Z

IMG_9567La casa è molto vecchia, con i muri di colore ocra e le imposte verdi. Dietro, comincia subito la montagna. Fra i cespugli e le rocce, una baracca che alloggia cinque grossi conigli. In alto, dove il pendio è più scosceso, la terra è umida: sotto il suolo si nasconde una sorgente. L’operaio portoghese che alleva i conigli sta lavorando per riportarla alla luce. È probabile che all’inizio del Novecento la fonte scorresse fino alla vasca di una fontana presso la casa. Ancora oggi nel quartiere si dice che fosse un’acqua fresca e buonissima, tanto che da lontano venivano al numero 14 di via Nocca, a Ravecchia, per riempire otri e bottiglie.
IMG_9569Il portoghese ogni tanto si arrampica sul pendio e appoggia delle assi contro il terreno, per evitare che la montagna frani sul pollaio. Qualche settimana fa, fermandosi un momento a riposare, ha notato qualcosa di strano in una lastra di pietra. Si è avvicinato e, osservando meglio, ha scoperto che qualcuno aveva inciso una parola. Mettendo il dito nei solchi è riuscito a leggere. Era un nome: FAZIOLI, scritto con la Z al contrario.
IMG_9575Il portoghese, incuriosito, ne ha parlato con il proprietario della casa. Questi si è ricordato che, più o meno cento anni fa, in quella casa viveva il mio bisnonno Benvenuto Fazioli con la sua famiglia. Ho già scritto di lui qui sul blog, raccontando come a quindici anni sia partito da Cremona, balzando su un treno in cerca di avventura. Per un po’ visse a Zurigo, poi si trasferì nel Canton Ticino. Mio nonno Luigi nacque a Bellinzona, proprio in via Nocca, e abitò al numero 14 fino all’adolescenza.
IMG_9563La casa è sempre la stessa, costruita a ridosso della roccia. Le cantine profonde e silenziose si addentrano nella montagna. Muovendo un passo nell’oscurità, ho l’impressione di venire accolto nella caverna senza tempo dove giacciono le cose che sono passate e quelle che devono ancora venire. Le pareti si perdono nel buio. Si percepisce che poco distante, nel cuore della terra, sgorga la sorgente, la stessa sorgente che ancora dipinge di verde l’erba e gli alberi e le montagne. La stessa che ogni anno accoglie la primavera. La sorgente che attraverso segni impercettibili suscita la trasformazione del mondo.
IMG_9571Anche il mio bisnonno, o uno dei suoi figli, volle lasciare un segno. La Z al contrario fa pensare che a scrivere sia stato un ragazzino, oppure un adulto non pratico di ortografia. Anch’io, forse perché sono mancino, ho passato anni a rovesciare la Z. Talvolta mi prende ancora la tentazione di partire da destra e scivolare verso sinistra, per poi scendere in diagonale e scivolare di nuovo a sinistra. Se ci penso, per me la zeta non è mai stata una consonante facile. Non lo è nemmeno oggi. La digito sulla tastiera del computer: Z. Sembra inoffensiva. Semplice. Perfino banale, con quegli angoli acuti e quella vibrazione sonora: Z Z Z. Ma dentro di me, la vivo al rovescio. Così:       .
IMG_9573Cento anni fa, vicino al canale con l’acqua fresca, quel lastrone di pietra sembrava un luogo propizio. Il mio antenato si avvicinò e con lo scalpello incise il suo nome. Poi, giorno dopo giorno, continuò a vivere secondo il ritmo inesorabile che pare fermo e che ti porta via: lavoro, riposo, disgrazie, gioia, domande, il profilo delle montagne, lo zoccolio dei cavalli, l’intreccio di voci al mercato, il fischio dei treni, il ronzio delle macchine all’officina, le voci dei figli sempre più spesse, poi le voci sottili dei nipoti, poi di nuovo l’estate, l’autunno, l’inverno, la primavera, fino al silenzio. Si sarà dimenticato del cognome inciso nel sasso? Qualcuno gli avrà detto della Z al contrario? Al momento di scomparire avrà pensato al fruscio della sorgente nelle notti estive, al rombo dei temporali, alla rugiada, al ghiaccio abbagliante delle mattine di gennaio? E prima di chiudere gli occhi, si sarà chiesto perché c’è qualcosa invece di niente?
IMG_9566Passano i decenni e nel quartiere abitano ancora dei Fazioli. Qualcuno è riuscito a raddrizzare la Z, qualcuno – come me – tende ancora al rovescio. La fontana è sempre lì, così come la sorgente, acquattata nel sottosuolo. Gli attuali Fazioli del quartiere, dai settanta ai cinque anni, non sono troppo diversi da Benvenuto, Ernesto, Albina, Luigi, Bruno, Rina (chiunque fra loro abbia inciso il nome nella pietra). Anche noi viviamo i giorni come novità e come ripetizione, anche noi percepiamo il fluire delle cose. Il tempo misurato con gli iPhone è sempre lo stesso che ticchettava dentro la pendola del salotto buono, dove si entrava in punta di piedi due o tre volte l’anno.
IMG_1222Tutto ciò che rimane, di quel Fazioli che incise il nome sulla pietra, è proprio il nome scalpellato (più qualche manciata di polvere giù al cimitero). Per anni e anni la scritta si confuse tra i sassi e i cespugli, si consumò, scomparve, venne quasi inghiottita dalla montagna. Poi arrivò un uomo dal Portogallo, apparvero i conigli, ed ecco che oggi quel nome torna a comunicare. Che cosa significa? Chissà. È mai possibile trovare il significato ultimo di un testo, di qualsiasi testo? Forse era un modo per dire “esisto”, o “abito qui”, oppure “ho scavato questo canale” o magari “pensate a me, quando passate da queste parti”, o anche “eccomi”, “sono vivo”, “sono innamorato”, “mi sto annoiando”, “mi piace quest’acqua fresca”, “chi sono io?”. È una voce che arriva dal passato, ed è più efficace di una macchina del tempo. Probabilmente il segno vuol dire nello stesso tempo tutte queste cose, e altre ancora.
IMG_9562Per questo la creatività è un gesto pericoloso. Quando si lascia un segno, di qualunque tipo, esso può resistere alla consunzione e all’oblio. Scrivere è un atto che implica responsabilità: quando tutto sembra avvolto nella penombra, le nostre parole appaiono nella mente di un’altra persona, distante nello spazio o nel tempo, e portano con loro domande, segrete ribellioni, paesaggi, la promessa di un’azione. Le parole scavalcano la mente, percuotono i sensi e s’infilano nell’anima, dove trovano un rifugio per maturare lentamente, come il vino nella cantina di roccia. Le parole diventano parte di noi e ci aiutano a ridere, a piangere, a resistere. A vivere, insomma; ad affrontare i giorni in cui la Z si presenta inesorabilmente diritta e a capire il mistero dei giorni in cui ci mostra una faccia che non comprendiamo. Una faccia assurda? Misteriosa? Spero di avere ancora un po’ di tempo per riflettere su tutto questo.

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PS: A un certo punto, sopra, avrei voluto scrivere una zeta al rovescio. Ma ciò che la natura mi consente di fare con facilità, la tecnologia mi sottrae. Sembra incredibile: con questo mio computer non è possibile scrivere una zeta alternativa! Forse chi ha creato il programma di scrittura la giudicava inutile? Eppure, non escluderei con tanta sicumera che nella vita non possa giungere un momento in cui si riveli opportuno (o perfino decisivo) esprimere – magari via mail – una bella Z maiuscola maestosamente rovesciata. Be’, comunque ho lasciato uno spazio vuoto. Usate pure la vostra immaginazione: createvi una zeta e poi, quando meno se l’aspetta, capovolgetela.

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PPS: Grazie a Fabio Casagrande, che mi ha fatto da guida lungo il viaggio nel tempo e che mi ha offerto una bottiglia del suo vino per aiutare la memoria. È stato lui a procurarmi anche l’immagine qui sopra: è una copia dal vero di autore sconosciuto, che raffigura la casa (con la fontana e il pendio) proprio all’epoca dell’incisione.

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Il citofono di Cremona

Immaginate di avere quindici anni, nel milleottocentonovanta. È un giorno di primavera, ma dalla pianura vengono ondate di caldo che annunciano l’estate. Il sole, a picco sopra la stazione, taglia ombre nette, precise, come disegnate da un geometra. Indossate il vostro abito più bello: i calzoni che furono di un vostro fratello maggiore, la giacchetta di fustagno già appartenuta a tre o quattro fratelli e un berretto con la visiera che avete preso a vostro padre. Di certo non si offenderà. E comunque, presto tutto sarà lontano: il sole, la stazione, quel cielo immenso e l’odore dei campi ai bordi della città.
IMG_0089La lontananza. È qualcosa che vi spaventa? O che al contrario vi dà un brivido di piacere? Lasciarsi alle spalle tutto e prendere il treno verso nord. Attraversare le Alpi. Arrivare in una città straniera, grande almeno tre volte Cremona, piena di gente sconosciuta. Ma vi hanno detto che a Zurigo abitano migliaia di italiani: qualcuno con cui parlare lo troverete. Fra poco arriva il treno. Portate la valigia nel fabbricato passeggeri. Intorno a voi, tutto è famigliare: un agrario con il panciotto, un prete che legge il “Messaggere”, una madre che trascina due bambini. Sapete il nome e il cognome del capostazione, avete frequentato i suoi figli. Presto invece, dentro quell’altra stazione su a nord, sarà tutto nuovo.
Dev’essere andata più o meno così quando il mio bisnonno, Benvenuto Fazioli, partì da Cremona e se ne andò in Svizzera. Prima lavorò a Zurigo, poi nel Canton Ticino. Conobbe una donna ticinese e, dopo anni, tornò a Cremona a prendere i documenti necessari per il matrimonio. Appena scese dal treno, sulla piazza della stazione, un uomo si avvicinò, e cominciò a sbirciarlo, poi a osservarlo sempre più da vicino. Infine osò rivolgergli la parola. «Ma tu… ma sei Benvenuto?» Il mio bisnonno fece segno di sì, e l’altro esclamò: «Sono tuo zio!»
FullSizeRender-3 copia 2La lontananza. Quella degli emigranti che partivano per davvero, prima dei telefoni (figuriamoci skype e i social network), quella di un ragazzo amante dell’avventura che balza su un treno e si lascia indietro la sua infanzia. Ma anche la mia lontananza, nel tempo e nello spazio.
Qualche giorno fa sono tornato a Cremona, per la prima volta da quando ero bambino. Ho presentato L’arte del fallimento all’Osteria del Fico, con lo scrittore Marco Ghizzoni e il libraio Mario Feraboli. La serata è stata speciale per l’ottima accoglienza, per le parole e i pensieri di Marco e Mario, per qualche incontro prezioso. Dopo il momento ufficiale, ho avuto l’occasione – fumando la pipa e facendo due chiacchiere davanti a un bicchiere di grappa – di fare un tuffo nella piccola cronaca cremonese, con le sue storie e i suoi personaggi. Il mattino successivo mi è capitato poi di bere un caffè con un lettore fedele che, al contrario di Benvenuto, dalla Svizzera è emigrato a Cremona.
Di solito a questi incontri vado solo, o qualche volta con mia moglie. Stavolta invece ero con mio padre: quando ha saputo che avrei presentato il libro a Cremona, ha voluto accompagnarmi. Un normale viaggio di lavoro si è trasformato così in una ricognizione memoriale: un padre e un figlio sulle tracce del passato, in una sorta di piccola ricerca del tempo perduto in chiave elvetico-lombarda…
FullSizeRender-3Mio padre ha passato lunghi periodi della sua infanzia a Cremona, ma pure io ho qualche ricordo. Si può appartenere a un luogo che non si conosce? Mi vengono in mente i versi di una poesia: anch’io, senza saperlo, sono figlio / di questa terra. Quello che ho sentito è un nodo passeggero che è nostalgia, / ma di seconda mano. Ha contribuito il cielo della Bassa, che al momento del nostro arrivo si è incendiato di rosso dietro una cortina grigia, lasciando intravedere cattedrali di nuvole dorate. Più tardi, la prima esplorazione del centro: con i dettagli avvolti nell’oscurità, le case e i muri avrebbero potuto essere gli stessi di venti o di cinquanta anni prima. Era soltanto un’impressione, certo, ma quella sospensione temporale mi ha aiutato a entrare nel paesaggio.
Abbiamo rivisto i parenti di Cremona. Con l’aiuto dei ricordi e delle fotografie (e di un buon bicchiere di Franciacorta), abbiamo riannodato fili e richiamato alla mente persone scomparse. Scomparse? Forse semplicemente emigrate, anche loro come Benvenuto, forse più vicine di quanto immaginiamo. Presto o tardi, sul piazzale di qualche stazione più che remota, ci capiterà di rivederli. Chissà se li riconosceremo subito?
Copia di FullSizeRender-3Il passato a volte gioca a essere presente. In via dei Mille c’è un cortile che avevo visto da bambino; i parenti che abitavano lì sono morti da anni, ma la casa è sempre uguale. Non solo: avvicinandomi alla porta, ho scoperto che resiste ancora il vecchio citofono, ormai un po’ arrugginito, con il cognome “Fazioli” ben visibile. È assurdo, lo so. Non  c’è nessuna logica. Ma vi confesso che ho avuto la tentazione di suonare. E se mi avesse risposto una voce dal passato? Se il citofono fosse una sorta di macchina del tempo? Se in quel punto – nel banale portone di una cittadina tranquilla dove sembra sempre domenica – si nascondesse una misteriosa via d’accesso alla realtà invisibile?
Ecco, lo sapevo. Anche nei percorsi memoriali, la mia parte romanzesca mi prende sempre la mano. Che ci volete fare? È una deformazione professionale…
(Però quel campanello, quando passo di nuovo da Cremona, proverò a suonarlo. Non si sa mai).

PS: I versi citati sono presi da “Conosci il mare”, di Yari Bernasconi. L’autore parla di un ritorno, con il mare e il sale che corrode, / che scava nelle piccole esistenze. La lirica si trova nella raccolta Nuovi giorni di polvere (Casagrande 2015). Potete leggere qui il testo completo.

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