Panchinario 38-45

Giorno dopo giorno, il popolo delle panchine si muove sul nostro pianeta. È una tribù senza terra, una nazione senza confini. Le donne e gli uomini che si siedono sulle panchine, ovunque nel mondo, hanno la stessa cittadinanza, lo stesso invisibile passaporto. Dalla coppia di adolescenti che si avvinghia in un abbraccio al vecchio che, dopo una perigliosa camminata, approda in un luogo sicuro. Spinti dalla curiosità, dalla stanchezza, dalla noia. Non importa come ci arriviamo. Ma una volta seduti, siamo in una zona franca. A pochi metri da noi si erigono statue, si asfaltano strade, crollano le borse, bruciano i boschi, passano cortei di festa o di protesta, si fanno elezioni, convegni, giornali, rapine. Fra qualche minuto dovremo varcare la frontiera e occuparci di queste faccende. Ma ora siamo lontani. Abbiamo chiesto asilo politico a un altro Stato, senza governo e senza leggi. Siamo qui. Siamo il popolo delle panchine.

38) FRANKENTAL, all’incrocio fra Limmattalstrasse e Bombachhalde
Coordinate: 2’678’577.8; 1’250’956.8
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… dare un’occhiata alla fine del mondo.
Oggi non c’è nessun luogo che si possa definire “distante”. In poche ore si arriva dappertutto, anche i deserti e le foreste sono stati esplorati, sulla cima dell’Everest manca poco che mettano un tavolo da picnic. Come raggiungere dunque la fine del mondo? Personalmente faccio così: vado a Zurigo, prendo il tram numero 13 e scendo al capolinea. Frankental. Non so perché questa parola risvegli in me una sensazione di lontananza. In fondo è un quartiere di periferia come tanti. Eppure, c’è qualcosa di remoto, di misterioso. Frankental. Fra i palazzi e le case residenziali appaiono vigneti, pezzi di prato, negozi di alimentari, palestre. Dall’alto si vede la Limmat che scorre maestosamente. Oltre il fiume appaiono cantieri, gru, ciminiere di fabbriche. Sbuffi di fumo bianco salgono verso il cielo. Frankental.
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39) CAPRINO, fra il Sentiero alla Cava e il Vicolo delle Cantine
Coordinate: 2’719’809.3; 1’094’069.0
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… leggere una poesia di Vittorio Sereni.
Il sentiero corre accanto ai moli, alle barche tirate in secco. Il sole si posa di striscio sull’acqua. Supero scalinate, terrazze, vigne, bandiere, finché arrivo a questa panchina che, me ne accorgo subito, ho già visto. Ma quando? Come? Con chi? Lentamente ritrovo i brandelli di un ricordo; ma sono passati anni, il me stesso di allora mi pare un altro. Con quali occhi avrò guardato la baia di Lugano, il monte Brè, il San Salvatore? E quali pensieri urgenti, quali sogni mi occupavano il pensiero? Nel momento in cui credo di riafferrarlo, quell’Andrea remoto mi sfugge, e di lui resta solo un riflesso, un brivido fra l’acqua e le montagne. «Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema / ma pari più non gli era il mio respiro / e non era più un lago ma un attonito / specchio di me una lacuna del cuore» (Vittorio Sereni, “Un ritorno”, in Gli strumenti umani, Einaudi 1965).
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40) BELLINZONA, piazza Indipendenza
Coordinate: 2’722’275.4; 1’116’602.3
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… entrare in contatto con gli alieni.
Sono le quattro del mattino della prima notte di carnevale. Una folla di sopravvissuti sta riparando verso casa. In mezzo alla piazza svetta un’astronave aliena a forma di obelisco, giunta dalle profondità dello spazio. Accasciato di fianco a me, proprio sotto l’insegna del WWF, c’è un grande orso dal pelo nero. Mi accorgo che sta piangendo, con la faccia nascosta tra le zampe. Nella piazza arrivano tre macchine pulitrici… o sono dei robot marziani? La mia panchina è vuota, mentre su quella di fianco sono approdati sei personaggi in cattive condizioni: un frate, un figlio dei fiori, un pollo, un tizio in calzamaglia rosa e altre imprecisate creature. Quando scatto un’istantanea alla mia panchina, una ragazza mi chiede con garbo: «Cazzo ti fotografi?» Mentre mi allontano, a lungo m’insegue la voce del frate. «Torna qui, zio, dai, torna qui… facciamoci un selfie insieme, dai… ehi, zio, facciamoci un selfie!»
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41) MÜNCHENSTEIN, sulla Loogstrasse accanto alla chiesa St. Franz Xaver
Coordinate: 2’613’200.8; 1’263’296.6
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… giocare a rimpiattino.
Sono in un villaggio poco lontano da Basilea. Mi siedo sulla panchina un pomeriggio d’inverno. Di fronte a me c’è una scuola. All’improvviso, sento un concerto di voci infantili: risate, strilli, richiami… Eppure non vedo nessuno, com’è possibile? Intuisco che i bambini stanno giocando a rimpiattino nel cortile della scuola, che si trova dall’altra parte dell’edificio. Li ascolto, immaginando le fughe, le rincorse. E come per miracolo, ogni cosa partecipa al gioco: il sole che si nasconde l’albero, i rami dell’albero che inseguono la primavera, la mia infanzia che di colpo si affaccia alla memoria e cancella il tempo. Ho la strana, irragionevole certezza che, se andassi a dare un’occhiata, troverei il me stesso bambino che tenta di nascondersi in un angolo del cortile. Un po’ intimidito, alzerebbe gli occhi e mi chiederebbe: dove sei stato per tutto questo tempo?
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42) MADONNA D’ARLA, tra Fiè e il Pian Piret
Coordinate: 2’721’423.3; 1’103’304.7
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… inventare fiabe.
C’era una volta un orco giardiniere. Era molto bravo, ma a causa del suo aspetto terrificante non lo voleva nessuno. Alla fine venne assunto dal diavolo in persona. Il demonio, infatti, possiede un piccolo giardino aspro e scosceso in mezzo alle montagne, nascosto da una serie di picchi taglienti che la gente del posto chiama “Denti della vecchia”. Adesso l’orco lavora lì e ogni tanto, insieme alla gramigna e alla zizzania, coltiva di nascosto qualche tulipano. Un giorno il diavolo lo scopre e si arrabbia, sprizza fuoco e fiamme. «Sono così belli!», balbetta l’orco. «Il mio giardino non è fatto per la bellezza!», ringhia il demonio. Ma il mattino, appena sveglio, quando non c’è nessuno, il diavolo passa come per caso davanti ai tulipani. Li guarda appena, con la coda dell’occhio. E sente risuonare dentro di lui, fievole, lontano, un rintocco di nostalgia.
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43) MILANO, in Largo Corsia dei Servi
Coordinate: 45°27’52” N; 9°11’46” E
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… leggere un autore russo.
«Non era ancora buio, ma qua e là, nelle case si cominciavano ad accendere i lumi […]. Laptèv, seduto su una panca vicino al portone, attendeva che l’ufficio del vespro finisse nella chiesa di San Pietro e Paolo: contava di vedere Jùlija Sergèevna e di parlarle, sperando di passare forse la serata intera con lei.» A pochi passi dal Duomo, la chiesa di San Vito in Pasquirolo (originaria del XII secolo, ricostruita nel XVII) è oggi affidata a una comunità ortodossa russa. Dalla mia panchina, sento il chiacchiericcio dei passanti che si mescola alle salmodie. Fra poco dal portone uscirà Jùlija Sergèevna… e passeggeremo lungo il viale e sarà come essere in campagna. «Si percepiva un sussurrìo di voci femminili, risa soffocate; qualcuno suonava piano, dolcemente, la balalàjka. Vagava nell’aria un odore di tiglio e di fieno» (A. Cechov, Tre anni, traduzione di E. Reggio e M. Shkirmantova).
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44) GIUBIASCO, in viale 1814
Coordinate: 2’721’557.5; 1’115’273.2
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… parcheggiare.
Per immettervi nel parcheggio dovete camminare sul marciapiede e poi svoltare a sinistra, segnalando col braccio il cambio di direzione. Scalate le marce dei muscoli e attraversate lo spiazzo. Dovreste riuscire a sedervi sulla panchina senza fare troppe manovre. Si trova esattamente al centro di uno stallo delimitato da strisce bianche. Posteggiatevi, allungate le gambe, rallentate il battito del motore. Se fa caldo socchiudete anche i fari e, benché la panchina non sia comoda, magari vi appisolerete. Io ci sono stato di domenica, quando il piazzale d’asfalto era deserto e io solo, sotto il sole, stavo seduto sul cemento. Una domanda mi tormentava: che cosa diavolo ci fa una panchina in mezzo allo stallo di un parcheggio? Ma poi ho pensato che era pur sempre una panchina in più. E per combattere il caldo mi sono tolto la giacca… oppure ho abbassato i finestrini? Vai a sapere. In primavera la mia memoria è lenta come un diesel.
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45) CAMORINO, via In Muntagna
Coordinate: 2’721’713.8; 1’113’800.8
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… aspettare la primavera
Questa panchina merita due visite, tra fine febbraio e inizio aprile (il periodo può variare a seconda degli anni). La prima visita rivela un paesaggio spoglio: erba giallastra e alberi secchi, dall’aspetto fragile. Ma osservando il piano di Magadino potete già percepire un rintocco nell’aria, una luce diversa. È come se la natura fosse percorsa da un brivido che in tutte le sue fibre la sveglia, la sommuove, la spinge verso la primavera. Provate allora a sognare il futuro: la lenta crescita delle gemme, l’arrivo del colore verde, sempre più intenso, l’azzurro, i fiori, il canto degli uccelli. Immaginate tutto ciò e serbatelo nel cuore, poi aspettate qualche settimana. Quando nello splendore di aprile tornerete alla panchina, resterete sorpresi. La primavera, come un grande artista, avrà superato la vostra immaginazione, dipingendo un paesaggio luminoso, colmo di fantasia e di speranza.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Grazie a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie a Yari (Frankental), Eloisa (Münchenstein, Bellinzona), Gioele Z. (Madonna d’Arla), Gioele J. (Camorino).
Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30 e qui da 31 a 37. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPS: Alcune lettrici e lettori, che mi hanno scritto in privato, si aspettavano una panchina da Locarno e una da Firenze. Le ho posticipate per ragioni tecniche, ma arriveranno nelle prossime settimane.

 

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Un panino al salame

Perché salire? La domanda mi arriva così, dopo una curva. I muscoli, il fiato, la catena, le ruote, tutti lavorano. Quest’anno però sono fuori allenamento e perciò, nella mia prima scalata verso Carena, devo fare i conti con una mozione di protesta. 1) Le gambe: Una bicicletta da corsa… era necessario? 2) I polmoni: Che cosa… c’è… che non va… nella dolcezza della pianura? 3) Il cuore: Povero me, perché proprio la stessa salita che percorrevi a diciotto anni? 4) Il cervello: No comment. 5) Coro: E quindi, in conclusione, chi te lo fa fare?
image1 copia 3
Parto da Giubiasco, vicino a Bellinzona, a una quota di 244 metri sul livello del mare, e arrivo a Carena (958 mslm) dopo un percorso di 10,6 chilometri. Durante il tragitto passo da Lôro, Pianezzo, Vellano, Carmena e Melera. È una strada che conosco a memoria. Quanto ci metto? All’incirca trenta minuti, quando non sono in forma. Altrimenti cerco di stare sotto i venticinque.
Attenzione, la frase precedente l’ho scritta nell’intento di far sobbalzare – sia pure soltanto per una frazione di secondo – gli eventuali appassionati di ciclismo che leggono questo blog. Naturalmente, sono ben lontano da questi tempi… e lo ero anche a diciotto anni! Non ho l’abitudine di conometrare e mie uscite in bicicletta (vado a pedalare proprio per starmene lontano dagli orologi, in senso proprio e metaforico). So che impiego più o meno un’ora, ma il contachilometri che ho sul manubrio ha esaurito le batterie anni fa, e non ne ho mai comprate di nuove.
image1Quando cominciai a uscire in bicicletta, durante l’adolescenza, seguivo il ciclismo con interesse. Ancora oggi mi tengo aggiornato, guardando qualche gara alla tivù o più spesso sfogliando le pagine sportive dei giornali. Di recente, mi è capitato di leggere un breve romanzo di atmosfera ciclistica: Cicale al carbonio, scritto da Carlo Zanzi e pubblicato nel 2008 dal Gruppo editoriale Eureka. L’autore suggerisce che la domanda con cui si apre questo articolo possa risuonare anche in un gruppo di professionisti: Un piccolo lago, alberghi e il bosco più fitto. Ai tornanti cartelli indicavano l’altitudine: millesettecentotrenta metri sopra il livello del mare. Nessuno si era permesso di scattare, neppure gli avventurieri alla caccia di qualche ripresa televisiva. Avevano tutti freddo lì in mezzo. Quando potevano, s’avvicinavano per scaldarsi. Ma nel gruppo allungato, biscia colorata a picco su Canazei, scoppiavano soprattutto imprecazioni, battute e, non dette, ricerche di un senso a tutta quella sofferenza fra i monti.
Ecco, si tratta proprio di questo: sofferenza fra i monti.
Perché, dunque?
Durante la salita lascio che la mente divaghi. Forse per il tempo che passa adagio, forse per la fatica nei muscoli e nel sangue, mi capita spesso di pensare a persone che ho conosciuto e che non ci sono più. È come se la tormentosa ascesa del corpo, in qualche modo, favorisse anche quella del pensiero. Qualche volta, se ci sono lavori in corso, mi devo fermare per pochi secondi. Bevo un sorso d’acqua, aspetto che il solenne autopostale giallo davanti a me riprenda a salire.
image1 copia 2Tutto è molto verde, molto azzurro. Un ciclista sulla cinquantina, dal fisico nodoso, mi raggiunge e mi supera, lentamente, concentrato nel suo ritmo. Lo lascio andare e rimango solo, in un tratto di strada meno ripido. Guardo le montagne: le case sembrano appoggiate sulle macchie di prato da un bambino che giochi a creare un piccolo mondo. Ci sono greggi di pecore: campane, belati, la corsa di un agnello (il suo belato, più urgente, è di un’ottava più alto). Passo e colgo brandelli di paesaggio, di conversazione. All’ombra dei portici siedono persone rilassate, nel cuore del pomeriggio. Il fruscio di una fontana mi accompagna per qualche metro. È uno scenario che, in questo momento, non mi appartiene. Ho il fiato breve, il cuore che pulsa. Insomma: sto faticando. Perché invece non mi siedo anch’io all’ombra, con una birra fresca?
Copia di image1Perché, a pensarci bene, sta succedendo qualcosa. Un’uscita in bicicletta per me non è un banale allenamento sportivo, ma una storia minima, un viaggio, un arco narrativo dalla fatica al sollievo, dalla freschezza iniziale al rimescolio del sangue fino allo scioglimento finale, con il respiro che ritrova la sua compostezza e i pensieri che tornano alla quiete. Mi piace pedalare così come mi piace camminare: senza fretta, seguendo un ritmo profondo. Affronto le salite proprio come affronto il lavoro della scrittura: è un percorso che si costruisce un pezzo alla volta, senza mai sapere che cosa si vedrà dietro la prossima curva. Anche quando conosco le strade, sono abbastanza distratto per dimenticarle. Così accade quando scrivo, quando viaggio, perfino quando suono. In un certo senso, forse, è uno dei segreti della creatività: essere pronti a dimenticare le strade note.
image1 copia 4Quando arrivo a Carena, appoggio la bicicletta contro il muro. Di fianco a me c’è l’edificio della vecchia dogana: in passato tra queste zone e la val Cavargna (in Italia) correvano traffici più o meno legali. Ora è tutto tranquillo e oltre al mio fiato si sente soltanto il gorgoglio del vecchio lavatoio (è severamente vietato lordare l’acqua, mi avvisa un cartello, e i trasgressori verranno puniti a norma di regolamento).
Svito il tappo della borraccia, la riempio di acqua fresca. Perché salire? La risposta alla domanda iniziale è tutta in quei pochi secondi di pausa, prima di portare la borraccia alle labbra. Sono sentimenti semplici: la sete, il calore, la freschezza, la dolcezza sublime dell’acqua che si dirama lungo il sistema nervoso. Ecco perché vado in bicicletta: perché prima di bere, bisogna avere sete.
image1 copia 5Anche Carlo Zanzi, in un momento significativo del suo Cicale al carbonio, nota qualcosa del genere: Marco saliva e la fatica si spegneva, lasciandogli nelle gambe e nella pancia una bella sensazione. Alzò lo sguardo verso la fine della scalata; più a destra, fra il Cuvignone e la cima del Monte Nudo, galleggiavano nel cielo tre parapendii. Uomini appesi a una tela colorata sfidavano il vuoto e la loro paura. Li seguì nel loro volo lieve, curando con la coda dell’occhio di non finire nella scarpata, dentro buche o contro i sassi lasciati in strada dall’inverno. Si sentì leggero e felice. Provò desiderio di un panino al salame.

PS: Per apprezzare l’ultima fotografia di questo articolo, credo che sia necessario un accenno di colonna sonora. Eccolo:

 

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