Il sergente Studer?

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

A volte gli addii sono più lunghi del viaggio.
Prima di partire saluti la persona che ti sta accanto. Le stringi la mano. Dopo qualche secondo entri nell’automobile. Accendi il motore e abbassi il finestrino, per una parola di commiato. Lei resta in piedi e ti fa un cenno. Tu rispondi, mentre con l’altra mano ruoti il volante per uscire dal parcheggio. Lei sta ancora sventolando il braccio destro. Tu alzi brevemente i fari, come un battito di ciglia. Poi t’immetti in una strada che gira intorno al cortile e un’altra volta passi di fianco a lei che, instancabile, muove il braccio avanti e indietro. Allora per forza rallenti, abbassi il finestrino – ciao, gridi sporgendo la mano – acceleri leggermente e un attimo dopo, alzando il capo, la scorgi nello specchietto retrovisore… è ritta in piedi, ancora ti sta guardando; e a te sembra che ogni istante apra un solco nella memoria, nella speranza, come una ferita. Tu pensi alla strada, alla direzione da prendere. Ma vorresti tornare, salutare di nuovo la persona che ami, prolungare il gesto dell’addio, anche se quello stesso gesto ti riempie di dolore.
Ecco, per me il mese di novembre funziona più o meno così. Ci sono queste giornate sontuose, con i muretti caldi al sole del mezzogiorno. Ma il blu del cielo è diverso, più circospetto. I pomeriggi mettono in scena una sorta di parodia della lentezza estiva, con la luce che si distende, che incide il profilo delle montagne. Le montagne tuttavia sono brune, il cielo si spegne in pochi minuti, il freddo scende nei polmoni a ogni respiro. Questo incombere del buio ti fa pensare al tempo che si accorcia, alla vita che si consuma. Perché l’addio dev’essere tanto lungo? Perché l’inverno non arriva in un soffio? Ma niente, novembre ci tiene alla sua bellezza.
In uno di questi giorni di commiato, Yari e io andiamo a Paradeplatz. Stavolta ci arriviamo in maniera: uno concretamente e l’altro affacciato alla finestra di FaceTime. Accadde già nel mese di maggio: Yari, per ragioni di forza maggiore, dovette visitare Paradeplatz attraverso il mio sguardo. Stavolta sono io che mi affido ai suoi occhi per tentare di capire questo luogo che ancora ci ossessiona con il suo segreto, undici mesi dopo l’inizio delle nostre indagini.
Mi trovo in un giardino, a Breganzona, con una spendida vista sul laghetto di Muzzano. Novembre si mette in mostra: lo scintillio del sole sull’acqua, il verde smagliante dei prati, il vento quasi tiepido che pulisce l’aria. Dall’altra parte, è tutto grigio. Nello schermo del telefono vedo Paradeplatz intrisa di pioggia e di malinconia: grigio l’asfalto, grigie le facciate delle banche e dell’hotel, grigio l’albero di Natale, grigie anche le bocce colorate, grigi i tram, grigi i passanti che scantonano sotto l’ombrello, grigia la vetrina di Marsano – ma dove sono andati i fiori? – e grigia la faccia di Yari irrigidita dal freddo.
Gli alberi di Natale schierati sopra il tetto dell’UBS sembrano un plotone di esecuzione poco prima dell’alba. Ma non è l’alba. Non è nemmeno mattina, sebbene l’orologio segni le undici. È un mondo senza tempo, dove novembre a lungo scioglie il suo canto d’addio. Yari e io ci scambiamo qualche parola, ma non sappiamo bene che cosa dire: questo incrocio di universi, questo urtarsi di sole e pioggia, di verde e grigio, questo paradosso che filtra nei nostri telefoni parla da sé.
– Ho portato una poesia – borbotta Yari dopo un po’.
– Ah bene – dico io.
– Non è facile da capire, devi leggere attentamente.
Comincio a preoccuparmi.
– Arriva da molto lontano – aggiunge Yari. – Te la invio?
Poco dopo, sullo schermo del mio telefono appare un codice miniato.

[AF]

*

Essere in ritardo quando nessuno ti sta aspettando è un’esperienza decisamente meno adrenalinica rispetto al canonico ritardo, quello che prevede la presenza di almeno un’altra persona o di un quadro istituzionale, professionale, sociale. Così quando il treno che da Berna mi sta portando a Zurigo si ferma improvvisamente a Rothrist, e il vagone è attraversato da un vociare convulso di donne scandalizzate e uomini isterici, io appoggio sul tavolino il libro di Friedrich Glauser e guardo con stanchezza attraverso il finestrino. Alla fine saranno trenta i minuti di ritardo complessivi, che su un viaggio di poco meno di un’ora non sono irrilevanti, come fa notare qualcuno. L’annuncio del capotreno germanofono è epico, soprattutto nel forzato passaggio al francese – «dérangement de véhicules», pronunciato lentamente e con la gravità di chi conosce, di chi sa– e infine a un inglese tanto improbabile da far pensare alla Linea di Cavandoli (forse una citazione voluta).
Continuo a guardare dal mio rettangolo trasparente quello che offre il panorama, cioè pioggia. E sullo sfondo il collo chino, dalle movenze preistoriche, di una gru o una scavatrice. Questa volta le ragioni di forza maggiore hanno reso la trasferta di Andrea impossibile. Il signore con i baffi seduto davanti a me – piuttosto anziano, senza nulla d’appariscente – osserva il mio taccuino mentre scrivo: non-ritardo. Non si capisce bene se sia serio o sorrida. A pochi metri, una donna anziana sembra sentirsi poco bene, poi l’emergenza rientra.
Giunto a Paradeplatz propongo una videochiamata ad Andrea e cerco di mostrargli tutto quello che novembre ha tolto: i fiori, i colori, la spensieratezza. Complice la pioggia, la gente si stringe sotto la tettoia centrale e sembra poco propensa al sorriso. Tutti consultano orari e tabelloni. Alcune vetrine digitali mostrano il solito Natale standard di candeline, renne, paesaggi innevati, calorose casette, zenzero, marzapane e vogliamoci bene. «Ehi, ma allora siamo vicini. Io sono a Paradeplatz, hai in mente? Sì, le banche. Ti aspetto davanti alla Lindt&Sprüngli»: l’uomo spegne il telefono, esita, ma dopo pochi istanti se ne va di corsa, senza guardarsi intorno. Evito di restare nei paraggi, d’incrociare – chi lo sa – uno sguardo deluso. Si può dire addio anche se non ci si è incontrati?
Sarà l’inesorabile bellezza di novembre, ma sono sfiduciato. Eppure, quasi ottocento anni fa, tale Giovanni di Pietro di Bernardone, umbro d’origine, sembrava nutrire una maggiore fiducia in quello che gli stava intorno, tanto da scrivere una delle poesie più memorabili fra le memorabili. Già. Chissà cosa direbbe oggi Francesco d’Assisi della sora nostra matre terra. Siederebbe pure lui al riparo dalla pioggia, nel tripudio d’asfalto, rotaie e addobbi natalizi. Osserverebbe passare i fenicotteri rosa con le zampe a mollo in un blu-piscina pubblicitario, su uno dei tanti tram. Poserebbe lo sguardo sulle due alci dorate all’entrata del fioraio. Loderebbe il suo Signore per Paradeplatz. Poi, con una piccola dose – diciamo una punta – di cinismo, ricorderebbe una volta di più la sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare.
Spedisco ad Andrea il Cantico delle creature: magari lui, che è dall’altra parte del mondo, riesce a essere più fiducioso. Intanto un ragazzo mi guarda e solo dopo avere registrato il mio (finto) disinteresse si siede sulla panchina, a pochi centimeri dal mio zaino, e gioca a calcio sul suo cellulare. Se non fosse stato per lui, non avrei notato l’uomo alle nostre spalle, dietro la porta d’entrata dei bagni pubblici. Immobile, vicino al vetro, guarda intorno con pazienza. Mi sembra di riconoscerlo, piuttosto anziano, senza nulla d’appariscente, con quei baffi che non si capisce bene se sia serio o sorrida.

[YB]

*

Era un uomo piuttosto anziano che non aveva nulla d’appariscente: camicia con colletto floscio, abito grigio un po’ sformato perché il corpo che vestiva era grasso. Quell’uomo aveva un volto pallido, magro, i baffi coprivano la bocca, sicché non si capiva bene se sorridesse o fosse serio. Si frugò in tasca, ne cavò un sigaro Brissago e lo infilò tra le labbra. Aveva gli occhi semichiusi, ma non gli sfuggiva niente di quanto accadeva sulla piazza lucida di pioggia. Passanti, ombrelli, tram… tutto appariva come doveva essere. Davvero? Fece un passo avanti, accostando la porta alle sue spalle. Trasse una scatola di fiammiferi e accese il sigaro, mentre la sua attenzione veniva attratta da un dettaglio bizzarro. Un’inceppatura nel sistema? Qualcosa del genere…
Un uomo alto, infagottato in un giaccone. Prima aveva parlato a lungo al telefono, poi aveva scattato fotografie agli edifici intorno alla piazza. Ora aveva per le mani un documento dall’aspetto antico, e leggeva mormorando le parole a fior di labbra. Era tutto normale? L’uomo anziano si domandò che cosa avrebbero detto i suoi giovani colleghi. Sicuramente che dava i numeri.
Quando i colleghi dicevano che era matto, forse volevano dire che aveva troppa fantasia per un bernese. Ma anche questo non era del tutto vero. Vedeva forse un po’ al di là del suo naso che sporgeva lungo, appuntito e sottile sul volto magro, e non si adattava affatto al suo corpo massiccio.
Notò che l’uomo alto stava per salire su un tram, ma aveva lasciato la pergamena, o quello che era, appoggiata sulla panchina. Si avvicinò. Provò a leggere quelle strane lettere che parevano arrivare da un altro mondo.

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu omo ène dignu Te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue Creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le Stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,
la quale è multo utile et umile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ’l sosterranno in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’l farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande umilitate.

[AF]

*

Non so quanta umiltà ci voglia per accettare un eufemismo come «Personenunfall – Accident de personne», che è quanto si sente ogni tanto sui treni che fanno la spola fra Romandia e Svizzera tedesca, a cui segue un contegno artificioso e, solitamente, il poco dissimulato nervosismo dei pendolari. Nessuno – io incluso – si chiede mai se la persona che giace inerte sui binari se ne sia andata con ancora addosso i suoi peccata mortali, chi fosse, cosa facesse, e naturalmente: perché. «Non c’è tempo», si dirà. «Così va il mondo». Per fortuna c’è ancora chi cava un Brissago dalla tasca.

[YB]

PS: La Linea è il celebre e indimenticabile personaggio animato di Osvaldo Cavandoli (1920-2007), creato alla fine degli anni ’50.

PPS: San Francesco d’Assisi (1181-1226) scrisse le Laudes Creaturarum o Canticum fratris Solis nel 1224. Il Cantico è considerato il primo testo poetico (di cui si conosca l’autore) della letteratura italiana. Per altri dettagli si veda Gianfranco Contini, Letteratura italiana delle origini, Sansoni, 1976.

PPPS: Il testo contiene due citazioni da Friedrich Glauser. La frase in corsivo che comincia con Era un uomo piuttosto anziano è tratta da Il sergente Studer (Sellerio 1986; traduzione di Gabriella De’ Grandi e Valeria Valenza da Wachtmeister Studer, Morgarten, Zürich 1936). La frase in corsivo che appare qualche riga sotto (quella che comincia con Quando i colleghi; ma già l’espressione dava i numeri) è tratta da Il grafico della febbre (Sellerio 1985; traduzione di Gabriella De’ Grandi da Die Fieberkurve, Morgarten, Zürich 1938). Entrambe sono riferite a Jakob Studer, l’investigatore della Polizia cantonale di Berna protagonista di alcuni romanzi e racconti di Friedrich Glauser (1896-1938).

PPPPS: La terza immagine di questo articolo è un dipinto dell’artista tedesco Wolf Panizza (1901-1977). È intitolato Novemberlandschaft, risale al 1935 ed è conservato nella Pinakothek der Moderne di Monaco.

PPPPPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglioagostosettembre e ottobre.

 

 

 

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L’ultima sigaretta

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

L’uomo è irrequieto, si guarda intorno, esce di scena sulla Talacker per ricomparire un attimo dopo sulla Bahnhofstrasse. Si ferma nel triangolo di banchina che sorge come un isolotto fra i binari del tram. Avrà già compiuto settant’anni? La sua barba ricorda più quella di Rasputin che non quella di un hipster, e del resto l’abbigliamento non ha nulla di studiato. Semmai porta con sé un’aria trasandata dai colori spenti e polverosi. Incrocio il suo sguardo più volte, ma non se ne accorge. La sua attenzione è rivolta altrove. Si accende una sigaretta e riparte nervoso davanti al chiosco, attraversa la strada, poi si ferma in un punto preciso, scelto con cura, allinea i piedi, si abbassa leggermente, aggiusta pollice e indice della mano destra portandoli alle labbra, e infine lancia. La sigaretta – fumata solo a metà – vola per mezzo metro, prima di atterrare accanto al binario. Deluso, l’uomo riparte.
Al decimo mese, Paradeplatz sembra essere diventato un approdo. Un momento diverso dagli altri: ci si lascia il mare mosso alle spalle e ci si ferma per qualche ora, ancora coperti di sale, trotterellando qua e là con passo incerto, assorbiti da una quotidianità altrui di cui ogni tanto s’indovina qualcosa, più spesso non si capisce nulla. È ottobre inoltrato, ma la luce del sole insiste esuberante e l’ombra rimane sotto assedio.
Di nuovo l’uomo barbuto. Questa volta arriva dall’angolo fra Tiefenhöfe e Bleicherweg. Il pacchetto che tiene in mano è bianco e rosso. Recita: MAGNUM. Come potrebbe essere altrimenti? Sfila un’altra sigaretta e dopo averla accesa ritorna sulla rampa di lancio. Tre, due, uno. La sigaretta resta miracolosamente in piedi nel binario. L’uomo si ferma per qualche istante, in attesa di un tram che riporti il mozzicone in orizzontale. Ne transitano addirittura due. Dopo il trambusto, la sigaretta è effettivamente affondata all’interno del binario e l’uomo è scomparso. Una figura allegorica, forse.
Guardando il tram che sferraglia noto due dettagli. Il primo è una pubblicità: Erotik Adventskalender. Una conquista epocale: dopo il Bambin Gesù e i Santa Claus, la grande protagonista natalizia 2018 sarà Cleopatràs lussuriosa. Il secondo è un capolinea. Frankental. Il solito capolinea. Questa volta però mi ritornano in mente le parole pronunciate da Andrea in gennaio, durante il primo appuntamento zurighese. «La prossima volta dobbiamo andare a Frankental», aveva detto. Penso a tutti i progetti che abbiamo menzionato durante questi mesi: luoghi da vedere, testi da leggere, persone da incontrare. Ci restano solo due mesi a disposizione ed è improvvisamente chiaro chiarissimo che dovremo selezionare e lasciare cadere molte cose.
Dicembre incombe come una scure. Ma è giusto così, a poco servirebbe posticipare la scadenza. Questi siamo noi: la curiosità e l’entusiasmo che tende a moltiplicare, gli occhi che saltano a un futuro improbabile, in cui noi tendiamo comunque a credere, fino a essere persino colti alla sprovvista davanti al ridimensionamento (se va bene) o al fallimento (se va male). Forse più s’ignora il presente – che significa così spesso razionalizzare, pianificare, consolidare – e meno si deve pensare alla fine. Che però arriva, brutale.
Eccolo ancora, il moderno Rasputin. La sigaretta e il lancio che naturalmente, dopo il precedente exploit, non riesce. Ma fino a quando continuerà? E quando ha iniziato? Devo ricordarmi di andare a vedere quante sigarette stazionano inerti dentro le misteriose cavità del binario. Tre? Cento? Un milione? Sembra la versione 2.0 dell’ultima sigaretta (U.S.) di Zeno. Cerco Andrea, che oggi è particolarmente taciturno. Forse lui saprà dirmi qualcosa di più. Lo guardo e gli chiedo: Che sai tu, che taci?

[YB]

*

Un uomo parla al telefono, in italiano.
«Mi hanno comunicato la notizia ieri alle quattro e la sto ancora digerendo.» Fa una pausa. «È una questione di management, adesso non so che cosa succederà. Ma volevo dirtelo in anteprima… no, non è ancora ufficiale…» L’uomo continua la conversazione mentre sale sul tram numero 13 che, guarda caso, porta a Frankental. Io resto sul marciapiede, consapevole che non saprò mai niente di più su questa notizia confidenziale. Così come non saprò mai quale mistero nasconde l’uomo con i pantaloni rossi e un pupazzo di panda a grandezza naturale sulla spalla. E nemmeno saprò dov’è diretta la bambina che, transitando davanti al chiosco “Frido’s Marroni” canta una versione molto personale di Bella ciao.

 

Come facciamo a capire questo luogo? Gli unici che sembrano veramente a loro agio qui sono i tram, che passano e ripassano davanti a noi, scampanellano, si lanciano lunghi fischi stridenti, come grandi cetacei che parlino un’abissale lingua segreta. Lentamente mi aggiro intorno alla pensilina, registrando un audio con il telefono. Voglio catturare almeno cinque minuti sonori, per riascoltarli a casa, a occhi chiusi, immaginando di essere ancora a Zurigo. Scopro che il fatto di registrare ha quasi un potere ipnotico, come se piano piano perdessi tutti gli altri sensi e diventassi solo udito… finché la voce di Yari interrompe il sogno a orecchie aperte. Mi indica uno strano personaggio che lancia sigarette nei binari del tram. Poi leggiamo la poesia. Stavolta tocca a Mario Luzi e la lirica, tratta dalla raccolta Per il battesimo dei nostri frammenti (1985) parla proprio di Zurigo. (Ecco qui la versione in pdf con la spaziatura originale).

Sbrìgati,
non ebbe altro da dirmi
lei
dai suoi fradici rossori,
mi spinse nell’autunno dei suoi larici,
mi strappò in fretta la tazza
di nebbia e luce
che erano i suoi laghi, altra volta sue pupille.
M’incalzò quel monito
per tutte le sue valli,
giunse fino alle anatre
divenute molte
e nere tra Limmat e Zurchersee
e più verso la foce.
E tu
che mi guardi verso te
precipitare dirocciando
città rivierasca di che mare,
immagine o miraggio…

Che sai tu, che taci?

Fra la natura autunnale (lei) e la città (tu), il poeta precipita e spera di approdare a un chiarimento, a un mare che sciolga gli enigmi. Ma la città si schermisce, mentre le anatre divengono molte / e nere. Ho l’impressione che tutti noi rivolgiamo alla città la stessa domanda. Yari con il suo desiderio di andare a Frankental, io con i miei cinque minuti di puro ascolto, la bambina che canta, Rasputin che lancia sigarette. In una sorta di muto coro, insistiamo nel chiedere: che sai tu, che taci? Che cosa nasconde il cuore del cuore di Zurigo? Che cosa ancora Paradeplatz non ci ha raccontato, in questi dieci mesi di corteggiamento?
A un certo punto, mentre progettiamo il viaggio a Frankental per novembre o dicembre, Yari mi ricorda la leggenda metropolitana secondo cui sotto la Paradeplatz esterna s’intrecciano i cunicoli di una Paradeplatz scavata nella terra. Ci scambiamo un’occhiata. In fondo, che cosa ci costa provare? Apriamo la porta a vetri, ci avviamo lungo le scale. Come per scendere negli inferi bisognava pagare un obolo, per raggiungere il bagno pubblico di Paradeplatz bisogna infilare un franco nell’apposita fessura. Appena entrati cerchiamo una botola, un passaggio segreto. Ma il bagno è lindo, bianco, rispendente di specchi e porcellane. Una porta attira la nostra attenzione, anche solo per il laconico cartello: KEIN EINGANG, non si può entrare. Senza nemmeno consultarci, uno dopo l’altro, proviamo ad abbassare la maniglia. Niente, non si apre.
Mentre stiamo per uscire, scorgo un’altra porta chiusa. Questa si apre. Senza pensarci, oltrepasso la soglia e finisco in uno sgabuzzino. Mi accorgo che nei muri ci sono due buchi che sembrano portare nella profondità della terra. Che sia questo l’accesso? Provo a guardare in basso, ma non si vede niente. Vado a cercare Yari, passando per un’altra porta. Ho un attimo di disorientamento: sono tornato nel bagno… ma non è lo stesso bagno! Prima che la fantasia possa dipingere scenari di scambi dimensionali, capisco che sono finito nel bagno delle donne. Torno precipitosamente sui miei passi e riguadagno la superficie.
Fuori, tutto è come prima. Yari sta scattando qualche fotografia ed entrambi, senza bisogno di dircelo, ci rendiamo conto che siamo al terzultimo mese. Abbiamo passato ore in questa piazza, ma ci sembra che non sia abbastanza, ci sembra di non riuscire a scriverne come vorremmo. Però, a ben pensarci, questa è anche una fortuna. Quando evochiamo un luogo, una persona, un avvenimento, sempre dietro le nostre parole echeggia quell’interrogativo: che sai tu, che taci? E se non ci fosse questa domanda, forse non avremmo più ragioni per scrivere.

[AF]

*

Ne ho contate sette, di sigarette, sul fondo del binario. Ma Rasputin – mentre contavo – attendeva soltanto che mi allontanassi per riprovarci, con commovente tenacia. Perché? Qualcuno chiede perché? Le ragioni sono quelle taciute. Luminose e taciute. Possiamo ignorarle, ma regolano la nostra vita più di quanto immaginiamo. Ci pensavo salendo a due a due gli scalini dei bagni pubblici, l’anticamera del sottosuolo di Paradeplatz. Oggi ci siamo dovuti fermare sulla soglia. Ma KEIN EINGANG è un invito a continuare, a riprovarci. L’inverno bianco incalza, dice una voce amica. Sbrìgati.

[YB]

*

Accanto all’edicola, c’è una pila di copie del settimanale “Die Zeit”. Il titolo principale dice: Wer versteht noch die Welt? (chi capisce ancora il mondo?). Ma non è detto che il mondo vada capito a ogni costo. Forse il problema non è tanto comprendere, quanto essere nel mondo, con il mondo, parte del mondo. Il senso dell’esistenza si rivela nelle dissertazioni filosofiche o si nasconde invece nel lancio di una sigaretta?

[AF]

PS: L’audio di cinque minuti alla fine dura 6.17. Chi volesse può tenerlo come sottofondo mentre legge questo articolo. Segnaliamo comunque che dal minuto 2.50 si sente la bambina che canta Bella ciao.

PPS: La famosa “ultima sigaretta” (U.S.) è quella di Zeno, nel romanzo di Italo Svevo La coscienza di Zeno (1923). La lirica “Sbrìgati” venne pubblicata per la prima volta in L’Almanacco 1984, cronache di vita ticinese n. 3, Salvioni, Bellinzona 1983. In seguito Luzi la inserì in Per il battesimo dei nostri frammenti (Garzanti 1985), uno dei suoi libri più significativi.

PPPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglioagosto e settembre.

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L’uomo nudo

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Come levare tutti gli schermi, i veli, tutte le corazze, le cotte di maglia, i giubbotti antiproiettili sotto cui nascondiamo il nostro io? Come arrivare all’essenza della nostra identità, a quello che Georges Simenon chiamava l’homme tout nu? È difficile guardare noi stessi per quello che siamo, semplicemente, senza inganni. È difficile anche guardare gli altri. Ma non solo le persone; perfino i luoghi tendono a nascondersi nel momento stesso in cui li visitiamo: sono nove mesi che torniamo a Paradeplatz, eppure a volte mi sembra di non averla ancora mai vista.
Secondo la mia esperienza, esistono due tecniche ben precise e collaudate che permettono di guardare l’uomo nudo che nascondiamo dentro noi stessi.
1) Perdersi.
2) Camminare a Zurigo quando soffia il föhn.
La sera prima del viaggio a Zurigo avevo un incontro in una libreria di Como. Alla fine ho salutato i librai e mi sono allontanato, mentre loro chiudevano bottega. Dopo qualche metro però mi sono accorto che non sapevo più dove fossi. Non solo, mi ero pure scordato dove avevo parcheggiato l’automobile. Il telefono era morto, senza batteria. Ho pensato di chiedere un’indicazione a un passante… ma per dove? Ho camminato a lungo, mentre scendeva la sera, finché mi sono imbattutto per caso nel parcheggio. Il giorno successivo sono arrivato alla stazione di Bellinzona, pronto a prendere il treno per Zurigo, e ho scoperto che il treno stava partendo proprio in quel momento. Che cos’è accaduto? Perché prima ero puntuale e poi di colpo in ritardo? Non ci sono risposte. Quando ci si perde, non bisogna indugiare sulle cause dello smarrimento, bensì muoversi, camminare, cambiare treno.
In seguito, mentre aspettavo a Paradeplatz, ho ricevuto un messaggio di Yari. M’informava che, inspiegabilmente, si era perso lungo il tragitto dalla stazione alla piazza. Mi ha inviato fotografie strane di una città che non sembrava nemmeno Zurigo. Abbiamo provato a segnalarci la nostra posizione con il telefono, ma quando sono arrivato al puntino rosso che avrebbe dovuto essere Yari, non ho trovato nessuno: il puntino yarico si era spostato nel posto in cui lo stavo aspettando prima di andare a cercarlo.
Tutto ciò per dire che il momento in cui siamo riusciti a raggiungere lo stesso luogo – Paradeplatz, finalmente! – è stato come lo scioglimento di un nodo narrativo. Musica epica in sottofondo, scena al rallentatore. Siamo qui! Siamo noi! Questa è la nostra piazza! I nostri smarrimenti ci hanno regalato uno sguardo più fresco, pronto alla meraviglia (e ai punti esclamativi). Tuttavia ci siamo resi conto che Paradeplatz non era per niente “la nostra piazza”, perché stava soffiando il föhn ed erano tutti matti… noi compresi, come dimostrano gli smarrimenti di cui sopra.
Il föhn, o favonio, è un vento caldo, secco, sfibrante. La piazza sussultava a ogni sferzata, sorpresa nella sua intimità. C’erano tre lavori in corso: due per terra e uno sul tetto di un palazzo. L’uomo al volante della macchina pulitrice aveva uno sguardo trasognato. Dal cantiere sul tetto, calavano colpi di martello, uno dopo l’altro, sopra il vocio di un gruppo di bambini (nervosi pure loro) e sopra la telefonata accorata di un signore di mezza età che ripeteva, allo sfinimento, «quando non ci sarò più, andrà tutto bene, aspetta che non ci sarò più, andrà tutto bene quando non ci sarò più». Mentre prendevo appunti sul mio taccuino una signora anziana con una nuvola di capelli azzurri vaporosi, mi ha sorriso comprensiva. È il föhn, sembrava che volesse dirmi, non puoi farci niente.
Accanto a lei, sulla panchina, sedeva una ragazza vestita di giallo. Stava leggendo Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle, in italiano. Assorta, concentrata, con una piccola ruga sulla fronte. Mi sono ricordato che il romanzo racconta di un viaggio in terre remote: un gruppo di esploratori arriva su un altopiano isolato, in mezzo alla foresta amazzonica, sul quale vivono creature preistoriche. Terre remote? Di certo non sono più lontane di Paradeplatz, oggi, qui.

[AF]

*

Ore 10:38, Yari – Caro, mi confermi il pranzo al sacco?
Ore 10:42, Andrea – Sì, io non l’ho portato, ma compro qualcosa a Zurigo. Ricorda la poesia!
Ore 10:45, Yari – Non preoccuparti, ho preparato un tramezzino di endecasillabi.
Ore 10:46, Andrea – Ottimo se ci bevi sopra un sonetto caudato.
Ore 10:49, Yari – D’altra parte, il sonetto caudato è parente del caffè corretto, no?
Ore 10:51, Andrea – Certo, poi c’è chi esagera e prende un madrigale on the rocks.
Ore 11:00, Yari – Sono gli stessi che si fanno uno stornello non filtrato e poi lo trovano denso.
Ore 11:55, Yari – Tra l’altro, diversi disturbi sulla linea ferroviaria. Spero di arrivare. Ho paura che non resisterò e azzannerò il mio panino prima di arrivare a Paradeplatz.
Ore 12:28, Yari – 12 minuti di ritardo. Vediamoci pure a metà strada, davanti a quel ristorante italiano che abbiamo visto l’ultima volta.
Ore 12:36, Andrea – Perfetto. A dopo.
Ore 13:23, Yari – Mi sono perso. [POSIZIONE]
Ore 13:26, Andrea – Cammina dritto e vai a sinistra. Perpendicolare. [POSIZIONE]
Ore 13:30, Yari – Acc, scusa, stavo andando al contrario, ma vale la pena: è un posto strano. Arrivo.
Ore 13:32, Andrea – Non trovo il ristorante italiano.
Ore 13:34, Yari (messaggio vocale) – “È molto semplice: se guardi in direzione della stella polare e giri due volte a destra di te stesso, ecco, ci arrivi facilmente”.
Ore 13:34, Andrea – Ma dov’è? Sono alla fontana circolare grande, dove il mese scorso stava seduto il cuoco. Vicino al negozio di foulard.
Ore 13:35, Yari (messaggio vocale) – “Oppure, come diceva il mio vecchio docente di geografia, diritto verso il nord della Polare”. [POSIZIONE]
Ore 13:36, Andrea (messaggio vocale) – “Stai dicendo che tu aspetti al ristorante italiano sapendo che potrebbe accadere di tutto. Qui sta già accadendo di tutto, perché c’è in giro molta più gente strana del solito. Prova a fare un salto alla fontana”.
Ore 13:38, Yari – Fontana circolare? Circo ilare? Lucio Fontana? Ilare uccello?
Ore 13:40, Yari – Ma come?! Ti sei spostato? [POSIZIONE]
Ore 13:41, Andrea – [POSIZIONE] Fermo lì!
Ore 13:41, Yari – Io sono qui. Di fianco a me fumano un sigaro cubano. Quasi quasi mi sposto, però, perché a questo punto sarà deludente incontrarsi.
Ore 13:42, Yari – Ho appena visto transitare una ragazza che deve aver confuso il senso del ridicolo con il senso di marcia, e se ne va in giro su trampoli argentati con la gonna più corta di una sigaretta (fumata a metà).
Ore 13:43, Andrea – Macchina.
Ore 13:44, Andrea – Pulitrice.
Ore 13:44, Yari – Ti vedo. Cioè, vedo le tue scarpe rosse.

[…]

Ore 15:03, Yari – Sono sul treno.
Ore 15:14, Andrea – Anch’io.
Ore 15:29, Yari – Mi scrive mia moglie: “Certo che erano tutti strani. Succedono sempre cose strane a Zurigo, quando c’è il föhn. Lo diceva anche Dürrenmatt”.
Ore 15:29, Andrea – Bello! Con il föhn sono tutti nudi…
Ore 15:29, Yari – Sì, come gli alberi spogliati dall’autunno.
Ore 15:31, Andrea – E come gli atri delle banche.
Ore 15:33, Yari – Spogliati anche quelli dall’autunno (dell’animo umano?).

[YB]

*

È difficile incontrarsi.
Per fortuna, come dimostrano i messaggi trascritti da Yari, la tensione verso l’incontro è già una vicinanza. I messaggi s’interrompono quando siamo arrivati davvero nello stesso luogo. Dentro quella parentesi quadra – […] – oltre a osservare quanto accadeva intorno a noi, abbiamo letto una breve poesia di Federico Hindermann.

Vivi tra molti
parenti, amici, l’età confondi,
storie d’altrove, non sai chi ascolti

[AF]

*

La vita potrebbe essere proprio una parentesi quadra dove inscatolare tutti gli incontri che si fanno per strada o nei libri. Creature con cui si sorride, si soffre, si mangia. E alla fine non sai se sei tu a essere loro o loro a essere te. Confondi la tua voce con quella degli altri.

[YB]

PS: Il riferimento di Simenon all’homme tout nu si trova in parecchi testi o interviste; per esempio nella conferenza Le romancier, tenuta a New York nel 1945: Je me rapprochais de l’homme, de l’homme tout nu, de l’homme en tête à tête avec son destin qui est, je pense, le ressort suprême du roman. Il testo completo si trova in L’Âge du roman (Complexe 1988).PPS: Il mondo perduto venne pubblicato da Arthur Conan Doyle nel 1912. Fu tradotto in italiano per la prima volta nel 1913 e da allora pubblicato in varie edizioni. È la prima storia con il professor Challenger, protagonista di una serie di racconti e romanzi precursori del genere fantascientifico.PPPS: La poesia di Hindermann è tratta da I sette dormienti, a cura di Matteo M. Pedroni, Bellinzona, Sottoscala, 2018.PPPPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglio e agosto.

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Panchinario (11-17)

Le panchine sono casa nostra. Appaiono come oasi nel deserto in mezzo gli ingorghi metropolitani, ai divieti di passaggio, alle proprietà private, dentro il reticolo di strade su cui bisogna guidare, camminare, avanzare, di certo non stare fermi. Nei luoghi selvaggi, per contro, le panchine diventano un segno di civiltà, rivelandosi ai viaggiatori come uno tra gli artefatti più geniali mai concepiti dalla mente umana. Le panchine sono il nostro divano, la nostra piazza; suscitano incontri casuali e invitano alla fantasticheria solitaria. Senza spesa e senza fastidi, tutte le settimane estendo le pareti di casa mia: ogni panchina è una nuova stanza, intima, domestica, segreta e insieme pubblica, universale.

11) MONTE CARASSO, sul prato davanti al Grotto Mornera
Coordinate: 2’718’926.1; 1’118’563.9
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… parlare da soli.
Bisogna salire dal basso, appesi a una fune. La stazione di partenza è in via I Fracc; il capolinea a Mornera, a 1400 metri di quota. Il viaggio dura una decina di minuti. Dalla cabina della funivia, fra i boschi di castagni appaiono il ponte tibetano sospeso sulla Valle di Sementina e i resti del villaggio di Curzùtt (con la bella chiesa affrescata di San Bernardo). All’arrivo potete scegliere fra tre panchine intagliate nel legno, ma per parlare da soli è consigliabile sedersi su quella di mezzo: un piccolo gatto di ferro, appeso alla ringhiera in fondo al prato, accoglierà amabilmente il vostro soliloquio. Guardate la maestà delle montagne. Respirate l’aria fresca. E raccontate pure al gatto tutti i vostri guai, le vostre preoccupazioni. Lui non vi interromperà, ma vi ascolterà con pazienza, attento, immobile, comprensivo come può esserlo solo un gatto di ferro.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

12) LUGANO, in via Guglielmo Canevascini
Coordinate: 2’716’0423.1; 1’096’272.3
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… prepararsi a un nuovo anno scolastico.
Il tempo ci consuma e tuttavia non possiamo né vederlo, né toccarlo, né ascoltarne l’incessante fruscío. Possiamo però annusarlo. Penso al primo giorno di scuola della mia vita: più delle immagini o delle parole resta un odore, una miscela di quaderni, matite, gomma da cancellare, corridoi, timore, lavagna, gessi, banchi di legno e trepidazione. Mi pare di sentirlo di nuovo quando – in una calda giornata di fine agosto – mi siedo su una panchina all’ombra, accanto a una scuola dell’infanzia ancora vuota e silenziosa. Davanti a me, oltre la recinzione, i colori squillanti di un parco giochi. Sotto la vampa del sole la scuola è perfettamente immobile, in attesa. Pochi metri più in là c’è una residenza per anziani. Mentre contemplo il parco giochi deserto, passa un ragazzo che spinge una vecchia signora in carrozzella. Ci salutiamo. Il tempo sprigiona un odore lontano, misterioso.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

13) ZOO DI ZURIGO, nella Masoala-Halle in Zürichbergstrasse
Coordinate: 2’686’093.3; 1’248’834.6
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… leggere Emilio Salgari.
Emilio Salgari (1862-1911) inventò centinaia di storie ambientate in luoghi esotici che non aveva mai visto. «Scrivere, diceva, è come viaggiare ma senza la seccatura del bagagli». Se volete visitare il Madagascar senza la seccatura dei bagagli, nello Zoo di Zurigo c’è un padiglione di 11mila metri quadrati che racchiude l’ecosistema della foresta pluviale, con cinquecento specie di piante e cinquanta specie di vertebrati (circa trecento individui). Seduti su una panchina di legno, potrete ascoltare i suoni della foresta mentre intorno a voi si aggireranno camaleonti, gechi, rane pomodoro, pappagalli, lemuri e volpi volanti di Rodrigues. A questo punto, aprite I misteri della Giungla Nera: «L’aria era dolce, imbalsamata dal soave profumo dei gelsomini, degli sciambaga, dei mussenda e dei nagatampo». Non c’è bisogno di sapere che cosa significhi… basta il suono delle parole.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

14) ORBETELLO, sulla ciclopista parallela a via Mura di Levante
Coordinate: 46°26’12” N; 11°12’38” E
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… sognare.
Chi l’ha mai detto che per sognare occorre stare comodi? Non parlo dei sogni a occhi chiusi, ma di quelli a occhi aperti. Se siamo troppo rilassati, se tutto è troppo confortevole, a che cosa serve sognare? A che cosa serve usare la facoltà meravigliosa dell’immaginazione per esplorare luoghi remoti senza vederli? Il mare è un potente generatore di fantasticherie. Non c’è nemmeno bisogno di averlo davanti, basta osservare una cartolina, basta sentire la parola, leggere quelle quattro lettere vaste come l’orizzonte: MARE. Questa panchina di Orbetello – siamo nella provincia di Grosseto, in Toscana – si può raggiungere sognando (a occhi aperti) oppure percorrendo la ciclabile fuori dalla città. Dalla panchina si scorge il tombolo di Feniglia con la sua pineta. A destra c’è l’Argentario, a sinistra il continente. Il mare aperto e sconfinato non si vede, ma è facile da immaginare. Anche perché la panchina è scomodissima.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

15) PRATO LEVENTINA, sopra il lago Tremorgio, salendo verso il lago del Leit
Coordinate: 2’698’848.9; 1’148’009.5
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… riempirsi gli occhi di blu.
Quando mi sento malinconico, cerco di rinnovare le mie scorte di blu. Il rimedio è presente in varie forme: il cielo, il mare, un fiume, un vestito, uno sguardo, un dipinto di Simone Martini, di Kandinsky o di Vermeer, una poesia di Mario Luzi o una canzone di Paolo Conte. A volte m’imbatto in una tipologia precisa: il blu Calgari (creato dai fratelli Calgari nel XIX secolo, presente in tanti affreschi dell’alto Canton Ticino) o l’IBK (International Blue Klein, fra il blu scuro e il blu di Prussia, creato da Yves Klein nel 1957). Comunque sia, tutte le sfumature – il blu Calgari e l’IBK, il blu di Prussia, il blu oltremare, l’azzurro, il blu di Persia e il blu Savoia e altri ancora – tutte si ritrovano nei colori del lago Tremorgio, che riflettono il cielo, il tempo e la speranza. Mi siedo sulla panchina, a poco più di duemila metri di quota, e riempio il serbatoio di blu.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

16) COLDRERIO, nell’area di servizio sull’A2 in direzione nord
Coordinate: 2’720’072.6; 1’078’838.3
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… leggere un poeta arabo.
Il luogo, in sé, non sembra destinato ad attirare i turisti: si sente un continuo rombo di motori; per terra ci sono cartacce e mozziconi di sigaretta; a pochi passi c’è una fontana di cemento dalla quale non esce un filo d’acqua. Ma qualche metro più in là, oltre una recinzione, cresce un vigneto rigoglioso; inoltre, proprio accanto alla panchina una grande quercia offre ombra e lentezza. Faraj Bayrakdar, nato nel 1951 in Siria, ha passato anni in carcere per la sua opposizione al regime di Assad. Spesso i poeti arabi sono ricchi di contrasti, d’immagini vivaci. Bayrakdar in più ha l’ironia un po’ amara di chi, costretto a un’immobilità da prigioniero, ha visto correre follemente il mondo. «Alle mie spalle una quercia / mi esorta sempre: / se non riesci / a vincere la vita / arrenditi almeno» (da Specchi dell’assenza, Interlinea, traduzione e cura di Elena Chiti).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

17) SANT’ANTONIO, in via Al Crèst a Vellano
Coordinate: 2’724’927.5; 1’114’235.5
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… scambiare confidenze tra amici.
Fin dall’epoca romana la valle Morobbia collegava il Sopraceneri con il lago di Como. Il Passo San Jorio, a 2014 metri, venne usato dai Visconti nel XV secolo per conquistare Bellinzona. Oggi tra Giubiasco e Carena c’è una strada di una dozzina di chilometri; a tre quarti del percorso, Vellano è una manciata di case. La panchina sta sul crinale di un colle, a 770 metri di quota, sotto un noce maestoso. Dall’alto si scorgono case, cantieri, piscine, automobili e ciclisti fosforescenti. Si sentono pianti di bambini, chiacchiere portate dal vento. Eppure, sedendo sulle assi un po’ sconnesse, scrostate dal sole, si ha l’impressione di essere lontani dai traffici e dalle fatiche del mondo. Bisogna arrampicarsi sulla collina verso sera, insieme a un amico. Allora, mentre il sole accarezza dolcemente l’erba esausta dei prati, sarà il momento buono per scambiarsi domande, confidenze, racconti.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

 

PS: Grazie a Martina e Paolo (Orbetello), Maria Linda (Monaco), Alice ed Eloisa (Dunkeld). Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le successive, qui le panchine dalla diciottesima alla ventitreesima. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

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Pourquoi ici?

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Tutto si fa distante, certe volte. Si comincia a dubitare di un dettaglio e all’improvviso manca il terreno sotto i piedi. Non è necessario che ci siano cause scatenanti evidenti o spettacolari: basta un secondo d’inspiegabile vuoto. Una minuscola goccia di buio.
È quello che mi succede oggi a Paradeplatz. Arriviamo a piedi dalla stazione, come al solito. È pomeriggio, l’una e una manciata di minuti, e ci accoglie un’ampia luce bianca. Accenno una battuta ad Andrea a proposito di un signore spaparacchiato su una panchina. Sembra il sosia perfetto di Bukowski. Sorrido, ma non sono a mio agio.
Quando ci sediamo e prendiamo i taccuini, sento sorgere un certo avvilimento. Restiamo lunghi minuti in silenzio e io non so più per quale motivo siamo lì, in mezzo a gente che sa con esattezza cosa sta facendo, e se non lo sa può vantarsi di non saperlo. Io sono solo confuso e insicuro. Vedo Andrea con la coda dell’occhio e ho l’impressione che anche lui, a dispetto dello sguardo che si posa sulla piazza, sia in realtà altrove. Evito di parlargliene. Rileggo la poesia che abbiamo portato con noi:

Io e il mio io
nello stesso scontro.
Gli dico:
non cedere allo sconforto
no, risponde,
speranza è cavalli bradi
mai calmi
mai stanchi
e nitriscono sempre.

È di un autore siriano, Faraj Bayrakdar. È stato in prigione, per anni e anni non ha potuto scrivere e si è così costruito una biblioteca personale nella memoria. Certo, mi dico ingiustamente, tutto così calzante, così perfetto! Versi che senza mezzi termini ci suggeriscono di non lasciarci addomesticare, di non addormentarci, di non stancarci di fare sentire la nostra voce. Bene, fantastico, continuo a pensare, ma quale voce? Il cavallo nitrisce per natura, è la sua unica voce, non può far altro. Ma noi? Noi possiamo scegliere e questo complica le cose: come dire qualcosa? E poi perché? Sono a Paradeplatz ma potrei essere in qualsiasi altro luogo, perché non trovo alcuno spunto valido e costruttivo. Sono stanco. Cresce il timore che la risposta da dare sia la più ovvia, e cioè che la nostra presenza a Paradeplatz è inutile e abbastanza ridicola, anche se nessuno ce lo dirà mai con queste parole.
Allora mi alzo. Mi viene in mente che stamattina, curiosamente, al posto delle lenti a contatto ho optato per gli occhiali. Mi dirigo in mezzo alla piazza e li tolgo. Oscilla tutto: non colgo i visi dei passanti, lo stile dei vestiti, i dettagli verso cui rivolgo in genere la mia attenzione. Eppure mi accorgo presto che non ci sono soltanto presenze vaghe, ma anche movimenti sinuosi, per lo più illeggibili ma con una loro armonia. Riconosco il blu dei tram, ma chi scende e chi sale è una sorprendente scia colorata che si sfalda, si ricompone, si perde.
In quel mondo incompiuto e solo suggerito, fuori fuoco, mi sento subito meglio. Persino meno solo.

[YB]

*

Eccoci, seduti uno di fianco all’altro. Entrambi con gli occhiali, entrambi con gli occhi cerchiati di sonno. Per ragioni diverse, la notte scorsa abbiamo dormito poco (fra tutti e due, meno di dieci ore). Dormire in Paradeplatz? Per un attimo il pensiero mi sfiora, poi capisco che qui è tutto troppo chiaro, troppo abbagliante. Mi sembra che ci sia più sole del consueto forse per via di questo vento secco e caldo, che spazza il cielo e porta con sé un vago odore di bruciato.
Saranno i freni dei tram, penso, e apro il taccuino. Cerco una pagina nuova. Scrivo: odore freni tram. Ma il candore della pagina mi ferisce gli occhi. Perché tutto questo chiarore? Perché tutti vestono di bianco? Faccio una verifica, dandomi un tempo di trenta secondi: intorno a me conto nove camicie bianche. Mentre cerco di arrivare a dieci, vengo distratto da un’apparizione. Di fronte a noi, maestosamente incede una giovane madre con una carrozzina: roseo il vestito così come le scarpe, lieve il sorriso, sereno lo sguardo. Dopo qualche secondo svanisce nel sole. Nel frattempo, di fianco a Yari si è seduta una coppia: lui e lei, abbracciati stretti, sospesi fra il desiderio di baciarsi perdutamente (un minuto) e fra quello di guardare un video sul cellulare (cinque minuti).
Leggo la poesia di Faraj Bayrakdar. Trovo la parola أمل [ʾamal], “speranza”, e la parola صهيل [ṣahil], “nitrito”: i segni scritti suscitano un’immagine – cavalli bradi, spazio vasto e senza confini – che può rendere prezioso ogni fatto marginale, ogni minuto passato a sbadigliare in Paradeplatz. Certo: la speranza. Il problema è che a volte, nel momento stesso in cui la nomino, la mia povera speranza rientra in sé stessa, perde la vitalità dei cavalli e dei nitriti, resta una parola. Solo un’altra parola da mettere nel taccuino: speranza. Come una farfalla infilzata.
Quale speranza trovo, in questo giorno di fine agosto, per me, per la mia vita e il mio lavoro? E per Yari? E per tutti i passanti con le loro camicie bianche, i loro baci, i loro passeggini? C’è una forma di speranza che possa placare la lotta che ognuno di noi, nascostamente, combatte contro sé stesso? In un’altra lirica, Bayrakdar scrive: «Unitevi, / uccelli delle domande. / Nitrite, / limiti del possibile. / Perché un barlume / nella disperazione / basta / a iniziare l’azzurro / a innescare le risposte.» Di nuovo, al confine di ciò che sembra inevitabile, risuona un nitrito. Ma come negoziare un po’ di azzurro in un giovedì pomeriggio di agosto, con questo vento caldo, la stanchezza, la sfiducia verso ciò che stiamo facendo?
Sulle fiancate dei tram appaiono pubblicità di centri wellness, dolciumi, cibo per animali domestici. Torna la mamma rosavestita, quando ormai pensavo fosse da tempo volata via nel sole. Invece, nel momento in cui prova a partire davvero, qualcosa si frappone fra lei e il suo destino: la porta del tram sta per chiudersi, a carrozzina si piega… immediatamente, e senza che nessuno dischiuda le labbra per dire una parola, due, tre, quattro persone intervengono e aiutano la rosea madre a salire sul tram.

Passa una macchina pulitrice. Si ferma, ne scende un uomo con una divisa arancione. Afferra una scopa di saggina. Poi spazza la sporcizia da sotto la pensilina, spingendola verso l’esterno. Le persone sedute ad aspettare il tram alzano entrambi i piedi, perché l’uomo possa allungare la scopa. Infine, l’uomo si mette al volante della macchina e risucchia ogni cosa: mozziconi di sigarette, lattine vuote, cartacce. Sul fianco della macchina c’è una scritta: Damit es in der Stadt so schön ist wie zuhause. Mi colpisce l’idea che stare qui sia come stare a casa.
Fra i vari libri che Yari e io abbiamo con noi, c’è anche un racconto per bambini tradotto in francese dal norvegese. S’intitola Pourquoi ici?. Nell’ultima pagina, il giovane protagonista sviluppa una riflessione: «Tutto avrebbe potuto essere totalmente diverso se fossi stato altrove. Perché sono nato io, e non qualcun altro? E perché sono precisamente qui? Ma forse io sono la mia casa. In questo caso, non importa dove mi trovi: dappertutto sono a casa mia.» Magari è questo il senso del nostro tornare qui mese dopo mese: con l’esercizio della scrittura tentiamo di abitare una piazza e di trovare una casa.

[AF]

*

Quando arrivo a Berna, piovono risposte illuminanti. Prima sulla vetrina di un negozio: Zuhause ist, wo dein Bett steht. Questa è per te, Andrea. Poi su un quotidiano gratuito, aperto a caso, un articolo a mezza pagina: «Ich esse manchmal WC-Papier». Questa è per tutti quelli che non sanno dove stiamo andando.

[YB]

*

Quando arrivo a Bellinzona, sto quasi dormendo. In realtà, non mi è mai riuscito facile assopirmi durante i viaggi in treno. Stavolta, nel momento in cui prendo sonno, mi rendo conto di essere giunto a destinazione. Un po’ intontito, mi avvio lungo il corridoio. Pourquoi ici?

[AF]

PS: Le poesie di Bayrakdar sono tratte da Specchi dell’assenza (Interlinea  2017; traduzione e cura di Elena Chiti). Hvorfor er jet her?, scritto nel 2014 da Constance Ørbeck-Nilssen e illustrato da Akin Düzakin, è stato tradotto in francese nel 2017 da Aude Pasquier, con il titolo Pourquoi ici?, per le edizioni La Joie de lire.

PPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno e luglio.

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