Fosforescenze

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Sono tornate le foglie. Anche sugli sparuti alberi di Paradeplatz. Tu cominci a creare delle piccole abitudini, ti sembra addirittura di poterti fidare, conti i dettagli che di volta in volta si ripropongono. Poi la natura si sveglia dal torpore e rimette tutto in moto, spazzando via i tuoi rassicuranti (e per questo transitori) appigli. Naturalmente ci si può nutrire con le spiegazioni più scientifiche: dalle mezze stagioni che non esistono più, ohibò, al miracolo della fotosintesi clorofilliana. Resta però l’impatto visivo, il verde improvviso, la vita che avevi dimenticato. E ancora più forte l’immagine dell’immenso e imperturbabile ingranaggio, quel ciclico vortice che fa di te, nei secoli dei secoli, un nulla insignificante. Anche l’esplosione di vita, insomma, dà le vertigini. Nel mio taccuino, in una breve annotazione di febbraio, avevo scritto: «Pochi alberi bassi e spogli, infilati in una struttura geometrica fredda e calcolata. Li aspetto al varco della primavera». Non sapevo che sarebbero stati loro ad attendermi. Al varco.
La piazza intanto si gode il clima primaverile: colori sgargianti e luminosi, maniche corte, movimento. Un ragazzo fa jogging con una canottiera aderente, in tinta ai pantaloncini e alle scarpe: sfreccia tra i binari dei tram. Anche Andrea si è già alzato con slancio dalla nostra panchina per intrufolarsi nel crocchio di un gruppo turistico. È come se Paradeplatz fosse ringiovanita. O forse sono io a sentirmi più vecchio.
Una signora si avvicina ad Andrea e gli rivolge la parola. Dice di fare attenzione perché ha la stringa slacciata. Lui ringrazia e riannoda. Non si rendono conto che quella stringa era slacciata da gennaio. Conosco bene quelle scarpe: a destra il laccio è sempre stato selvatico, libero. Mentre ora è strozzato in un nodo. Anche le certezze più rocciose, oggi, vengono a cadere.
[YB]

*

Facciamo un passo indietro. Nel 1926, a Zurigo, Erwin Schrödinger scrisse un’equazione differenziale per ciascuna funzione d’onda quantistica. Leggenda vuole che l’ispirazione gli sia venuta mentre contemplava le increspature sulla superficie dell’acqua nella piscina del Dolder. In realtà, a quanto sembra, Schrödinger andava al Dolder soprattutto per guardare le ragazze in costume (ma è pur sempre una faccenda di curve).
Mentre viaggiavo in treno, ho avuto uno scambio di messaggi con alcuni amici a proposito dell’equazione di Schrödinger. Ne avevo sempre sentito parlare, ma non avevo mai capito che cosa fosse. Un amico mi ha spiegato che a livello atomico le componenti della materia non possono essere descritte come ci aspetteremmo: un elettrone non è una pallina con una posizione e una velocità ben definite. Lo stato di un elettrone è rappresentato dalla sua “funzione d’onda”, che descrive una “nube di probabilità” degli stati possibili. Ovviamente, tutto questo vale per gli elettroni, non per i passeggeri dei tram (in nessun punto della sua equazione Schrödinger menziona i tram, né a dire il vero altri mezzi di trasporto). Ma quando si arriva a Paradeplatz in un giorno di aprile, come non sentirsi avvolti da una nube di probabilità?
Perché proprio oggi, e proprio qui, due uomini con la maglietta fosforescente, di due colori diversi, s’imbattono l’uno nell’altro? È un evento eccezionale oppure, calcolando la quantità di uomini fosforescenti che si aggirano a Zurigo, è probabile che simili incontri si verifichino di continuo? L’agglomerarsi di turisti che parlano spagnolo, e il loro fondersi con turisti che parlano inglese, è qualcosa che avviene ogni giorno? O soltanto oggi, per caso? Mi avvicino, mi mescolo al gruppo. Una guida, in inglese, mi raccomanda di avere pazienza: fra poco partiremo. Un’altra guida, parlandomi spagnolo, mi consegna una mappa della città, con un prontuario di frasi utili in inglese, svizzero tedesco, francese e italiano (non si capisce la mancanza dello spagnolo). Indispensabile «I love you» («ich han di gern»; «je t’aime»; «ti amo»). Ma può essere utile anche «I would like» («ich hätti gern»; «je voudrais»; in italiano, misteriosamente: «i molto»).
La guida mi ripete che fra poco partiremo.
Decido di sganciarmi dal gruppo e raggiungo Yari. Mi siedo accanto a lui. Ho una stringa slacciata e l’altra no, giusto per adeguarmi alla nube di probabilità.
Oggi abbiamo portato con noi una poesia di Mariagiorgia Ulbar.

Torno dove termina la strada
dove resta solo il bivio
dove trovo i calcinacci ma anche l’erba
spontanea che ci cresce in mezzo.
Se è malerba non so dirlo
ma i cani contro il male se la mangiano.
Dove finiscono le strade, anche le cose
impacchettate da altri da scartare
c’è una parola piccola su un’insegna
e lì stanno un solco e una crepa
il mio occhio che vede
il mio dito che dentro si infila.

Questo paesaggio estremo, di erba e calcinacci, sembra lontano da Paradeplatz. Oggi però le cose sono ciò che sono e, insieme, ciò che non sono. Circolano le solite cravatte, le solite borse, ma insieme appaiono cappelli di paglia, gonne corte, occhiali da sole. Il meccanismo della piazza funziona come sempre, ma la fragilità primaverile rivela il solco, la crepa che corre fuori e dentro di noi. Anche Paradeplatz, un tempo, era fatta di alberi, prati, cespugli spinosi. Quella piazza fantasma è sempre qui, suscitata dall’immaginazione, nascosta nella nube di probabilità. O forse, semplicemente, evocata dalla nube di pollini.[AF]

*

Parliamo di Schrödinger, della sua equazione e di quel suo esperimento conosciuto con la stupenda dicitura di “Paradosso del gatto” (sembra di rivedere lo Stregatto che è venuto a trovarci a Paradeplatz in febbraio). In realtà, per quanto mi riguarda, mi do solo le arie di uno che parla di Schrödinger. Chi mai potrebbe credere che io abbia veramente qualcosa da dire sulla meccanica quantistica? E infatti il mio massimo contributo alla discussione è una vignetta satirica che trovo grazie a Google.
Le fosforescenze di passaggio, come appoggiate sugli abiti della gente, come convogliate per caso in questo momento di disordine cromatico a cui non sopravvivrebbe non dico uno stilista affermato, ma neppure un apprendista sarto al primo giorno di scuola, ecco che queste fosforescenze si spengono senza preavviso nel più simbolico degli accostamenti: quello della tuta mimetica di un soldato che passa. Forse solo una recluta a giudicare dallo sguardo spaesato, la falcata lunga ma goffa e l’assenza di (obbligatorio) cappellino o basco. Naturalmente una tuta mimetica in mezzo a Paradeplatz è tutto fuorché mimetica. Una sorta di Trova Wally al contrario: vinci se riesci a non vederlo.
In ogni caso, il giovane militare cammina, si ferma, poi ciondola e infine riparte a spron battuto, continuando la sua strana traiettoria fuori dal mio campo visivo.
Sono i miracoli dell’esercito di milizia svizzero e della leva obbligatoria: nell’immaginario collettivo, un’organizzazione strutturata e all’avanguardia, pronta per qualsiasi evenienza (e non sono io a poter dimostrare il contrario); nella vita di tutti i giorni, si palesano invece non di rado sfaccendati neo-maggiorenni in grigioverde che aspettano ordini agli angoli delle strade, nei dintorni di caserme o rifugi antiatomici, poligoni di tiro, zone boschive apparecchiate per esercizi e simili amenità. E verso sera, in treno, se si è fortunati, si condivide il viaggio con intere truppe in libera uscita che tra canti e schiamazzi danno sfogo alla loro ispirazione ingegneristico-architettonica costruendo piramidi con le lattine di birra vuote. Vista la quantità di lattine vuote, non vi è alcuna esagerazione a servirsi del concetto altrimenti abusato di “talento naturale”.
Rimango comunque un poco assorto. L’immagine del militare ha quasi fisicamente rabbuiato i colori che prima riempivano i miei occhi. Ora risaltano i non-colori dei palazzi e della strada pulita, la piatta lucentezza dei binari, le trasparenze delle vetrine. Ricordo anch’io i mesi estivi e autunnali in quella stessa tuta mimetica, a diciannove anni, con un sacco di idee per la testa, ma nemmeno una che riuscisse a suggerirmi il perché (perché fossi lì, a quasi sette ore di treno da casa; perché, dopo gli anni di scuola, dovessi imparare la disciplina, come non esitarono a spiegarci; perché avessi sempre con me un’arma che mi restava sconosciuta, una pistola fredda e scura, estremamente efficace a quanto pare; e insomma, perché e basta). Le mie gambe erano ancora più goffe e lo sguardo senz’altro più perso. Cerco dentro di me alcune immagini di quel tempo non vicino, ma tutto rimane sfocato. Forse mi trovo proprio dove termina la strada, riconosco il bivio, i calcinacci e quell’erba misteriosamente spontanea. Risuona ancora più forte degli altri il verso numero 7 della poesia di Mariagiorgia Ulbar: «Dove finiscono le strade, anche le cose». Già. Anche le cose.
Sono tornato a casa e ora scrivo al mio computer. Ho cercato in cantina la piccola scatola della Posta Svizzera dove ho raccolto gli oggetti legati al servizio militare. L’ho aperta (il mio dito che dentro si infila…) e non c’è quasi più nulla. Ritrovo però il quadernetto dove, durante la cosiddetta “scuola reclute”, avevo appuntato quelle che sicuramente, allora, credevo fossero delle poesie. Le scrivevo prima di dormire, nel letto, sotto la luce della torcia, oppure nelle pause del mezzogiorno. Le rileggo dopo tanti, troppi anni. Sono testi di un’impietosa ingenuità.
Sulla prima pagina scopro una specie di introduzione: «Se devo passare le mie giornate a “sembrare”, qui, su questo foglio bianco, nessuno potrà impedirmi di “essere”». E poi le parole, i versi, ritmati in un approssimativo – quanto ovvio – stile ungarettiano. Solo che a metà ricompare un’immagine. Netta. Sono seduto di fianco alle fontane dove la sera puliamo gli scarponi. È tardi, sono gli sgoccioli della libera uscita. Di fianco a me c’è un compagno che fuma in silenzio. Rivedo tutto: il nero del cielo, la luce soffusa dei dormitori mezzi vuoti, la sigaretta che si rianima a ogni boccata. Ritorno a sentire quel formicolio dietro la nuca, la sensazione di vuoto. Il fumo che danza e richiama «l’oscillare irregolare / del sospiro / che inavvertitamente / ho perso. // Non lo sento, / e la cenere / si porta via il vento».
È strano pensare che oggi potrei scriverne cento o duecento di poesiole così, ma forse mai ritroverò la stessa fiducia nelle parole, di fronte al vuoto.
[YB]

*

Yari scrive. Cioè, fino a qualche minuto fa stava scrivendo. Poi ha salvato il documento e me l’ha inviato. È domenica, e Yari se ne stava a casa davanti al computer, intento a decifrare gli appunti presi durante la nostra visita a Paradeplatz. Con la mente è tornato sotto la pensilina, si è seduto sulla panchina di legno dove termina la strada. Davanti a lui sferragliavano i tram. Poi la piazza reale si è trasformata in un passaggio verso un’altra, più segreta Paradeplatz, un luogo a cui è più difficile tornare. È una radura selvatica, dove cresce l’erba spontanea insieme alla malerba. È il luogo del ricordo, della nostalgia. A volte la luce radente lo trasforma in un prato morbido, colmo di desideri. A volte invece, quando incombe il buio, la radura diventa un intrico di rimpianti, uno spiazzo desolato in cui soffocano i pensieri, i segni, le parole.
Osservando Paradeplatz, all’inizio appare soltanto la piazza esterna. Noi cerchiamo di fissare il mondo nel taccuino: dettagli sui colori, sui rumori, piccole scene che accadono in pochi secondi. Scorgo un ragazzo e una ragazza che si salutano con intensità. Si abbracciano, poi lei dice qualcosa sorridendo, lui torna indietro e l’abbraccia di nuovo. Arriva il tram. La ragazza sale, si siede accanto al finestrino. Il ragazzo, dal basso, le sorride. Lei contraccambia, lo saluta con la mano, mima il gesto di un bacio. A questo punto il tram dovrebbe partire. Ma non parte, perché una donna sta incontrando qualche difficoltà nello spingere una carrozzina con un bimbo in fasce. La ragazza e il ragazzo non sanno che cosa fare. Lei sorride, ancora. Lui sventola le braccia. Quante volte si può ripetere un sorriso? Quante volte si può mimare un bacio? C’è imbarazzo, ma i due tengono duro: persistono a guardarsi negli occhi finché il tram, con un sospiro, si mette in moto verso il capolinea di Morgental.
L’azione di scrutare la Paradeplatz esterna, cercando di captare il suo ritmo, dischiude le vie che portano a quella intima, invisibile. Per questo sostiamo a lungo, prendiamo appunti, scattiamo fotografie. Cominciamo da «pochi alberi bassi e spogli, infilati in una struttura geometrica fredda e calcolata», poi ci spostiamo nel tempo o nello spazio, non importa, ed esploriamo la nube di probabilità. Infine torniamo a casa, ci mettiamo a scrivere. Yari a Berna, io a Bellinzona. È domenica pomeriggio. Senza volerlo, ci ritroviamo nella radura insidiosa dove nascono le storie, le poesie. Abbiamo fiducia che bastino a reggere il deserto? Le parole resisteranno contro il vento che infuria tra i rovi della piazza fantasma?
Non lo sappiamo. Intanto ho già inviato una mail, prima di aggiungere queste ultime righe. Alla sua scrivania, Yari sta già correggendo il testo. Nonostante tutto, Yari scrive.
[AF]

PS: La lirica di Mariagiorgia Ulbar è tratta da Gli eroi sono gli eroi, Marcos y Marcos 2015.PPS: L’immagine con l’equazione di Schrödinger proviene da Ian Stewart, Seventeen Equations that Changed the World (2012). In italiano, con la traduzione di Giorgio P. Panini, Le 17 equazioni che hanno cambiato il mondo (Einaudi 2012).PPPS: Per i dettagli su Schödinger, grazie a Gregorio (e a tutto il gruppo dei neuroni specchio).PPPPS: Ogni mese torniamo a Zurigo e ci sediamo su una panchina di Paradeplatz. Trovate qui le puntate di gennaio, febbraio e marzo.

 

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Un giorno ideale per i pescitaccuino

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Io li chiamo “momenti acquario”. Accadono quando, per una serie di circostanze, fra me e il mondo si frappone un vetro. Il problema è capire chi sia dentro e chi sia fuori, cioè quale dei due spazi si possa definire “acquario”. Ripenso al mio viaggio a Zurigo e, in particolare, alla cena a casa di Martina e Gregorio. Dalla loro cucina si vede il giardino, con un tavolo di legno appena distinguibile nell’oscurità. Oltre il giardino, un edificio con una parete di vetro. Oltre il vetro, un luminoso corso di ballo. Noi ce ne stiamo nel nostro mondo, con un bicchiere di birra, mentre di là ballano il tango. Senza sentire la musica, i gesti appaiono come frammenti di un discorso arcano, per noi intraducibile. Ma chi siamo noi? Siamo fuori o dentro l’acquario?
La domanda ritorna il giorno dopo. Seduto su una panchina in Paradeplatz, aspetto che arrivi Yari Bernasconi. I tram scorrono davanti a me. Guardo le facce dietro i finestrini, immagino storie che non saprò mai. Mi domando se per i passeggeri la piazza sia un grande acquario e io un piccolo pesce fra i tanti, che si distingue solo perché ha in mano un taccuino.
Presto mi raggiunge Yari, l’altro pescetaccuino. Ci spostiamo sotto la pensilina per ripararci dal vento. Il cielo è bianco, basso, sembra fatto di materia solida (panna? vernice? sabbia?). La poesia che leggiamo insieme s’intitola, inevitabilmente, Acquario. Scritta da Gianluca D’Andrea.

Passano le figure, inseguono gli eventi.
Ombre, i bambini trascorrono
in gesti, in un piede piegato o i passi.
Gli uomini impiegano il tempo
in frazioni strutturate,
il movimento ha passioni e dolori
e quadri che si aprono a brusii,
flussi trapassati, sorprese
negli scorci, membrane che respirano
le azioni compiute;
la giustizia si sposta nello stesso
luogo, si sgrana in tempi impercettibili.

Di certo, poche persone passano di qui senza inseguire eventi: un vecchio si affretta, con in mano una busta bianca, una donna ride al telefono senza fermarsi. Numerosi impiegati escono senza il cappotto – i Senza Giacca, li chiamiamo Yari e io – in transito fra un ufficio e l’altro. In mezzo a brusii, / flussi trapassati, sorprese negli scorci, si moltiplicano gli acquari.
La Galerie Gmurzynska, con gli spazi disegnati da Zaha Hadid, è curva, liscia, piena di luce e di oggetti lisci che ruotano lentamente. La gioielleria Harry Winston, appena aperta, è già chiusa per un “evento privato”. Un “Perfect Diamond” (PD) svela con malcelata fierezza i suoi carati, come una tigre che ringhiando faccia balenare i denti aguzzi. Mi avvicino alla vetrina e l’acquario si capovolge: intorno al PD si riflettono le persone di passaggio, gli uomini che impiegano il tempo / in frazioni strutturate, i bambini che trascorrono / in gesti.
Un Senza Giacca si ferma a guardare il PD. Il suo riflesso si colloca precisamente al centro, tanto che per un attimo – senza saperlo – il Senza Giacca ha l’onore d’indossare l’irraggiungibile PD. Accanto alla gioielleria, un negozio di fiori vende mazzi di mimose a dodici franchi l’uno. Se le mimose vanno a tanto, penso, chissà quanto costano i diamanti.
Torno alla pensilina, meditando sugli acquari. Ancora non ho capito chi sia dentro e chi fuori… ma forse non c’è differenza. Forse ognuno è nello stesso tempo persona-che-guarda e pesce-che-nuota: l’osservatore è osservato, lo spettatore spettacolo, il lettore scrive la poesia. Rileggo la lirica di D’Andrea e provo a cercare la giustizia, che si sgrana in tempi impercettibili. Vorrei parlarne con l’altro pescetaccuino. Ma Yari si alza di colpo, attirato da qualcosa alle sue spalle, e mi lascia solo.
[AF]

*

La telecamera sembra professionale. L’operatore si contorce attorno all’obiettivo in una danza di corteggiamento. No, a ben guardare è concentrato su qualcosa e non stacca gli occhi dall’oggetto del desiderio, manovrando lo strumento come se fosse l’appendice di un suo arto. Mi immagino la star hollywoodiana che compare da dietro una vetrina translucida, la confusione improvvisa, è un attimo, basta premere REC e invece no, un tizio si ferma davanti alla telecamera, copre la visuale, la celebrità internazionale sta per salire nella Bentley parcheggiata a pochi metri, l’autista apre la porta, maledetto passante, farabutto, spostati, non c’è tempo, si registra lo stesso, chissà, la fortuna aiuta gli audaci, ma quel cretino è ancora davanti, si è girato senza capire, resta fisso, apre gli occhi da bovino, slam, la portiera si chiude, i passanti indicano col dito, razza di ebete togliti di mezzo, uno sbuffo di fumo e ciao, è andata, maledizione, maledizione, maledizione.
In verità, l’oggetto del desiderio rimane misterioso. Senza un motivo apparente, l’operatore smette di interessarsi alla prospettiva scelta. Guarda intorno e si sposta con la sua telecamera. Filma la piazza, ora. Si muove, cerca due scorci. Poi mi guarda, o meglio blocca l’obiettivo su di me. E mi accorgo che non sono io: siamo noi, siamo la folla, siamo la piazza. Mi ero arrogato il ruolo di osservatore e mi ritrovo a essere osservato. Si chiama mise en abîme: guardare lo specchio nello specchio e scoprire la vertigine del potenziale infinito (l’abîme, appunto, l’abisso). Sento comunque un poco di paradossale fastidio a stare dietro la lente. Mia nonna paterna, che da ragazza è arrivata a Berna dalla campagna vicentina, alla fine degli anni ’40, ha involontariamente creato un lessico tutto suo, italianizzando parole dal tedesco e dal dialetto veneto; ebbene, ancora oggi, per lei, la “lente” è la lupa. Dal tedesco “Lupe”, lente d’ingrandimento. Ecco: mentre la lente della telecamera mi fissa, vedo i suoi denti, sento il respiro minaccioso, mi sembra di essere Atreiu davanti a Mork, nella Storia infinita. Uno di fronte all’altro, mentre dietro avanza il Nulla.

Raggiungo nuovamente Andrea con la mente che continua a fantasticare: Bastiano, il Drago della Fortuna, il leone Graogramàn, il Vecchio della Montagna Vagante… Lui, per farmi tornare con i piedi per terra nell’irrealtà di tutti i giorni, decide di ribattezzarci: pescitaccuino.
[YB]

*

L’occhio della videocamera punta sui binari del tram, sull’edicola, sulle vetrine e anche su di noi. L’enigma dell’obiettivo ci sta pescando. Pescitaccuino presi nella rete. Immagino che navigheremo dentro un’acquario lontano, schermo di televisore o di computer o di telefono. Nessuno può restare fuori. Nemmeno l’operatore, con i suoi contorsionismi, anche lui catturato da chi ha catturato. Eccolo qui, nei nostri telefoni, nei nostri appunti. È questa forse la giustizia? No, perché guardare e venire guardati significa semplicemente essere nel mondo. Il problema è trovare un senso morale nello sguardo. Come scrisse il poeta irlandese Seamus Heaney: «No such thing / as innocent / bystanding» (“Non esiste / spettatore / innocente”).
Da Paradeplatz passano persone con lo sguardo vuoto, donne curve, uomini impauriti, ragazzi vacillanti. Alzo gli occhi e vedo una pubblicità sulla fiancata di un tram: un piccolo pinguino con la madre e la scritta «Sicherheit» (sicurezza). Ma non esiste sicurezza. Non c’è nulla che possa metterci al riparo dall’ignoto. Anche questa, forse, è una possibile forma di giustizia.
[AF]

*

«Beati i giusti, perché saranno giustiziati»: è una freddura che ripetevo da ragazzino, quasi ignaro del Vangelo secondo Matteo. La ripeto anche oggi, fra me e me, nel treno per Zurigo. Quasi ignaro, sempre, del Vangelo secondo Matteo. Sto scrivendo a computer e ascolto con le cuffie una voce che mi ricorda quanto sia oscillante la vita: «Sometimes I’m cold and sometimes I burn»… Nel volgere di un minuto, un uomo barcollante entra nel vagone, chiede discretamente degli spiccioli di scompartimento in scompartimento. Faccio segno di no con la testa. Quando realizzo, l’uomo è già scomparso. Non faccio però in tempo a dimenticare, perché una donna alza il tono della voce. Viaggia con un coetaneo, entrambi sessantenni direi, la pelle dei volti grigia. Parlano in dialetto zurighese, capisco poco ma colgo termini come “scandalo”, “brutto”, “polizia”. E infatti la donna, cercando il contatto visivo con gli altri passeggeri, estrae teatralmente il cellulare dalla borsa e telefona alla polizia.
Il dialogo è più lineare e malgrado il dialetto capisco meglio: molestati in treno da un accattone, nel 2018 in Svizzera non dovrebbe succedere, siamo sul treno per Zurigo. E a questo punto la donna sciorina indicazioni sorprendenti, numero del treno, orario di partenza e di arrivo, numero del vagone, addirittura l’orario preciso in cui la sua giornata è stata rovinata dall’intruso. Saluta, interrompe il collegamento e dice sollevata (al suo accompagnatore e al vagone tutto): manderanno degli agenti alla stazione di Zurigo. Poi continua il monologo, il suo compagno annuisce, il tono – dopo i crismi dei tutori dell’ordine – si è fatto definitivamente sicuro, incalzante, cerca l’approvazione degli altri viaggiatori. La Svizzera è senz’altro un paese migliore, adesso. Alzo il volume delle cuffie. «I know I’m not supposed to look at you the way I look at you»…

A Paradeplatz, quando ormai stiamo per partire, assisto all’incontro fra due altre figure barcollanti. Non hanno bisogno di aprire la bocca, comunicano con gli occhi.
– Ciao.
– Ciao.
– Come va oggi?
– Come ieri.
– Eh.
– Tu?
– Come ieri.
– Eh.
Aspettano un tram. Scoprirò dopo che è il numero 7. Si muovono lentamente, la curva del corpo innaturale, goffa. Poi si cristallizzano in un’immobilità improvvisa, lo sguardo rivolto a terra mentre il mondo – il resto del mondo – va avanti. La gente scansa le due statue con dispetto. Intralciano il passaggio. Ogni occhiata è una sentenza: la maggioranza sa sempre quello che è giusto. Come il potere, finché resta abbastanza potente. La giustizia si sgrana in tempi impercettibili.
Adesso è veramente ora di alzarci e partire. Guardo l’altro pescetaccuino, Andrea, anche lui a metà strada fra tutto e niente, eternamente in bilico. Sorrido. Poco importa se siamo pescitaccuino o «pesci d’aeroporto», come direbbe Angelika Overath: «I viaggiatori migravano l’uno verso l’altro. C’erano volti che tornavano, scomparivano e ritornavano. Li si riconosceva, senza un saluto, che già si erano persi. Quel rapido rivedersi scivolava nella memoria vuota di un déjà vu. Siamo su uno schermo, pensò, siamo un film. Per quale curioso osservatore?».
[YB]

PS: La poesia Acquario di Gianluca D’Andrea è tratta dal volume Transito all’ombra, Milano, Marcos y Marcos, 2016.

PPS: La storia infinita è naturalmente il romanzo fantastico di Michael Ende, Die unendliche Geschichte, pubblicato la prima volta nel 1979. Famoso anche l’adattamento cinematografico, del 1984, comunque molto distante dal libro.

PPPS: I versi di Seamus Heaney sono tratti da Mycenae Outlook, nella raccolta The Spirit Level (1996). In italiano: La misura dello spirito, a cura di Roberto Mussapi, Milano, Mondadori, 2000.

PPPPS: Per la citazione del Vangelo secondo Matteo, si fa riferimento in particolare a Mt 5, 1-12, dal cosiddetto “discorso della montagna”. Curioso (e forse significativo) che in realtà, nei Vangeli e in tutta la Bibbia, non compare mai l’espressione “Beati i giusti”, che pure sembra di avere nelle orecchie da sempre.

PPPPPS: Il salvifico accompagnamento musicale sul treno per Zurigo è di Sophie Hunger. In particolare, sono citate Supermoon e LikeLikeLike, uscite rispettivamente in Supermoon (2015) e The Danger of Light (2012).

PPPPPPS: Il libro di Angelika Overath si chiama proprio Pesci d’aeroporto, in tedesco Flughafenfische, in italiano tradotto da Laura Bortot per Keller (Rovereto) nel 2013.

PPPPPPPS: Ogni mese torniamo a Zurigo e ci sediamo su una panchina di Paradeplatz. E ogni mese, a proposito di acquari, prima di riprendere i nostri rispettivi treni beviamo un caffè negli spazi sotterranei della stazione principale, dietro le vetrate di un bar con vista sul viavai di viaggiatori e pendolari (cavedani, lucci, trote, alborelle; ma c’è pure chi ha visto tonni e squali). Trovate qui la puntata di gennaio e qui la puntata di febbraio.

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Una piazza è una piazza

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

L’altoparlante annuncia «Wir treffen in Zürich ein», così alzo gli occhi ed esco dal mio libro. La copertina è striata d’argento: Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5. «Ma sì, quel romanzo dove il protagonista impazzisce e crede di viaggiare nel tempo e nello spazio con gli alieni», mi aveva detto un amico pochi giorni prima. «O quello dove sono tutti gli altri a essere pazzi», avevo cercato di rispondere.
Andrea mi aspetta in un punto preciso vicino alla stazione. È solo la seconda volta che ci incontriamo per raggiungere Paradeplatz, ma è già diventato il nostro solito posto: «Ho preso il treno non si sa come. Arrivo alle 12:28 a ZH. Ci vediamo al solito posto?»; «Tu scherzi, ma io l’ho preso all’ultimo secondo, trafelato, mentre già si stava avviando… Sì, ci vediamo al solito posto» (scambio di messaggi delle 11:33, per gentile concessione del Grande Archivio Digitale Che Abita I Nostri Telefoni).
Arriviamo a piedi e il freddo punge le mani, ma la piazza è illuminata per metà dal sole. La gente si muove più leggera, forse allegra. Si ha voglia di scherzare e di laudare, come nella poesia di Guinizzelli che abbiamo preso con noi.

Io vogliọ del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.
Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.
Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;
e no·lle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’om pò mal pensar fin che la vede.

In Paradeplatz, oggi, siamo in un altro e sempre dolce stil novo. Non tarda infatti ad arrivare una signora che passa per via adorna: ci sono più fiori sulla sua giacca che in tutta la vetrina del fiorista all’angolo.

In un attimo i tram si moltiplicano, e con loro le gambe dei passanti. Alzo lo sguardo ed è il momento in cui lo vedo. Non c’è dubbio che sia lui. D’altra parte, malgrado il clima, non porta la giacca. È lì per caso, di passaggio, con un abbigliamento elegante ma visibilmente fuori dal tempo, effetto seppia. Ha le mani in tasca e aspetta il suo tram. Chissà dove lo porterà questa volta. Nel passato o nel futuro? Sulla Terra o su Tralfamadore?
Quando sale in carrozza, Kurt Vonnegut si gira e ci fissa dal finestrino. Sta andando nel futuro, ci sarei potuto arrivare prima: la direzione del tram indica «Morgental». Similmente a un battello di Giorgio Orelli, anche il tram di Paradeplatz «già aspetta, già riparte, è già domani».
Peccato che tra ieri, oggi e domani, Andrea sia nel frattempo scomparso. Guardo intorno. Di lui restano solo le due borse con i libri, la pipa e altri oggetti utili, come un richiamo per uccelli e un piccolo rastrello rosso.
[YB]

*

Paradeplatz è un gioco di riflessi. Risplendono al sole le vetrate delle banche, la finestra ondulata della pensilina, gli schermi dei bancomat, il ghirigoro d’acqua della fontanella che si confonde con la collana di un’insegna pubblicitaria. C’è da farsi venire il capogiro. Anche nella donna di Guinizzelli si riflettono la rosa e lo giglio, la prima stella del giorno, la dolcezza dell’aria, la campagna e i gioielli e i colori e l’amore stesso, che diventa per grazia di lei ancora più raffinato, ancora più amoroso. Sembrano saperne qualcosa i due angeli di pietra che, dalla cima di un austero palazzo, si permettono di scherzare con una nuvola di passaggio.
A Zurigo, in febbraio, è ancora troppo presto anche solo per pensare la parola “primavera”. Tuttavia, c’è qualcosa. Sarà il miracolo di essere giunti puntuali. Oppure la fragranza di quelle rime d’amor che, più di settecento anni dopo, risuonano ancora dolci e leggiadre. O magari la donna in azzurro affacciata a una finestra del Savoy. Qualcosa c’è, di sicuro. Se stai seduto abbastanza a lungo, dietro ogni passante vedi un personaggio.
L’uomo senza giacca, elegante, brizzolato, non cede alla disperazione. Le mani in tasca, il volto imperturbabile. Arriva il tram diretto a Morgental. L’uomo lascia salire gli altri passeggeri e si siede per ultimo. Da quando la sua copertura è saltata, le spie di mezza Europa sono sulle sue tracce. Ma è uno di quegli uomini educati ad avere stile in ogni cosa: prendere un tram, cedere il posto alle signore, andare incontro alla morte. Il vagone passa davanti a noi. L’uomo ci osserva. È un attimo, ma ci rendiamo conto che lui sa che noi sappiamo che lui sa.
A distrarmi dagli agenti segreti, appare la Dama dal Cappotto Giallo. Mi accorgo che anche lei, come Yari e me, lascia passare tutti i tram senza muoversi, senza battere ciglio. Mi avvicino per osservarla meglio ma la dama, come assecondando un impulso, entra nell’edificio di una banca. La seguo. Arrivo in una sala spettrale. C’è una specie di creatura marziana dipinta sulla parete di fondo. La Dama in Giallo sta parlando con due uomini, uno dei quali – appena mi vede – mi rivolge due gesti: uno per dirmi di no e l’altro per invitarmi a uscire. Che posso fare? Obbedisco.
Yari mi domanda dove fossi fuggito. Mentre gli racconto della dama perduta, noto davanti a me l’insegna di un negozio, dall’altra parte della piazza: Blue Lemon. Accanto alla scritta c’è un luminoso, radioso, squillante limone, giallo com’era giallo il cappotto di lei. Annoto sul taccuino: limone stilnovista. Infine mi appoggio allo schienale, chiudo gli occhi e ascolto i suoni di Paradeplatz.

 

Le campane e i freni dei tram. Pezzi di conversazioni in svizzero tedesco, in francese, in inglese, in italiano, in spagnolo, in lingue sconosciute. Un uomo che fischietta. Il brusio di tutti i personaggi che, misteriosamente veri nella loro finzione, si nascondono nel flusso dei passanti.
[AF]

*

Per fortuna esistono i taccuini. Torno a rileggere le pagine fitte di geroglifici risalenti alla nostra visita di gennaio per avere conferma, e le cose stanno come pensavo: è la seconda volta su due che Andrea, mosso da nobili propositi (accondiscendendo cioè alla sua curiosità), si fa cacciare da qualche antro di Paradeplatz. La prima volta dopo aver tentato di dare un’occhiata ai gabinetti pubblici, e in particolare a due sacchi di giornali posati in un angolo: una donna – di certo estranea all’amor cortese – gli fece notare che un gabinetto è un gabinetto e le attività ivi compiute non contemplano fantasie romanzesche. La seconda volta è quella della Dama in Giallo, da non confondersi con la Signora in Giallo.
Va così. Finché rimani nei ranghi e ti attieni alle convenzioni sociali, al tuo ruolo di passante o persona-che-aspetta-il-tram, va tutto bene. Non appena ti siedi per terra a fotografare uno scorcio, per esempio, trasgredendo le regole tacite, sei immediatamente guardato di traverso e bollato. Ogni movimento inconsulto viene bloccato sul nascere dal più temibile dei verbi: il verbo essere. Questi giornali… No, un gabinetto è un gabinetto! La Dama in Giallo però… No, una banca è una banca! Vorrei fotografare dal basso… No, una piazza è una piazza! E allora se ci sedessimo e la osservassimo, questa piazza, e ci tornassimo ogni mese? No, Paradeplatz è Paradeplatz! (Eh sì, avranno sempre l’ultima risposta.)
Transita una ragazza vestita di nero e grigio, nel più anonimo dei nero-grigio, distinta, curata. Insieme alla borsetta porta un sacchetto che dice Show who you are. Dietro di me, il Brucaliffo le dice: «You! Who are you?». (Eh sì, il Brucaliffo avrà sempre l’ultima domanda.)[YB]

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Paradeplatz è Paradeplatz. Ma è anche Paradeplatz. Seguendo Yari nel paese delle meraviglie, mi accorgo che le piazze sono almeno due: quella indaffarata (scarpe lucide, borse di pelle, cravatte) e quella trasognata (agenti segreti, dame stilnoviste, brucaliffi). Perciò torniamo a Zurigo, mese dopo mese. E perciò scriviamo: per passare dal singolare al plurale. Così la prossima volta potremo darci appuntamento ai soliti posti.
[AF]

PS: Mattatoio n. 5 è probabilmente il più celebre romanzo dello scrittore statunitense Kurt Vonnegut (1922-2007). Il protagonista, Billy Pilgrim, viaggia nella sua vita fra passato, presente e futuro. Dalle esperienze militari in Europa durante la seconda guerra mondiale, dove da prigioniero assiste (e sopravvive) al bombardamento di Dresda, come lo stesso Vonnegut, fino al periodo trascorso in uno zoo del pianeta Tralfamadore.PPS: Guido Guinizzelli, invece, nato a Bologna intorno al 1230, morì probabilmente nel 1276. Dante lo riconosce come maestro nella Commedia. È nel canto XXVI del Purgatorio che il poeta fiorentino incontra «il padre / mio e de li altri miei miglior che mai / rime d’amore usar dolci e leggiadre» (vv. 97-99). La lirica «Io voglio del ver la mia donna laudare» è tratta dal volume Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini, Milano-Napoli, Ricciardi, 1960.PPPS: I versi di Giorgio Orelli (1921-2013) vengono da Oltr’alpe (in L’ora del tempo, Milano, Mondadori, 1962), che così finisce: «Parliamo di battelli ora che uno / ne arriva con un grido che un tempo / un muggito non era: bianco e sporco, / dimentico dei pochi viaggiatori, / già aspetta, già riparte, è già domani» (vv. 16-20).PPPPS: Il Brucaliffo è il Bruco di Alice nel paese delle meraviglie (Caterpillar in inglese, ribattezzato Brucaliffo nella versione italiana dell’omonimo film di Walt Disney, del 1951). La frase citata compare nel libro e nel film di Walt Disney.

Impossibile non segnalare anche la voce di Alan Rickman, prestata al Brucaliffo nella versione cinematografica di Tim Burton, nel 2010: «The question is who are you»… Indimenticabile.PPPPPS: Ogni mese torniamo a Zurigo e ci sediamo su una panchina di Paradeplatz. Ogni volta, abbiamo con noi una poesia diversa. Trovate qui la puntata di gennaio.

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Non ci saremo

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Paradeplatz, a Zurigo. Forse la piazza più famosa della Svizzera, dove batte il cuore della Confederazione. (Anzi, uno dei cuori: la Svizzera è un paese pluricardiaco.) La domanda è: come si può arrivare tardi a un appuntamento in un luogo tanto solenne?
Ecco le mie giustificazioni:
1) Al momento di scendere dal treno stavo orecchiando una conversazione. Una donna riferiva a un’amica le rivelazioni di un non meglio precisato sciamano, e cioè che il virus dell’influenza è irradiato dal governo per far aumentare i costi della salute e per far guadagnare le aziende farmaceutiche.
2) Tutto ciò mi ha distratto a tal punto che ho scordato il cappello sul treno. Sono tornato indietro, ma non c’era. Una signora molto cortese l’aveva preso e mi stava cercando sul binario. Trovala, spiegale, ringraziala. Ritardo.
Con Yari Bernasconi, in Paradeplatz, abbiamo letto una poesia di Fabio Donalisio.

dire le cose non è raccontarle e
spiegarle men che meno; è accettare
che esista il binario e pure il treno
e l’unico senso è che noi
non ci saremo

Mentre eravamo seduti a leggere, siamo invecchiati in fretta.
Quando alziamo gli occhi, ci accorgiamo che tutte le persone intorno sono nuove. All’improvviso, sento l’impulso di salire sul primo tram, magari quello diretto allo zoo o a Frankental. Del resto, sulle fiancate dei tram le pubblicità sbandierano panda, koala e viaggi da sogno a Singapore. Ma ci sono binari che non vedremo e luoghi che, forse, esistono proprio perché non ci saremo. Un’altra pubblicità tranviaria dice: The show must go wrong.
Sfilano cravatte e borse della spesa, zampettano piccioni, passano e ripassano con suono di risucchio macchine per la pulizia stradale. Accanto a me si siede una ragazza con un telefono così vasto che, anche se lo non facessi di proposito, probabilmente leggerei per sbaglio ciò che sta scrivendo. È un’immensa, entusiasta parola, in un profluvio di faccine: Woooooooow!!! (Mi pare di aver contato sette vocali e tre punti esclamativi, ma non ne sono sicuro). Guardo Yari e gli dico che la prossima volta dobbiamo andare a Frankental.
[AF]

*

Per noi che abitiamo a Berna, andare a Zurigo significa in genere prendere l’Intercity diretto che in 56 minuti ti lascia alla stazione centrale della più popolosa città della Svizzera. Facile. Andare a Zurigo per incontrarmi con Andrea Fazioli, invece, significa in genere scoprire solo una volta arrivati chi dei due:
a) ha sbagliato giorno (worst case scenario, come dicono i cultori del risk management: le parole sono importanti, e il nostro ambiente è molto cheap);
b) è in ritardo (best case scenario).
Questa volta è il cappello di Andrea – che è poi il cappello di Leonard Cohen – a essere in ritardo. Così, per evitare di affrettarmi, dopo essere sceso dal treno mi sgancio dalla folla che avanza verso le uscite della stazione. Nel giro di pochi minuti, l’illusione di appartenere a una comunità si scioglie in una meno volatile evidenza: sono solo. Sopra la testa i tabelloni digitali con gli orari dei treni. Tutto intorno una pulizia irreale, muri chiari e corrimani metallici.
La pulizia è anche la prima immagine che mi investe in Paradeplatz: il tempo di sedersi e una pulitrice a quattro ruote comincia a fare il giro della piazza, spazzando l’asfalto già lustro e aspirando con roboante entusiasmo. Ci si può chiedere perché certi clichés vengano coltivati con tanta dedizione. Sotto il tettuccio della pensilina dove sostiamo, del resto, le vetrate della struttura che porta ai gabinetti sotterranei sono così terse da scomparire (ma ci sono, giuro).
Un uomo fissa lo spazio libero accanto al mio, mi guarda due volte senza sorridere e decide di sedersi solo quando è sicuro che nemmeno io gli sto sorridendo. Ma è un attimo: il suo tram arriva, lui corre e io l’ho già dimenticato.
Non conosco bene Paradeplatz. La mia antipatia non ha argomenti solidi e cerco di dissimularla rapidamente, come se qualcuno potesse cogliermi in fallo. Eppure in questo imbarazzo riconosco qualcosa di rassicurante, di umano. In fondo, se di Paradeplatz vogliamo scrivere, forse la strada da seguire non è così distante da questa componente poco razionale. Per esplorare davvero le cose, bisogna anche fare i conti con la nostra imperfezione, con l’imponderabile, con tutti i paradossi (evidenti e non) che ci abitano. Ecco perché dire le cose non è raccontarle e / spiegarle men che meno. Non è sufficiente rifugiarsi in qualche apparente, transitoria ovvietà.
Certo, di tutto questo Paradeplatz se ne infischia. Chi giunge qui sembra avere solo voglia di ripartire. Oppure viene respinto come in una centrifuga. Una donna chiede ad Andrea se il tram su cui sta salendo è quello per la stazione. «Ich glaube», risponde lui. Poi mi guarda e aggiunge: «La prossima volta dobbiamo andare a Frankental». La poesia dei capolinea. In Piazza della Parata, ogni tram è una promessa.
[YB]

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Sì, è un luogo promettente. Ma è anche indecifrabile. Forse perché i luoghi, se li guardi a lungo, diventano tutti misteriosi. A che cosa serve una piazza? Ad allontanarsene, a sostare, a pensare… qual è il suo vero scopo?
[AF]

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E invece della Memoria, del Sole, della Vittoria, perché non c’è Piazza della Dimenticanza, Piazza dell’Uggiosità, Piazza della Sconfitta? Al posto di un Fondatore della Patria, perché non prendere un panettiere?
[YB]

PS: La poesia di Fabio Donalisio è tratta da Ambienti saturi (Amos edizioni 2017).

PPS: Torneremo ogni mese in Paradeplatz (se riusciremo a non perdere troppi treni). Ogni volta leggeremo una poesia. Ci metteremo a sedere e guarderemo ciò che succede. Questa serie scritta a quattro mani prenderà il posto di quella, a due mani, dedicata nel 2017 a un’anonima piazzetta bellinzonese (trovate qui i link a tutte le puntate).

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