Non importa dove

CARTOLINE (MARZO)

“Cartoline” (#cartoline2020) è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli.

CARTOLINA NUMERO 9
Da Parigi, Francia
Un bar, un palazzo in periferia, un ponte sulla Senna, l’angolo di una piazza, un parco, un take-away… Non importa dove: Parigi offre sempre un punto di fuga, un aldilà. Scendendo da Montmartre ci fermiamo per scriverti questa cartolina, appoggiati a un muretto. All’inizio non ce ne accorgiamo, sentiamo solo un fruscio, un respiro interrotto. Poi voltiamo lo sguardo ed eccolo, sta uscendo da un muro. Noi sobbalziamo. L’uomo sbuca fuori, letteralmente, da un solido muro di pietra. Ben vestito, sulla quarantina. Si rivolge a noi con gentilezza e si presenta come Dutilleul. Gli chiediamo qualche spiegazione, ma lui – come se tutto fosse normale – alza le spalle. Forse ha ragione: a cosa serve un muro, dopotutto, se non a passarci attraverso?

CARTOLINA NUMERO 10
Dal solaio
Nella penombra appaiono bambole, bottiglie, ceste di vimini. In un angolo troviamo una grossa scatola di cartone con la dicitura LIBRI! in rosso. È un’indicazione intrigante, ma la scatola è ben sigillata con un nastro adesivo marrone scuro, del genere più tenace. Esitiamo, poi ci blocchiamo. Una scoperta del genere è un bivio: impossibile sapere se la scatola rappresenti un banale ritardo, una dimenticanza, o al contrario un’attesa, un anticipo. Insomma, il trasloco è alle spalle o all’orizzonte? Nell’attimo stesso in cui lo sguardo incontra il punto esclamativo, non è più chiaro se questa sia la casa in cui stiamo per vivere o quella in cui abbiamo vissuto.

CARTOLINA NUMERO 11
Da Bellinzona, in un giorno di primavera del Neolitico medio
C’è un’armonia naturale nella precarietà delle capanne circolari. La luce del sole si allunga sui prati. Da quassù, la piana alluvionale sembra vicina e al tempo stesso lontana: è come se la vedessimo con anticipo sul tempo che scorre. Fra seimila anni le macchine fotografiche saranno tutte per le rocce delle fortificazioni. Verranno ricordate le prime tracce di edifici romani, risalenti alla fine del I secolo avanti Cristo, e via via le altre tappe che renderanno possibile il celebre insieme di castelli e cinta murarie. Un panorama che indurrà i passanti a fermarsi e a scattare selfie spettacolari. Tutto il contrario di queste capanne leggere, ridicole di fronte ai millenni. Eppure il silenzio ha un odore diverso, qui, sul verde della collinetta che guarda con torpore la pianura da una parte e la montagna dall’altra. La notte, non c’è bisogno della torre più alta per avvicinarsi al cielo.

CARTOLINA NUMERO 12
Dalla cucina di un palazzo nobiliare
La cucina è vasta e polverosa. Ci sono arcate di pietra, un solido tavolo di legno, pentole di rame, lunghi spiedi, forchettoni alle pareti. Di fianco all’immenso camino, una catasta di legna; nel camino stesso, sotto l’ampia cappa, hanno messo due piccole panche su cui sedersi. La ragazza sta lì e fissa il vuoto. Proviamo ad attirare la sua attenzione con un colpo di tosse. Lei si volta e nei suoi occhi leggiamo dolore, rassegnazione, nostalgia per il tempo perduto. Ma è così giovane! «Che succede?», chiediamo. «Sei sola in casa?» La ragazza abbassa lo sguardo sulla cenere. «Sono tutte al ballo». In quel momento percepiamo nell’aria qualcosa di insolito. Tutto è inesorabilmente grigio e triste, ma allo stesso tempo sembra vibrare qualcosa di potente, come un pulviscolo di scintille invisibili, forse magiche. «Come ti chiami?» Lei fa un sorriso mesto. «Che cosa importa? Tutti mi chiamano Cenerentola».

PS: Potete leggere qui le prime quattro cartoline e qui le cartoline dalla quinta all’ottava.

PPS: L’uomo che passa attraverso i muri, l’enigmatico Dutilleul, è il protagonista di un racconto di Marcel Aymé (1902-1967), intitolato Le passe-muraille e contenuto in una raccolta omonima insieme ad altre nove storie (Gallimard, Paris, 1943). In italiano è stato pubblicato con il titolo Garù-Garù Passamuri, tradotto da Fiore Pucci in AAVV, Umoristi del Novecento. Con alcuni singolari precursori del secolo precedente, a cura di Giambattista Vicari, prefazione di Attilio Bertolucci, Garzanti, Milano, 1959. Ecco l’inizio del racconto: «A Montmartre, numero 75 bis della rue d’Orchampt, terzo piano, abitava un brav’uomo, di nome Dutilleul, che aveva il singolare dono di passare attraverso i muri senza alcuna difficoltà».

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Panchinario 65-73

Scrivere di panchine è scrivere di uomini e donne, di alberi e animali, di tutto ciò che vive sulla terra. Ogni panchina offre al passante le storie di chi abita nei dintorni e di chi se n’è andato ma ancora, misteriosamente, torna ogni tanto a sedersi. Ho trovato questa immagine in una poesia dell’autore inglese Thomas Hardy (1840-1928). Nella traduzione di Eugenio Montale s’intitola Vecchia panchina.

Il suo verde d’un tempo si logora, volge al blu.
Le sue solide gambe cedono sempre più.
Presto s’incurverà senz’avvedersene,
presto s’affonderà senz’avvedersene.

A notte, quando i più accesi fiori si fanno neri,
ritornano coloro che vi stettero a sedere;
e qui vengono in molti e vi si posano,
vengono in bella fila e vi riposano.

E la panchina non sarà stroncata,
né questi sentiranno gelo o acquate,
perché sono leggeri come l’aria
di lassù, perché sono fatti d’aria.

65) ANZINO, nell’Alpe Baolina
Coordinate: 45°58’48″N; 8°9’3″E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… ascoltare il bosco.
Siamo in Piemonte, nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola. La strada carrozzabile che parte da Anzino s’inoltra fra gli alberi e diventa un sentiero. C’è una biforcazione: a sinistra si arriva all’Alpe Rondirenco, mentre a destra si può andare a Bannio, passando da Valpiana. Al bivio tutto è sospeso fra la civiltà e la natura, l’asfalto e la terra, il noto e l’ignoto. Il bosco, pure quando è vicino alle case, è sempre misterioso. C’è un’anima profonda, selvaggia, che con i nostri sensi addomesticati dalla modernità possiamo solo intuire. Anche la panchina è sospesa fra due mondi: sta in un territorio privato (come dice un vecchio cartello quasi illeggibile) ma è pubblica, a disposizione di tutti i passanti. Basta sedersi per qualche minuto, in silenzio, e il bosco comincerà a parlare: fruscii, schiocchi, canti di uccelli e ronzii di insetti, parole di erba e di acqua e di vento. È il linguaggio più antico del mondo.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

66) ARTH, in Guggähürliweg, ai bordi del bosco
Coordinate: 2’695’018.9; 1’108’698.9
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… perdere un treno.
Tutta l’Europa passa lungo la ferrovia del Gottardo. Lavoratori, turisti, studenti, affaristi, furfanti, politici, migranti, artisti… ognuno con le sue ragioni e le sue speranze. E tutti, senza badarci, passano da Arth-Goldau. Quante volte sono sceso a questa piccola stazione e sono salito sul treno per Zurigo, che parte (di solito) dal binario opposto? A volte mi fermo meno di un minuto. A volte perdo la coincidenza e devo aspettare. Finché un giorno ho deciso di perdere un treno in più: sono uscito dalla stazione e mi sono trovato nel villaggio di Goldau, che conta cinque o seimila abitanti e che appartiene al comune di Arth. Dalla stazione poi, con una passeggiata di quaranta minuti, ho raggiunto questa panchina discreta, con vista sul centro di Arth e sul lago di Zugo. (Per chi avesse molti treni da perdere: dalla panchina in meno di cinque ore si arriva sulla cima del Monte Rigi.)
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Colonna sonora (30 secondi):

 

67) CORFÙ, sulla spiaggia di Arillas
Coordinate: 39°44’34.8″N; 19°38’51.4″E
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… leggere Jules Verne.
Sono nell’isola greca di Corfù, all’estremità di un molo; di fronte a me vedo l’isolotto di Nisida Kravi. Ma dopo un po’, sferzato dal vento e dalla schiuma, comincio a sospettare che il luogo da reale stia diventando immaginario. Eccomi dentro un racconto di Jules Verne: «Frritt!… è il vento che si scatena. Flacc!… è la pioggia che cade a torrenti. Questa raffica muggente piega gli alberi della costa volsiniana e s’infrange contro il fianco delle montagne di Crimma. Lungo il litorale, le alte scogliere sono incessantemente logorate dalle onde di questo vasto mare della Megalocride. Frritt!… Flacc!…». Non sono più a Corfù, ma nella misteriosa cittadina di Luktrop. Verne avvisa i lettori: inutile cercarla sulle mappe, perché «i migliori geografi non hanno saputo mettersi d’accordo sulla sua latitudine, e nemmeno sulla sua longitudine» (“Frritt-Flacc”, pubblicato su “Le Figaro illustré” nel 1884).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

68) LUGANO, in piazza Molino Nuovo
Coordinate: 2’717’460.3; 1’096’749.4
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… pensare al futuro.
Ci sono ancora le mezze stagioni. Un lunedì pomeriggio, nel cuore di settembre, siedo su questa panchina rossa sotto un albero verde; nonostante la resistenza dei colori, avverto nell’aria un languore, come un respiro che si fa più lento. Il blu del cielo è compatto, insondabile. Che cos’è l’autunno? Spesso appare come un segno della fine, una discesa verso il vuoto dell’inverno. Ma perché non vederlo come la stagione in cui, profondamente, le cose preparano un nuovo inizio? Forse la primavera è già qui, ma in incognito. Le voci dei passanti si mescolano al suono del traffico. Un uomo esce dal bar con la “Gazzetta dello Sport”, un bimbo protesta perché non vuole stare nel passeggino, lungo la via Trevano passa lentamente una Harley Davidson, scintillante sotto il sole. Al centro della piazza, proprio di fronte a me, la fontana è impacchettata in un telo di plastica: lavori in corso.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

69) SAVONLINNA, sull’Aino Acktén Puistoten
Coordinate: 39°44’34.8″N; 19°38’51.4″E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… lanciare il proprio telefono.
Savonlinna è una città finlandese di 36.000 abitanti. Il quaranta per cento del suo territorio è fatto di acqua: dal lago Haukivesi fino al Pihlajavesi, ovunque è uno scintillìo di riflessi, un tremolìo di onde sullo sfondo verde scuro delle foreste.L’Ovanlinna, il castello di sant’Olaf, è la fortezza medievale più a nord fra quelle rimaste in piedi in tutto il mondo; fu costruito nel 1475 per controllare la frontiera tra il regno di Svezia e la Russia. La città venne distrutta più volte, nel corso di varie guerre. Oggi tutto è calma e silenzio, solo le torri grigie ricordano che qui avvennero battaglie e lotte sanguinarie. Nella luce dolce del pomeriggio l’acqua assorbe i rumori, i contrasti, i cattivi pensieri. Proprio a Savonlinna, ogni anno si svolge il Campionato mondiale di lancio del telefono cellulare: nel 2005 il finlandese Mikko Lampi stabilì il record assoluto con la distanza di 94 metri e 97 centimetri.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

70) DIJON, in place de la Libération
Coordinate: 47°19’16.8″N; 5°02’29.7″E
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… riflettere sui soprannomi.
Gli zampilli delle fontane crescono, diventano rigogliosi, poi tornano piccoli e quasi scompaiono. Davanti a me il Palazzo ducale, oggi sede del Municipio e del Museo delle Belle Arti. I duchi di Borgogna, all’apogeo del loro dominio, estesero la loro influenza dai mari del nord fino al Mediterraneo. Tutto cominciò con Riccardo il Giustiziere (877-921), ma la fase di grande espansione arrivò con Filippo l’Ardito (1363-1404), Giovanni Senza Paura (1404-1419), Filippo il Buono (1419-67) e Carlo il Temerario (1467-77). Mi chiedo: i soprannomi corrispondevano al vero? Sembra di sì. Di certo Carlo fu temerario: l’ultimo duca borgognone mosse battaglia contro i Cantoni elvetici, sicuro di vincere, ma venne sconfitto tre volte e lasciò la pelle nella battaglia di Nancy (1477). Gli Svizzeri vittoriosi, confermando la loro indole pratica, rinunciarono ad annettere la Franca Contea in cambio di centocinquantamila fiorini d’oro.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

71) FUSIO, davanti al cimitero
Coordinate: 2’694’102.7; 1’144’302.3
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… sentirsi vivo.
La panchina forse non esisteva ancora, ma fu proprio da questo punto di vista che nel 1870 il viaggiatore inglese Samuel Butler s’innamorò di Fusio: «Non so in che cosa consista il suo incanto peculiare, ma è il più bel villaggio del genere che io conosca» (S. Butler, Alpi e santuari, trad. di P. Bianconi, Dadò 1984). È sempre difficile spiegare l’incanto: in questo giorno d’autunno mi limito a contemplare le case, il campanile, le finestre velate dalla nebbia. Dalla parte opposta c’è l’ossario, costruito nel 1823. Sulla facciata, due scheletri mi ricordano che la vita è un soffio e che presto calerà il buio; chissà perché, nonostante il memento mori, mi sento più che mai ricolmo di vita. Ogni cosa intorno mi pare luminosa: il villaggio, i prati, i boschi, l’angelo che nell’affresco solleva le anime purganti. E gli scheletri? Forse sono matto… ma credo proprio che, dietro uno sbuffo di nebbia, uno dei due mi abbia rivolto un sorriso.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

72) PREONZO, in Pasquéi
Coordinate: 2’720’524.5; 1’124’656.1
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… ascoltare l’autunno.
I luoghi più ordinari sono quelli più misteriosi. Un mite giorno di ottobre mi siedo su questa panchina, posta in un triangolo erboso accanto alla strada cantonale, che a Preonzo si chiama “el Stradón”. Accanto a me c’è una fontana. Più lontano, un cantiere edile. Subito di fronte, un parcheggio e l’ingresso di un ristorante. Tutto va come sempre. Passa un adolescente in motorino. Due signore si fermano a parlare. Dal ristorante viene un buon odore di pizza. Un uomo canticchia una canzone. Poi, di colpo, un bambino prende lo slancio ed entra di corsa in un mucchio di foglie secche. Allora noi, tutti noi che siamo rimasti fermi, ci scambiamo uno sguardo – io, le signore, l’uomo che canta. Dentro di me sento nascere un rimpianto: vorrei essere lì, al posto del bambino, dentro il cumulo di foglie, intento a causare quello scoppiettio, quell’accartocciarsi, quel fruscio crepitante… la perfetta colona sonora per un giorno d’autunno.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

73) SION, in rue du Grand-Pont
Coordinate: 2’593’973.9; 1’120’309.5
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… inventare una storia d’amore.
La panchina è double face e si trova nell’angolo fra due case, lungo la via principale. Da una parte si può contemplare la vetrina di una galleria d’arte e la brasserie Croix Fédérale. Dall’altra, c’è un negozio di barbiere: «Carmelo coiffure». Sulla destra, un arco di pietra immette in un vicolo. Un cartello con una freccia dice: «Coiffure Inès». Seduto con le spalle alla strada, guardo prima la vetrina di Carmelo, poi il cartello di Inès. I due si conoscono? Sono rivali? Immagino che all’inizio si saranno guardati in cagnesco. Poi magari una sera Carmelo – rimasto senza gel o senza lozione rivitalizzante – ha bussato alla porta di Inès. Lei aveva da fare e gli ha risposto in maniera sbrigativa. Ma il mattino dopo, affacciandosi da Carmelo, si è scusata per il tono brusco. E lui, cogliendo la palla al balzo: «Pas de problème, mademoiselle. Puis-je vous offrir un café?» Così cominciano le grandi storie d’amore.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Esprimo la mia gratitudine a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie mille a Barbara (Anzino), Alice (Arth, Lugano), Eloisa (Lugano), Paolo (Savonlinna), Martina e Gregorio (Fusio), Caterina e Lavinia (Preonzo), Prisca e Fabio (Sion).
Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30, qui da 31 a 37, qui da 38 a 45, qui da 46 a 55 e qui da 56 a 64. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPS: La poesia di Thomas Hardy proviene dal Quaderno di traduzioni di Eugenio Montale, pubblicato per la prima volta nel 1948 e ora contenuto in Tutte le poesie (Mondadori 1984; 2001). L’originale s’intitola The garden seat. Ecco il testo, preso dal sito della Thomas Hardy Society.

Its former green is blue and thin,
And its once firm legs sink in and in;
Soon it will break down unaware,
Soon it will break down unaware.

 At night when reddest flowers are black
Those who once sat thereon come back;
Quite a row of them sitting there,
Quite a row of them sitting there.

 With them the seat does not break down,
Nor winter freeze them, nor floods drown,
For they are as light as upper air,
They are as light as upper air!

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La mia felicità

Gli Svizzeri muoiono felici è la storia di un incontro impossibile. Spesso gli incontri impossibili finiscono per accadere, magari proprio quando nessuno ci sperava più: la vita infatti, come diceva il poeta Vinícius de Moraes, è l’arte dell’incontro. Il romanzo, in uscita in questi giorni per l’editore Guanda, parla di solitudine e nostalgia, di fuga, di accoglienza. Le Alpi e il deserto del Sahara fanno da sfondo a una vicenda dove la morte, l’irrimediabile lontananza, ferisce l’animo dei protagonisti. Ma nello stesso tempo, la scoperta dell’altro dischiude la possibilità della speranza. Il “booktrailer” di Alessandro Tomarchio dura un minuto e non rivela niente della trama; è un piccolo cortometraggio d’autore, liberamente ispirato ai luoghi e all’atmosfera del romanzo.

Le immagini mostrano l’altopiano della Greina, nella Svizzera italiana. Ideato, girato e montato da Alessandro Tomarchio (che è anche l’autore della colonna sonora), il video è stato realizzato grazie alla disponibilità di Martina e Paolo, che hanno fatto da guida al regista nei luoghi dove si svolgono molte scene del romanzo.
Trovate qui il risvolto di copertina, con qualche citazione dal testo, e qui le date delle presentazioni. Ne approfitto per ringraziare chi mi ha aiutato nel lavoro della scrittura: Ibrahim Kane Annour e tutti gli altri Tuareg che mi hanno ispirato (alcuni vogliono mantenere l’anonimato, perché preferiscono apparire nascosti nel personaggio di Moussa ag Ibrahim); i miei amici, i miei famigliari e i miei lettori di fiducia: Anna, Eloisa, Erina, Lucia, Maria, Michele, Nicola, Paolo, Tommaso, Yari. Sono grato a tutto il gruppo di Guanda, in particolare ad Annachiara, Monica, Paola, Lucia, Viviana. Come sempre, un pensiero speciale per la mia editor Laura Bosio, che mi ha aiutato a portare a termine questo viaggio fra l’Assekrem e la Greina.
A un certo punto, nel romanzo, l’investigatore Elia Contini viene interrogato da uno psicanalista.

 – Lei, per esempio, come giudica la sua vita da uno a dieci?
Contini sperò che fosse una domanda retorica. Ma non lo era.
– Allora? Mi dica? Si dà la sufficienza?
Contini sospirò. – Faccia come vuole. Dieci?
– Dieci! Caspita, lei è un uomo felice.
– Anzi, uno.

Non sono un uomo felice. Non lo sono mai stato. Questo non vuol dire che stia soffrendo per una circostanza precisa, né che mi sia accaduto qualcosa d’irreparabile (tranne la vita stessa), né tantomeno che voglia lamentarmi. Ma fin da bambino, non ho mai avuto l’attitudine alla felicità. Non mi sono mai lietamente riconosciuto in un gruppo, nella baraonda del cortile non avevo voglia di gridare, non m’importava di vincere o perdere. Non mi piacevano le “festicciole”, i compleanni, le scampagnate. Non sto dicendo che fossi cupo e disperato; anzi, mi piaceva scherzare e – da adolescente – ero più o meno sempre innamorato. Ma quando tutti intorno a me, insieme, perdutamente, gioivano di una gioia collettiva, in me sorgeva il desiderio di stare in disparte. È un’ombra che mi accompagna ancora oggi. Al momento degli applausi, quando si levano i calici per un brindisi, quando si grida “viva gli sposi!” o “buon anno!” o “vittoria!”, mi affretto a cercare la via di fuga più vicina. Non è una posa o un moto d’orgoglio. Semplicemente, mi rendo conto di non essere portato per la felicità. O forse devo ancora capire che cosa sia.
Gli Svizzeri muoiono felici è un romanzo noir, con il suo intreccio poliziesco e i suoi colpi di scena, ma nasconde anche una domanda sulla felicità. Da un paio d’anni mi ronzava in mente la storia di un uomo che sparisce nel cuore delle montagne. Nello stesso tempo mi è capitato di conoscere alcune persone di origine tuareg; nei loro racconti ho sentito affiorare una nostalgia e un desiderio che assomigliavano a ciò che provavo io. È possibile sentirsi vicino a un luogo dove non si è mai stati? È possibile che, nell’identità multipla di cui siamo fatti, ci sia posto anche per paesaggi e culture conosciute solo tramite i racconti? Credo di sì: non bisogna mai sottovalutare la forza di un racconto. La scrittura, fra mille altre cose, è anche compiere l’esercizio di essere un altro, pur restando sé stessi. Scrivere (e leggere, naturalmente) è sempre una ricerca, è un modo di progredire. Forse, a proposito, l’uomo felice è proprio «colui che, senza cercare direttamente la felicità, trova per di più inevitabilmente la gioia nell’atto di giungere alla pienezza e al punto estremo di sé stesso, in avanti» (Pierre Teilhard de Chardin).
Credo che ci sia una correlazione profonda, anche se nascosta, fra la Svizzera e il Sahara. La ricercatrice Jeanne-Marie Baude scrisse che «ci sarebbe tutto uno studio da fare sulla letteratura del deserto nella Svizzera romanda contemporanea». L’idea si potrebbe allargare alla letteratura europea in generale, che spesso ha fatto i conti con il concetto esistenziale di “deserto”, al di là dell’aspetto puramente geografico. Restando in Svizzera, alcune liriche di Anne Perrier hanno una consonanza con l’inquietudine di tanti poemi tuareg.

Oh rompere gli indugi
Partire partire
Io non sono fra coloro che restano
La casa il giardino tanto amati
Non sono mai dietro ma davanti
Nella splendida bruma
Sconosciuta

La stessa Anne Perrier, trafitta dal blu delle lontananze, si avventura in un deserto che è forse anche la pagina bianca su cui si compone la poesia.

Questo laggiù
Questo canto questa alba
Questo volo di fronde
Questo orizzonte come un giardino
Che riposa nella luce
E gli aromi

La letteratura permette incontri impossibili, superando ogni distanza culturale e temporale. Si può dunque appartenere sia alle montagne fra cui è nata Anne Perrier (1922–2017), sia alle dune fra cui visse Kenoūa oult Amāstan, nata nel 1860. Colpita dalla bellezza di un uomo, Kenoūa ne scrisse con impeto e struggimento, evocandolo come se fosse un paesaggio.

Io, quest’anno, ho visto
una collina di muschio dai mille colori;
l’erba era d’oro e cresceva con vigore;
il miele mescolato con il burro ingrassava la terra;
il latte scorreva e bagnava la collina, racchiusa tra maglie d’argento.

Gli Svizzeri muoiono felici si muove tra paesaggi diversi, con voci diverse. Ma ogni personaggio, compreso lo stesso Contini, prova a un certo punto la tentazione di andarsene, di lasciarsi tutto alle spalle. La fuga porta alla felicità? Difficile dirlo. Probabilmente non si può essere felici senza una certa forma di leggerezza e di autoironia, senza un certo distacco dalle cose del mondo. Ma la felicità deve anche fare i conti con la vita quotidiana, con l’impietoso scorrere dei giorni.
Mi accorgo che sto ancora parlando di felicità. Come se le parole mi potessero avvicinare al sentimento… Magari è proprio così, vai a sapere. Lo stesso Giacomo Leopardi, quando scriveva, non poteva fare a meno di una certa allegrezza: «Ma quantunque chi non ha provato la sventura non sappia nulla, è certo che l’immaginazione e anche la sensibilità malinconica non ha forza senza un’aura di prosperità e senza un vigor d’animo che non può stare senza un crepuscolo, un raggio, un barlume di allegrezza» (Zibaldone, 24 giugno 1820).PS: La vita, amico, è l’arte dell’incontro è un album di Vinícius de Moraes, Giuseppe Ungaretti e Sergio Endrigo pubblicato dalla Fonit Cetra nel 1969. Il pensiero di Pierre Teilhard de Chardin è tratto dall’opera Sur le Bonheur (Seuil 1966), tradotta in italiano da Annetta Daverio con il titolo Sulla felicità (Queriniana 1990; 2013). La frase di Jeanne-Marie Baude proviene dal saggio “La voix nomade de Anne Perrier”, in Gérard Nauroy, Pierre Halen, Anne Spica, Le Désert, un espace paradoxal, atti del convegno all’Università di Metz (13-15 settembre 2001), Peter Lang, Berna 2001. I versi di Anne Perrier si trovano nell’opera La voie nomade (1982-86), in La voie nomade et autres poèmes. Œuvres complètes 1952-2007, L’Éscampette Éditions 2008. I versi di Kenoūa oult Amāstan si trovano in Chants touaregs recueillis et traduits par Charles de Foucauld (Albin Michel 1997; in origine pubblicati da Charles de Foucauld in due tomi, con il titolo Poésies touarègues, nel 1925 e nel 1930). Sono mie le traduzioni dal francese.

PPS: La fotografia sotto il “booktrailer” raffigura il regista nell’atto di filmare. Anche la fotografia con i fiori blu rappresenta uno scorcio della Greina: le genziane primaticce (Gentiana verna) mi sembrano una buona immagine, se non della felicità, almeno della speranza.

PPPS: Ecco un altro video, sempre girato sull’altopiano della Greina, in cui le parole dell’incipit lottano contro il vento…

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A Zurigo, sulla luna

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Di fianco a noi siede un ragazzo olivastro.
Barba scura, maglietta nera e scarpe
da ginnastica. Sull’orecchio un brillante
pacchiano. Fissa il suo telefono, poi aggiusta
nelle orecchie gli auricolari. Solo quando si gira
mi accorgo che i suoi occhi sono più azzurri
del vento, senza macchie, e si spalancano
densi come nubi. La piazza riflessa è diventata
minuscola, ora, noi tutti siamo punti dispersi
che non ritrovo, che si sommano ad altri
nel profondo marino di depositi e secoli.

Finché si alza, ride forte e riparte. Anche lui
torna presto insignificante.

[YB]

*

Quando non ci vedi più, immagini tutto. Le cose che sono, quelle che sono state. Le cose che potrebbero essere. Ho negli occhi il paesaggio della mia infanzia – il deserto, le vie della città vecchia, i minareti – e ho nelle orecchie le voci di questa piazza. Ho nelle narici i suoi odori. La campana del tram risuona anche troppo vicina. Il negozio di tabacchi si protende fino a me, insieme alla bottega del fioraio, alla pasticceria, all’edicola con i giornali freschi di stampa. Raggiungo in fretta il marciapiede, prima che arrivi il prossimo tram. Muovo il bastone davanti ai piedi, esplorando l’asfalto. Percepisco i corpi che si scansano per lasciarmi passare.
Mi siedo. Sono stanco. Il cervello lavora per ricostruire lo spazio, immaginando la distanza fra le persone, i palazzi delle banche, il volto di una madre che spinge una carrozzina. Ma nello stesso tempo, con poca fatica, il cervello immagina mia madre: i suoi denti bianchi quando ride, il velo ciclamino dei giorni di festa, le sue mani che impastano la farina. Mia madre, morta da anni, scivola in mezzo a un gruppo di ragazzi in gita scolastica. Il cielo senza confini non è più remoto del piccione che beccheggia a pochi centimetri dalle mie scarpe. Che cosa scegliere?
Potrei vedermi da vecchio al mio paese. Potrei vedermi all’altro capo del mondo. Potrei vedere una donna bellissima sopra i tacchi che si muove, si ferma, si muove. Potrei vedere le labbra che pronunciano parole in tedesco, in inglese, in spagnolo, in italiano, in altre lingue che non conosco. Una donna chiacchiera in arabo al telefono. Rihla sa’ida, buon viaggio. E io resto sulla panchina, con i pensieri che fuggono. Sento una ragazza che dice a un’altra, in tedesco: hai visto che occhi, quello lì? Guarda come sono chiari! Capisco che stanno parlando di un uomo seduto accanto a me. Non so se sia vecchio, se sia giovane, se sia straniero. Lo sfioro delicatamente sul braccio. Lui si volta, mi guarda.
Occhi blu, silenziosi come il mare sognato, come il cielo ricordato, come il tempo della giovinezza e come i pomeriggi che non finiscono mai. Mormoro due parole di scusa e avverto il suo imbarazzo nell’accorgersi che sono cieco. Lui torna a voltarsi dall’altra parte. L’invisibile azzurro del suo sguardo resta con me, ancora per un po’, nel vasto incrocio di Paradeplatz.

[AF]

*

Indietreggiare può fare bene, ogni tanto. Ritornare sulle proprie idee, mostrarsi timidi, lasciare spazio a qualcun altro. Così, all’angolo di Paradeplatz, invece di avanzare sicuri con i nostri taccuini in direzione della solita panchina, indietreggiamo un passo dopo l’altro, fino a ritrovarci all’interno di una corte ricca di marmi, bancomat e boutiques. Qualche metro ancora e compare un bar lussuoso agghindato con qualche pallone, bandierine, finte zolle di finta erba e un trionfante calcio balilla a ricordare il comune gaudio (mezzo mal?) dei campionati del mondo in Russia. Giunge l’eco di frasi lontane, pronunciate a mezza voce dentro un cellulare. Intorno domina la perenne staticità delle pietre levigate. L’unico movimento è quello di una fontana che, sul fondo, lascia intravvedere alcune frasi che scorrono. Sono desideri apparentemente inesaudibili, espressi in più lingue: respirer sous l’eau, essere invisibile, auf einem Teppich fliegen, die Zeit anhalten, be wherever I want…

“Siamo quello che siamo”, si sente dire ogni tanto: “prendere o lasciare”. Invece siamo molto più spesso quello che non possiamo diventare e quello non siamo riusciti a fare. Poco male, la poesia che abbiamo portato con noi sembra proprio uscita da quella fontana e dal flusso di parole: è un’ottava dell’Ariosto, tratta dall’Orlando furioso, dall’episodio di Astolfo sulla Luna (alla ricerca del senno di Orlando).

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desidèri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.

La Luna: ecco dove finiscono i vani disegni e i vani desidèri che rincorriamo per tutta la vita, e che non di rado ci plasmano e ci trasformano. Non si contano, sono moltissimi, e infatti la più parte ingombran di quel loco. Un loco speciale, lassù. Luminoso nel cielo di notte e appena accennato nel cielo di giorno, quando il colore dell’aria non è troppo intenso.
Indietreggiare fino alla Luna: presto scompare Zurigo, poi la Svizzera e l’Europa, i territori si dissolvono nel blu, l’orologio non scorre, la gravità è relativa, spazio e tempo sono una cosa sola, noi ci siamo e non ci siamo.
«Luna!», dice mia figlia di un anno e mezzo indicando il cielo con il dito fragile e deciso. «Sì, è la Luna», rispondo ogni volta. E insieme spalanchiamo gli occhi.

[YB]

*

Altre cose viste: due ragazze che si scattano un selfie davanti ai bancomat; un cieco che entra da Sprüngli; ventinove fra uomini e donne che camminano con un bastone (compreso il cieco); due scolaresche; un uomo che si soffia il naso nella maglietta; un mozzicone di sigaro cubano in un vaso; una donna con un velo ciclamino; una madre che sprona i figli a camminare gridando, in italiano, «È laggiù la fontanella!»; tredici carrozzine; innumerevoli cravatte; nuvole; bandiere; un elefante a rovescio; due monaci buddisti con l’ombrello; un carretto a pedali che trasporta champagne; due donne che indossano abiti dello stesso colore del cielo; un candelabro; cani; sigarette; ciclisti; un uomo altissimo.

[AF]

PS: Ludovico Ariosto pubblicò per la prima volta il suo poema nel 1516. Abbiamo citato l’ottava 75 del canto XXXIV (Ludovico Ariosto, Orlando furioso, a cura di Lanfranco Caretti, Einaudi, 1966; 2015).PPS: Scoprire che il tempo non scorre, e anzi non esiste in quanto tale, può dare qualche vertigine. Ma come dice Carlo Rovelli, «L’assenza del tempo non significa […] che tutto sia gelato e immoto. Significa che l’incessante accadere che affatica il mondo non è ordinato da una linea del tempo, non è misurato da un gigantesco tic-tac […]. È una sterminata e disordinata rete di eventi quantistici. Il mondo è più come Napoli che come Singapore» (in L’ordine del tempo, Adelphi, 2017).

  

 

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Che cosa succede?

Nei racconti di Succede sempre qualcosa (Casagrande) per la prima volta scrivo di me stesso, della mia vita. All’inizio mi sentivo in imbarazzo e avevo qualche timore. Poi, rileggendo, mi sono accorto che quell’uomo di nome Andrea è un personaggio come tutti gli altri. Forse un po’ più rognoso della media; non perché sono io, ma perché Andrea – quell’Andrea – è uno difficile da capire. (Forse lo è anche questo Andrea: ma mi fermo qui, altrimenti comincia a girarmi la testa…). Del resto, non capisco mai del tutto i miei personaggi: se ci riuscissi, mi sembrerebbero falsi.
Ho sempre amato inventare racconti. Sono un modo di sperimentare nuovi stili e modalità diverse di scrittura. Inoltre, seguendo i suggerimenti dalle lettrici e dei lettori di questo blog, negli ultimi anni mi sono cimentato pure con il genere del reportage (nulla di giornalistico: più che altro pretesti concreti per divagazioni narrative). Dopo tanti racconti pubblicati nelle riviste o in antologie, avevo il desiderio di riunirne qualcuno in una raccolta. Mi mancava però un filo conduttore.
Magda Mandelli, delle edizioni Casagrande, mi ha incoraggiato e mi ha aiutato a dare una forma precisa alle mie intenzioni. Siamo partiti dalle storie della piazzetta, un progetto nato in origine proprio per il blog.
Che cosa succede, dentro questo libro?
C’è una magnolia. Un western. Storie d’amore. Una volpe, una tigre, una zanzara, un elefante. Corto Maltese, i Tuareg, il mio bisnonno, un tappeto volante, una sirena. Storie di viaggio. Parigi. La Cina. La notte di carnevale, la notte di Natale, un sabato sera in un centro commerciale, una salita in bicicletta. Il sax di John Coltrane. Una canzone di Guccini. Un luna park. Qualche poesia, qualche canto di uccelli. Pensieri sulla morte, sulla vita. Una stanza chiusa. Il primo giorno di vacanza… e altro ancora.
(E poi ci sono io. Anche se, come vi dicevo, non sono io.)
Buona lettura!

PS: Se aveste voglia di fare due chiacchiere e di bere un aperitivo, presenterò ufficialmente Succede sempre qualcosa venerdì 6 luglio a Lugano, al Longlake Festival, con Massimo Gezzi (Park&Read, Parco Ciani, 18.30). Poi giovedì 12 luglio a Bellinzona, nell’ambito del festival Territori, con Lorenzo Erroi (Corte del Municipio, 18.00) e a Milano con Marco Rossari (a suo tempo vi darò i dettagli). È previsto anche un incontro “firma copie” alla libreria Taborelli di Bellinzona, sabato 7 luglio alle 11.30.

PPS: Grazie a Magda Mandelli, ad Anna Banfi e a tutti i collaboratori delle edizioni Casagrande. Sono grato anche a chi ha condiviso i miei viaggi, le mie letture, i miei silenzi, le mie domande. E i miei smarrimenti. (Senza perdersi, come si fa a scrivere un libro?).

PPPS: La fotografia sulla copertina è di Maia Flore, dalla serie L’enchantement va de soi (France, Deauville, 24 marzo 2016). © Maia Flore / Agence VU

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