolta. La mia storia racconta di un uomo ossessionato dall’intelligenza artificiale. L’investigatore Elia Contini affronta un caso minimo, sospeso fra l’assurdo e il mistero che formano il cuore degli esseri umani. Il valore di questo libro, per me, consiste soprattutto nella possibilità di condividere la tecnica e il senso di un mestiere. Il cosiddetto mondo letterario purtroppo è spesso composto da monadi, da colossali ego che si urtano fra loro come continenti alla deriva. Una casa editrice che inviti degli autori ad affrontare un tema invita anche allo scambio, al confronto, al contatto diretto fra scrittori che vivono in luoghi diversi e che scrivono con colori diversi (ma un po’ di blu non manca mai, mescolato con il noir).
La motivazione profonda del mio scrivere discende dal mio essere lettore (e prima ancora ascoltatore e narratore di storie trasmesse oralmente). Perciò, fin dalla primavera, mi rallegravo non solo per l’opportunità di scrivere un racconto venato di malinconie capodannesche, ma soprattutto per la prospettiva di leggere i racconti degli altri, di entrare nel loro mondo. Il che è anche un modo per sentirmi meno solo.
Stamani, mentre caricavo i bagagli in automobile per salire in montagna, una delle mie figlie mi ha fatto notare come fosse nitido il mio riflesso sulla fiancata della macchina. «È quasi uno specchio!» A me sembrava molto confuso, ma ho provato a scattare una fotografia. In effetti l’immagine mi pare assai offuscata… in compenso non è priva di atmosfera. Mi colpisce la presenza dell’ambiguo e dell’ignoto. Sulla sinistra è comparso una sorta di paesaggio innevato (che non c’era) e addirittura quello che potrebbe essere un abete solitario. La casa alle mie spalle è diventata una dimora quasi spettrale. E il mio volto sfocato sembra invocare la grazia di un compimento, di un tratto che restituisca il blu allo sguardo.

Ecco, per me ogni esperienza di condivisione artistica è un passo verso il compimento. Non mi addentro nei dettagli delle singole esperienze (magari aggiungo un Post Scriptum), ma voglio ribadire che Un lungo Capodanno in noir è una di queste. Se la scrittura è la ricerca del proprio volto umano (a partire da un riflesso, da un richiamo), allora tale ricerca deve per forza implicare la presenza degli altri: prima del nostro, infatti, vediamo il volto degli altri, a partire dalla nascita e dal volto materno fino all’ultimo che riusciremo a contemplare, prima di chiudere gli occhi per sempre.
Sono partito con l’idea di scrivere qualcosa sul Capodanno e mi ritrovo a parlare della morte. 
Non era pianificato. A pensarci però mi sembra inevitabile.
Così funziona il mondo. È nella terra dura che dormono i semi, nell’aria tagliente che fioriscono i germogli. Per fortuna, il ghiaccio della pagina bianca prima o poi lascia sempre spazio all’azzurro di un fiume, anche solo di un rigagnolo. Auguro a tutte le lettrici e i lettori di questo blog un anno ricco di ruscelli, di blu, di volti da scoprire e, in generale, di meraviglia. Buon 2024!
Concludo con un estratto dal racconto Il custode dell’abisso. 

Ci sono persone che sono felici il 31 dicembre. Carlo ne conosceva qualcuna fin dall’adolescenza. Addirittura c’è chi a Capodanno trova l’amore, o qualcosa che ci assomiglia. Il mondo è vario: c’è chi adora il conto alla rovescia. Altri invece, presagendo la sconfitta, riescono a trovare una scusa: basta un raffreddore al momento giusto.
Carlo, invece, cominciava ad agitarsi verso la fine di novembre. Quale invito accettare? E se avesse sbagliato festa? E se fosse capitato per sbaglio a una cena fra coppiette?
Tutto questo a vent’anni è sopportabile, anzi, c’è una sorta di amaro compiacimento nel pensare a sé stesso come a un lupo solitario. A trent’anni invece sei prigioniero dei tuoi desideri, come sbarre di ferro, e non puoi evadere dalla gabbia sociale. Dopo i quaranta provi a metterla sul ridere, ma quando sei solo in cucina il mattino del 31 dicembre, dopo colazione, è difficile fingere di non sapere tutto. 
L’aperitivo, la musica sempre troppo forte, gli ehi-com’è-tutto-a-posto-non-ci-vediamo-da-un-po’, le chiacchiere sullo sport e sul lavoro, gli amici con figli e i relativi beati-voi-che-fate-festa-noi-invece-a-letto-presto. Poi la cena, l’amico esperto di vini, quello che si è comprato una barca, quello che corre in salita e sembra uno spaventapasseri, quello che produce in casa la birra e il pane. Le solite lenticchie, la solita euforia. Infine si va in piazza, dove c’è un palco con gente pagata per gridare, la musica di nuovo troppo forte, i fuochi d’artificio sul lago, oh, meraviglia, ma quanto costeranno? E la prospettiva di bere quel tanto che basta per riuscire a resistere fino al cinque quattro tre due uno, o forse un po’ di più, forse quel tanto che basta per dimenticare tutto il giorno dopo.

PS: Il testo di Jean-Michel Maulpoix è tratto da Une histoire de bleu, Gallimard, Paris 2005 (ed. orig. 1992). Si trova nelle sezione “Carnet d’un éphémère”. Ecco una traduzione dell’intera prosa.

Contemplo nel linguaggio il blu del cielo.

Le parole per me non avrebbero valore se si rassegnassero a nominare o a descrivere ciò che è, invece di precipitarsi verso ciò che non è. Mi si addice la loro cecità: io sono un sognatore irriducibile. Le parole hanno un modo tutto loro per dissipare il mistero aumentandolo, e non mi rivelano niente di cui prima non abbiano deformato i tratti. Conosco i loro inganni e mi ci sono rassegnato. Non voglio più appropriarmi delle cose che nomino: mi basta abbozzare il gesto di toccarle con le mani. Anche solo per ravvivarne il dolore, concedo al linguaggio di corteggiare l’impossibile. La scrittura non è mai troppo ricca di desideri o di menzogne per chi faccia un uso tragico delle sue maschere. Sapendo la sua vanità, non vi rinuncia ma la coltiva come un veleno. Da quel momento niente l’ossessiona più di questa duplicità, dalla quale riconosce che sta diventando un uomo.

PPS: Chi legge questo blog si sarà accorto che gli aggiornamenti sono discontinui. Non è per trascuratezza, ma perché mi sembra opportuno misurare le parole. Il vantaggio di un blog, rispetto a qualunque social network, è che non chiede niente, né “like” o condivisioni, né pubblicità. Quindi pubblico qualcosa quando ne ho voglia, senza darmi nessuna scadenza.

PPPS: Una precisazione sulla creatività condivisa. Per me accade prima di tutto, e in maniera profonda, nella scrittura a quattro mani con Yari Bernasconi. Insieme abbiamo creato una “terza voce”: Yari Bernasconi & Andrea Fazioli è un’entità diversa da YB e AF intesi come autori singoli. Ma tale condivisione si è verificata anche quando ho collaborato con musicisti, pittori, registi teatrali e cinematografici. Vorrei citare almeno Marco Pagani e Fabio Pellegrinelli, con i quali ho sceneggiato La tentazione di esistere (Rough Cat 2023), un film diretto dallo stesso Pellegrinelli, che dopo avere vinto il festival di Benevento, è fra le opere selezionate per il prossimo Premio del cinema svizzero.

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