L’epopea del pidocchio

Un piccolo pidocchio gridò a sua moglie dalla finestra: «Dammi i guanti e l’ascia, vado sulla montagna della nuca!». Ma la moglie rispose: «È meglio se rimani a casa, gli uomini ti mangeranno». «Se mi mangeranno uscirò dal sedere. Solo se mi schiacciano con una frana non mi vedrai più». Il piccolo pidocchio chiamava monti le unghie degli uomini, e quando veniva schiacciato fra le unghie era una frana ad ammazzarlo. Il piccolo pidocchio non tornò più a casa da sua moglie.
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Questo racconto fu narrato da un giovane eschimese di nome Netsit all’esploratore Knud Rasmussen, che tra il 1921 e il 1924 compì una lunga spedizione in slitta attraverso i ghiacci dell’Artico: 18mila chilometri dalla Groenlandia fino all’Alaska e poi fino alla Siberia. L’incontro con Netsit avvenne in Alaska e l’aspetto bizzarro della vicenda è che Rasmussen si ricordò di aver sentito raccontare la stessa storia in Groenlandia, in un luogo distante centinaia di miglia. Com’è possibile che due tribù diverse narrassero lo stesso mito? In realtà c’era stato qualche contatto fra le due popolazioni, ma erano passati quasi mille anni: pensate alla forza di resistenza di quel piccolo pidocchio, trasmesso di generazione in generazione…
IMG_2590Sono da un paio di giorni a San Bernardino, nelle montagne svizzere. L’idea era quella di approfittare del sole per passeggiare e per sciare. Invece il paese è stato invaso da una cappa di umidità: ogni cosa è sprofondata in una dimensione remota, non si capisce bene se spaziale o temporale. Le strade vuote, il fruscio sommesso del fiume, i boschi divenuti di colpo inquietanti, popolati come in una fiaba da presenze prodigiose fra gli sbuffi di nebbia. Basta addentrarsi fra gli alberi per qualche metro e subito il mondo scompare. In mezzo al silenzio, mi viene da chiedermi: sono nel 2016 o nel 1816? Oppure sono tornato ancora più indietro, quando di qui passavano gli antichi romani? E dove mi trovo, di preciso? La natura tutto sommato domestica di San Bernardino si trasforma, per gioco, in una wilderness simile a quella del Grande Nord. Sono proprio i territori visitati da Rasmussen.
FullSizeRender copia 4Nel suo Il grande viaggio in slitta (edizioni Quodlibet), l’esploratore si sofferma su parecchi dettagli interessanti: dalle canzoni che accompagnavano le feste notturne alla tecnica per costruire un igloo. La sua fortuna fu quella di poter conoscere il popolo inuit quando le vecchie tradizioni erano ancora vive. La sua abilità fu quella di saper parlare con le persone, come nel caso di Netsit. Il ragazzo era un cacciatore di appena vent’anni ma sapeva molte storie, perché era stato il figlio adottivo di un famoso sciamano.
L’epopea del pidocchio mi ha fatto riflettere su quanto le storie siano potenti, anche quelle che sembrano più banali. Le narrazioni sono capaci di resistere, di superare gli ostacoli del tempo e della distanza. Infatti il pidocchio inuit ora lo trovate anche qui, dall’altra parte del mondo, appostato dentro un blog nei territori sconfinati di internet… Se siamo esseri umani, diversi da ogni altro animale, è proprio per la nostra capacità di spiegare il mondo (e noi stessi) in forma narrativa. Il mito del pidocchio sembra privo di senso? Netsit rispose così a Rasmussen, che gli aveva mosso proprio questa obiezione: Noi non siamo come gli uomini bianchi, che esigono sempre una spiegazione. Non pretendiamo sempre che ci sia una morale nelle nostre storie, purché siano belle e divertenti. In realtà, il significato di una storia consiste nella storia stessa, che ha valore come esperienza. La narrazione è un’arte concreta, che evoca persone inesistenti parlandone come se fossero vere; e così facendo, in qualche modo, le rende misteriosamente vere.
FullSizeRender copia 2Rasmussen ha notato quanto le storie, per quel popolo che sopravvviveva in condizioni talvolta disumane, fossero preziose, indispensabili. Ma lo stesso vale per noi. Anche un’esperienza minuta, nel momento in cui diventa racconto, ci unisce agli altri esseri umani. Faccio un esempio. Rasmussen parla del fischio che fanno le slitte sulla neve, come una melodia nel deserto bianco. E proprio a San Bernardino una delle mie figlie, mentre la spingevo sulla slitta, mi ha detto: lo sai che questa slitta sta cantando una canzone? Ah, faccio io. Quale canzone? Non lo so, risponde lei, devo ancora ascoltarla bene. Ma penso che sia quella che cantiamo all’asilo, quella che parla di un albero che sta da solo in mezzo al prato.
Ci vuole poco perché il mondo si animi di presenze: alberi solitari, slitte che cantano, pidocchi che partono all’avventura. Ed è sbagliato ridere di queste cose. Uno sciamano, quando Rasmussen gli chiese la ragione di tutti i complicati tabù che regolavano la vita degli inuit, gli rispose che non c’erano spiegazioni. Ma lui, l’esploratore, sapeva forse la ragione del mondo? Perché gli uomini nascono, perché sorgono le bufere di neve? Rasmussen lo ascoltava stupito. E lo sciamano, impietoso: perché le persone devono essere malate e soffrire? Gli inuit erano un popolo primitivo, ma la loro paura non era stolta: anche noi viviamo tra fenomeni che non comprendiamo. Per fortuna, insieme ai fenomeni negativi, ci sono anche quelli che ci fanno venire voglia di vivere e di sorridere. Come la primavera dopo un lungo inverno, accolta da Rasmussen con sollievo e felicità.
FullSizeRenderLa giornata è meravigliosa. Nell’aria, con tutti i suoi brutali cambiamenti fra neve, tempesta e pioggia, oggi si respira solo la pace. Il lago si è sciolto nei pressi della foce del fiume, e fra le spesse lastre di ghiaccio invernale accavallate c’è ora un buco lucido coperto da un vapore velato. Sciami di uccelli acquatici hanno trovato qui il loro campo da gioco e schiamazzano e strepitano quando nuovi stormi si mescolano a loro. Nella regione intorno a noi sentiamo il canto della neve che si scioglie. La primavera conquista i territori desertici e presto la terra e i fiori spunteranno dalla neve.

PS: Alcuni passaggi di questo articolo, elaborati in maniera differente, si trovano anche sul mensile “Illustrazione ticinese”, nel numero di aprile.

 

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2 pensieri su “L’epopea del pidocchio

    1. Ciao Corinna! Purtroppo non sono riuscito a vedere il commento su Facebook. Può darsi che sia colpa mia: sono assai goffo nell’uso dei “social network”… Ma forse non riesco a vedere le tue condivisioni perché non siamo “amici”. Provvederò a fare una richiesta in questo senso, così potrò leggere il tuo pensiero. Oppure, se vuoi, copialo e incollalo anche qui. Buona domenica!

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