Panchinario 46-55

Qualcuno mi chiede perché, invece di perdere tempo a sedermi sulle panchine, non impieghi le mie forze per scrivere articoli impegnati. Potrei prendere posizione nelle diatribe politiche, indignarmi, schierarmi a favore o contro, rammaricarmi, inveire, satireggiare, deplorare, sostenere, stroncare, opinionare, piangere o festeggiare. Ma io credo che, nel gesto di fermarsi sulla panchina giusta al momento giusto, tutto questo si riassuma con efficacia. In quei minuti di silenzio, in quegli strappi nella quotidianità si affina il mio sguardo, matura il mio pensiero. Quando poi scrivo romanzi o racconti, sguardo e pensiero affiorano con naturalezza sulla pagina; non come espressione teorica delle mie credenze, ma come esperienza del mondo incarnata nei personaggi. Credo che il compito di uno scrittore consista in questa tensione, nel lasciare un segno qui e ora mediante la costruzione di un mondo poetico o narrativo, dopo una silenziosa attesa delle parole. Insomma, per capire meglio chi siamo e come funzioni la nostra società, per riflettere su passato, presente e futuro, le panchine sono un ottimo punto di partenza.

46) LOCARNO, in Largo Zorzi
Coordinate: 2’705’056.1; 1’114’061.0
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… meditare sulla fortuna.
La panchina blu pesa mezza tonnellata, è alta 2,30 metri e lunga 4 metri. Insomma, per un essere umano non è il massimo della comodità; in compenso farebbe la gioia di un turista gigante che si trovasse a passare da Locarno. Magari il gigante farebbe un salto al Casinò (a cui appartiene la panchina). Sullo schienale si legge la scritta: MOMENTI EMOZIONANTI. Mi chiedo se l’emozione sia quella di vincere o di perdere, o semplicemente di rischiare. Si sa che i giocatori sono superstiziosi: ferri di cavallo, cornetti, quadrifogli, coccinelle… che anche la “pancona” sia un talismano? Spero di sì. Sono un po’ preoccupato per il gigante. Come tutti i figli della sua antichissima stirpe, di sicuro è un tipo gentile ma cocciuto. Non vorrei che, trascinato dalle emozioni, si facesse pelare alle slot machines. Forse però la sosta sulla panchina gli porterà fortuna. Forse riuscirà a fuggire in tempo.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

47) ZURIGO, a Heiligfeld, in Brahmstrasse
Coordinate: 2’680’484.1; 1’248’177.0
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… avvistare una volpe.
Tre personaggi si aggirano di notte per le strade di Zurigo, muniti del necessario per dipingere graffiti. Il primo pittura carote: sui muri, sulle serrande, sui pali della luce e sui bidoni della spazzatura. Il secondo disegna pinguini, tracciando sopra il capo dell’animale un’aureola (c’è chi li chiama “pinguini santi”). Il terzo, che opera nella zona di Wiedikon, si dedica alle volpi. Di recente ne è comparsa una sullo schienale di una panchina a Heiligfeld, vicino a un parco giochi. Intorno c’è un’area verde, creata negli anni ’50 e circondata da complessi residenziali. La volpe sulla panchina, con il suo sguardo notturno, furtivo, ci ricorda che ogni cosa è misteriosa. Un prato verde, una coppia a passeggio con un cane, bambini che giocano, un uomo che beve una birra. Tutto sembra normale, ma non è così. La silenziosa volpe lo sa bene: al mondo niente è davvero “normale”. Per fortuna.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

48) ISPRA, in via Ferdinando Magellano Lungolago
Coordinate: 45°48’34.3″ N; 8°36’28.8″ E
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… fantasticare.
Il comune di Ispra (Varese) offre una delle più lunghe passeggiate sui bordi del Lago Maggiore. È un luogo ideale per tenere allenata la nostra capacità di fantasticheria. Per fare questo dobbiamo camminare adagio, costeggiando ville, giardini e macchie di bosco. Approdati alla panchina, lasciamo che lo sciabordìo dell’acqua invada ogni pensiero. Di fronte, le montagne della sponda piemontese appaiono azzurre, intrise di lontananza. Da qualche parte, lassù, c’è un amico da salvare, un tesoro nascosto, una banda di fuggiaschi, un vecchio eremita che protegge un segreto. Dopo qualche minuto, stiamo già percorrendo valli e dirupi inesplorati, attenti a captare ogni segno di allarme. E nello stesso tempo – questo è il bello della fantasticheria – siamo sempre a Ispra, solidamente seduti su una panchina, vicino a coppie che passeggiano mano nella mano e a turisti che scattano selfie.
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Colonna sonora (30 secondi):


49) SALA, sull’Alpe Moschera (Capriasca)
Coordinate: 2’717’030.2; 1’104’879.4
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… immaginare ghiacciai.
Nel punto più alto dell’Alpe Moschera (1167 m) c’è una pila di sassi. Alla base, incastrata in mezzo alle pietre, un’asse di legno funge da panchina. In basso scintilla la città di Lugano; dietro si vedono la pianura padana e, laggiù in fondo, gli Appennini. Provo a immaginare il paesaggio ricoperto di ghiacciai, decine di migliaia di anni fa. Il ramo principale, quello del Ticino, superò il Monte Ceneri e raggiunse l’Italia. Il ramo orientale, quello dell’Adda, arrivò dalla Valtellina fino al punto dove ora si trova il ponte-diga di Melide. I picchi più elevati, quelli che restavano fuori dalla neve, si chiamano nunatak (una parola di origine inuit). Forse all’epoca, proprio qui sul nunatak dell’Alpe Moschera, un uomo vestito di pelli contemplava l’immensa distesa bianca, senza immaginare che presto sarebbero nati i boschi, i laghi, i campi, i villaggi, le case di vacanza, le fermate dell’autobus e i camion che rombano sull’autostrada.
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50) FRAUENFELD, sulla Promenadenstrasse
Coordinate:2’709’925.5; 1’268’319.7
Comodità:3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… cogliere l’attimo.
Gli antichi greci lo chiamavano καιρός (kairos): il momento giusto. Ogni cosa si manifesta a un tempo opportuno, né prima né dopo. Le persone devono farsi trovare pronte, nel luogo propizio e all’ora favorevole. Nella vita purtroppo capita di arrivare in anticipo o in ritardo, perdendo l’attimo. A volte, invece, tutto si dispone come deve essere. Magari una sera di maggio, su una panchina di colore verde davanti alla Biblioteca cantonale di Frauenfeld. Il vento soffia via le nuvole. Il cielo di un blu profondo, incantato, si abbina con i fiori rosa lungo il viale. Sopra gli alberi spicca una falce di luna che pare uscita da un libro di fiabe. Per qualche secondo cessano i motori delle automobili, si spegne il suono di un passo sulla ghiaia. Il profumo dolce e penetrante dei fiori di castagno invade l’aria, i pensieri, la memoria. Tutto tace. Sono qui, adesso. Al momento giusto.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

51) ZUGO, fra la Gotthardstrasse e la Industriestrasse
Coordinate: 2’681’816.3; 1’225’151.9
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… uno scambio culturale.
È mezzogiorno. Mi fermo in una piazza qualunque, tra un negozio d’abbigliamento, uno studio dentistico e un ristorante tailandese. Edifici grigi, squadrati. I tavolini di un bar. Tutto è come sempre: passanti frettolosi, ragazzi all’uscita di scuola, impiegati che mangiano un panino durante la pausa pranzo. Mi siedo su quella che sembra una strana panchina di colore blu. Dopo qualche secondo avverto la vibrazione: dalla “panchina” si sprigiona una strana energia, e ho la percezione che qualcuno voglia entrare in contatto con me. Avverto una presenza. Creature extraterrestri, provenienti da un pianeta lontano milioni di anni luce. Dopo un lunghissimo viaggio sono atterrati proprio qui, a Zugo, un giorno di primavera. Perché? Telepaticamente mi comunicano un senso di confusione. Una domanda, ripetuta. Perché stai occupando la nostra navicella spaziale?
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Colonna sonora (30 secondi):

 

52) SPILIMBERGO, all’angolo fra via Pilacorte e corso Roma
Coordinate: 45°48’34.0″ N; 8°36’28.0″ E
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… meditare sulla storia.
Spilimbergo è una città friulana ricca di storia. C’è storia nella Torre occidentale, nel duomo di Santa Maria Maggiore, nel castello risalente all’XI secolo. Frammenti di storia si nascondono pure in questa panchina, che sta di fronte a due austeri palazzi, ognuno provvisto di una targa commemorativa. A sinistra: questa casa ospitò NAPOLEONE BONAPARTE il 17 ottobre 1797. A destra: qui nacque e morì FRANCESCO MARIA STELLA filosofo e fisico. Quando passò Napoleone, Francesco Stella aveva 52 anni (sarebbe morto tre anni dopo). Ignoro se i due si siano incontrati. Lo Stella, padre barnabita, fisico, chimico, naturalista, agronomo e insegnante, scoprì nuovi microbi, costruì un aerostato un anno dopo i fratelli Montgolfier e, fra le altre cose, introdusse nella regione l’uso dei parafulmini. Napoleone, invece, i fulmini li attirava, li scagliava, li portava ovunque mettesse piede.
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Colonna sonora (30 secondi):


53) GENTILINO, in via ai Grotti
Coordinate: 2’681’816.3; 1’225’151.9
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… farsi venire appetito.
Per usufruire al meglio di questa panchina ci sono alcune condizioni da rispettare. L’ideale è scegliere una giornata di giugno, una di quelle in cui il sole sembra non voler tramontare. L’ora giusta è proprio il crepuscolo, quando il profilo delle case e degli alberi diventa più nitido, subito prima di sparire nel buio. Ultima condizione: avere appetito. Avvicinatevi adagio, senza fretta, sedetevi accanto alla fontana. Lungo la via si trovano grotti e ristoranti. Lasciatevi invadere dall’atmosfera: l’odore della carne cotta alla griglia, le risate, il tintinnìo delle stoviglie. Il piacere di un pasto non consiste solo nel mangiare, ma nell’aspettare il cibo, nell’annusarlo, nell’immaginarlo. Più tardi, dopo aver consumato una buona cena, questa panchina offre un servizio extra: stavolta non si tratta d’immaginare nulla, ma di prendersi il tempo per digerire…
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Colonna sonora (30 secondi):


54) PRADA, nei monti sopra Ravecchia, a Bellinzona
Coordinate: 2’723’597.6; 1’115’850.6
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… visitare una città fantasma.
Percorro una mulattiera sopra il quartiere di Ravecchia, vicino all’Oratorio della Madonna della Neve. Il sentiero sale fino a quasi seicento metri di quota fra il Dragonato e la Guasta, due ruscelli dal nome temibile. Dopo un po’, in mezzo al bosco, mi appare il villaggio abbandonato: case diroccate, croci consunte sugli architravi, muri avvolti dai rampicanti. Qui c’era un insediamento abitato già nel 1200, mentre nel 1500 a Prada vivevano quaranta famiglie. In seguito, fra il 1630 e il 1640, per cause ignote il paese scomparve.Da più di trecento anni il villaggio custodisce i suoi ricordi nel silenzio profondo, tra i faggi e i castagni. Mi siedo sulla panchina, appena sotto la fontana e la chiesetta dei santi Rocco e Girolamo. Intorno, risuona una canzone antica e misteriosa: la cantilena dell’acqua, il cinguettìo degli uccelli, il soffio del vento che muove le fronde.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

55) SOLETTA, in Friedhofplatz
Coordinate: 2’607’330.0; 1’228’485.5
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… meditare sui piccioni.
I tavoli di un bar all’aperto. L’ora dell’aperitivo. Sono in corso le Giornate letterarie di Soletta: qua e là si sente parlare di autori, libri, editori. Qualcuno cita frammenti di liriche o di romanzi. Le voci risuonano sulla piazza. Il sole avvolge le case, ravviva i colori delle persiane, accende gli occhi e gli abiti dei passanti. Un gruppo di scrittori sta discutendo dei possibili impieghi poetici dei piccioni. Chi è affascinato dal loro impeto amoroso, chi dalla loro goffaggine. Inevitabilmente, come convocato dalla poesia, un autentico piccione appare sul selciato. Ma qualcuno dubita. «È davvero un piccione?» «E cosa vuoi che sia?» «Ma guarda, è tutto bianco!» «Forse è un colombo.» Intanto il volatile attraversa la piazza e subito una bambina lo rincorre, forse attratta dal suo candore. Tutto va come deve andare: gli scrittori parlano, il piccione zampetta. La bambina ride.
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Colonna sonora (30 secondi):


PS: Grazie a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie ad Alice (Locarno), Martina e Gregorio (Zurigo), Barbara (Ispra), Alessandra, Alberto e Paul (Frauenfeld), Eloisa (Zugo), Maria (Spilimbergo), Paolo (Gentilino).
Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30, qui da 31 a 37 e qui da 38 a 45. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

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Panchinario 38-45

Giorno dopo giorno, il popolo delle panchine si muove sul nostro pianeta. È una tribù senza terra, una nazione senza confini. Le donne e gli uomini che si siedono sulle panchine, ovunque nel mondo, hanno la stessa cittadinanza, lo stesso invisibile passaporto. Dalla coppia di adolescenti che si avvinghia in un abbraccio al vecchio che, dopo una perigliosa camminata, approda in un luogo sicuro. Spinti dalla curiosità, dalla stanchezza, dalla noia. Non importa come ci arriviamo. Ma una volta seduti, siamo in una zona franca. A pochi metri da noi si erigono statue, si asfaltano strade, crollano le borse, bruciano i boschi, passano cortei di festa o di protesta, si fanno elezioni, convegni, giornali, rapine. Fra qualche minuto dovremo varcare la frontiera e occuparci di queste faccende. Ma ora siamo lontani. Abbiamo chiesto asilo politico a un altro Stato, senza governo e senza leggi. Siamo qui. Siamo il popolo delle panchine.

38) FRANKENTAL, all’incrocio fra Limmattalstrasse e Bombachhalde
Coordinate: 2’678’577.8; 1’250’956.8
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… dare un’occhiata alla fine del mondo.
Oggi non c’è nessun luogo che si possa definire “distante”. In poche ore si arriva dappertutto, anche i deserti e le foreste sono stati esplorati, sulla cima dell’Everest manca poco che mettano un tavolo da picnic. Come raggiungere dunque la fine del mondo? Personalmente faccio così: vado a Zurigo, prendo il tram numero 13 e scendo al capolinea. Frankental. Non so perché questa parola risvegli in me una sensazione di lontananza. In fondo è un quartiere di periferia come tanti. Eppure, c’è qualcosa di remoto, di misterioso. Frankental. Fra i palazzi e le case residenziali appaiono vigneti, pezzi di prato, negozi di alimentari, palestre. Dall’alto si vede la Limmat che scorre maestosamente. Oltre il fiume appaiono cantieri, gru, ciminiere di fabbriche. Sbuffi di fumo bianco salgono verso il cielo. Frankental.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

39) CAPRINO, fra il Sentiero alla Cava e il Vicolo delle Cantine
Coordinate: 2’719’809.3; 1’094’069.0
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… leggere una poesia di Vittorio Sereni.
Il sentiero corre accanto ai moli, alle barche tirate in secco. Il sole si posa di striscio sull’acqua. Supero scalinate, terrazze, vigne, bandiere, finché arrivo a questa panchina che, me ne accorgo subito, ho già visto. Ma quando? Come? Con chi? Lentamente ritrovo i brandelli di un ricordo; ma sono passati anni, il me stesso di allora mi pare un altro. Con quali occhi avrò guardato la baia di Lugano, il monte Brè, il San Salvatore? E quali pensieri urgenti, quali sogni mi occupavano il pensiero? Nel momento in cui credo di riafferrarlo, quell’Andrea remoto mi sfugge, e di lui resta solo un riflesso, un brivido fra l’acqua e le montagne. «Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema / ma pari più non gli era il mio respiro / e non era più un lago ma un attonito / specchio di me una lacuna del cuore» (Vittorio Sereni, “Un ritorno”, in Gli strumenti umani, Einaudi 1965).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

40) BELLINZONA, piazza Indipendenza
Coordinate: 2’722’275.4; 1’116’602.3
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… entrare in contatto con gli alieni.
Sono le quattro del mattino della prima notte di carnevale. Una folla di sopravvissuti sta riparando verso casa. In mezzo alla piazza svetta un’astronave aliena a forma di obelisco, giunta dalle profondità dello spazio. Accasciato di fianco a me, proprio sotto l’insegna del WWF, c’è un grande orso dal pelo nero. Mi accorgo che sta piangendo, con la faccia nascosta tra le zampe. Nella piazza arrivano tre macchine pulitrici… o sono dei robot marziani? La mia panchina è vuota, mentre su quella di fianco sono approdati sei personaggi in cattive condizioni: un frate, un figlio dei fiori, un pollo, un tizio in calzamaglia rosa e altre imprecisate creature. Quando scatto un’istantanea alla mia panchina, una ragazza mi chiede con garbo: «Cazzo ti fotografi?» Mentre mi allontano, a lungo m’insegue la voce del frate. «Torna qui, zio, dai, torna qui… facciamoci un selfie insieme, dai… ehi, zio, facciamoci un selfie!»
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Colonna sonora (30 secondi):

 

41) MÜNCHENSTEIN, sulla Loogstrasse accanto alla chiesa St. Franz Xaver
Coordinate: 2’613’200.8; 1’263’296.6
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… giocare a rimpiattino.
Sono in un villaggio poco lontano da Basilea. Mi siedo sulla panchina un pomeriggio d’inverno. Di fronte a me c’è una scuola. All’improvviso, sento un concerto di voci infantili: risate, strilli, richiami… Eppure non vedo nessuno, com’è possibile? Intuisco che i bambini stanno giocando a rimpiattino nel cortile della scuola, che si trova dall’altra parte dell’edificio. Li ascolto, immaginando le fughe, le rincorse. E come per miracolo, ogni cosa partecipa al gioco: il sole che si nasconde l’albero, i rami dell’albero che inseguono la primavera, la mia infanzia che di colpo si affaccia alla memoria e cancella il tempo. Ho la strana, irragionevole certezza che, se andassi a dare un’occhiata, troverei il me stesso bambino che tenta di nascondersi in un angolo del cortile. Un po’ intimidito, alzerebbe gli occhi e mi chiederebbe: dove sei stato per tutto questo tempo?
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42) MADONNA D’ARLA, tra Fiè e il Pian Piret
Coordinate: 2’721’423.3; 1’103’304.7
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… inventare fiabe.
C’era una volta un orco giardiniere. Era molto bravo, ma a causa del suo aspetto terrificante non lo voleva nessuno. Alla fine venne assunto dal diavolo in persona. Il demonio, infatti, possiede un piccolo giardino aspro e scosceso in mezzo alle montagne, nascosto da una serie di picchi taglienti che la gente del posto chiama “Denti della vecchia”. Adesso l’orco lavora lì e ogni tanto, insieme alla gramigna e alla zizzania, coltiva di nascosto qualche tulipano. Un giorno il diavolo lo scopre e si arrabbia, sprizza fuoco e fiamme. «Sono così belli!», balbetta l’orco. «Il mio giardino non è fatto per la bellezza!», ringhia il demonio. Ma il mattino, appena sveglio, quando non c’è nessuno, il diavolo passa come per caso davanti ai tulipani. Li guarda appena, con la coda dell’occhio. E sente risuonare dentro di lui, fievole, lontano, un rintocco di nostalgia.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

43) MILANO, in Largo Corsia dei Servi
Coordinate: 45°27’52” N; 9°11’46” E
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… leggere un autore russo.
«Non era ancora buio, ma qua e là, nelle case si cominciavano ad accendere i lumi […]. Laptèv, seduto su una panca vicino al portone, attendeva che l’ufficio del vespro finisse nella chiesa di San Pietro e Paolo: contava di vedere Jùlija Sergèevna e di parlarle, sperando di passare forse la serata intera con lei.» A pochi passi dal Duomo, la chiesa di San Vito in Pasquirolo (originaria del XII secolo, ricostruita nel XVII) è oggi affidata a una comunità ortodossa russa. Dalla mia panchina, sento il chiacchiericcio dei passanti che si mescola alle salmodie. Fra poco dal portone uscirà Jùlija Sergèevna… e passeggeremo lungo il viale e sarà come essere in campagna. «Si percepiva un sussurrìo di voci femminili, risa soffocate; qualcuno suonava piano, dolcemente, la balalàjka. Vagava nell’aria un odore di tiglio e di fieno» (A. Cechov, Tre anni, traduzione di E. Reggio e M. Shkirmantova).
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44) GIUBIASCO, in viale 1814
Coordinate: 2’721’557.5; 1’115’273.2
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… parcheggiare.
Per immettervi nel parcheggio dovete camminare sul marciapiede e poi svoltare a sinistra, segnalando col braccio il cambio di direzione. Scalate le marce dei muscoli e attraversate lo spiazzo. Dovreste riuscire a sedervi sulla panchina senza fare troppe manovre. Si trova esattamente al centro di uno stallo delimitato da strisce bianche. Posteggiatevi, allungate le gambe, rallentate il battito del motore. Se fa caldo socchiudete anche i fari e, benché la panchina non sia comoda, magari vi appisolerete. Io ci sono stato di domenica, quando il piazzale d’asfalto era deserto e io solo, sotto il sole, stavo seduto sul cemento. Una domanda mi tormentava: che cosa diavolo ci fa una panchina in mezzo allo stallo di un parcheggio? Ma poi ho pensato che era pur sempre una panchina in più. E per combattere il caldo mi sono tolto la giacca… oppure ho abbassato i finestrini? Vai a sapere. In primavera la mia memoria è lenta come un diesel.
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45) CAMORINO, via In Muntagna
Coordinate: 2’721’713.8; 1’113’800.8
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… aspettare la primavera
Questa panchina merita due visite, tra fine febbraio e inizio aprile (il periodo può variare a seconda degli anni). La prima visita rivela un paesaggio spoglio: erba giallastra e alberi secchi, dall’aspetto fragile. Ma osservando il piano di Magadino potete già percepire un rintocco nell’aria, una luce diversa. È come se la natura fosse percorsa da un brivido che in tutte le sue fibre la sveglia, la sommuove, la spinge verso la primavera. Provate allora a sognare il futuro: la lenta crescita delle gemme, l’arrivo del colore verde, sempre più intenso, l’azzurro, i fiori, il canto degli uccelli. Immaginate tutto ciò e serbatelo nel cuore, poi aspettate qualche settimana. Quando nello splendore di aprile tornerete alla panchina, resterete sorpresi. La primavera, come un grande artista, avrà superato la vostra immaginazione, dipingendo un paesaggio luminoso, colmo di fantasia e di speranza.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Grazie a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie a Yari (Frankental), Eloisa (Münchenstein, Bellinzona), Gioele Z. (Madonna d’Arla), Gioele J. (Camorino).
Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30 e qui da 31 a 37. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPS: Alcune lettrici e lettori, che mi hanno scritto in privato, si aspettavano una panchina da Locarno e una da Firenze. Le ho posticipate per ragioni tecniche, ma arriveranno nelle prossime settimane.

 

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Ztalpedarap

#Paradeplatz2018 è stato un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Da gennaio a dicembre 2018, per dodici mesi, ci siamo dati appuntamento a Paradeplatz, ci siamo seduti con una poesia ogni volta diversa, abbiamo cercato di capire meglio questo luogo e le persone che lo attraversano (compresi noi stessi). Abbiamo allenato il nostro sguardo, abbiamo sperimentato diverse modalità di scrittura, ci siamo posti domande le cui risposte erano altre domande.

E così siamo tornati. Senza grandi pretese o – peggio – intenti simbolici. Siamo tornati perché volevamo incontrarci e risultava comodo per entrambi. Ci siamo quindi limitati a gironzolare per qualche minuto. Abbiamo letto le insegne, le pubblicità sulle fiancate dei tram. Ci siamo fermati accanto alla vetrina di un gioielliere, dove una targa strillava una lista di città: New York, Beverly Hills, Paris, London, Tokyo, Hong Kong, Běijīng, Shanghai, Dubai, Moscow. Poi abbiamo guardato la vetrina. E proprio lì, attraversati da un vento sottile, ci siamo rivisti. Tra perle e brillanti. La piazza sullo sfondo appena diversa da come la ricordavamo, con le insegne dell’SBU e della essiuS tidérC. Eccoci qui. Abbastanza alti, dentro abiti neutrali e poco originali, con un sorriso a metà. Gli zaini colmi di libri, fogli e cianfrusaglie. Gli occhi appena malinconici, come ogni persona che abbia il tempo di guardarsi allo specchio, di dire io, tunoi. [YB+AF]

Ecco la lista dei nostri viaggi a Paradeplatz. Alla fine trovate pure un piccolo extra. In linguaggio contemporaneo: una bonus track con il making of.

Gennaio (episodio 1)
Non ci saremoSiamo seduti su una panchina e dopo pochi minuti siamo già i più vecchi abitanti della piazza. Gli altri corrono, noi restiamo. Nonostante il desiderio di abbandonarsi alla poesia dei capolinea e di balzare sul primo tram diretto allo zoo o a Frankenthal.

Febbraio (episodio 2)
Una piazza è una piazzaSiamo tornati a Zurigo con l’intento di non fare niente per un paio d’ore. Ma abbiamo scoperto che, se stai seduto abbastanza a lungo, a Paradeplatz appaiono agenti segreti, viaggiatori nel tempo, fanciulle stilnoviste e brucaliffi.

Marzo (episodio 3)
Un giorno ideale per i pescitaccuino
In mezzo ai tram e ai passanti, compare un tizio con una videocamera. Si avvicina e la punta contro di noi: nera, impassibile, attenta. Si scorgono i suoi denti aguzzi. E nel volgere di un attimo, gli osservatori diventano osservati.

Aprile (episodio 4)
FosforescenzeLa primavera ci ha colti di sorpresa: pensavamo d’incontrare la solita, vecchia piazza, ma Paradeplatz si è trasformata davanti ai nostri occhi, diventando un luogo insieme intimo e selvaggio, pieno di pericoli invisibili.

Maggio (episodio 5)
A testa in giù Esserci o non esserci. Cosa diventa un luogo quando non ci siamo? Ma soprattutto: esiste ancora? Cerchiamo di stare attenti ai piccoli vuoti, alle piccole coincidenze. Alla fine ci accorgiamo che, in certi casi, il modo migliore per visitare un luogo è mettersi a testa in giù.

Giugno (episodio 6)
A Zurigo, sulla luna I soliti tram e le solite cravatte di Paradeplatz: nemmeno il tempo di pensarlo e siamo finiti sulla luna. Capita a volte che, all’improvviso, ci si trovi davanti ai propri desideri: in fondo, siamo anche e soprattutto quello che saremmo voluti essere (senza riuscirci).

Luglio (episodio 7)
La solitudine del formichiere La piazza è inondata dal sole. La domenica passano pochi tram. In compenso sfilano piccioni altezzosi, ragazzi abbronzati, fanciulle che schioccano le infradito, famiglie che fanno jogging. Ci caliamo nella parte e andiamo allo zoo.

Agosto (episodio 8)
Pourquoi ici? Eccoci seduti l’uno di fianco all’altro. Entrambi con gli occhi cerchiati di sonno. Per ragioni diverse, la notte scorsa abbiamo dormito poco (fra tutti e due, meno di dieci ore). Dormire a Paradeplatz? Per un attimo il pensiero ci sfiora, ma è tutto troppo chiaro, troppo abbagliante.

Settembre (episodio 9)
L’uomo nudo Quando soffia il “föhn”, Zurigo è più stravagante, più colorata, più pazza. Nel tentativo di raggiungere per altre vie la piazza, stavolta ci siamo persi. Quando infine riusciamo a trovarci, nasce anche in noi – colpa del favonio! – un improvviso grano di follia…

Ottobre (episodio 10)
L’ultima sigaretta Che cosa nasconde il cuore del cuore di Zurigo? Che cosa ancora Paradeplatz non ci ha raccontato, in questi dieci mesi di corteggiamento? Un uomo barbuto si esercita a lanciare mozziconi di sigaretta. E noi scendiamo nel sottosuolo, cercando cunicoli e passaggi segreti.

Novembre (episodio 10)
Il sergente Studer?Gli alberi di Natale schierati sopra il tetto dell’UBS sembrano un plotone di esecuzione poco prima dell’alba. Ma non è l’alba. Non è nemmeno mattina, sebbene l’orologio segni le undici. È un mondo senza tempo, dove novembre a lungo scioglie il suo canto d’addio.

Dicembre (episodio 12)
Capolinea Frankental Se fino a oggi i nostri incontri zurighesi potevano apparire inutili o assurdi, che cosa dire di questo ultimo viaggio? Due persone adulte salgono sul tram numero 13 diretto a Frankental con l’unico scopo di andare a Frankental. Nient’altro che il desiderio di essere lì.

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Speciale!
BONUS (making of)

Cliccate qui per leggere la trascrizione dei nostri taccuini, mese dopo mese.

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Capolinea Frankental

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

La piazza chiama. Noi rispondiamo.
Che non sia un giorno come gli altri appare subito evidente.
Per cominciare, siamo entrambi in anticipo di mezz’ora: alla stazione di Zurigo, senza dire nulla, ci troviamo in quello che è ormai diventato l’unico posto possibile (per incontrarsi). Il cielo, poi, è di un blu troppo intenso per non nascondere qualcosa. Percorriamo rapidamente la distanza che ci separa da Paradeplatz, seguendo la scia di cavi a penzoloni che di notte rendono magica – si dice – la Bahnhofstrasse, illuminando la via con una pioggia di stelle. Di giorno invece le luci spente esaltano l’assenza di colori. Giacche, loden, mantelli oscillano fra il nero e il grigio. Le facce dei passanti appaiono pallide, affaticate, mentre il freddo punge la pelle. I raggi del sole, che pure ci sono, sembrano il ricordo ostentato di un lontano torpore, un po’ come quando davanti a una palazzina si sente dire «qui una volta c’era un prato, c’erano i fiori, ci venivo a giocare».
All’inizio, appena giunti a Paradeplatz, non ci accorgiamo di niente. Poi, dopo qualche secondo, ci rendiamo conto di essere circondati. Intorno a noi è schierato un esercito nemico: un corpo di fanteria composto da appuntiti alberi di Natale ci sta prendendo di mira dai tetti dei palazzi, dalle vetrine, dagli angoli delle strade. Cerchiamo rocambolescamente riparo nel Lichthof, il cortile interno dell’edificio che ospita la Crédit Suisse, ma cadiamo in un agguato.
Gli alberi, tutti identici nella loro agghiacciante opulenza, sono disposti in una sinistra simmetria tra il colonnato marmoreo e le vetrine delle boutiques. Cresce l’inquietudine. Davanti ai nostri occhi, nel centro del centro di questa sorta di chiostro, la fontana è diventata un altare in attesa del sacrificio e del sangue. Ripariamo all’esterno dove, istintivamente, proviamo a difenderci nell’unico modo che conosciamo: prendiamo i nostri taccuini, afferriamo la penna con le dita rigide e cerchiamo apparizioni.
L’attesa dura poco. Tempo di sedersi ed ecco un Uomo Senza Macchia, vestito completamente di bianco. Un imbianchino in pausa pranzo? Un arcangelo che con questo freddo preferisce viaggiare in tram? L’assoluto candore dei suoi abiti è una risposta alla monotonia cromatica, agli sguardi smorzati, all’austera cortesia dei passanti. Poco dopo, nel gelo della piazza, ad attirare la nostra attenzione sono i capelli grigi dolcemente ondulati di un’anziana ed elegante signora, che si avvicina leggiadra alla fontanella. I pochi gesti che seguono sono tra i più antichi nella storia dell’umanità: una donna si avvicina a una fonte, si china, accosta le labbra all’acqua, beve. A confermare questo sussulto di vitalità, da un tram sbarca una scolaresca. Un nugolo di bambini circonda la nostra panchina. Come sempre, sono fra i pochi avventori che sostengono il nostro sguardo senza imbarazzo, osservano i taccuini, si siedono accanto a noi spontaneamente, evitando la più svizzera e improbabile delle domande: isch da no frei, è ancora libero qui? Presto si accendono risate, parole squillanti e ancora, all’improvviso, una canzone.

Forse pungolati dalla maestra, fatto sta che i bambini cantano. Intorno continuano a muoversi le signore impellicciate, gli uomini d’affari, i vecchi dallo sguardo perduto. Qualcuno accenna un mezzo sorriso, la maggior parte lancia un’occhiata rapida e tira diritto, verso il prossimo appuntamento.
Dopo tanti mesi, oggi troviamo la parola per definire questo luogo. Non è una parola nuova, l’abbiamo già menzionata più volte nelle nostre conversazioni e diversi suoi sinonimi hanno già trovato spazio nei nostri testi. Eppure solo oggi la sentiamo emergere definitiva: Paradeplatz è e rimane uno svincolo. Un posto da cui si deve transitare per raggiungere una destinazione. Non sarà mai una di quelle piazze dove la gente sosta, perde (cioè guadagna) tempo, avvia conversazioni. Di qui si continua a passare in fretta, con il pensiero rivolto altrove. È proprio questo, paradossalmente, che rende possibile una mescolanza sociale vertiginosa, difficile da ritrovare in altri luoghi di assembramento. Esistono piazze frequentate dai giovani, altre dai pensionati, alcune predilette dai turisti, altre dai lavoratori. Qui invece gli estremi si sfiorano con naturalezza. Da una limousine tirata a lucido scende un individuo sicuro di sé, dallo sguardo sfacciatamente determinato. Mastica una gomma sbattendo la bocca, con un gesto che mette in evidenza i muscoli della mascella. A pochi metri da lui c’è uno sfaccendato con un abito troppo leggero: finisce di fumare, getta il mozzicone per terra e si avvia come uno che non sa dove andare. Nella mano tiene un enorme pacco di patatine chips. Arriva una guida turistica con il suo gruppo di seguaci. Mentre snocciola dettagli sulla piazza, si affretta a precisare: hier ist das Geld, è qui che stanno i soldi. Intanto un mendicante gira intorno alla pensilina, augurando buon Natale e chiedendo spiccioli per un caffè.

Certo, avere attraversato questa piazza lungo il naturale e ciclico incedere delle stagioni ci rende sensibili alle impressioni nostalgiche. Sicuramente anche qui, prima della colata d’asfalto, «una volta c’era un prato». Come non tornare con la memoria ai piccoli segnali di vita vissuta, che abbiamo tentato di raccontare ogni mese per iscritto?
I dodici testi riflettono dodici frammenti di tempo strappati alla nostra quotidianità. Abbiamo cancellato appuntamenti e rinviato faccende da sbrigare. Ci siamo fermati. Ci siamo seduti ogni mese per un paio d’ore in mezzo al viavai… Non solo quello dei passanti, ma anche quello dei nostri pensieri, delle preoccupazioni, delle malinconie. Ci sono stati mesi in cui eravamo stanchi morti, altri in cui uno di noi era triste, altri ancora in cui il gesto assurdo di venire a Paradeplatz sembrava dare un senso a tutto il resto. Eravamo qui un giorno umido di gennaio, abbiamo visto i primi cenni della primavera, l’afa dei mesi estivi, abbiamo superato l’autunno per approdare a questo giorno di metà dicembre.
Come non cedere al sentimentalismo? Un modo ci sarebbe: nominare tutte le cose di cui non abbiamo parlato in questi dodici mesi. Per esempio la statua di Alfred Escher, all’uscita della stazione di Zurigo: «seguite il mio sguardo e la troverete, la vostra piazza», ci ha detto la prima volta. Ma ancora la bottega di tabacco sul lato sud di Paradeplatz, l’ufficio dei trasporti pubblici, il negozio della Lindt & Sprüngli (dove stavolta ci siamo bevuti un caffè liscio). E proprio di fronte alle vetrine colme di graziose scatole di cioccolatini (a prezzi meno graziosi), la scultura di Silvio Mattioli che esplode e si sfilaccia a mezz’aria, trattenuta solo da una goccia d’acqua che scende implacabile da una sporgenza, a formare una minuscola pozzanghera.

Poi le telefonate, le frasi colte al volo e smarrite, i personaggi passati in un lampo, i capolinea dei tram che non abbiamo mai raggiunto. Vorremmo pronunciare una parola ufficiale di commiato, compiere un memorabile gesto di addio, ma siamo pervasi da una strana sensazione d’incompiutezza. Allora, come abbiamo fatto mese dopo mese, leggiamo una poesia.

Oh rompere gli indugi
Partire partire
Io non sono fra coloro che restano
La casa il giardino tanto amati
Non sono mai dietro ma davanti
Nella splendida bruma
Sconosciuta

Questi pochi versi di Anne Perrier sono un segnale. Ripensando ai tram che non abbiamo preso e ai luoghi che non abbiamo raggiunto, un toponimo si stacca dagli altri e si accende di luce propria: Frankental. Non è un capolinea come gli altri; è quello che per primo, in gennaio, ci ha suggerito una mai sopita volontà di fuga. L’attrazione dell’ignoto. Frankental è la nostra promessa, il nostro capolinea. Da un anno ci sta chiamando, ed è per lui che ci rimane una sola cosa da fare: andarcene. Perché Paradeplatz è e rimane uno svincolo. Non siamo noi a fare eccezione: ci siamo fermati dodici volte, è vero, ma solo per ripartire. Quando il tram numero 13 si ferma incrociamo gli sguardi, infiliamo i taccuini negli zaini e siamo i primi a salire. Dietro, vicino alla fontanella, la Heilsarmee – Suppe für alle! recita un volantino – si sta preparando per un concertino natalizio, trombe e tromboni escono dalle loro custodie, ma non sentiamo nulla, le porte si stanno chiudendo, ora sono chiuse, il tram si muove, prende velocità… Anche il concertino è da rubricare nelle cose di cui non abbiamo parlato.
Chi siamo noi? Due persone che si danno appuntamento ogni mese in una piazza lontano da casa. Ma non abbiamo niente di meglio da fare? A cosa serve correre sui treni per raggiungere un luogo dove poi non facciamo niente? Chi continua a nutrire queste più che pertinenti perplessità, avrà ora nuovi materiali di (psic)analisi: se fino a oggi i nostri incontri sono apparsi assurdi, cosa dire di questo ultimo viaggio? Due persone adulte salgono sul tram numero 13 diretto a Frankental con l’unico scopo di andare a Frankental. Nient’altro che il desiderio di essere lì. Non abbiamo appuntamenti, non abbiamo impegni, non abbiamo motivi validi e spendibili nella vita di tutti i giorni. Vogliamo solo partire, guardare davanti a noi nella splendida bruma /sconosciuta.
Sotto i nostri piedi sentiamo i binari, ogni movimento ha il suo rumore e il suo segreto. Dal finestrino scorgiamo muri con graffiti, cavalcavia, strade vuote e poi sempre più verde: siepi, alberi, pezzi di prato. Attraversiamo quartieri di villette discrete, dove Zurigo si traveste da villaggio. Superiamo supermercati e palazzi. Alla fine, giungiamo a destinazione. Il tram si ferma. Da dietro le porte ancora chiuse scorgiamo una vigna, un fumo che sale in lontananza. La stazione del tram è un edificio rotondo, un disco volante atterrato per sbaglio nel cuore della Svizzera. Siamo arrivati. Siamo qui. Siamo a Frankental.

Eccolo il nostro capolinea. Basta un occhiata e cominciamo a capire. Sorridiamo con una leggerezza diversa, una spontaneità che nel frattempo avevamo dimenticato. Non c’è spazio per i dubbi, questa volta.
Frankental è la fine e l’inizio.

[YB+AF]

PS: La poesia della scrittrice losannese Anne Perrier (1922-2017) è tratta dalla raccolta La voie nomade (1982-86), in La voie nomade et autres poèmes. Œuvres complètes 1952-2007, L’Éscampette Éditions 2008. La traduzione è di Andrea.PPS: Lo spirito natalizio di Paradeplatz ci ha chiesto di trasmettere a tutti i lettori – chi ci ha accompagnato negli ultimi mesi e chi invece ha appena scoperto l’esistenza di questo blog, magari cominciando proprio da questo PS – un augurio di buon Natale. È la prima volta che ci viene chiesto di fare da intermediari, ma come rifiutare?

PPPPS: Per chi volesse aiutare l’immaginazione con i suoni, ecco ciò che si sentiva nei dintorni della guida turistica e dei suoi seguaci.

 

PPPPS: Questa è l’ultima puntata della serie. Se cercate le altre, eccole qui. Siamo stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglioagostosettembreottobre e novembre.

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Il sergente Studer?

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

A volte gli addii sono più lunghi del viaggio.
Prima di partire saluti la persona che ti sta accanto. Le stringi la mano. Dopo qualche secondo entri nell’automobile. Accendi il motore e abbassi il finestrino, per una parola di commiato. Lei resta in piedi e ti fa un cenno. Tu rispondi, mentre con l’altra mano ruoti il volante per uscire dal parcheggio. Lei sta ancora sventolando il braccio destro. Tu alzi brevemente i fari, come un battito di ciglia. Poi t’immetti in una strada che gira intorno al cortile e un’altra volta passi di fianco a lei che, instancabile, muove il braccio avanti e indietro. Allora per forza rallenti, abbassi il finestrino – ciao, gridi sporgendo la mano – acceleri leggermente e un attimo dopo, alzando il capo, la scorgi nello specchietto retrovisore… è ritta in piedi, ancora ti sta guardando; e a te sembra che ogni istante apra un solco nella memoria, nella speranza, come una ferita. Tu pensi alla strada, alla direzione da prendere. Ma vorresti tornare, salutare di nuovo la persona che ami, prolungare il gesto dell’addio, anche se quello stesso gesto ti riempie di dolore.
Ecco, per me il mese di novembre funziona più o meno così. Ci sono queste giornate sontuose, con i muretti caldi al sole del mezzogiorno. Ma il blu del cielo è diverso, più circospetto. I pomeriggi mettono in scena una sorta di parodia della lentezza estiva, con la luce che si distende, che incide il profilo delle montagne. Le montagne tuttavia sono brune, il cielo si spegne in pochi minuti, il freddo scende nei polmoni a ogni respiro. Questo incombere del buio ti fa pensare al tempo che si accorcia, alla vita che si consuma. Perché l’addio dev’essere tanto lungo? Perché l’inverno non arriva in un soffio? Ma niente, novembre ci tiene alla sua bellezza.
In uno di questi giorni di commiato, Yari e io andiamo a Paradeplatz. Stavolta ci arriviamo in maniera diversa: uno concretamente e l’altro affacciato alla finestra di FaceTime. Accadde già nel mese di maggio: Yari, per ragioni di forza maggiore, dovette visitare Paradeplatz attraverso il mio sguardo. Stavolta sono io che mi affido ai suoi occhi per tentare di capire questo luogo che ancora ci ossessiona con il suo segreto, undici mesi dopo l’inizio delle nostre indagini.
Mi trovo in un giardino, a Breganzona, con una spendida vista sul laghetto di Muzzano. Novembre si mette in mostra: lo scintillio del sole sull’acqua, il verde smagliante dei prati, il vento quasi tiepido che pulisce l’aria. Dall’altra parte, è tutto grigio. Nello schermo del telefono vedo Paradeplatz intrisa di pioggia e di malinconia: grigio l’asfalto, grigie le facciate delle banche e dell’hotel, grigio l’albero di Natale, grigie anche le bocce colorate, grigi i tram, grigi i passanti che scantonano sotto l’ombrello, grigia la vetrina di Marsano – ma dove sono andati i fiori? – e grigia la faccia di Yari irrigidita dal freddo.
Gli alberi di Natale schierati sopra il tetto dell’UBS sembrano un plotone di esecuzione poco prima dell’alba. Ma non è l’alba. Non è nemmeno mattina, sebbene l’orologio segni le undici. È un mondo senza tempo, dove novembre a lungo scioglie il suo canto d’addio. Yari e io ci scambiamo qualche parola, ma non sappiamo bene che cosa dire: questo incrocio di universi, questo urtarsi di sole e pioggia, di verde e grigio, questo paradosso che filtra nei nostri telefoni parla da sé.
– Ho portato una poesia – borbotta Yari dopo un po’.
– Ah bene – dico io.
– Non è facile da capire, devi leggere attentamente.
Comincio a preoccuparmi.
– Arriva da molto lontano – aggiunge Yari. – Te la invio?
Poco dopo, sullo schermo del mio telefono appare un codice miniato.

[AF]

*

Essere in ritardo quando nessuno ti sta aspettando è un’esperienza decisamente meno adrenalinica rispetto al canonico ritardo, quello che prevede la presenza di almeno un’altra persona o di un quadro istituzionale, professionale, sociale. Così quando il treno che da Berna mi sta portando a Zurigo si ferma improvvisamente a Rothrist, e il vagone è attraversato da un vociare convulso di donne scandalizzate e uomini isterici, io appoggio sul tavolino il libro di Friedrich Glauser e guardo con stanchezza attraverso il finestrino. Alla fine saranno trenta i minuti di ritardo complessivi, che su un viaggio di poco meno di un’ora non sono irrilevanti, come fa notare qualcuno. L’annuncio del capotreno germanofono è epico, soprattutto nel forzato passaggio al francese – «dérangement de véhicules», pronunciato lentamente e con la gravità di chi conosce, di chi sa– e infine a un inglese tanto improbabile da far pensare alla Linea di Cavandoli (forse una citazione voluta).
Continuo a guardare dal mio rettangolo trasparente quello che offre il panorama, cioè pioggia. E sullo sfondo il collo chino, dalle movenze preistoriche, di una gru o una scavatrice. Questa volta le ragioni di forza maggiore hanno reso la trasferta di Andrea impossibile. Il signore con i baffi seduto davanti a me – piuttosto anziano, senza nulla d’appariscente – osserva il mio taccuino mentre scrivo: non-ritardo. Non si capisce bene se sia serio o sorrida. A pochi metri, una donna anziana sembra sentirsi poco bene, poi l’emergenza rientra.
Giunto a Paradeplatz propongo una videochiamata ad Andrea e cerco di mostrargli tutto quello che novembre ha tolto: i fiori, i colori, la spensieratezza. Complice la pioggia, la gente si stringe sotto la tettoia centrale e sembra poco propensa al sorriso. Tutti consultano orari e tabelloni. Alcune vetrine digitali mostrano il solito Natale standard di candeline, renne, paesaggi innevati, calorose casette, zenzero, marzapane e vogliamoci bene. «Ehi, ma allora siamo vicini. Io sono a Paradeplatz, hai in mente? Sì, le banche. Ti aspetto davanti alla Lindt&Sprüngli»: l’uomo spegne il telefono, esita, ma dopo pochi istanti se ne va di corsa, senza guardarsi intorno. Evito di restare nei paraggi, d’incrociare – chi lo sa – uno sguardo deluso. Si può dire addio anche se non ci si è incontrati?
Sarà l’inesorabile bellezza di novembre, ma sono sfiduciato. Eppure, quasi ottocento anni fa, tale Giovanni di Pietro di Bernardone, umbro d’origine, sembrava nutrire una maggiore fiducia in quello che gli stava intorno, tanto da scrivere una delle poesie più memorabili fra le memorabili. Già. Chissà cosa direbbe oggi Francesco d’Assisi della sora nostra matre terra. Siederebbe pure lui al riparo dalla pioggia, nel tripudio d’asfalto, rotaie e addobbi natalizi. Osserverebbe passare i fenicotteri rosa con le zampe a mollo in un blu-piscina pubblicitario, su uno dei tanti tram. Poserebbe lo sguardo sulle due alci dorate all’entrata del fioraio. Loderebbe il suo Signore per Paradeplatz. Poi, con una piccola dose – diciamo una punta – di cinismo, ricorderebbe una volta di più la sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare.
Spedisco ad Andrea il Cantico delle creature: magari lui, che è dall’altra parte del mondo, riesce a essere più fiducioso. Intanto un ragazzo mi guarda e solo dopo avere registrato il mio (finto) disinteresse si siede sulla panchina, a pochi centimeri dal mio zaino, e gioca a calcio sul suo cellulare. Se non fosse stato per lui, non avrei notato l’uomo alle nostre spalle, dietro la porta d’entrata dei bagni pubblici. Immobile, vicino al vetro, guarda intorno con pazienza. Mi sembra di riconoscerlo, piuttosto anziano, senza nulla d’appariscente, con quei baffi che non si capisce bene se sia serio o sorrida.

[YB]

*

Era un uomo piuttosto anziano che non aveva nulla d’appariscente: camicia con colletto floscio, abito grigio un po’ sformato perché il corpo che vestiva era grasso. Quell’uomo aveva un volto pallido, magro, i baffi coprivano la bocca, sicché non si capiva bene se sorridesse o fosse serio. Si frugò in tasca, ne cavò un sigaro Brissago e lo infilò tra le labbra. Aveva gli occhi semichiusi, ma non gli sfuggiva niente di quanto accadeva sulla piazza lucida di pioggia. Passanti, ombrelli, tram… tutto appariva come doveva essere. Davvero? Fece un passo avanti, accostando la porta alle sue spalle. Trasse una scatola di fiammiferi e accese il sigaro, mentre la sua attenzione veniva attratta da un dettaglio bizzarro. Un’inceppatura nel sistema? Qualcosa del genere…
Un uomo alto, infagottato in un giaccone. Prima aveva parlato a lungo al telefono, poi aveva scattato fotografie agli edifici intorno alla piazza. Ora aveva per le mani un documento dall’aspetto antico, e leggeva mormorando le parole a fior di labbra. Era tutto normale? L’uomo anziano si domandò che cosa avrebbero detto i suoi giovani colleghi. Sicuramente che dava i numeri.
Quando i colleghi dicevano che era matto, forse volevano dire che aveva troppa fantasia per un bernese. Ma anche questo non era del tutto vero. Vedeva forse un po’ al di là del suo naso che sporgeva lungo, appuntito e sottile sul volto magro, e non si adattava affatto al suo corpo massiccio.
Notò che l’uomo alto stava per salire su un tram, ma aveva lasciato la pergamena, o quello che era, appoggiata sulla panchina. Si avvicinò. Provò a leggere quelle strane lettere che parevano arrivare da un altro mondo.

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu omo ène dignu Te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue Creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le Stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,
la quale è multo utile et umile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ’l sosterranno in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’l farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande umilitate.

[AF]

*

Non so quanta umilitate ci voglia per accettare un eufemismo come «Personenunfall – Accident de personne», che è quanto si sente ogni tanto sui treni che fanno la spola fra Romandia e Svizzera tedesca, a cui segue un contegno artificioso e, solitamente, il poco dissimulato nervosismo dei pendolari. Nessuno – io incluso – si chiede mai se la persona che giace inerte sui binari se ne sia andata con ancora addosso i suoi peccata mortali, chi fosse, cosa facesse, e naturalmente: perché. «Non c’è tempo», si dirà. «Così va il mondo». Per fortuna c’è ancora chi cava un Brissago dalla tasca.

[YB]

PS: La Linea è il celebre e indimenticabile personaggio animato di Osvaldo Cavandoli (1920-2007), creato alla fine degli anni ’50.

PPS: San Francesco d’Assisi (1181-1226) scrisse le Laudes Creaturarum o Canticum fratris Solis nel 1224. Il Cantico è considerato il primo testo poetico (di cui si conosca l’autore) della letteratura italiana. Per altri dettagli si veda Gianfranco Contini, Letteratura italiana delle origini, Sansoni, 1976.

PPPS: Il testo contiene due citazioni da Friedrich Glauser. La frase in corsivo che comincia con Era un uomo piuttosto anziano è tratta da Il sergente Studer (Sellerio 1986; traduzione di Gabriella De’ Grandi e Valeria Valenza da Wachtmeister Studer, Morgarten, Zürich 1936). La frase in corsivo che appare qualche riga sotto (quella che comincia con Quando i colleghi; ma già l’espressione dava i numeri) è tratta da Il grafico della febbre (Sellerio 1985; traduzione di Gabriella De’ Grandi da Die Fieberkurve, Morgarten, Zürich 1938). Entrambe sono riferite a Jakob Studer, l’investigatore della Polizia cantonale di Berna protagonista di alcuni romanzi e racconti di Friedrich Glauser (1896-1938).

PPPPS: La terza immagine di questo articolo è un dipinto dell’artista tedesco Wolf Panizza (1901-1977). È intitolato Novemberlandschaft, risale al 1935 ed è conservato nella Pinakothek der Moderne di Monaco.

PPPPPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglioagostosettembre e ottobre.

 

 

 

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