La mia ipoteca

Venni al mondo il 15 maggio del 1978, in un giorno piovoso proprio come oggi. Era il lunedì di Pentecoste. Mentre sono seduto alla scrivania, di fronte al computer, ascolto i suoni della pioggia: lo scroscio, il picchiettío, il risucchio della grondaia. Magari anche allora, nella mia culla, sentivo gli stessi suoni. Se chiudo gli occhi, se faccio astrazione dal mio corpo, dai miei pensieri pieni di rughe, posso ancora essere lui, cioè io. Posso diventare quell’Andrea intatto e fragile, quel minuscolo ammasso di ossa, carne e respiro.
Si dice che i bambini appena nati sentano soprattutto le frequenze acute, ma sono convinto che quel diluvio furibondo sia penetrato nel mio cervello, almeno in parte. Del resto, spesso nelle orecchie dei neonati resta del liquido amniotico: se non il rumore della pioggia, forse avrò udito l’eco di quel brodo primordiale, dentro il quale avevo abitato per nove mesi come creatura acquatica.
Non è possibile, naturalmente.
Non ascolto più la pioggia nello stesso modo. Infatti ora la chiamo “pioggia”: il nome precisa il fenomeno, lo circoscrive, lo inserisce in una struttura di pensiero. Quella prima esperienza ormai è persa per sempre: nel 1979 già ascoltavo la pioggia in un altro modo. E forse oggi l’ascolto in maniera differente rispetto a un anno fa, anche solo per il fatto di avere scritto queste righe.
A questo punto, ci sta una precisazione. Ho scritto queste righe perché è una tradizione del blog; così com’è tradizione che, insieme ai miei vaneggiamenti, vi appioppi anche un racconto. Eccolo.

Clicca qui per leggere “Sala d’aspetto”

Mi permetto ancora qualche vaneggiamento, approfittando dell’ora mattutina e del fatto che oggi mi sento vicino a quel neonato venuto con la pioggia. Forse è perché in questi giorni sto traslocando: una marea di caos torna a rimescolare le cose della quotidianità, fra scaffali vuoti, pile di scatole, cumuli di libri che si ergono come rovine di un castello. Presto la casa dove abito sarà un ricordo, e la prossima pioggia l’ascolterò dietro finestre che ora mi sono estranee. Ho l’impressione che il trasloco sia un fenomeno temporale più che geografico.
Trans-locare: spostare qualcosa da un luogo all’altro. Ma un anno della nostra vita in fondo non è altro che un luogo, con i suoi armadi, le sue credenze, i suoi cassetti chiusi a chiave, dal lucernario che illumina il solaio pieno di desideri giù fino alle cantine polverose, ai rimpianti, alle malinconie. Quando parliamo, spesso mescoliamo lo spaziotempo: «La prima settimana è quella dove ho fatto più fatica»; «Ci sono dei periodi dove ti sembra che tutto vada bene». Forse è giusto così, forse invecchiare significa caricare le proprie masserizie su un furgone e viaggiare verso un posto nuovo. A ogni trasloco lasciamo indietro qualcosa, ma nello stesso tempo ritroviamo oggetti smarriti: lettere legate con lo spago, fotografie, penne, coltellini, barattoli pieni di conchiglie, quaderni, maschere di carnevale. Una parte di noi vorrebbe indugiare. Un’altra parte s’impigrisce al pensiero di spostare mobili, vestiti, abitudini. Comunque non possiamo farci niente: la casa aspetta, gli anni passano, c’è un’ipoteca esistenziale da pagare.
Ecco, parliamo dell’ipoteca. Non ho deciso io di venire al mondo, di cominciare questa sequela di traslochi. Qualcuno ha pagato per me, quel mattino di maggio. Anno dopo anno, mentre il tempo mi consuma, cerco di pagare le rate del mutuo, gli ammortamenti, le spese accessorie. Su internet leggo che «stipulare un’ipoteca fissa significa vincolarsi a lungo termine, e quindi correre anche un grosso rischio». Capisco bene che sia così. Ma che ci posso fare? La vita è senz’altro «un grosso rischio». Sarà anche vero che  «i contraenti di un’ipoteca dovrebbero sempre leggere attentamente anche le postille riportate in piccolo sul contratto», ma io non ho firmato niente. Sono qui, in mezzo agli scatoloni, e rimugino su come si potrebbe trasportare il pianoforte giù dalle scale.
All’inizio ho scritto: «Venni al mondo il 15 maggio del 1978». In realtà, di primo acchito, avrei voluto scrivere: «Sono venuto al mondo», così per abbreviare la distanza. Ma ora leggo su Wikipedia che «l’estensione dell’ipoteca alle accessioni dell’immobile ipotecato […] finisce con il tradursi in garanzia ipotecaria, su cose future, non menzionate nell’iscrizione ipotecaria». Mi piace quell’accenno alle «cose future». Come tutti i fastidi, anche i traslochi e le ipoteche sono un’occasione per guardare avanti. Così mi viene in mente che forse mi sto sbagliando: non dovevo dire «venni» e nemmeno «sono venuto al mondo». Questa è la frase che mi sembra più corretta: «Verrò al mondo il 15 maggio del 1978».

PS: Scrissi il racconto Sala d’aspetto un pomeriggio d’estate del 2013, in una casa di montagna. Esso vene poi pubblicato sul settimanale “Extra”, allegato al “Corriere del Ticino”. Un paio di mesi prima, mentre aspettavo per una visita di controllo dall’oculista, avevo annotato sul taccuino qualche dettaglio a proposito delle persone che vedevo intorno a me, senza accorgermi che stavo annotando cose su me stesso.

PPS: Alle lettrici e ai lettori fedeli (cioè a chi ha resistito leggendo tutto fino a questo PPS) sono lieto di annunciare che il 9 luglio 2020 uscirà per l’editore Guanda una mia raccolta di racconti brevi: Il commissario e la badante.

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Città fantasma

Sono il custode di una città fantasma.
Intorno a me nei giorni di vento le cose scricchiolano, gemono, cantano con voci remote. Mentre passano le stagioni puntello i ruderi, sgombro le strade, la sera tengo accese le lampade. Oggi è il 15 maggio, il giorno del mio compleanno. Approfitto dell’occasione per un giro di controllo. Si accumulano i vicoli dove nessuno passeggia, gli hotel delle occasioni perse, i ristoranti della compagnia assente, le stanze che non vengono più dormite, le piazze invase dal bosco.
Che cosa resta? Che cosa si salva da questo incessante dissolversi della vita? Tutti siamo custodi di una città fantasma, non solo io. Ognuno conosce a memoria le sue rovine, le ferite, le case vuote, le banche dove non resta più nulla da rapinare. Ma che cosa significa essere custodi? Spesso la mia tentazione è l’immobilità. Lasciare che gli edifici crollino, contemplare ciò che rimane. O magari fingere che le macerie non esistano, che tutto intorno scintilli come nuovo. Festeggiamo un altro anniversario! I traguardi raggiunti! Perché non rallegrarci? Forza, viene l’estate, stappiamo una bottiglia, cuciniamo costine sulla griglia, cambiamo la foto del profilo su whatsapp. Compriamo case, automobili. Facciamo figli! Stiamo attenti sempre a distinguere i buoni dai cattivi… e appena possibile, rapidi e implacabili, comunichiamo al mondo la nostra opinione!
Oggi ho camminato fino a un vero villaggio fantasma. Si trova nei boschi sopra casa mia, a sud di Bellinzona, e si chiama Prada. Poco più di trecento anni fa invece della selva scoscesa c’era un pianoro, illuminato dal sole, c’erano fontane, bambini che piangevano e galline che si rifugiavano fra una casa e l’altra. Il battito di un martello su un pezzo di ferro, l’odore della minestra, una donna che spazzava il cortile. Appena arrivato, mi fermo in mezzo al silenzio. Mi siedo. Chiudo gli occhi. Mi sento stritolare dal rimpianto per vite che non ho conosciuto, per gesti che non ho compiuto. So che il mio destino è pari a quello del villaggio, e dentro di me crollano case, spariscono sentieri, crescono rovi. Come frenare questo logorìo? Come sopravvivere? I muri stanno scomparendo, inghiottiti dalla terra. I rampicanti hanno sgretolato le pietre. Qui c’era un insediamento abitato già nel 1200. Nel 1500 a Prada vivevano quaranta famiglie. Poi fra il 1630 e il 1640 accadde qualcosa e all’improvviso il paese scomparve.
Appena tornato a casa, sento il bisogno di scrivere. Se c’è una ragione per fare il mio mestiere, essa si nasconde proprio tra quei fantasmi di case, come tentativo di capire e, nello stesso tempo, di resistere. Scrivere mi aiuta a mantenere vive le domande su di me e sul mondo. Non voglio soccombere né alla solitudine di chi non spera, né all’ottimismo di chi non vede le macerie. Che cosa uccide le città? Penso al male, alle pestilenze, alle guerre, alle faide e alle ingiustizie che consumano le società umane. Penso alla mia ghost town personale, ogni anno sempre più diroccata. Che senso ha custodire? Che cosa significa?
L’altro ieri mi sono imbattuto in un minuscolo racconto della scrittrice Eliana Elia. S’intitola Compleanni. Ecco il testo: «Di anno in anno cresce il coro di luci che un soffio azzittisce». Rileggendolo ora, penso alla mia città fantasma. Forse il senso di custodire consiste proprio nel mantenere vivo «il coro di luci». Il soffio non è sempre letale, può anche rinsaldare il fuoco, tenerlo vivo. Accoccolato nella sua baracca all’ingresso del villaggio, il custode si mantiene vigile. Sa che dalle città fantasma ogni tanto passa una carovana. Ogni tanto qualcuno vede il fuoco e si ferma. Costruisce una tenda, cucina una zuppa, scende al fiume a prendere l’acqua. Basta poco perché la vita ricominci.

PS: Il tema “città fantasma” sarà al centro di una serata di letture e musiche in programma giovedì 30 maggio a Lugano, nel patio del Palazzo Civico in Piazza della Riforma. A partire dalle 18, Yari Bernasconi e io proporremo un percorso fra poesia e prosa, accompagnati dalla chitarra di Stefano Moccetti. Nella seconda parte della serata interverrà il poeta, critico e traduttore Franco Buffoni. Infine, ci sarà una tavola rotonda con le autrici Prisca Agustoni e Azzurra D’Agostino.

PPS: In segno di gratitudine verso le lettrici e i lettori di questo blog, voglio festeggiare anche quest’anno condividendo un breve racconto inedito.

Dente di leone

Non ha niente a che vedere con le città fantasma. Però forse dice qualcosa sulla resistenza. Buona lettura!

PPPS: Oggi ho trovato un esempio di resistenza anche nel sax di Michael Brecker, nell’album Pilgrimage (Wa Records 2007), l’ultimo inciso dal musicista pochi mesi prima di morire di leucemia a 57 anni. Una canzone s’intitola Tumbleweed, e inevitabilmente mi porta a pensare alle città fantasma (i tumbleweed sono i “cespugli rotolanti” che percorrono le vie delle ghost town). Ma anche l’atmosfera è significativa: le frasi lunghe, all’inizio, con una misteriosa voce che lontano, dietro gli strumenti, intona una litania. Poi la forza dell’assolo di Brecker, poderoso, inventivo. E sul finale una sorta di jam session improvvisata nello studio di registrazione, fra grandi musicisti e grandi amici, come una promessa di vita.

PPPPS: Il racconto di Eliana Elia proviene dalla raccolta Ancora altri rapidi racconti (Taschinabili 2014).

PPPPPS: Oggi a Prada c’era questo silenzio.

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A Zurigo, sulla luna

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Di fianco a noi siede un ragazzo olivastro.
Barba scura, maglietta nera e scarpe
da ginnastica. Sull’orecchio un brillante
pacchiano. Fissa il suo telefono, poi aggiusta
nelle orecchie gli auricolari. Solo quando si gira
mi accorgo che i suoi occhi sono più azzurri
del vento, senza macchie, e si spalancano
densi come nubi. La piazza riflessa è diventata
minuscola, ora, noi tutti siamo punti dispersi
che non ritrovo, che si sommano ad altri
nel profondo marino di depositi e secoli.

Finché si alza, ride forte e riparte. Anche lui
torna presto insignificante.

[YB]

*

Quando non ci vedi più, immagini tutto. Le cose che sono, quelle che sono state. Le cose che potrebbero essere. Ho negli occhi il paesaggio della mia infanzia – il deserto, le vie della città vecchia, i minareti – e ho nelle orecchie le voci di questa piazza. Ho nelle narici i suoi odori. La campana del tram risuona anche troppo vicina. Il negozio di tabacchi si protende fino a me, insieme alla bottega del fioraio, alla pasticceria, all’edicola con i giornali freschi di stampa. Raggiungo in fretta il marciapiede, prima che arrivi il prossimo tram. Muovo il bastone davanti ai piedi, esplorando l’asfalto. Percepisco i corpi che si scansano per lasciarmi passare.
Mi siedo. Sono stanco. Il cervello lavora per ricostruire lo spazio, immaginando la distanza fra le persone, i palazzi delle banche, il volto di una madre che spinge una carrozzina. Ma nello stesso tempo, con poca fatica, il cervello immagina mia madre: i suoi denti bianchi quando ride, il velo ciclamino dei giorni di festa, le sue mani che impastano la farina. Mia madre, morta da anni, scivola in mezzo a un gruppo di ragazzi in gita scolastica. Il cielo senza confini non è più remoto del piccione che beccheggia a pochi centimetri dalle mie scarpe. Che cosa scegliere?
Potrei vedermi da vecchio al mio paese. Potrei vedermi all’altro capo del mondo. Potrei vedere una donna bellissima sopra i tacchi che si muove, si ferma, si muove. Potrei vedere le labbra che pronunciano parole in tedesco, in inglese, in spagnolo, in italiano, in altre lingue che non conosco. Una donna chiacchiera in arabo al telefono. Rihla sa’ida, buon viaggio. E io resto sulla panchina, con i pensieri che fuggono. Sento una ragazza che dice a un’altra, in tedesco: hai visto che occhi, quello lì? Guarda come sono chiari! Capisco che stanno parlando di un uomo seduto accanto a me. Non so se sia vecchio, se sia giovane, se sia straniero. Lo sfioro delicatamente sul braccio. Lui si volta, mi guarda.
Occhi blu, silenziosi come il mare sognato, come il cielo ricordato, come il tempo della giovinezza e come i pomeriggi che non finiscono mai. Mormoro due parole di scusa e avverto il suo imbarazzo nell’accorgersi che sono cieco. Lui torna a voltarsi dall’altra parte. L’invisibile azzurro del suo sguardo resta con me, ancora per un po’, nel vasto incrocio di Paradeplatz.

[AF]

*

Indietreggiare può fare bene, ogni tanto. Ritornare sulle proprie idee, mostrarsi timidi, lasciare spazio a qualcun altro. Così, all’angolo di Paradeplatz, invece di avanzare sicuri con i nostri taccuini in direzione della solita panchina, indietreggiamo un passo dopo l’altro, fino a ritrovarci all’interno di una corte ricca di marmi, bancomat e boutiques. Qualche metro ancora e compare un bar lussuoso agghindato con qualche pallone, bandierine, finte zolle di finta erba e un trionfante calcio balilla a ricordare il comune gaudio (mezzo mal?) dei campionati del mondo in Russia. Giunge l’eco di frasi lontane, pronunciate a mezza voce dentro un cellulare. Intorno domina la perenne staticità delle pietre levigate. L’unico movimento è quello di una fontana che, sul fondo, lascia intravvedere alcune frasi che scorrono. Sono desideri apparentemente inesaudibili, espressi in più lingue: respirer sous l’eau, essere invisibile, auf einem Teppich fliegen, die Zeit anhalten, be wherever I want…

“Siamo quello che siamo”, si sente dire ogni tanto: “prendere o lasciare”. Invece siamo molto più spesso quello che non possiamo diventare e quello non siamo riusciti a fare. Poco male, la poesia che abbiamo portato con noi sembra proprio uscita da quella fontana e dal flusso di parole: è un’ottava dell’Ariosto, tratta dall’Orlando furioso, dall’episodio di Astolfo sulla Luna (alla ricerca del senno di Orlando).

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desidèri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.

La Luna: ecco dove finiscono i vani disegni e i vani desidèri che rincorriamo per tutta la vita, e che non di rado ci plasmano e ci trasformano. Non si contano, sono moltissimi, e infatti la più parte ingombran di quel loco. Un loco speciale, lassù. Luminoso nel cielo di notte e appena accennato nel cielo di giorno, quando il colore dell’aria non è troppo intenso.
Indietreggiare fino alla Luna: presto scompare Zurigo, poi la Svizzera e l’Europa, i territori si dissolvono nel blu, l’orologio non scorre, la gravità è relativa, spazio e tempo sono una cosa sola, noi ci siamo e non ci siamo.
«Luna!», dice mia figlia di un anno e mezzo indicando il cielo con il dito fragile e deciso. «Sì, è la Luna», rispondo ogni volta. E insieme spalanchiamo gli occhi.

[YB]

*

Altre cose viste: due ragazze che si scattano un selfie davanti ai bancomat; un cieco che entra da Sprüngli; ventinove fra uomini e donne che camminano con un bastone (compreso il cieco); due scolaresche; un uomo che si soffia il naso nella maglietta; un mozzicone di sigaro cubano in un vaso; una donna con un velo ciclamino; una madre che sprona i figli a camminare gridando, in italiano, «È laggiù la fontanella!»; tredici carrozzine; innumerevoli cravatte; nuvole; bandiere; un elefante a rovescio; due monaci buddisti con l’ombrello; un carretto a pedali che trasporta champagne; due donne che indossano abiti dello stesso colore del cielo; un candelabro; cani; sigarette; ciclisti; un uomo altissimo.

[AF]

PS: Ludovico Ariosto pubblicò per la prima volta il suo poema nel 1516. Abbiamo citato l’ottava 75 del canto XXXIV (Ludovico Ariosto, Orlando furioso, a cura di Lanfranco Caretti, Einaudi, 1966; 2015).PPS: Scoprire che il tempo non scorre, e anzi non esiste in quanto tale, può dare qualche vertigine. Ma come dice Carlo Rovelli, «L’assenza del tempo non significa […] che tutto sia gelato e immoto. Significa che l’incessante accadere che affatica il mondo non è ordinato da una linea del tempo, non è misurato da un gigantesco tic-tac […]. È una sterminata e disordinata rete di eventi quantistici. Il mondo è più come Napoli che come Singapore» (in L’ordine del tempo, Adelphi, 2017).

  

 

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Che cosa succede?

Nei racconti di Succede sempre qualcosa (Casagrande) per la prima volta scrivo di me stesso, della mia vita. All’inizio mi sentivo in imbarazzo e avevo qualche timore. Poi, rileggendo, mi sono accorto che quell’uomo di nome Andrea è un personaggio come tutti gli altri. Forse un po’ più rognoso della media; non perché sono io, ma perché Andrea – quell’Andrea – è uno difficile da capire. (Forse lo è anche questo Andrea: ma mi fermo qui, altrimenti comincia a girarmi la testa…). Del resto, non capisco mai del tutto i miei personaggi: se ci riuscissi, mi sembrerebbero falsi.
Ho sempre amato inventare racconti. Sono un modo di sperimentare nuovi stili e modalità diverse di scrittura. Inoltre, seguendo i suggerimenti dalle lettrici e dei lettori di questo blog, negli ultimi anni mi sono cimentato pure con il genere del reportage (nulla di giornalistico: più che altro pretesti concreti per divagazioni narrative). Dopo tanti racconti pubblicati nelle riviste o in antologie, avevo il desiderio di riunirne qualcuno in una raccolta. Mi mancava però un filo conduttore.
Magda Mandelli, delle edizioni Casagrande, mi ha incoraggiato e mi ha aiutato a dare una forma precisa alle mie intenzioni. Siamo partiti dalle storie della piazzetta, un progetto nato in origine proprio per il blog.
Che cosa succede, dentro questo libro?
C’è una magnolia. Un western. Storie d’amore. Una volpe, una tigre, una zanzara, un elefante. Corto Maltese, i Tuareg, il mio bisnonno, un tappeto volante, una sirena. Storie di viaggio. Parigi. La Cina. La notte di carnevale, la notte di Natale, un sabato sera in un centro commerciale, una salita in bicicletta. Il sax di John Coltrane. Una canzone di Guccini. Un luna park. Qualche poesia, qualche canto di uccelli. Pensieri sulla morte, sulla vita. Una stanza chiusa. Il primo giorno di vacanza… e altro ancora.
(E poi ci sono io. Anche se, come vi dicevo, non sono io.)
Buona lettura!

PS: Se aveste voglia di fare due chiacchiere e di bere un aperitivo, presenterò ufficialmente Succede sempre qualcosa venerdì 6 luglio a Lugano, al Longlake Festival, con Massimo Gezzi (Park&Read, Parco Ciani, 18.30). Poi giovedì 12 luglio a Bellinzona, nell’ambito del festival Territori, con Lorenzo Erroi (Corte del Municipio, 18.00) e a Milano con Marco Rossari (a suo tempo vi darò i dettagli). È previsto anche un incontro “firma copie” alla libreria Taborelli di Bellinzona, sabato 7 luglio alle 11.30.

PPS: Grazie a Magda Mandelli, ad Anna Banfi e a tutti i collaboratori delle edizioni Casagrande. Sono grato anche a chi ha condiviso i miei viaggi, le mie letture, i miei silenzi, le mie domande. E i miei smarrimenti. (Senza perdersi, come si fa a scrivere un libro?).

PPPS: La fotografia sulla copertina è di Maia Flore, dalla serie L’enchantement va de soi (France, Deauville, 24 marzo 2016). © Maia Flore / Agence VU

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Festa danzante

Una notizia di cronaca spicciola: è tornato in libreria il romanzo L’arte del fallimento (Guanda 2016), stampato dall’editore TEA in formato tascabile. Un’altra notizia, ancora più spicciola: oggi compio quarant’anni. Non so perché, le due novità s’incrociano nella mia mente. Ma è una sovrapposizione pericolosa.
L’arte del quarantesimo.
Fallire un compleanno.
Quarant’anni di fallimenti.
I titoli ronzano come zanzare. Per distrarmi, sfoglio il romanzo. Rivedo con piacere quel piccolo refuso che ha resistito per tutte le fasi della revisione, superando indenne le varie bozze e ristampe e, a quanto pare, anche l’edizione tascabile. In fondo è giusto così: L’arte del fallimento non sarebbe la stessa senza errori di stampa. Ma non voglio rivelare niente: i refusi vanno scovati in solitudine.
Gli occhi mi cadono su un paragrafo in cui, alle prese con i suoi fantasmi, Elia Contini se ne va a camminare nei boschi. Non è un esercizio fisico, quanto un modo per accedere alla parte misteriosa dell’esistenza. Le volpi di Corvesco sono un segnale che viene dal profondo, dall’invisibile. Non c’è bisogno d’incontrarle. Basta cercarne le tracce, avvertirne l’indecifrabile prossimità.

C’era un sentimento che lo teneva legato. Poteva riconoscerlo in un lungo silenzio, o nei fari di un’auto che saliva dal fondovalle. Il bosco pareva soffocante, perfino minaccioso. L’unica salvezza era prendere la macchina fotografica e camminare. Lungo le piste appena distinguibili, a pochi passi da un ruscello o da un dirupo, non c’erano più pensieri, soltanto azioni, e c’erano volpi nell’oscurità, presenze ignote ma vicine.

La figura del camminatore solitario mi fa pensare a una poesia che lessi per la prima volta a diciassette o diciotto anni. È di Mario Luzi e risale al 1954. S’intitola: Nell’imminenza dei quarant’anni. Ricordo il senso d’immedesimazione suscitato dai primi versi: Il pensiero m’insegue in questo borgo / cupo ove corre un vento d’altipiano / e il tuffo del rondone taglia il filo / sottile in lontananza dei monti. Un uomo che cammina nel paesaggio deserto. Un individuo che, a me, pareva già quasi anziano: Si sollevano gli anni alle mie spalle / a sciami. Immaginavo quei quarant’anni d’ansia, / d’uggia, d’ilarità improvvise, rapide / com’è rapida a marzo la ventata / che sparge luce e pioggia. Leggevo: L’albero di dolore scuote i rami… Pensavo: chissà che cosa vuol dire trovarsi a quello snodo, scorgere l’ombra del proprio passato.
Be’, adesso ci sono.
Nulla m’impedisce di rifare lo stesso gioco. Prendo l’ultimo libro pubblicato in vita da Luzi, a novant’anni. S’intitola: Dottrina dell’estremo principiante (Garzanti 2004). Leggo: Bellezza, lo sentiamo / che sei al mondo. / Qualche transitiva forma / ci illudiamo ti sorprenda. / Da qualche raro volto / ci fulmini e ci incanti. Penso: chissà che cosa vuol dire trovarsi a quel punto estremo, guardare indietro e poi ancora intorno a sé, cercando sempre la bellezza.
A proposito di novantenni. Ieri sera, tornando a casa in macchina sotto la pioggia, stavo ascoltando l’ultimo disco del pianista francese Martial Solal. S’intitola My one and only love (Intuition 2018). È  un concerto per piano solo, registrato live il 17 novembre 2017. Solal aveva compiuto novant’anni qualche mese prima. Secondo il critico Franck Bergerot si tratta di uno dei migliori dischi della carriera di Solal, «un musicista che non ha mai cessato di progredire verso l’essenziale». Un esempio è Sir Jack, sviluppato a partire dal brano tradizionale Brother John (in italiano Fra Martino). Mi ha colpito la leggerezza del tocco, la fantasia, la sapienza del grande improvvisatore che non ha perso la capacità di giocare e meravigliarsi.

Ero già arrivato a casa. Mi sono fermato nel parcheggio e ho aspettato che finisse il brano, con l’accompagnamento della pioggia che batteva sui vetri.

PS: Per l’occasione, voglio invitare le lettrici e i lettori di questo blog a una festa danzante nel villaggio di Saint-Rigomer-des-Bois.

Festa danzante

È un piccolo momento fuori dal tempo, un breve racconto inedito senza volpi, ma con un bar dov’è piacevole bere un boccale di birra.

PPS: La lirica Nell’imminenza dei quarant’anni è tratta da Onore del vero (Neri Pozza 1956), confluita poi nel volume L’opera poetica (Mondadori 1998). Ecco il testo completo delle due poesie: Nell’imminenza dei quarant’anni e Bellezza, lo sentiamo.

PPPS: La citazione di Bergerot proviene dal numero 704 di Jazz magazine (aprile 2018). L’audio con la musica di Solal non è limpido, ma restituisce l’esperienza sonora. Automobile, pioggia, pianoforte. Ascoltare un pianista novantenne che improvvisa su Fra Martino: ci sono modi peggiori per festeggiare un compleanno.

PPPPS: L’altopiano nella foto sopra non è quello di Viterbo, dove camminava Mario Luzi nel ’54, ma quello della Greina, nella parte alta del Canton Ticino. Anche lassù il tuffo del Gypaetus barbatus, in mancanza di rondoni, taglia il filo / sottile in lontananza dei monti.

PPPPPS: Non so se qualcuno sia arrivato fino al quinto post scriptum. Ma se vi restasse ancora tempo, e se ancora non l’aveste guardato, vi ripropongo il video sul romanzo L’arte del fallimento, realizzato da Alessandro Tomarchio con il sax di Alan Rusconi. Qui non si vede nessun tipo di altopiano, ma semplicemente il piano di Magadino, come una pianura padana in formato tascabile fra le montagne.

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