Panchinario 56-64

Nel romanzo Maigret s’amuse, il commissario creato da Simenon si trova per una serie di circostanze a passare le sue vacanze a Parigi. Come occupare il tempo? Ecco il programma di Maigret: lunghe passeggiate, lettura dei giornali al bar, osservazione di ciò che succede fuori dalla finestra di casa, ristorante e cinema con la signora Maigret. Fra una cosa e l’altra, il commissario seguirà da lontano – tramite i giornali – un caso di cui si occupa Janvier, l’ispettore che lo sostituisce.
Ma qual è l’atto più rivoluzionario di queste vacanze parigine di Maigret?
«C’era un’altra cosa che avrebbe fatto, ma senza parlarne a sua moglie, per paura che si prendesse gioco di lui. Forse sarebbe stato costretto a scegliere un luogo poco frequentato, la place des Vosges, per esempio, o oppure il Parc Montsouris? Aveva voglia di sedersi su una panchina e di rimanerci a lungo, tranquillo, senza pensare a niente, fumando la pipa e guardando i bambini giocare.»

56) LUGANO, alla foce del Cassarate
Coordinate: 2’717’920.3; 1’095’693.8
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… entrare in una cartolina del 1920.
Lo chiamano “mago”, ma in francese: Magicien. Con il cilindro, il vestito nero, i guanti bianchi e il monocolo, sembra il padrone di un circo nella Parigi d’inizio Novecento. Io l’ho incontrato a Lugano, un giorno d’estate. Dalla mia panchina ammiravo il lago scintillante, la curva dolce del monte Brè. Mi sono voltato e il Magicien era lì, dietro il suo treppiede, che mi stava  scattando una foto. Subito il paesaggio è diventato bianco e nero. Le case sul Brè sono sparite. I passanti indossavano abiti d’epoca. Allora ho capito: ero scivolato dentro la fotografia, nella Lugano del 1920! Accanto a me, un gruppo di ragazzi parlavano in dialetto. Un turista sedeva a pescare sul bordo del lago. L’incanto è durato finché ho battuto le palpebre, poi sono tornato nella Lugano di oggi. Il Magicien era scomparso. Ma non è mai lontano: si aggira intorno a noi, sempre intento a trasformare il mondo in una vecchia cartolina.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

57) LOCARNO, in via del Tiglio, davanti alla Chiesa della SS. Trinità
Coordinate: 2’704’216.5; 1’114’442.2
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… ascoltare un matrimonio.
I matrimoni sono una strana faccenda. Capita di averne paura prima di sposarsi: sarà la persona giusta? Ma anche dopo: oh, merda, e adesso che cosa faccio? Tutta la vita è un sacco di tempo! Ci sono poi altre paure, diciamo così, collaterali: ehi, ma come testimone non dovrò mica fare un discorso? Oppure: cerimonia, pranzo, giochi vari, dal mattino fino a mezzanotte… dovevano proprio invitarmi? Tuttavia ci sono matrimoni che si presentano con una intatta grazia, con una dolce freschezza: sono quelli fra persone che non conosciamo. Basta sedersi di sabato su questa panchina locarnese. Con un po’ di fortuna, mentre guardiamo dall’altra parte, sentiremo alle nostre spalle la colonna sonora dello sposalizio. Applausi, schiocchi di baci, congratulazioni, musica, chiacchiericcio, disperate richieste di un aperitivo. Ascoltare un matrimonio è come leggere un romanzo d’avventura.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

58) CHIASSO, in piazza Indipendenza
Coordinate: 2’723’699.0; 1’077’028.7
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… osservare la linea d’ombra.
«Ma chi sta veramente bene?» La domanda, vertiginosa, mi accoglie appena varco la soglia del bar. È una giornata caldissima. La cameriera sventola il menu plastificato come un ventaglio. Al bancone, un uomo sulla sessantina indossa un abito di lino e un paio di sandali. Sta parlando della felicità. Secondo la cameriera, se una persona sta bene può essere felice. E lui, torvo: «Ma chi sta veramente bene?» Poi, dopo un secondo, aggiunge una frase che è un perfetto endecasillabo e che taglia come un rasoio: «Anamnesi! Lo sai cos’è un’anamnesi?» Torno fuori. Cammino attraverso la piazza. Mi siedo su una panchina all’ombra e ascolto il fruscìo delle fontane. Niente si muove, tranne la linea d’ombra proiettata dalle case. La osservo spostarsi, indietreggiare, farsi sempre più vicina. Respiro adagio, mi asciugo il sudore sulle tempie. Fra poco rimarrò esposto al sole.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

59) SALERNO, sul lungomare accanto alla spiaggia Santa Teresa
Coordinate: 40°40’40” N; 14°45’27” E
Comodità: 1 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… sorvegliare il sole.
A un certo punto, su questa panchina, mi coglie un dubbio. Anzi, un moto di paura. Ho l’impressione che il meccanismo si sia inceppato. Normalmente le giornate procedono ora dopo ora, scivolando dal pallore mattutino giù fino al buio della notte. Invece oggi tutto è fermo. L’impeccabile blu del mare, il porto di Salerno, le palme. L’incessante viavai di famiglie, turisti, giovani e anziani. È un tranquillo pomeriggio estivo. Ma non era lo stesso ore fa? Quanto può durare un pomeriggio? Perché il sole non si muove più? La luce abbagliante mi avvolge come un incantesimo. Che cosa succede? Infilo gli occhiali scuri, lancio un’occhiata al sole. Forse ha bisogno di un incoraggiamento. Qualcuno che gli dica: ti sto tenendo d’occhio. Infatti, piano piano, il pomeriggio sfuma nella sera, mentre il mare si tinge di rosso e di viola. Accanto a me si accende un lampione. Anche per oggi è fatta.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

60) AEROPORTO MALPENSA, a Somma Lombardo
Coordinate: 45°38’56” N; 8°43’11” E
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… restare con i piedi per terra.
Due milioni di anni fa l’Homo erectus migrò dall’Africa verso l’Europa. Immagino che qualcuno abbia detto «Be’, mi sa che dobbiamo andare», qualcuno avrà radunato i bambini… e via, verso l’ignoto. Il 6 settembre 1620 un centinaio di persone salpò sul galeone Mayflower, diretto negli Stati Uniti. Immagino che tutti abbiano rivolto un ultimo sguardo alle coste di Plymouth, sapendo che non avrebbero mai più rivisto l’Inghilterra. Oggi, qui all’aeroporto della Malpensa, una numerosa famiglia composta da genitori, figli, fidanzate dei figli e, se non sbaglio, anche una nonna (o una vecchia zia), corre verso il terminal. E io, seduto su una panchina di cemento, rimango. Fermo, senza nessun altra ragione per essere qui se non guardare gli aeroplani che passano avanti e indietro sopra di me, incrociando storie, desideri, speranze, destini, mescolando chi viaggia per vedere posti nuovi e chi per salvarsi la vita.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

61) MOLARE, accanto alla fermata dell’autopostale
Coordinate: 2’704’782.2; 1’149’323.1
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… lasciar passare i pensieri.
La bicicletta sfreccia silenziosa. Prima la strada scende: Tengia, Rossura. Poi sale con pendenze ripide per una decina di chilometri: Primadengo, Calpiogna, Campello, Molare, Carì. Lentamente mi allontano da ciò che ero, o che credevo di essere. La salita è altrove, è un mondo segreto dentro il mondo di tutti i giorni. Non c’è differenza fra me e la bicicletta: siamo un macchinario fatto di cuore, catena, polmoni, ruote. Sono solo con la mia fatica, con i miei pensieri, con le immagini che vanno e vengono nella mia testa. Arrivato in cima, volto la bici e scendo fino a Molare, dove mi siedo per qualche minuto su questa piccola panchina. Un cartello avvisa di lasciare l’acqua pulita («niente sapone!»). Bevo, ascolto la fontana. Mentre guardo la strada assolata mi sembra che tutti i miei pensieri – le preoccupazioni, i dubbi, i timori – passino davanti a me, in un soffio, e svaniscano come fantasmi.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

63) ASCONA, in piazza Giuseppe Motta
Coordinate: 2’702’886.9; 1’112’148.4
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… leggere Friedrich Glauser.
Nato nel 1896, l’autore svizzero Friedrich Glauser ebbe una vita avventurosa: partecipò alla nascita del dadaismo a Zurigo, si arruolò nella Legione Straniera, lavorò come minatore in Belgio; intorno al 1920 visse anche nel Canton Ticino, dove frequentò gli artisti del Monte Verità. Nel 1938, prima di morire, stava lavorando a un romanzo poliziesco ambientato proprio ad Ascona. Seduto di fronte al lago, provo a immaginare il sergente Studer alla pensione “Mimosa”, sulle tracce di un assassino. Di fronte a me, sul pontile, c’è una fila di variopinti pinguini di plastica. Pinguini dadaisti? Chissà. Glauser scrisse che durante il suo soggiorno ticinese aveva imparato una lezione importante: le cose che riusciamo a dire, in parole o immagini, non dipendono dalla nostra volontà: «ci vengono donate, e vanno considerate come un dono» (F. Glauser, Dada, Ascona e altri ricordi, trad. di Gabriella de’ Grandi, Casagrande 2018).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

62) CASTIGLIONE DELLA PESCAIA, in via Nazario Sauro
Coordinate:42°45’57” N; 10°52’24” E
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… immaginare il mare.
Castiglione della Pescaia è un villaggio toscano che si affaccia sul mare. È dotato di spiagge, scogli, pinete, e anche di un centro storico arroccato su un promontorio. Proprio in cima, vicino al castello medievale, c’è un belvedere che sembra fatto apposta per le fotografie. Perché allora cercare questa panchina di cemento, costruita accanto a un parcheggio? Be’, prima di tutto i due ulivi fanno una bella ombra… Inoltre, a ben vedere, il mare non è lontano. Sul retro della panchina qualcuno ha lasciato un segno azzurro: appaiono onde, barche, gabbiani; e pare quasi che, fra le automobili e le motociclette, si sprigioni un profumo di salsedine. Vi consiglio di sedervi qui la mattina presto o la sera tardi, quando non c’è traffico. Dopo qualche minuto avrete l’impressione che gli ulivi, nel loro linguaggio impercettibile, si raccontino a bassa voce i pettegolezzi degli ultimi cento o duecento anni.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

 

64) BRISSAGO, vicino all’Alpe Arolgia e al rifugio “Al Legn”
Coordinate: 2’723’699.0; 1’077’028.7
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… inventare i nomi delle montagne.
Chi decide i nomi delle montagne? Un giorno, da bambino, qualcuno mi indicò il Pizzo Mezzogiorno e io ci rimasi male: nella mia testa l’avevo già chiamato Monte Piramide. Le montagne non sono eterne – niente a questo mondo lo è – però danno una sensazione d’immutabilità, mentre generazioni di esseri umani si succedono l’una dopo l’altra. Chi mai può avere l’ardire di mettere un nome a qualcosa che durerà per millenni dopo la sua morte? Questa panchina si trova sulle pendici di quello che la gente del posto chiama Monte Gridone; nella Svizzera italiana tuttavia è più diffuso il nome Ghiridone, mentre sulle mappe italiane è indicato come Monte Limidario. Del resto, che importa? Il panorama è stupendo: il Lago Maggiore, la pianura Padana, Milano che sfuma in lontananza… è bello sedersi qui, un mattino d’estate, e divertirsi a battezzare le montagne.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Ho citato un estratto da questo romanzo: Georges Simenon, Maigret s’amuse, Presses de la Cité 1957. Un altro titolo della serie per gli amanti delle panchine è Maigret et l’homme du banc (Presses de la cité 1953); in questo caso l’occhio del narratore si posa su «quegli individui senza una professione precisa che se ne stanno per ore sulle panchine dei boulevard a guardare vagamente i passanti.»

PPS: Esprimo la mia gratitudine a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie mille ad Alice (Lugano, Locarno e Brissago).
Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30, qui da 31 a 37, qui da 38 a 45 e qui da 46 a 55. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPPS: Ringrazio anche le lettrici e i lettori che m’inviano fotografie di panchine (da ogni parte del mondo!). Mi annoto sempre i suggerimenti; e, quando posso, vado a vedere con i miei occhi. In futuro magari pubblicherò, con il consenso degli autori, alcune di queste panchine, come mi è già capitato di fare qualche volta qui nel Panchinario.

 

 

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Panchinario 46-55

Qualcuno mi chiede perché, invece di perdere tempo a sedermi sulle panchine, non impieghi le mie forze per scrivere articoli impegnati. Potrei prendere posizione nelle diatribe politiche, indignarmi, schierarmi a favore o contro, rammaricarmi, inveire, satireggiare, deplorare, sostenere, stroncare, opinionare, piangere o festeggiare. Ma io credo che, nel gesto di fermarsi sulla panchina giusta al momento giusto, tutto questo si riassuma con efficacia. In quei minuti di silenzio, in quegli strappi nella quotidianità si affina il mio sguardo, matura il mio pensiero. Quando poi scrivo romanzi o racconti, sguardo e pensiero affiorano con naturalezza sulla pagina; non come espressione teorica delle mie credenze, ma come esperienza del mondo incarnata nei personaggi. Credo che il compito di uno scrittore consista in questa tensione, nel lasciare un segno qui e ora mediante la costruzione di un mondo poetico o narrativo, dopo una silenziosa attesa delle parole. Insomma, per capire meglio chi siamo e come funzioni la nostra società, per riflettere su passato, presente e futuro, le panchine sono un ottimo punto di partenza.

46) LOCARNO, in Largo Zorzi
Coordinate: 2’705’056.1; 1’114’061.0
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… meditare sulla fortuna.
La panchina blu pesa mezza tonnellata, è alta 2,30 metri e lunga 4 metri. Insomma, per un essere umano non è il massimo della comodità; in compenso farebbe la gioia di un turista gigante che si trovasse a passare da Locarno. Magari il gigante farebbe un salto al Casinò (a cui appartiene la panchina). Sullo schienale si legge la scritta: MOMENTI EMOZIONANTI. Mi chiedo se l’emozione sia quella di vincere o di perdere, o semplicemente di rischiare. Si sa che i giocatori sono superstiziosi: ferri di cavallo, cornetti, quadrifogli, coccinelle… che anche la “pancona” sia un talismano? Spero di sì. Sono un po’ preoccupato per il gigante. Come tutti i figli della sua antichissima stirpe, di sicuro è un tipo gentile ma cocciuto. Non vorrei che, trascinato dalle emozioni, si facesse pelare alle slot machines. Forse però la sosta sulla panchina gli porterà fortuna. Forse riuscirà a fuggire in tempo.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

47) ZURIGO, a Heiligfeld, in Brahmstrasse
Coordinate: 2’680’484.1; 1’248’177.0
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… avvistare una volpe.
Tre personaggi si aggirano di notte per le strade di Zurigo, muniti del necessario per dipingere graffiti. Il primo pittura carote: sui muri, sulle serrande, sui pali della luce e sui bidoni della spazzatura. Il secondo disegna pinguini, tracciando sopra il capo dell’animale un’aureola (c’è chi li chiama “pinguini santi”). Il terzo, che opera nella zona di Wiedikon, si dedica alle volpi. Di recente ne è comparsa una sullo schienale di una panchina a Heiligfeld, vicino a un parco giochi. Intorno c’è un’area verde, creata negli anni ’50 e circondata da complessi residenziali. La volpe sulla panchina, con il suo sguardo notturno, furtivo, ci ricorda che ogni cosa è misteriosa. Un prato verde, una coppia a passeggio con un cane, bambini che giocano, un uomo che beve una birra. Tutto sembra normale, ma non è così. La silenziosa volpe lo sa bene: al mondo niente è davvero “normale”. Per fortuna.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

48) ISPRA, in via Ferdinando Magellano Lungolago
Coordinate: 45°48’34.3″ N; 8°36’28.8″ E
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… fantasticare.
Il comune di Ispra (Varese) offre una delle più lunghe passeggiate sui bordi del Lago Maggiore. È un luogo ideale per tenere allenata la nostra capacità di fantasticheria. Per fare questo dobbiamo camminare adagio, costeggiando ville, giardini e macchie di bosco. Approdati alla panchina, lasciamo che lo sciabordìo dell’acqua invada ogni pensiero. Di fronte, le montagne della sponda piemontese appaiono azzurre, intrise di lontananza. Da qualche parte, lassù, c’è un amico da salvare, un tesoro nascosto, una banda di fuggiaschi, un vecchio eremita che protegge un segreto. Dopo qualche minuto, stiamo già percorrendo valli e dirupi inesplorati, attenti a captare ogni segno di allarme. E nello stesso tempo – questo è il bello della fantasticheria – siamo sempre a Ispra, solidamente seduti su una panchina, vicino a coppie che passeggiano mano nella mano e a turisti che scattano selfie.
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Colonna sonora (30 secondi):


49) SALA, sull’Alpe Moschera (Capriasca)
Coordinate: 2’717’030.2; 1’104’879.4
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… immaginare ghiacciai.
Nel punto più alto dell’Alpe Moschera (1167 m) c’è una pila di sassi. Alla base, incastrata in mezzo alle pietre, un’asse di legno funge da panchina. In basso scintilla la città di Lugano; dietro si vedono la pianura padana e, laggiù in fondo, gli Appennini. Provo a immaginare il paesaggio ricoperto di ghiacciai, decine di migliaia di anni fa. Il ramo principale, quello del Ticino, superò il Monte Ceneri e raggiunse l’Italia. Il ramo orientale, quello dell’Adda, arrivò dalla Valtellina fino al punto dove ora si trova il ponte-diga di Melide. I picchi più elevati, quelli che restavano fuori dalla neve, si chiamano nunatak (una parola di origine inuit). Forse all’epoca, proprio qui sul nunatak dell’Alpe Moschera, un uomo vestito di pelli contemplava l’immensa distesa bianca, senza immaginare che presto sarebbero nati i boschi, i laghi, i campi, i villaggi, le case di vacanza, le fermate dell’autobus e i camion che rombano sull’autostrada.
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Colonna sonora (30 secondi):


50) FRAUENFELD, sulla Promenadenstrasse
Coordinate:2’709’925.5; 1’268’319.7
Comodità:3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… cogliere l’attimo.
Gli antichi greci lo chiamavano καιρός (kairos): il momento giusto. Ogni cosa si manifesta a un tempo opportuno, né prima né dopo. Le persone devono farsi trovare pronte, nel luogo propizio e all’ora favorevole. Nella vita purtroppo capita di arrivare in anticipo o in ritardo, perdendo l’attimo. A volte, invece, tutto si dispone come deve essere. Magari una sera di maggio, su una panchina di colore verde davanti alla Biblioteca cantonale di Frauenfeld. Il vento soffia via le nuvole. Il cielo di un blu profondo, incantato, si abbina con i fiori rosa lungo il viale. Sopra gli alberi spicca una falce di luna che pare uscita da un libro di fiabe. Per qualche secondo cessano i motori delle automobili, si spegne il suono di un passo sulla ghiaia. Il profumo dolce e penetrante dei fiori di castagno invade l’aria, i pensieri, la memoria. Tutto tace. Sono qui, adesso. Al momento giusto.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

51) ZUGO, fra la Gotthardstrasse e la Industriestrasse
Coordinate: 2’681’816.3; 1’225’151.9
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… uno scambio culturale.
È mezzogiorno. Mi fermo in una piazza qualunque, tra un negozio d’abbigliamento, uno studio dentistico e un ristorante tailandese. Edifici grigi, squadrati. I tavolini di un bar. Tutto è come sempre: passanti frettolosi, ragazzi all’uscita di scuola, impiegati che mangiano un panino durante la pausa pranzo. Mi siedo su quella che sembra una strana panchina di colore blu. Dopo qualche secondo avverto la vibrazione: dalla “panchina” si sprigiona una strana energia, e ho la percezione che qualcuno voglia entrare in contatto con me. Avverto una presenza. Creature extraterrestri, provenienti da un pianeta lontano milioni di anni luce. Dopo un lunghissimo viaggio sono atterrati proprio qui, a Zugo, un giorno di primavera. Perché? Telepaticamente mi comunicano un senso di confusione. Una domanda, ripetuta. Perché stai occupando la nostra navicella spaziale?
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Colonna sonora (30 secondi):

 

52) SPILIMBERGO, all’angolo fra via Pilacorte e corso Roma
Coordinate: 45°48’34.0″ N; 8°36’28.0″ E
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… meditare sulla storia.
Spilimbergo è una città friulana ricca di storia. C’è storia nella Torre occidentale, nel duomo di Santa Maria Maggiore, nel castello risalente all’XI secolo. Frammenti di storia si nascondono pure in questa panchina, che sta di fronte a due austeri palazzi, ognuno provvisto di una targa commemorativa. A sinistra: questa casa ospitò NAPOLEONE BONAPARTE il 17 ottobre 1797. A destra: qui nacque e morì FRANCESCO MARIA STELLA filosofo e fisico. Quando passò Napoleone, Francesco Stella aveva 52 anni (sarebbe morto tre anni dopo). Ignoro se i due si siano incontrati. Lo Stella, padre barnabita, fisico, chimico, naturalista, agronomo e insegnante, scoprì nuovi microbi, costruì un aerostato un anno dopo i fratelli Montgolfier e, fra le altre cose, introdusse nella regione l’uso dei parafulmini. Napoleone, invece, i fulmini li attirava, li scagliava, li portava ovunque mettesse piede.
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53) GENTILINO, in via ai Grotti
Coordinate: 2’681’816.3; 1’225’151.9
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… farsi venire appetito.
Per usufruire al meglio di questa panchina ci sono alcune condizioni da rispettare. L’ideale è scegliere una giornata di giugno, una di quelle in cui il sole sembra non voler tramontare. L’ora giusta è proprio il crepuscolo, quando il profilo delle case e degli alberi diventa più nitido, subito prima di sparire nel buio. Ultima condizione: avere appetito. Avvicinatevi adagio, senza fretta, sedetevi accanto alla fontana. Lungo la via si trovano grotti e ristoranti. Lasciatevi invadere dall’atmosfera: l’odore della carne cotta alla griglia, le risate, il tintinnìo delle stoviglie. Il piacere di un pasto non consiste solo nel mangiare, ma nell’aspettare il cibo, nell’annusarlo, nell’immaginarlo. Più tardi, dopo aver consumato una buona cena, questa panchina offre un servizio extra: stavolta non si tratta d’immaginare nulla, ma di prendersi il tempo per digerire…
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54) PRADA, nei monti sopra Ravecchia, a Bellinzona
Coordinate: 2’723’597.6; 1’115’850.6
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… visitare una città fantasma.
Percorro una mulattiera sopra il quartiere di Ravecchia, vicino all’Oratorio della Madonna della Neve. Il sentiero sale fino a quasi seicento metri di quota fra il Dragonato e la Guasta, due ruscelli dal nome temibile. Dopo un po’, in mezzo al bosco, mi appare il villaggio abbandonato: case diroccate, croci consunte sugli architravi, muri avvolti dai rampicanti. Qui c’era un insediamento abitato già nel 1200, mentre nel 1500 a Prada vivevano quaranta famiglie. In seguito, fra il 1630 e il 1640, per cause ignote il paese scomparve.Da più di trecento anni il villaggio custodisce i suoi ricordi nel silenzio profondo, tra i faggi e i castagni. Mi siedo sulla panchina, appena sotto la fontana e la chiesetta dei santi Rocco e Girolamo. Intorno, risuona una canzone antica e misteriosa: la cantilena dell’acqua, il cinguettìo degli uccelli, il soffio del vento che muove le fronde.
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55) SOLETTA, in Friedhofplatz
Coordinate: 2’607’330.0; 1’228’485.5
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… meditare sui piccioni.
I tavoli di un bar all’aperto. L’ora dell’aperitivo. Sono in corso le Giornate letterarie di Soletta: qua e là si sente parlare di autori, libri, editori. Qualcuno cita frammenti di liriche o di romanzi. Le voci risuonano sulla piazza. Il sole avvolge le case, ravviva i colori delle persiane, accende gli occhi e gli abiti dei passanti. Un gruppo di scrittori sta discutendo dei possibili impieghi poetici dei piccioni. Chi è affascinato dal loro impeto amoroso, chi dalla loro goffaggine. Inevitabilmente, come convocato dalla poesia, un autentico piccione appare sul selciato. Ma qualcuno dubita. «È davvero un piccione?» «E cosa vuoi che sia?» «Ma guarda, è tutto bianco!» «Forse è un colombo.» Intanto il volatile attraversa la piazza e subito una bambina lo rincorre, forse attratta dal suo candore. Tutto va come deve andare: gli scrittori parlano, il piccione zampetta. La bambina ride.
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Colonna sonora (30 secondi):


PS: Grazie a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie ad Alice (Locarno), Martina e Gregorio (Zurigo), Barbara (Ispra), Alessandra, Alberto e Paul (Frauenfeld), Eloisa (Zugo), Maria (Spilimbergo), Paolo (Gentilino).
Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30, qui da 31 a 37 e qui da 38 a 45. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

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Panchinario 38-45

Giorno dopo giorno, il popolo delle panchine si muove sul nostro pianeta. È una tribù senza terra, una nazione senza confini. Le donne e gli uomini che si siedono sulle panchine, ovunque nel mondo, hanno la stessa cittadinanza, lo stesso invisibile passaporto. Dalla coppia di adolescenti che si avvinghia in un abbraccio al vecchio che, dopo una perigliosa camminata, approda in un luogo sicuro. Spinti dalla curiosità, dalla stanchezza, dalla noia. Non importa come ci arriviamo. Ma una volta seduti, siamo in una zona franca. A pochi metri da noi si erigono statue, si asfaltano strade, crollano le borse, bruciano i boschi, passano cortei di festa o di protesta, si fanno elezioni, convegni, giornali, rapine. Fra qualche minuto dovremo varcare la frontiera e occuparci di queste faccende. Ma ora siamo lontani. Abbiamo chiesto asilo politico a un altro Stato, senza governo e senza leggi. Siamo qui. Siamo il popolo delle panchine.

38) FRANKENTAL, all’incrocio fra Limmattalstrasse e Bombachhalde
Coordinate: 2’678’577.8; 1’250’956.8
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… dare un’occhiata alla fine del mondo.
Oggi non c’è nessun luogo che si possa definire “distante”. In poche ore si arriva dappertutto, anche i deserti e le foreste sono stati esplorati, sulla cima dell’Everest manca poco che mettano un tavolo da picnic. Come raggiungere dunque la fine del mondo? Personalmente faccio così: vado a Zurigo, prendo il tram numero 13 e scendo al capolinea. Frankental. Non so perché questa parola risvegli in me una sensazione di lontananza. In fondo è un quartiere di periferia come tanti. Eppure, c’è qualcosa di remoto, di misterioso. Frankental. Fra i palazzi e le case residenziali appaiono vigneti, pezzi di prato, negozi di alimentari, palestre. Dall’alto si vede la Limmat che scorre maestosamente. Oltre il fiume appaiono cantieri, gru, ciminiere di fabbriche. Sbuffi di fumo bianco salgono verso il cielo. Frankental.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

39) CAPRINO, fra il Sentiero alla Cava e il Vicolo delle Cantine
Coordinate: 2’719’809.3; 1’094’069.0
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… leggere una poesia di Vittorio Sereni.
Il sentiero corre accanto ai moli, alle barche tirate in secco. Il sole si posa di striscio sull’acqua. Supero scalinate, terrazze, vigne, bandiere, finché arrivo a questa panchina che, me ne accorgo subito, ho già visto. Ma quando? Come? Con chi? Lentamente ritrovo i brandelli di un ricordo; ma sono passati anni, il me stesso di allora mi pare un altro. Con quali occhi avrò guardato la baia di Lugano, il monte Brè, il San Salvatore? E quali pensieri urgenti, quali sogni mi occupavano il pensiero? Nel momento in cui credo di riafferrarlo, quell’Andrea remoto mi sfugge, e di lui resta solo un riflesso, un brivido fra l’acqua e le montagne. «Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema / ma pari più non gli era il mio respiro / e non era più un lago ma un attonito / specchio di me una lacuna del cuore» (Vittorio Sereni, “Un ritorno”, in Gli strumenti umani, Einaudi 1965).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

40) BELLINZONA, piazza Indipendenza
Coordinate: 2’722’275.4; 1’116’602.3
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… entrare in contatto con gli alieni.
Sono le quattro del mattino della prima notte di carnevale. Una folla di sopravvissuti sta riparando verso casa. In mezzo alla piazza svetta un’astronave aliena a forma di obelisco, giunta dalle profondità dello spazio. Accasciato di fianco a me, proprio sotto l’insegna del WWF, c’è un grande orso dal pelo nero. Mi accorgo che sta piangendo, con la faccia nascosta tra le zampe. Nella piazza arrivano tre macchine pulitrici… o sono dei robot marziani? La mia panchina è vuota, mentre su quella di fianco sono approdati sei personaggi in cattive condizioni: un frate, un figlio dei fiori, un pollo, un tizio in calzamaglia rosa e altre imprecisate creature. Quando scatto un’istantanea alla mia panchina, una ragazza mi chiede con garbo: «Cazzo ti fotografi?» Mentre mi allontano, a lungo m’insegue la voce del frate. «Torna qui, zio, dai, torna qui… facciamoci un selfie insieme, dai… ehi, zio, facciamoci un selfie!»
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Colonna sonora (30 secondi):

 

41) MÜNCHENSTEIN, sulla Loogstrasse accanto alla chiesa St. Franz Xaver
Coordinate: 2’613’200.8; 1’263’296.6
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… giocare a rimpiattino.
Sono in un villaggio poco lontano da Basilea. Mi siedo sulla panchina un pomeriggio d’inverno. Di fronte a me c’è una scuola. All’improvviso, sento un concerto di voci infantili: risate, strilli, richiami… Eppure non vedo nessuno, com’è possibile? Intuisco che i bambini stanno giocando a rimpiattino nel cortile della scuola, che si trova dall’altra parte dell’edificio. Li ascolto, immaginando le fughe, le rincorse. E come per miracolo, ogni cosa partecipa al gioco: il sole che si nasconde l’albero, i rami dell’albero che inseguono la primavera, la mia infanzia che di colpo si affaccia alla memoria e cancella il tempo. Ho la strana, irragionevole certezza che, se andassi a dare un’occhiata, troverei il me stesso bambino che tenta di nascondersi in un angolo del cortile. Un po’ intimidito, alzerebbe gli occhi e mi chiederebbe: dove sei stato per tutto questo tempo?
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Colonna sonora (30 secondi):

 

42) MADONNA D’ARLA, tra Fiè e il Pian Piret
Coordinate: 2’721’423.3; 1’103’304.7
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… inventare fiabe.
C’era una volta un orco giardiniere. Era molto bravo, ma a causa del suo aspetto terrificante non lo voleva nessuno. Alla fine venne assunto dal diavolo in persona. Il demonio, infatti, possiede un piccolo giardino aspro e scosceso in mezzo alle montagne, nascosto da una serie di picchi taglienti che la gente del posto chiama “Denti della vecchia”. Adesso l’orco lavora lì e ogni tanto, insieme alla gramigna e alla zizzania, coltiva di nascosto qualche tulipano. Un giorno il diavolo lo scopre e si arrabbia, sprizza fuoco e fiamme. «Sono così belli!», balbetta l’orco. «Il mio giardino non è fatto per la bellezza!», ringhia il demonio. Ma il mattino, appena sveglio, quando non c’è nessuno, il diavolo passa come per caso davanti ai tulipani. Li guarda appena, con la coda dell’occhio. E sente risuonare dentro di lui, fievole, lontano, un rintocco di nostalgia.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

43) MILANO, in Largo Corsia dei Servi
Coordinate: 45°27’52” N; 9°11’46” E
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… leggere un autore russo.
«Non era ancora buio, ma qua e là, nelle case si cominciavano ad accendere i lumi […]. Laptèv, seduto su una panca vicino al portone, attendeva che l’ufficio del vespro finisse nella chiesa di San Pietro e Paolo: contava di vedere Jùlija Sergèevna e di parlarle, sperando di passare forse la serata intera con lei.» A pochi passi dal Duomo, la chiesa di San Vito in Pasquirolo (originaria del XII secolo, ricostruita nel XVII) è oggi affidata a una comunità ortodossa russa. Dalla mia panchina, sento il chiacchiericcio dei passanti che si mescola alle salmodie. Fra poco dal portone uscirà Jùlija Sergèevna… e passeggeremo lungo il viale e sarà come essere in campagna. «Si percepiva un sussurrìo di voci femminili, risa soffocate; qualcuno suonava piano, dolcemente, la balalàjka. Vagava nell’aria un odore di tiglio e di fieno» (A. Cechov, Tre anni, traduzione di E. Reggio e M. Shkirmantova).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

44) GIUBIASCO, in viale 1814
Coordinate: 2’721’557.5; 1’115’273.2
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… parcheggiare.
Per immettervi nel parcheggio dovete camminare sul marciapiede e poi svoltare a sinistra, segnalando col braccio il cambio di direzione. Scalate le marce dei muscoli e attraversate lo spiazzo. Dovreste riuscire a sedervi sulla panchina senza fare troppe manovre. Si trova esattamente al centro di uno stallo delimitato da strisce bianche. Posteggiatevi, allungate le gambe, rallentate il battito del motore. Se fa caldo socchiudete anche i fari e, benché la panchina non sia comoda, magari vi appisolerete. Io ci sono stato di domenica, quando il piazzale d’asfalto era deserto e io solo, sotto il sole, stavo seduto sul cemento. Una domanda mi tormentava: che cosa diavolo ci fa una panchina in mezzo allo stallo di un parcheggio? Ma poi ho pensato che era pur sempre una panchina in più. E per combattere il caldo mi sono tolto la giacca… oppure ho abbassato i finestrini? Vai a sapere. In primavera la mia memoria è lenta come un diesel.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

45) CAMORINO, via In Muntagna
Coordinate: 2’721’713.8; 1’113’800.8
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… aspettare la primavera
Questa panchina merita due visite, tra fine febbraio e inizio aprile (il periodo può variare a seconda degli anni). La prima visita rivela un paesaggio spoglio: erba giallastra e alberi secchi, dall’aspetto fragile. Ma osservando il piano di Magadino potete già percepire un rintocco nell’aria, una luce diversa. È come se la natura fosse percorsa da un brivido che in tutte le sue fibre la sveglia, la sommuove, la spinge verso la primavera. Provate allora a sognare il futuro: la lenta crescita delle gemme, l’arrivo del colore verde, sempre più intenso, l’azzurro, i fiori, il canto degli uccelli. Immaginate tutto ciò e serbatelo nel cuore, poi aspettate qualche settimana. Quando nello splendore di aprile tornerete alla panchina, resterete sorpresi. La primavera, come un grande artista, avrà superato la vostra immaginazione, dipingendo un paesaggio luminoso, colmo di fantasia e di speranza.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Grazie a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie a Yari (Frankental), Eloisa (Münchenstein, Bellinzona), Gioele Z. (Madonna d’Arla), Gioele J. (Camorino).
Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30 e qui da 31 a 37. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPS: Alcune lettrici e lettori, che mi hanno scritto in privato, si aspettavano una panchina da Locarno e una da Firenze. Le ho posticipate per ragioni tecniche, ma arriveranno nelle prossime settimane.

 

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Panchinario 31-37

Se potessi costruire una macchina del tempo, la farei a forma di panchina.
Le cose dovrebbero andare più o meno in questo modo. È un mattino di sole. La panchina sembra una panchina come le altre. Io mi siedo tranquillo, con un giornale e un caffè. Mi distendo contro lo schienale, allungo le gambe. La macchina è programmata per avviarsi in questo preciso istante: avverto un ronzio, poi un suono di risucchio… e di colpo sono fuori. Sono uscito dalla catena delle cause e degli effetti. Intorno, il mondo continua a scorrere, anzi, aumenta la velocità, divora i minuti e gli anni e i secoli in maniera accelerata. (È una macchina del tempo con il pulsante fast forward). In poco tempo, tutto mi pare nuovo: le facce, gli abiti, i mezzi di trasporto. La panchina è il punto immobile intorno a cui si compone la molteplicità dell’universo. Strade, palazzi, guerre, baci, temporali, sfilate, alberi, cemento, proteste, comete, motori, sangue, turisti, elettricità, preghiere, vento, feste, lacrime, fuochi d’artificio e inondazioni.
In verità, non c’è bisogno di costruire niente. Ogni panchina è già una macchina del tempo. Lo dimostrano le fotografie che corredano queste parole, scattate da Adolfo Tomasini qualche mese fa durante un’esondazione del lago Maggiore. Basta poco perché, intorno a una panchina, il mondo metta un’altra maschera. Allora, seduti in mezzo al lago, ascolteremo il canto degli uccelli e il mormorio dell’acqua.

 

Ringrazio Adolfo per le fotografie e per l’audio. La panchina si trova nei giardini Jean Arp, presso il lungolago Giuseppe Motta di Locarno (coordinate: 2’705’467.3; 1’113’559.0).

Un’altra panchina che fa viaggiare nel tempo è quella che Massimo Anile mi ha gentilmente inviato affinché la condividessi con le lettrici e i lettori del blog.
Eccomi qui. Ho raggiunto la panchina che si affaccia sulla valle e mi son seduto a prender fiato. Le tempie pulsano e sono sudato, ma basta volgere lo sguardo al panorama per dimenticare la fatica. Quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che ho appoggiato i miei lombi su questi legni scoloriti? E dalla prima? La vita è un canale di neve ghiacciata e non c’è picca che tenga per rallentare la corsa. Venti anni fa ci venivo coi miei figli, era una meta molto gettonata nelle mezze giornate libere che rubavo al lavoro. (Qui il racconto completo su Facebook).

Di sosta in sosta, il “panchinario” si arricchisce. Trovate qui sotto le panchine 31-37. Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 6 a 11, qui da 11 a 17, qui da 18 a 23 e qui da 24 a 30. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

31) POSCHIAVO, all’angolo fra la strada San Bartolomeo e la via da Clalt
Coordinate: 2’716’482.1; 1’101’034.0
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… fare il verso della rana.
Avete mai provato il desiderio di imitare il verso della rana? A me è successo a Poschiavo una domenica mattina d’inverno. Il villaggio era ancora umido di brina. Alle mie spalle, il bisbiglio del fiume; di fronte, la Cà da Cumün, il palazzo comunale. Più vicina, al centro di un’aiuola, la vasca di una fontana spenta. Proprio sul bordo della vasca c’era una piccola rana con la bocca spalancata. È stato il silenzio della raganella di pietra, probabilmente, a trasmettermi il bisogno di gracidare. Avrei potuto emettere un suono intriso di cultura classica, come il coro delle rane evocato dal poeta Euripide nel 405 a. C.: «Brekekex coax coax, brekekex coax coax!» Ma non ero sicuro che la mia piccola rana sapesse il greco antico. Così, nel silenzio mattutino, mi sono limitato a esclamare: «Cra!» Poi mi sono guardato intorno. Non si vedeva nessuno. «Cra!» ho ripetuto. «Cra!»
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

32) BRISSAGO, accanto alla chiesa della Madonna di Ponte
Coordinate: 2’697’936.3; 1’107’502.8
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… cominciare una storia.
La chiesa rinascimentale sorge una ventina di metri sopra la sponda del lago. Nel portico riposa il corpo del compositore Ruggero Leoncavallo (1857–1919). La sua opera Pagliacci (1892) è ispirata a un omicidio avvenuto nel 1865: gli assassini furono condannati proprio dal padre di Ruggero, che era magistrato in un comune calabrese. Mi siedo sulla panchina e penso fuggevolmente alla furia, al sangue, alle lacrime. Come sembrano distanti dalla pace di questo pomeriggio d’inverno. Il cielo terso, il lago luminoso, il profilo nitido delle montagne… ho la sensazione che il paesaggio stia trattenendo il fiato, in attesa del buio. Sembra che niente di grave sia mai accaduto e che niente mai accadrà. Eppure è proprio da questa calma, da questi momenti di contemplazione che nascono le storie, con i loro colpi di scena, i conflitti, la tensione narrativa, il turbinío delle emozioni.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

33) CAPRIASCA, davanti alla Capanna Monte Bar
Coordinate: 2’721’788.3; 1’106’603.0
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… leggere Tolkien.
Sedetevi a riposare dopo aver raggiunto la capanna da Corticiasca, da Roveredo o da Gola di Lago, a piedi o in mountain bike. Siete a 1600 metri di quota. Rilassatevi. Le palpebre si abbassano… state per appisolarvi… ma qualcuno accanto a voi comincia a parlare. Socchiudete gli occhi e notate due individui. Uno, molto basso, sembra descrivere il paesaggio. «È lì che si scindono le Montagne Nebbiose, e fra le loro braccia si estende la profonda valle ombrosa che non possiamo obliare: Azanulbizar, la Valle dei Rivi Tenebrosi, che gli Elfi chiamano Nanduhirion». L’altro, un uomo anziano alto, con una barba grigia, gli risponde con voce grave. «È alla Valle dei Rivi Tenebrosi che ci stiamo recando. Se valichiamo il passo detto Cancello Cornorosso, sul fianco remoto di Caradhras, giungeremo giù per la Scala dei Rivi Tenebrosi sin nella profonda valle dei Nani». (J. R. R. Tolkien, Il Signore degli anelli, Bompiani 2004).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

34) CREMONA, nei giardini di piazza Roma
Coordinate: 45°8’6″ N; 10°1’24” E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… recitare una filastrocca.
Nei giardini pubblici c’è qualcosa che resiste al passare del tempo, come se presente e passato si scambiassero una stretta di mano. Il cielo si fa grigio. Fra poco sarà buio. Ma intanto, dietro una fila di case, scorgo la cima del Torrazzo. Passano bambini, giovani coppie, una donna con un cagnolino. Proprio da Cremona il mio bisnonno Benvenuto Fazioli emigrò a Zurigo e poi in Ticino. Penso che anche lui forse avrà visto il Torrazzo da questa prospettiva. Mormoro un’antica filastrocca in dialetto cremonese. La storia de l’òoca l’è bèla ma l’è poca. Vóot che te la cüünti? Te la cüntaròo: la storia de l’òoca l’è bèla ma l’è poca… È di quelle cantilene che si ripetono senza fine, senza passato né futuro, come accade talvolta le sere d’inverno nei giardini pubblici. La storia de l’òoca l’è bèla ma l’è poca. Vóot che te la cüünti? Te la cüntaròo: la storia de l’òoca l’è bèla ma l’è poca. Vóot che te la cüünti? Te la cüntaròo…
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Colonna sonora (30 secondi):

 

 35) SAN BERNARDINO, sulla via pedonale che costeggia la Moesa
Coordinate: 2’734’699.0; 1’147’033.8
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… leggere Philippe Jaccottet.
Come uscire dal mondo? Le cose mi costringono, mi soffocano. Nel pensiero non si aprono radure, non conosco spazi liberi dall’ombra minacciosa dei rami. Un possibile rimedio: sedermi in pieno inverno davanti a un fiume mezzo ghiacciato, aspettando che la neve annulli tutto ciò che non sia respiro, battito di palpebre, sangue che pulsa nelle vene. «Adesso su tutto questo / vorrei che scendesse la neve, lentamente, / posandosi sopra le cose lungo il giorno / – la neve che parla sempre a bassa voce – / e che facesse in modo che il sonno dei grani / fosse, così protetto, più paziente.» Forse allora un canto sommesso m’invaderà la mente, smussando, levigando, lasciando che l’ingombro dell’io si celi nella «lenta / caduta dei cristalli umidi». (Philippe Jaccottet, Alla luce d’inverno. Pensieri sotto le nuvole, trad. di Fabio Pusterla, Marcos y Marcos 1997.)
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Colonna sonora (30 secondi):

 

36) LINDAU, nella Hafenplatz, davanti all’hotel Bayerischer Hof
Coordinate: 47°32’38” N; 9°40’57” E
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… rallentare i battiti del cuore.
Tutto comincia a rallentare, impercettibilmente, appena scendo dall’automobile. All’inizio non me ne accorgo. Mi avvio lungo la strada che costeggia il porto. Intorno a me vedo gabbiani – ma come volano adagio! – famiglie tranquille con bambini silenziosi, coppie di anziani che passeggiano al sole con grandi occhiali scuri, senza fretta, senza nessuna fretta. Mi siedo. Appoggio le mani sulle ginocchia. L’acqua è azzurra, immobile. In lontananza si sfaldano città di nuvole. All’ingresso del porto, in muto dialogo, stanno un leone di pietra (a sinistra) e un faro che segna l’ora (a destra). Oltre il varco, il lago di Costanza dorme nel pomeriggio. Una ragazza si appoggia alla ringhiera e scatta una fotografia. Poi si allontana. Ci ripensa. Torna indietro e ne scatta un’altra. Lentamente, la lancetta sull’orologio del faro si sposta avanti. È passato un altro minuto.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

37) RIVERA, in via Monte Ceneri
Coordinate: 2’713’814.4; 1’110’477.1
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… scherzare con un santo.
È un giorno freddo. La panchina si trova proprio alle spalle del monumento a san Carlo Borromeo, che transitò di qui nel 1577. Poco più in là parte la strada per l’Oratorio di San Nicolao della Flüele, detto anche il “Santuario dei ciclisti” (vi si trovano le effigi dei due storici corridori Hugo Koblet e Ferdi Kübler). Oggi però non passano ciclisti; la fontana è spenta; non c’è nessuno. Eppure, mi sembra di sentire uno starnuto. Mi guardo intorno. Provo a dire: «Salute!» Silenzio. Penso: mah, dev’essere stato il vento. Tuttavia, dopo qualche secondo, ecco il suono di uno che si schiarisce la voce. E una parola: «Grazie». «Ehm… – dico io. – Come va?». «Come vuoi che vada, figliolo? Aspetto la primavera…». Mi alzo, giro intorno alla statua e sollevo gli occhi. Si sa che san Carlo è sempre raffigurato con un naso imponente… ma questo mi sembra perfino gonfio. Vuoi vedere che anche i santi di pietra pigliano il raffreddore?
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Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Grazie a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie a Gioele (Capriasca).
Potete leggere qui le prime quattro panchine, quile panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 alla 23 e qui da 24 a 30. In generale, nella categoria Panchinario(in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

 

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Capolinea Frankental

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

La piazza chiama. Noi rispondiamo.
Che non sia un giorno come gli altri appare subito evidente.
Per cominciare, siamo entrambi in anticipo di mezz’ora: alla stazione di Zurigo, senza dire nulla, ci troviamo in quello che è ormai diventato l’unico posto possibile (per incontrarsi). Il cielo, poi, è di un blu troppo intenso per non nascondere qualcosa. Percorriamo rapidamente la distanza che ci separa da Paradeplatz, seguendo la scia di cavi a penzoloni che di notte rendono magica – si dice – la Bahnhofstrasse, illuminando la via con una pioggia di stelle. Di giorno invece le luci spente esaltano l’assenza di colori. Giacche, loden, mantelli oscillano fra il nero e il grigio. Le facce dei passanti appaiono pallide, affaticate, mentre il freddo punge la pelle. I raggi del sole, che pure ci sono, sembrano il ricordo ostentato di un lontano torpore, un po’ come quando davanti a una palazzina si sente dire «qui una volta c’era un prato, c’erano i fiori, ci venivo a giocare».
All’inizio, appena giunti a Paradeplatz, non ci accorgiamo di niente. Poi, dopo qualche secondo, ci rendiamo conto di essere circondati. Intorno a noi è schierato un esercito nemico: un corpo di fanteria composto da appuntiti alberi di Natale ci sta prendendo di mira dai tetti dei palazzi, dalle vetrine, dagli angoli delle strade. Cerchiamo rocambolescamente riparo nel Lichthof, il cortile interno dell’edificio che ospita la Crédit Suisse, ma cadiamo in un agguato.
Gli alberi, tutti identici nella loro agghiacciante opulenza, sono disposti in una sinistra simmetria tra il colonnato marmoreo e le vetrine delle boutiques. Cresce l’inquietudine. Davanti ai nostri occhi, nel centro del centro di questa sorta di chiostro, la fontana è diventata un altare in attesa del sacrificio e del sangue. Ripariamo all’esterno dove, istintivamente, proviamo a difenderci nell’unico modo che conosciamo: prendiamo i nostri taccuini, afferriamo la penna con le dita rigide e cerchiamo apparizioni.
L’attesa dura poco. Tempo di sedersi ed ecco un Uomo Senza Macchia, vestito completamente di bianco. Un imbianchino in pausa pranzo? Un arcangelo che con questo freddo preferisce viaggiare in tram? L’assoluto candore dei suoi abiti è una risposta alla monotonia cromatica, agli sguardi smorzati, all’austera cortesia dei passanti. Poco dopo, nel gelo della piazza, ad attirare la nostra attenzione sono i capelli grigi dolcemente ondulati di un’anziana ed elegante signora, che si avvicina leggiadra alla fontanella. I pochi gesti che seguono sono tra i più antichi nella storia dell’umanità: una donna si avvicina a una fonte, si china, accosta le labbra all’acqua, beve. A confermare questo sussulto di vitalità, da un tram sbarca una scolaresca. Un nugolo di bambini circonda la nostra panchina. Come sempre, sono fra i pochi avventori che sostengono il nostro sguardo senza imbarazzo, osservano i taccuini, si siedono accanto a noi spontaneamente, evitando la più svizzera e improbabile delle domande: isch da no frei, è ancora libero qui? Presto si accendono risate, parole squillanti e ancora, all’improvviso, una canzone.

Forse pungolati dalla maestra, fatto sta che i bambini cantano. Intorno continuano a muoversi le signore impellicciate, gli uomini d’affari, i vecchi dallo sguardo perduto. Qualcuno accenna un mezzo sorriso, la maggior parte lancia un’occhiata rapida e tira diritto, verso il prossimo appuntamento.
Dopo tanti mesi, oggi troviamo la parola per definire questo luogo. Non è una parola nuova, l’abbiamo già menzionata più volte nelle nostre conversazioni e diversi suoi sinonimi hanno già trovato spazio nei nostri testi. Eppure solo oggi la sentiamo emergere definitiva: Paradeplatz è e rimane uno svincolo. Un posto da cui si deve transitare per raggiungere una destinazione. Non sarà mai una di quelle piazze dove la gente sosta, perde (cioè guadagna) tempo, avvia conversazioni. Di qui si continua a passare in fretta, con il pensiero rivolto altrove. È proprio questo, paradossalmente, che rende possibile una mescolanza sociale vertiginosa, difficile da ritrovare in altri luoghi di assembramento. Esistono piazze frequentate dai giovani, altre dai pensionati, alcune predilette dai turisti, altre dai lavoratori. Qui invece gli estremi si sfiorano con naturalezza. Da una limousine tirata a lucido scende un individuo sicuro di sé, dallo sguardo sfacciatamente determinato. Mastica una gomma sbattendo la bocca, con un gesto che mette in evidenza i muscoli della mascella. A pochi metri da lui c’è uno sfaccendato con un abito troppo leggero: finisce di fumare, getta il mozzicone per terra e si avvia come uno che non sa dove andare. Nella mano tiene un enorme pacco di patatine chips. Arriva una guida turistica con il suo gruppo di seguaci. Mentre snocciola dettagli sulla piazza, si affretta a precisare: hier ist das Geld, è qui che stanno i soldi. Intanto un mendicante gira intorno alla pensilina, augurando buon Natale e chiedendo spiccioli per un caffè.

Certo, avere attraversato questa piazza lungo il naturale e ciclico incedere delle stagioni ci rende sensibili alle impressioni nostalgiche. Sicuramente anche qui, prima della colata d’asfalto, «una volta c’era un prato». Come non tornare con la memoria ai piccoli segnali di vita vissuta, che abbiamo tentato di raccontare ogni mese per iscritto?
I dodici testi riflettono dodici frammenti di tempo strappati alla nostra quotidianità. Abbiamo cancellato appuntamenti e rinviato faccende da sbrigare. Ci siamo fermati. Ci siamo seduti ogni mese per un paio d’ore in mezzo al viavai… Non solo quello dei passanti, ma anche quello dei nostri pensieri, delle preoccupazioni, delle malinconie. Ci sono stati mesi in cui eravamo stanchi morti, altri in cui uno di noi era triste, altri ancora in cui il gesto assurdo di venire a Paradeplatz sembrava dare un senso a tutto il resto. Eravamo qui un giorno umido di gennaio, abbiamo visto i primi cenni della primavera, l’afa dei mesi estivi, abbiamo superato l’autunno per approdare a questo giorno di metà dicembre.
Come non cedere al sentimentalismo? Un modo ci sarebbe: nominare tutte le cose di cui non abbiamo parlato in questi dodici mesi. Per esempio la statua di Alfred Escher, all’uscita della stazione di Zurigo: «seguite il mio sguardo e la troverete, la vostra piazza», ci ha detto la prima volta. Ma ancora la bottega di tabacco sul lato sud di Paradeplatz, l’ufficio dei trasporti pubblici, il negozio della Lindt & Sprüngli (dove stavolta ci siamo bevuti un caffè liscio). E proprio di fronte alle vetrine colme di graziose scatole di cioccolatini (a prezzi meno graziosi), la scultura di Silvio Mattioli che esplode e si sfilaccia a mezz’aria, trattenuta solo da una goccia d’acqua che scende implacabile da una sporgenza, a formare una minuscola pozzanghera.

Poi le telefonate, le frasi colte al volo e smarrite, i personaggi passati in un lampo, i capolinea dei tram che non abbiamo mai raggiunto. Vorremmo pronunciare una parola ufficiale di commiato, compiere un memorabile gesto di addio, ma siamo pervasi da una strana sensazione d’incompiutezza. Allora, come abbiamo fatto mese dopo mese, leggiamo una poesia.

Oh rompere gli indugi
Partire partire
Io non sono fra coloro che restano
La casa il giardino tanto amati
Non sono mai dietro ma davanti
Nella splendida bruma
Sconosciuta

Questi pochi versi di Anne Perrier sono un segnale. Ripensando ai tram che non abbiamo preso e ai luoghi che non abbiamo raggiunto, un toponimo si stacca dagli altri e si accende di luce propria: Frankental. Non è un capolinea come gli altri; è quello che per primo, in gennaio, ci ha suggerito una mai sopita volontà di fuga. L’attrazione dell’ignoto. Frankental è la nostra promessa, il nostro capolinea. Da un anno ci sta chiamando, ed è per lui che ci rimane una sola cosa da fare: andarcene. Perché Paradeplatz è e rimane uno svincolo. Non siamo noi a fare eccezione: ci siamo fermati dodici volte, è vero, ma solo per ripartire. Quando il tram numero 13 si ferma incrociamo gli sguardi, infiliamo i taccuini negli zaini e siamo i primi a salire. Dietro, vicino alla fontanella, la Heilsarmee – Suppe für alle! recita un volantino – si sta preparando per un concertino natalizio, trombe e tromboni escono dalle loro custodie, ma non sentiamo nulla, le porte si stanno chiudendo, ora sono chiuse, il tram si muove, prende velocità… Anche il concertino è da rubricare nelle cose di cui non abbiamo parlato.
Chi siamo noi? Due persone che si danno appuntamento ogni mese in una piazza lontano da casa. Ma non abbiamo niente di meglio da fare? A cosa serve correre sui treni per raggiungere un luogo dove poi non facciamo niente? Chi continua a nutrire queste più che pertinenti perplessità, avrà ora nuovi materiali di (psic)analisi: se fino a oggi i nostri incontri sono apparsi assurdi, cosa dire di questo ultimo viaggio? Due persone adulte salgono sul tram numero 13 diretto a Frankental con l’unico scopo di andare a Frankental. Nient’altro che il desiderio di essere lì. Non abbiamo appuntamenti, non abbiamo impegni, non abbiamo motivi validi e spendibili nella vita di tutti i giorni. Vogliamo solo partire, guardare davanti a noi nella splendida bruma /sconosciuta.
Sotto i nostri piedi sentiamo i binari, ogni movimento ha il suo rumore e il suo segreto. Dal finestrino scorgiamo muri con graffiti, cavalcavia, strade vuote e poi sempre più verde: siepi, alberi, pezzi di prato. Attraversiamo quartieri di villette discrete, dove Zurigo si traveste da villaggio. Superiamo supermercati e palazzi. Alla fine, giungiamo a destinazione. Il tram si ferma. Da dietro le porte ancora chiuse scorgiamo una vigna, un fumo che sale in lontananza. La stazione del tram è un edificio rotondo, un disco volante atterrato per sbaglio nel cuore della Svizzera. Siamo arrivati. Siamo qui. Siamo a Frankental.

Eccolo il nostro capolinea. Basta un occhiata e cominciamo a capire. Sorridiamo con una leggerezza diversa, una spontaneità che nel frattempo avevamo dimenticato. Non c’è spazio per i dubbi, questa volta.
Frankental è la fine e l’inizio.

[YB+AF]

PS: La poesia della scrittrice losannese Anne Perrier (1922-2017) è tratta dalla raccolta La voie nomade (1982-86), in La voie nomade et autres poèmes. Œuvres complètes 1952-2007, L’Éscampette Éditions 2008. La traduzione è di Andrea.PPS: Lo spirito natalizio di Paradeplatz ci ha chiesto di trasmettere a tutti i lettori – chi ci ha accompagnato negli ultimi mesi e chi invece ha appena scoperto l’esistenza di questo blog, magari cominciando proprio da questo PS – un augurio di buon Natale. È la prima volta che ci viene chiesto di fare da intermediari, ma come rifiutare?

PPPPS: Per chi volesse aiutare l’immaginazione con i suoni, ecco ciò che si sentiva nei dintorni della guida turistica e dei suoi seguaci.

 

PPPPS: Questa è l’ultima puntata della serie. Se cercate le altre, eccole qui. Siamo stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglioagostosettembreottobre e novembre.

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