La Cordigliera delle Ande

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Mangiare un boccone di pane è la cosa semplice più complicata del mondo.
Prima di tutto, spesso il pane non c’è. Questa è la frontiera della civiltà: avere pane, che tutti abbiano pane. È un’equazione che potrebbe aiutare ogni iniziativa politica, in maniera quasi matematica. Aumentano le guerre? Diminuisce il pane. Crescono le chiacchiere? Idem. Gli avversari diventano nemici da odiare? Come sopra. Non sembra difficile da comprendere, ma purtroppo come dicevo le cose semplici sono quelle complicate. Del resto, è una faccenda complessa anche quando il pane c’è. Bisogna saperne mangiare nella giusta quantità, del giusto tipo, con la giusta attenzione alla necessità (abbiamo bisogno di nutrirci) e alla cultura (abbiamo bisogno di bellezza).

Secondo Ateneo di Naucrati, vissuto nel II secolo dopo Cristo, esistevano settantasei diversi tipi di pane. All’epoca le persone ne consumavano un chilo al giorno. Oggi ci limitiamo a centocinquanta grammi, ma le tipologie sono aumentate a dismisura: secondo gli esperti sono almeno millecinquecento. Sono di più, in realtà, perché nessuna forma di pane assomiglia a un’altra, così come nessuna rosa è uguale a un’altra rosa. Gli artisti a volte si figurano che l’unicità riguardi soltanto l’arte, dimenticando che nessuna intelligenza artificiale – per quanto bene addestrata – può cucinare una pagnotta.
Alle scuole elementari il mio maestro ci guidò nella preparazione di un pezzo di pane. Ne parlavo qualche settimana fa con un amico, riscontrando quanto questa esperienza ci sia rimasta impressa. Eppure mi capita di scordarmene, come se il pane non fosse tanto importante quanto l’alfabeto o il far di conto. Ma non c’è niente di scontato: il grano è grano, è un vegetale, una pianta, non è che uno guarda una pannocchia e immagina la farina e poi l’acqua, il lievito, la trasformazione. Il passaggio dalla pianta di grano a una pagnotta è una delle più grandi invenzioni culturali dell’umanità.

Ancora oggi ogni tanto preparo il pane. Qualcuno mi ha detto che la panificazione va di moda, specialmente dopo la pandemia. Be’, in effetti la mia parte snob un po’ se ne rammarica… ma che importa? Io continuo a fare il mio pane di segale (il mio preferito), e magari arrivo perfino a pubblicarne una foto su internet. Ebbene sì. Certe volte, forse, per combattere lo snobismo occorre ignorare le implicazioni dei gesti, affidandosi alla loro schiettezza.
Mi pare che quando impasto con le mani – con forza, perché l’impasto della farina di segale è più duro, più appiccicoso degli altri – si cancellino la distanza e il tempo. Quanti uomini, quante donne hanno compiuto questo gesto dall’inizio dei tempi. Mentre cucino penso ai campi di grano da cui proviene la farina e all’acqua che ha fatto crescere il grano, scesa dalle montagne, piovuta dal cielo, e al sole che ha fatto maturare le spighe. L’acqua e la terra sono nate quattro miliardi e mezzo di anni fa da una nube di gas e polveri, grazie al sole, che si è formato dall’esplosione di un’antica supernova, nata a sua volta da ammassi galattici che si espandono fin dal tempo del Big Bang da cui tutto ha preso inizio.
È un attimo. Uno comincia a fare il pane e subito arriva al Big Bang. Ogni volta che mangiamo, ci leghiamo al principio dei tempi. Nessun gesto è mai banale, nessun cibo è solo nutrimento. Il cibo è cultura, invenzione, linguaggio. Il cibo, in un certo senso, è poesia.

Descrivendo il pane, per esempio, Francis Ponge annota: «La superficie del pane è meravigliosa, prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avessero per le mani le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande». L’autore francese specifica che, «indurendo nel forno», la crosta «si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe». In seguito Ponge rompe la pagnotta e si addentra in quel «flaccido e freddo sottosuolo che chiamano mollica, che ha il tessuto simile a quello delle spugne». A un certo punto la massa si fa «friabile», e Ponge esorta a spezzarla: «nella nostra bocca infatti il pane deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riverenza».
Forse questo dovrebbe accadere anche con la letteratura. Parlare di «consumo» è pericoloso, perché si evocano scenari tetri: classifiche dei libri più venduti, giudizi dati sotto forma di stelline, pubblicità travestite da recensione o sulle reti sociali. Però… c’è un però. La «riverenza» intellettuale può essere altrettanto dannosa. Non posso dimenticare il me stesso bambino, che si è innamorato delle storie prima e dei libri poi. Ciò che chiedevo ai racconti era un’esigenza vitale ed estetica al tempo stesso: dovevano nutrirmi ed essere buoni. Non mi bastava una mera contemplazione estetica della pagnotta, senza poterla addentare; tuttavia un panino raffermo o malfatto toglie la gioia all’atto di ingerire del cibo.

Alla fine, di solito esco a comprare il pane in un negozio. Se ogni tanto mi arrischio a cucinarlo io stesso non è perché voglia diventare un provetto panettiere. Anche perché secondo me è uno sbaglio voler diventare provetti in ogni cosa: il mondo ha bisogno di amatori. E quindi il pane lo faccio così, come mi riesce. Da dilettante. Comunque, tutto si lega: in modo insondabile anche questa azione mi aiuta quando torno al mio lavoro, nel quale invece sono un professionista. Certo, questo non è lo scopo primario, non c’è una funzione diretta ed esplicita: impasterei lievito e farina anche se non fossi un romanziere. Ma certamente sì, lo devo ammettere: fare il pane mi aiuta a scrivere meglio.

PS: I dati tecnici sulle tipologie di pane provengono da un volume pubblicato per conto dell’Istituto di sociologia rurale: AAVV, Atlante dei prodotti tipici: il pane, introduzione di Corrado Barberis, Franco Angeli, 1995. Le frasi di Francis Ponge so o tratte dal suo Il partito preso delle cose (1924), traduzione di Jacqueline Risset, Einaudi, 1979.

PPS: Ho fotografato le mie pagnotte. L’immagine in bianco e nero è qui a dimostrare che ogni forma di pane, se guardate in maniera platonica, può tramutarsi nella Grotta dove attingiamo per trovare la nostra ispirazione…

PPPS: Alcuni spunti usati per questo articolo provengono da un testo che ho scritto per un convegno di medicina; in particolare per introdurre un intervento del dottor Massimo Quarenghi dedicato alla nutrizione. Il convegno s’intitolava Dignità e benessere in cure palliative e si è svolto al Palazzo dei Congressi di Lugano nel mese di aprile 2026.

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Una creatura dei boschi

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Tra i viaggi dell’ultimo mese un posto speciale nella memoria avrà la mia tournée in Germania.
Sono arrivato a Francoforte dopo essere passato da Monaco e Stoccarda, nell’ambito di una serie di conferenze. A Monaco ho parlato nella sede dell’Istituto italiano di cultura. A Stoccarda ho partecipato a una serata organizzata insieme dal consolato italiano e dall’Istituto italiano di cultura; con me c’era la scrittrice Alice Urciolo. Anche a Francoforte ho parlato dei miei romanzi, nella residenza del console svizzero, e sono stato alla Fiera del libro. Sono stato poi a Düsseldorf, per una lettura pubblica alla Casa della letteratura Heine Haus, un’istituzione nata dalla collaborazione fra la città, la libreria Müller & Böhm e l’Associazione per la promozione della casa natale di Heinrich Heine.
Ognuna di queste città, ognuna di queste serate sono state occasioni preziose per incontri e scambi di vedute: talvolta fuggevoli, talvolta più lunghi, ma tutti hanno lasciato il segno. Ho incontrato numerosi italiani e svizzeri all’estero, ma non solo, anche cittadine e cittadini tedeschi che si sono avvicinati con curiosità alle mie storie, ambientate perlopiù in quel bizzarro unicum culturale che è la Svizzera italiana.

Non voglio però soffermarmi troppo sulla parte ufficiale, anche perché nella mia memoria ci sono eventi più arcani. Dietro il suono delle parole pubbliche c’è un controcanto più intimo, composto dai discorsi e dagli scambi privati, personali. Queste conversazioni spicciole, spesso, sono l’anima di un viaggio più dei momenti solenni che affiorano nelle fotografie. Inoltre, ci sono i silenzi. A Francoforte ero ospite con un amico nella residenza di Thomas Kalau, che si occupa degli eventi culturali per il consolato svizzero. La sua abitazione, annidata nel bellissimo borgo di Kronberg im Taunus, è meravigliosa e accogliente. Dopo tanti soggiorni negli alberghi, ho avuto la sensazione di essere a casa di amici. Prima degli impegni ufficiali, ogni mattina, abbiamo fatto una gita nei boschi insieme a Mary, la moglie di Thomas e a un’amica. È stato un momento particolare avvistare da lontano, in mezzo allo splendore del foliage, la città di Francoforte. La Fiera del libro, con il suo intreccio di contatti, contratti, parole, affari, relazioni, è parsa all’improvviso più remota della luna. E un misterioso abitante dei boschi è parso più vivo dei vivi, sebbene fosse soltanto (oppure no?) una statua di legno scolpita in una radura a partire da un vecchio tronco. Abbiamo ascoltato con rispetto il silenzio di questo personaggio, ricco di tutta l’esperienza della sua vita selvatica, esposta alle intemperie ma anche alla dolcezza delle stagioni.

Questa piccola scultura non ha niente a che vedere con il viaggio di lavoro, ma per me ne è stata l’emblema segreto. Forse sto diventando anch’io come Elia Contini, il protagonista di tanti miei romanzi? Forse cerco di capire l’affanno del mondo seguendo le tracce delle volpi (nel suo caso) o di evanescenti creature dei boschi?
Non mi spingerei fino a questo punto. La mia vita è tessuta di tante parole, non saprei adattarmi fino in fondo ai silenzi di Contini. Anche lui, del resto, è pur sempre un investigatore privato (sia pure di piccolo cabotaggio) e per sbarcare il lunario deve incontrare persone, indagare, occuparsi di faccende più o meno rognose. Per conto mio ho bisogno della natura, dei suoi incanti ma anche della sua durezza. È grazie a questa dimensione immutabile che trovo la forza per escogitare nuove storie e intrecciare fra di loro nuove parole: un atto per me fondamentale, necessario, che proprio perché è estremamente serio non va preso troppo sul serio, affinché conservi la pensosa leggerezza indispensabile alla cultura.
Seguendo la guida della creatura silvana, ascolto la musica dei miei viaggi come se fosse un contrappunto: dietro ogni conferenza e ogni lettura c’è una storia, un trasferimento più o meno lungo (come l’epopea tra Francoforte e Düsseldorf, con un eroico Thomas alla guida), una cena rischiarata da una birra e da buona conversazione (come quelle a Monaco e a Stoccarda), una passeggiata come quelle di Kronberg o un momento di solitudine mattutino in un parco, come a Monaco e Stoccarda. La parte più visibile dei viaggi e quella invisibile, o nascosta, si mescolano fra di loro. Il collante che unisce entrambe è la curiosità, il desiderio di conoscere, di stringere nuovi legami, insieme all’esigenza di ripensare a tutto questo in silenzio, lasciando alle parole il tempo di affiorare dall’ombra.

PS: Un ringraziamento speciale a Thomas e Mary Kalau, per la loro splendida accoglienza; Thomas ha organizzato il tour in ogni dettaglio, impegnandosi anche nel tradurre, nell’introdurre e nel creare dei legami preziosi. Grazie al console generale svizzero a Monaco Eros Robbiani e a chi lavora con lui, all’Istituto italiano di cultura a Monaco, alla direttrice Maria Cristina Salati e a tutte le sue collaboratrici e i suoi collaboratori. Grazie al console generale a Francoforte Eric Jakob; a Danie Häne e Roberto Lupi del consolato svizzero di Stoccarda, così come a Giuseppe Restuccia, direttore dell’Istituto italiano di cultura a Stoccarda, insieme a Matilde Madonna e a tutte le altre persone che lavorano per l’Istituto; grazie a Simonetta Puleio per le sue parole e le sue domande, ad Alice Urciolo e a molti altri che di sicuro sto dimenticando, non da ultimo Gregorio Ortelli che ha condiviso con me parte delle avventure di questo viaggio.

PPS: Ho parlato anche qui di Monaco, dove sono tornato un’altra volta sempre nel mese di ottobre. Qui invece ho scritto di un’altro viaggio in occasione della Settimana della lingua italiana del mondo: sono stato a Canton, in Cina, per una lectio magistralis alla Guangdong University for Foreign Studies.

PPPS: Di seguito qualche fotografia scelta fra quelle scattate durante i viaggi in Germania. Non allego le foto di ogni incontro ufficiale per non essere pedante, ed evito le immagini del pubblico per non invadere la vita privata di nessuno. Ho condiviso nelle reti sociali più immagini, soprattutto a Monaco e Stoccarda; qui per evitare di ritrarre il pubblico propongo solo una selezione.
L’impronta della mano è una tradizione della Heine Haus.
L’immensa sequoia nell’ultima fotografia è un altro incontro avvenuto a Kronberg im Taunus. La sua corteccia è appassionante come un classico della letteratura…

Esercizi di scrittura a Stoccarda: camminare piano.
(Residenza del console generale svizzero a Francoforte)
(Frammenti della parte ufficiale del viaggio… ma anche qui, ci sono le montagne!)
(A Stoccarda.)
(Piccola immagine “rubata” a Monaco)
(Una locandina; una sola, in rappresentanza delle altre…)
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Pensieri cinesi

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Ogni volta che scrivo attraverso una città.
Ci sono personaggi che incontro per caso, all’angolo di una strada, appena il tempo per un saluto. Altri invece camminano a lungo di fianco a me. In genere però sono tutti evanescenti: loro appartengono alla città – alla storia – mentre io sono straniero.
Ci pensavo qualche giorno fa mentre giravo da solo per le vie di Canton, in Cina. Sono stato invitato dalla Guangdong University for Foreign Studies per tenere una lectio magistralis in occasione della Settimana della lingua italiana nel mondo. È stata una bella occasione per incontri che porteranno i loro frutti nel tempo: scambi di conoscenze, di punti di vista, di letture e di pensieri.
Come capita nei viaggi, ho passato diversi momenti anche da solo: all’aeroporto e durante gli spostamenti, oppure nelle ore vuote fra un impegno ufficiale e l’altro. In questi ultimi casi faccio quello che so fare meglio, e cioè mi perdo. Esco dall’albergo alla ricerca di un bivio che porti a un incrocio che porti a una stradina che prima non c’era… un momento, ma non ero arrivato da questa parte! Quel grattacielo prima non era sulla sinistra? E quel ristorante? Ma dove sono finito?

Quando scrivo non è differente. Certo, escogito una trama. Preparo una scaletta, uno sviluppo, so dove voglio arrivare. Di fatto però non mi capita quasi mai di arrivare proprio lì. Alcuni snodi sono essenziali, ma lo sviluppo dei personaggi non si può prevedere fino in fondo. Un conto è immaginare la reazione di un personaggio all’inizio, quando sono appena entrato in città. Un altro conto è incontrarlo tutte le mattine al bar dell’angolo, parlarci, osservarlo mentre vive la sua vita. I personaggi restano i veri indigeni, mentre io rimango uno straniero. Ma si è mai veramente stranieri? Il desiderio di essere in un luogo, di conoscere un luogo, è già un diritto implicito di cittadinanza.
Non ho pianificato una visita a Canton. Ho semplicemente camminato per le strade vicine al mio albergo, in un quartiere qualsiasi. Se mi avessero prenotato una stanza in un altro albergo, avrei visto cose diverse. È un modo per spezzare il giogo del turismo: più che le attrazioni, cercare la quotidianità. Se sono in periferia, visito il piccolo caffè accanto al ponte sul fiume, anche se non è un monumento storico. È un approccio turistico che può capitare per caso, ma si può anche cercarlo.
Questo “turismo libero” equivale a lasciarsi uno spazio d’improvvisazione quando si scrive una storia (o quando si tiene una lezione, si pronuncia un discorso). L’improvvisazione per me non deve essere totale, perché si rischia la ripetizione o l’incoerenza. È più che altro una reazione a ciò che accade.

Mi colpiscono per esempio gli sguardi rubati. Passando in taxi accanto a un quartiere che non rivedrò mai più, accolgo nei miei pensieri la visione fuggevole di palazzi, tutti uguali fra di loro, per chilometri e chilometri, con macchie di bosco intorno e ristoranti, strade e cassonetti per l’immondizia. Gli occhi si posano su un balcone, uno fra centinaia, dove un vecchio legge un giornale accanto a una lanterna rossa. Di fianco, è appeso un completo scuro. Riesco a cogliere anche il blu di una cravatta, che spicca di fianco al colorito biancastro del vecchio. Poi sono già oltre. Non tornerò mai più, non rivedrò mai più quel vecchio né lui saprà che io l’ho visto. Le nostre vite non si sono nemmeno sfiorate. Eppure sono qui, sto scrivendo di lui. Il vecchio passerà, passerò anch’io, e resterà solo la maestà inesorabile della domanda: che senso può avere intravedere un vecchio alla periferia di Canton, in un pomeriggio d’ottobre? Perché è accaduto questo, insieme a mille altri piccoli fatti irrilevanti, che tutti insieme fanno l’universo?

Alla fine ho avuto tempo di pianificare con cura una sola visita e, grazie al consiglio di una persona conosciuta il giorno precedente, mi sono cacciato in un centro commerciale (cioè in una categoria di luogo dalla quale di solito mi tengo lontano). Il Liwas Plaza è un enorme edificio pieno di terrazze e scale mobili, con dei bizzarri ascensori che sembrano supposte. È specializzato nella vendita di gioielli: dalle collanine a buon mercato ai manufatti d’oro e d’argento, passando per ogni tipologia di plastica e di pietre preziose. Una baraonda, uno scintillio. E io in mezzo. La sola idea di poter comprare qualcosa mi getta nell’angoscia: dove, come, cosa, quale colore, quale taglio, quale diamante, lapislazzulo, occhio di tigre, turchese, ametista? Nelle botteghe i mercanti passano lunghi momenti a fissare il loro telefono. Si capisce che le loro giornate sono lunghe. Per chi vende pietre, forse, il tempo passa diversamente. Non è come servire cibo o bevande. Sapere che la tua merce ti sopravviverà – che sia oro o plastica – ti dà una prospettiva diversa.

Noi che usiamo le parole crediamo che esse siano più perenni del bronzo, ma nella maggior parte dei casi sono come pozzanghere dopo un temporale. All’inizio si fanno notare: i bambini ci sguazzano dentro, qualcuno invece le teme e tenta di evitarle. Ma poi il sole trasforma tutto in uno strato di fango secco.
Finché, per fortuna, torna a cadere la pioggia.

È sempre così? Ci sono parole e parole. All’università, dopo la lezione, una studentessa ha alzato la mano e mi ha domandato un consiglio su come affrontare la lettura dei Promessi sposi, che trovava difficile (e ti credo!). Un’altra mi ha chiesto come potesse essere sicura di avere talento, come potesse fare in modo che ciò che scrive sia di aiuto agli altri e non soltanto un’illusione, un compiacimento. In entrambi i casi le interrogazioni contengono già le risposte. È il desiderio, è l’amore che ci spinge a leggere: quando succede, non importa più quanto sia difficile il libro. Ed è anche l’amore che ci spinge a scrivere. Non quello per noi stessi, ma per gli altri. Questo vale per la prima manifestazione degli altri: i nostri personaggi. Magari quello che dice “io” ci assomiglia, in maniera ingannevole, ma lui abita nella città mentre noi siamo stranieri. Poi c’è la seconda manifestazione degli altri: chi legge le nostre storie. Sarò di certo ingenuo o fuori moda, ma continuo a pensare che la letteratura debba essere utile. Non in maniera leziosa e non sempre in modo macroscopico: anche un sorriso, una carezza, o al contrario un brivido di paura. Un istante passato nei panni di un’altra persona, in un’altra epoca. E perché no, un insegnamento. Non bisogna avere paura del senso morale, soprattutto perché al suo livello più profondo è sempre un modo per approfondire il mistero, mai per svelarlo.
E così, ogni mattina, cammino per la città delle mie storie. Non mi importa se i diamanti sono per sempre mentre le pagine scritte scompaiono. So che le parole passano, ma nessuna intenzione narrativa andrà persa. Le avventure corrono di bocca in orecchio, di sogno in sogno, e nella prima storia che un bimbo prova a raccontare a chi gli sta intorno ci sono tutti i personaggi creati dall’inizio dei tempi. Quel bambino è Omero, è Confucio. È anche Andrea Fazioli, è non importa chi. La voce che racconta è sempre la stessa, così come lo è la città. Ma per chi ama perdersi ogni città è diversa. Anche la vostra città natale, quella dove siete nati e vivete da sempre, anche quella si rinnova ogni giorno. Basta avere voglia di leggerla. O di raccontarla.

PS: Ringrazio per l’organizzazione della visita a Canton il Consolato d’Italia, in particolare il console generale Valerio De Parolis (al centro nella foto). Uno speciale ringraziamento anche a Rossella Giacometti (a sinistra nella foto), che mi ha coadiuvato e che ha reso possibile la mia permanenza in città. E naturalmente sono grato all’Università; a Mao Yun (la seconda da destra nella foto) che è preside del dipartimento di Studi Globali, ai quali afferisce l’italianistica; al professor Zang Yui (a destra nella foto); allo studioso Gao Xiao con il quale ho discusso di para etimoligie e di molto altro, a Selene e a Sara (quest’ultima in particolare, per la gentilezza con cui mi ha fatto da guida). Proprio Sara mi ha rivelato che la parola cinese per “attenzione” è “xiaoxin”, che letteralmente signifia “piccolo cuore”. Ecco, forse mettere il cuore nelle cose ma con levità, un passo alla volta, con fiducia, è il modo per essere davvero nella complessità del mondo. Come diceva Cristina Campo: «L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero.»

PPS: La frase di Cristina Campo è tratta da Attenzione e poesia, in Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 1987.

PPPS: Di seguito, qualche altra fotografia. Prima l’ingresso del Liwas Plaza, poi qualche immagine della conferenza, compresa una foto di gruppo con alcuni degli allievi presenti. In seguito, qualche altra foto per ricordare alcuni incontri: quello con il console generale Valerio De Parolis, quello con il rettore dell’università Yang Xiang Bin e quello con l’editore Chen Bin. (Tranne il Liwas Plaza, le altre sono immagini ricevute per messaggio, quindi sono talvolta a bassa definizione.)

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