{"id":1416,"date":"2016-10-14T16:18:40","date_gmt":"2016-10-14T14:18:40","guid":{"rendered":"http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/?p=1416"},"modified":"2016-10-14T16:18:40","modified_gmt":"2016-10-14T14:18:40","slug":"merlita","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/2016\/10\/14\/merlita\/","title":{"rendered":"Merlit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 una poesia di Toti Scialoja che dice: <em>L\u2019uccello nero \/ salta leggero, \/ si chiama merlo \/ senza saperlo<\/em>. L\u2019altro giorno, tanto per fare conversazione, l\u2019ho recitata a una bambina, suscitando grandi risate. Le ho chiesto per quale motivo ridesse e lei mi ha spiegato che il merlo era buffo, perch\u00e9 non sapeva nemmeno chi era. Allora mi sono informato: <em>E tu lo sai chi sei?<\/em> La bambina mi ha rivelato il suo nome, poi mi ha detto: <em>Anche tu sai chi sei, no? Certo<\/em>, le ho risposto, <em>io sono il merlo<\/em>.<br \/>\n<a href=\"http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/FullSizeRender.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-1419 alignleft\" src=\"http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/FullSizeRender-300x251.jpg\" alt=\"fullsizerender\" width=\"300\" height=\"251\" srcset=\"http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/FullSizeRender-300x251.jpg 300w, http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/FullSizeRender-1024x855.jpg 1024w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Ci sono giornate cos\u00ec, da merlo. Saltelliamo leggeri (o pi\u00f9 spesso arranchiamo pesanti) senza sapere bene chi siamo veramente. A volte, risalire a s\u00e9 stessi \u00e8 un\u2019impresa. Nella maggior parte dei casi, cerco di avvicinarmi alla mia identit\u00e0 per mezzo del lavoro, ma talvolta \u00e8 il lavoro stesso a privarmi di consistenza. Per farla breve, il mio mestiere \u00e8 scegliere parole da presentare a chi vuole ascoltarmi. \u00c8 chiaro allora che si crea un divario fra le mie parole e il mio \u201cio\u201d. Che le mie storie siano i miei saltelli? Che siano proprio loro a nascondermi il mio essere merlo?<br \/>\n<a href=\"http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/Copia-di-FullSizeRender.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-1422 alignright\" src=\"http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/Copia-di-FullSizeRender-298x300.jpg\" alt=\"copia-di-fullsizerender\" width=\"298\" height=\"300\" srcset=\"http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/Copia-di-FullSizeRender-298x300.jpg 298w, http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/Copia-di-FullSizeRender-150x150.jpg 150w, http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/Copia-di-FullSizeRender-1019x1024.jpg 1019w\" sizes=\"(max-width: 298px) 100vw, 298px\" \/><\/a>Bene, mi rendo conto che questi ragionamenti possano sembrare sintomo incipiente di schizofrenia. Provo a spiegarmi con un esempio. Il critico musicale Alain Gerber, nel suo <em>Balades en jazz<\/em> (Gallimard 2007), racconta di un incontro con il grande sassofonista Stan Getz (1927-1991). Siamo nel famoso locale \u201cChat qui p\u00eache\u201d di Parigi, un sabato pomeriggio. \u00c8 un\u2019ora senza incanto: nel seminterrato il giorno arriva come un filo di luce grigiastra, e fra le pareti ristagna ancora il fumo della notte precedente. Il sax di Stan Getz pende inerte dal suo braccio, mentre lui \u00e8 assente, quasi stordito. Gerber \u00e8 imbarazzato: poco prima ha visto Getz comportarsi in modo ridicolo, protestando per delle sciocchezze, scoppiando a piangere come un bambino. Aveva gridato, era diventato tutto rosso. Gerber riflette con amarezza: <em>Quando l\u2019avevo incontrato nei dischi in cui era di poco pi\u00f9 vecchio di me, una dozzina di anni prima, l\u2019avevo preso per un re di questo mondo. Confondiamo sempre i musicisti con ci\u00f2 che non sono: in particolare, li confondiamo facilmente con la loro musica. Davanti ai miei occhi, il gigante si era trasformato in un bambino viziato. Odioso, irascibile e precario.<\/em> Gerber non vuole rinunciare alle illusioni di giovent\u00f9, <em>alla semenza ancora verde di un amore puro<\/em>. Con uno slancio disperato, si mette allora a canticchiare <em>Hershey bar<\/em>, una di quelle melodie che <em>avevano incoronato Stan Getz nei miei sogni, in passato<\/em>. Il musicista si gira, lo guarda, <em>fa un sorriso<\/em> <em>un po\u2019 di gomma<\/em> e si porta il sax alle labbra.<br \/>\n<iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/KVXjjDLtpFE\" width=\"560\" height=\"315\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><br \/>\nQuando suona, accade una sorta\u00a0di <em>prodigio<\/em>, come se Stan Getz conoscesse da sempre Alain Gerber: <em>le sue frasi leggevano in me come in un libro aperto<\/em>. Il critico riflette: <em>mai un concerto fu tanto privato come quello<\/em>. Nello stesso tempo si rende conto di essere davanti a un enigma: <em>qualcosa che possiedo senza comprenderlo<\/em>. Ha l\u2019impressione di aver colto un riflesso di paradiso: <em>comme un reflet d\u2019un paradis o\u00f9 l\u2019on ne saurait pas son nom<\/em>.\u00a0Il paradiso allora significa scordarsi il proprio nome? In questo caso il merlo di Scialoja sarebbe sulla via giusta\u2026 ma non ne sono convinto. Getz era un uomo pieno di limiti, infantile, schiavo della droga; tuttavia, mediante il suo strumento, aveva il dono di creare una bellezza straordinaria. Qual \u00e8 il vero Stan Getz, fra i due che si sono manifestati quel sabato pomeriggio in un seminterrato parigino? Non riesco a rispondere: per me lo sono entrambi. Forse non sono necessari i limiti, perch\u00e9 sorga la bellezza; ma di fatto mi pare che nel nostro mondo accada sempre cos\u00ec: la voce pi\u00f9 pura nasce dall\u2019imperfezione, e non c\u2019\u00e8 melodia sublime che non celi nel profondo una ferita.<br \/>\nPerci\u00f2, nel mio piccolo, cerco di stare lontano dalla pericolosa suddivisione fra le mie parole e il mio cosiddetto \u201cio autentico\u201d. So che anche quando invento storie dissemino qualcosa di me; e quando parlo delle mie faccende qui sul blog, non sempre riesco a trasmettere l\u2019essenza del mio pensiero. Anzi, ogni tanto\u00a0parto per dire una cosa e alla fine mi accorgo di averne detta un\u2019altra. Chiss\u00e0, magari capiter\u00e0 anche stavolta\u2026<br \/>\n<a href=\"http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/image11.jpg\"><img loading=\"lazy\" class=\"size-medium wp-image-1423 alignleft\" src=\"http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/image11-300x225.jpg\" alt=\"image1\" width=\"300\" height=\"225\" srcset=\"http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/image11-300x225.jpg 300w, http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/10\/image11-1024x768.jpg 1024w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>Un tempo, nella scrittura, ero un perfezionista: come se tutto dipendesse dal mio scegliere le parole giuste. In parte lo sono ancora. Ma cerco di imparare ad accogliere gli imprevisti; e forse \u00e8 anche per questa ragione che ho deciso di suonare il sax (ne ho parlato <a href=\"http:\/\/andreafazioli.ch\/blog\/2015\/12\/16\/every-style-is-the-result-of-a-handicap\/\" target=\"_blank\">qui<\/a>). Non ho nemmeno un centesimo della grazia di Stan Getz, naturalmente. Quando suono non mi trovo sul mio terreno \u2013 come accade invece quando uso le parole \u2013 e di continuo devo fare i conti con la differenza fra ci\u00f2 che vorrei e ci\u00f2 che sono. Ma non \u00e8 cos\u00ec anche quando scrivo, in un certo senso? Per quanto possa pianificare e costruire, c\u2019\u00e8 un nucleo segreto al quale non acceder\u00f2 mai. In altre parole, anche quando il merlo scopre di essere merlo, non sapr\u00e0 mai fino in fondo in che cosa consiste la sua \u201cmerlit\u00e0\u201d. \u00c8 una sofferenza? Direi di s\u00ec, \u00e8 una continua incertezza; ma sapere tutto, forse, sarebbe ancora peggio. Ogni gesto creativo, ogni atto di comunicazione \u00e8 in gran parte misterioso. Come cantava Gianmaria Testa: <em>\u2026e non sapremo mai \/ da che segrete stanze \/ scaturisca il canto \/ e da quali lontananze, paure, rabbia \/ tenerezza \/ o rimpianto \/ e da quale nostalgia \/ prenda voce e parta \/ questa lunga scia \/ che ancora adesso \/ e imprevedibilmente \/ ci porta via<\/em>.<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/U5EkN--oIvY\" width=\"560\" height=\"315\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/p>\n<p>PS: La poesia di Scialoja viene\u00a0da <em>Amato topino caro<\/em> (Bompiani 1971); si trova\u00a0pure nella raccolta\u00a0<em>Versi del senso perso<\/em> (Einaudi 2007). La canzone di Testa \u00e8 presa dall\u2019album <em>Extra-muros<\/em>, pubblicato nel 1996 (T\u00f4t ou tard) e poi ancora nel 2005 (Harmonia mundi). L\u2019incisione di <em>Hershey bar<\/em> \u00e8 avvenuta a New York il\u00a017 maggio 1950; insieme a Getz ci sono Al Haig al pianoforte, Tommy Potter al basso e Roy Haynes alla batteria; il brano si trova in <em>The complete Roost sessions<\/em> (Definitive Classics 2008). Non so a quale epoca risalga l\u2019aneddoto di Gerber (nel libro non lo specifica), ma credo che sia negli anni Sessanta. I merli sono quelli del gioco\u00a0<em>Il mio primo frutteto<\/em>\u00a0(<em>Erster Obstgarten<\/em>, Haba 2009). La fotografia di Stan Getz \u00e8 di Giuseppe Pino, tratta dal volume <em>Sax!<\/em> (Earbooks 2005).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 una poesia di Toti Scialoja che dice: L\u2019uccello nero \/ salta leggero, \/ si chiama merlo \/ senza saperlo. L\u2019altro giorno, tanto per fare conversazione, l\u2019ho recitata a una bambina, suscitando grandi risate. 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