Un giorno ideale per i pescitaccuino

Io li chiamo “momenti acquario”. Accadono quando, per una serie di circostanze, fra me e il mondo si frappone un vetro. Il problema è capire chi sia dentro e chi sia fuori, cioè quale dei due spazi si possa definire “acquario”. Ripenso al mio viaggio a Zurigo e, in particolare, alla cena a casa di Martina e Gregorio. Dalla loro cucina si vede il giardino, con un tavolo di legno appena distinguibile nell’oscurità. Oltre il giardino, un edificio con una parete di vetro. Oltre il vetro, un luminoso corso di ballo. Noi ce ne stiamo nel nostro mondo, con un bicchiere di birra, mentre di là ballano il tango. Senza sentire la musica, i gesti appaiono come frammenti di un discorso arcano, per noi intraducibile. Ma chi siamo noi? Siamo fuori o dentro l’acquario?
La domanda ritorna il giorno dopo. Seduto su una panchina in Paradeplatz, aspetto che arrivi Yari Bernasconi. I tram scorrono davanti a me. Guardo le facce dietro i finestrini, immagino storie che non saprò mai. Mi domando se per i passeggeri la piazza sia un grande acquario e io un piccolo pesce fra i tanti, che si distingue solo perché ha in mano un taccuino.
Presto mi raggiunge Yari, l’altro pescetaccuino. Ci spostiamo sotto la pensilina per ripararci dal vento. Il cielo è bianco, basso, sembra fatto di materia solida (panna? vernice? sabbia?). La poesia che leggiamo insieme s’intitola, inevitabilmente, Acquario. Scritta da Gianluca D’Andrea.

Passano le figure, inseguono gli eventi.
Ombre, i bambini trascorrono
in gesti, in un piede piegato o i passi.
Gli uomini impiegano il tempo
in frazioni strutturate,
il movimento ha passioni e dolori
e quadri che si aprono a brusii,
flussi trapassati, sorprese
negli scorci, membrane che respirano
le azioni compiute;
la giustizia si sposta nello stesso
luogo, si sgrana in tempi impercettibili.

Di certo, poche persone passano di qui senza inseguire eventi: un vecchio si affretta, con in mano una busta bianca, una donna ride al telefono senza fermarsi. Numerosi impiegati escono senza il cappotto – i Senza Giacca, li chiamiamo Yari e io – in transito fra un ufficio e l’altro. In mezzo a brusii, / flussi trapassati, sorprese negli scorci, si moltiplicano gli acquari.
La Galerie Gmurzynska, con gli spazi disegnati da Zaha Hadid, è curva, liscia, piena di luce e di oggetti lisci che ruotano lentamente. La gioielleria Harry Winston, appena aperta, è già chiusa per un “evento privato”. Un “Perfect Diamond” (PD) svela con malcelata fierezza i suoi carati, come una tigre che ringhiando faccia balenare i denti aguzzi. Mi avvicino alla vetrina e l’acquario si capovolge: intorno al PD si riflettono le persone di passaggio, gli uomini che impiegano il tempo / in frazioni strutturate, i bambini che trascorrono / in gesti.
Un Senza Giacca si ferma a guardare il PD. Il suo riflesso si colloca precisamente al centro, tanto che per un attimo – senza saperlo – il Senza Giacca ha l’onore d’indossare l’irraggiungibile PD. Accanto alla gioielleria, un negozio di fiori vende mazzi di mimose a dodici franchi l’uno. Se le mimose vanno a tanto, penso, chissà quanto costano i diamanti.
Torno alla pensilina, meditando sugli acquari. Ancora non ho capito chi sia dentro e chi fuori… ma forse non c’è differenza. Forse ognuno è nello stesso tempo persona-che-guarda e pesce-che-nuota: l’osservatore è osservato, lo spettatore spettacolo, il lettore scrive la poesia. Rileggo la lirica di D’Andrea e provo a cercare la giustizia, che si sgrana in tempi impercettibili. Vorrei parlarne con l’altro pescetaccuino. Ma Yari si alza di colpo, attirato da qualcosa alle sue spalle, e mi lascia solo.
[AF]

*

La telecamera sembra professionale. L’operatore si contorce attorno all’obiettivo in una danza di corteggiamento. No, a ben guardare è concentrato su qualcosa e non stacca gli occhi dall’oggetto del desiderio, manovrando lo strumento come se fosse l’appendice di un suo arto. Mi immagino la star hollywoodiana che compare da dietro una vetrina translucida, la confusione improvvisa, è un attimo, basta premere REC e invece no, un tizio si ferma davanti alla telecamera, copre la visuale, la celebrità internazionale sta per salire nella Bentley parcheggiata a pochi metri, l’autista apre la porta, maledetto passante, farabutto, spostati, non c’è tempo, si registra lo stesso, chissà, la fortuna aiuta gli audaci, ma quel cretino è ancora davanti, si è girato senza capire, resta fisso, apre gli occhi da bovino, slam, la portiera si chiude, i passanti indicano col dito, razza di ebete togliti di mezzo, uno sbuffo di fumo e ciao, è andata, maledizione, maledizione, maledizione.
In verità, l’oggetto del desiderio rimane misterioso. Senza un motivo apparente, l’operatore smette di interessarsi alla prospettiva scelta. Guarda intorno e si sposta con la sua telecamera. Filma la piazza, ora. Si muove, cerca due scorci. Poi mi guarda, o meglio blocca l’obiettivo su di me. E mi accorgo che non sono io: siamo noi, siamo la folla, siamo la piazza. Mi ero arrogato il ruolo di osservatore e mi ritrovo a essere osservato. Si chiama mise en abîme: guardare lo specchio nello specchio e scoprire la vertigine del potenziale infinito (l’abîme, appunto, l’abisso). Sento comunque un poco di paradossale fastidio a stare dietro la lente. Mia nonna paterna, che da ragazza è arrivata a Berna dalla campagna vicentina, alla fine degli anni ’40, ha involontariamente creato un lessico tutto suo, italianizzando parole dal tedesco e dal dialetto veneto; ebbene, ancora oggi, per lei, la “lente” è la lupa. Dal tedesco “Lupe”, lente d’ingrandimento. Ecco: mentre la lente della telecamera mi fissa, vedo i suoi denti, sento il respiro minaccioso, mi sembra di essere Atreiu davanti a Mork, nella Storia infinita. Uno di fronte all’altro, mentre dietro avanza il Nulla.

Raggiungo nuovamente Andrea con la mente che continua a fantasticare: Bastiano, il Drago della Fortuna, il leone Graogramàn, il Vecchio della Montagna Vagante… Lui, per farmi tornare con i piedi per terra nell’irrealtà di tutti i giorni, decide di ribattezzarci: pescitaccuino.
[YB]

*

L’occhio della videocamera punta sui binari del tram, sull’edicola, sulle vetrine e anche su di noi. L’enigma dell’obiettivo ci sta pescando. Pescitaccuino presi nella rete. Immagino che navigheremo dentro un’acquario lontano, schermo di televisore o di computer o di telefono. Nessuno può restare fuori. Nemmeno l’operatore, con i suoi contorsionismi, anche lui catturato da chi ha catturato. Eccolo qui, nei nostri telefoni, nei nostri appunti. È questa forse la giustizia? No, perché guardare e venire guardati significa semplicemente essere nel mondo. Il problema è trovare un senso morale nello sguardo. Come scrisse il poeta irlandese Seamus Heaney: «No such thing / as innocent / bystanding» (“Non esiste / spettatore / innocente”).
Da Paradeplatz passano persone con lo sguardo vuoto, donne curve, uomini impauriti, ragazzi vacillanti. Alzo gli occhi e vedo una pubblicità sulla fiancata di un tram: un piccolo pinguino con la madre e la scritta «Sicherheit» (sicurezza). Ma non esiste sicurezza. Non c’è nulla che possa metterci al riparo dall’ignoto. Anche questa, forse, è una possibile forma di giustizia.
[AF]

*

«Beati i giusti, perché saranno giustiziati»: è una freddura che ripetevo da ragazzino, quasi ignaro del Vangelo secondo Matteo. La ripeto anche oggi, fra me e me, nel treno per Zurigo. Quasi ignaro, sempre, del Vangelo secondo Matteo. Sto scrivendo a computer e ascolto con le cuffie una voce che mi ricorda quanto sia oscillante la vita: «Sometimes I’m cold and sometimes I burn»… Nel volgere di un minuto, un uomo barcollante entra nel vagone, chiede discretamente degli spiccioli di scompartimento in scompartimento. Faccio segno di no con la testa. Quando realizzo, l’uomo è già scomparso. Non faccio però in tempo a dimenticare, perché una donna alza il tono della voce. Viaggia con un coetaneo, entrambi sessantenni direi, la pelle dei volti grigia. Parlano in dialetto zurighese, capisco poco ma colgo termini come “scandalo”, “brutto”, “polizia”. E infatti la donna, cercando il contatto visivo con gli altri passeggeri, estrae teatralmente il cellulare dalla borsa e telefona alla polizia.
Il dialogo è più lineare e malgrado il dialetto capisco meglio: molestati in treno da un accattone, nel 2018 in Svizzera non dovrebbe succedere, siamo sul treno per Zurigo. E a questo punto la donna sciorina indicazioni sorprendenti, numero del treno, orario di partenza e di arrivo, numero del vagone, addirittura l’orario preciso in cui la sua giornata è stata rovinata dall’intruso. Saluta, interrompe il collegamento e dice sollevata (al suo accompagnatore e al vagone tutto): manderanno degli agenti alla stazione di Zurigo. Poi continua il monologo, il suo compagno annuisce, il tono – dopo i crismi dei tutori dell’ordine – si è fatto definitivamente sicuro, incalzante, cerca l’approvazione degli altri viaggiatori. La Svizzera è senz’altro un paese migliore, adesso. Alzo il volume delle cuffie. «I know I’m not supposed to look at you the way I look at you»…

A Paradeplatz, quando ormai stiamo per partire, assisto all’incontro fra due altre figure barcollanti. Non hanno bisogno di aprire la bocca, comunicano con gli occhi.
– Ciao.
– Ciao.
– Come va oggi?
– Come ieri.
– Eh.
– Tu?
– Come ieri.
– Eh.
Aspettano un tram. Scoprirò dopo che è il numero 7. Si muovono lentamente, la curva del corpo innaturale, goffa. Poi si cristallizzano in un’immobilità improvvisa, lo sguardo rivolto a terra mentre il mondo – il resto del mondo – va avanti. La gente scansa le due statue con dispetto. Intralciano il passaggio. Ogni occhiata è una sentenza: la maggioranza sa sempre quello che è giusto. Come il potere, finché resta abbastanza potente. La giustizia si sgrana in tempi impercettibili.
Adesso è veramente ora di alzarci e partire. Guardo l’altro pescetaccuino, Andrea, anche lui a metà strada fra tutto e niente, eternamente in bilico. Sorrido. Poco importa se siamo pescitaccuino o «pesci d’aeroporto», come direbbe Angelika Overath: «I viaggiatori migravano l’uno verso l’altro. C’erano volti che tornavano, scomparivano e ritornavano. Li si riconosceva, senza un saluto, che già si erano persi. Quel rapido rivedersi scivolava nella memoria vuota di un déjà vu. Siamo su uno schermo, pensò, siamo un film. Per quale curioso osservatore?».
[YB]

PS: La poesia Acquario di Gianluca D’Andrea è tratta dal volume Transito all’ombra, Milano, Marcos y Marcos, 2016.

PPS: La storia infinita è naturalmente il romanzo fantastico di Michael Ende, Die unendliche Geschichte, pubblicato la prima volta nel 1979. Famoso anche l’adattamento cinematografico, del 1984, comunque molto distante dal libro.

PPPS: I versi di Seamus Heaney sono tratti da Mycenae Outlook, nella raccolta The Spirit Level (1996). In italiano: La misura dello spirito, a cura di Roberto Mussapi, Milano, Mondadori, 2000.

PPPPS: Per la citazione del Vangelo secondo Matteo, si fa riferimento in particolare a Mt 5, 1-12, dal cosiddetto “discorso della montagna”. Curioso (e forse significativo) che in realtà, nei Vangeli e in tutta la Bibbia, non compare mai l’espressione “Beati i giusti”, che pure sembra di avere nelle orecchie da sempre.

PPPPPS: Il salvifico accompagnamento musicale sul treno per Zurigo è di Sophie Hunger. In particolare, sono citate Supermoon e LikeLikeLike, uscite rispettivamente in Supermoon (2015) e The Danger of Light (2012).

PPPPPPS: Il libro di Angelika Overath si chiama proprio Pesci d’aeroporto, in tedesco Flughafenfische, in italiano tradotto da Laura Bortot per Keller (Rovereto) nel 2013.

PPPPPPPS: Ogni mese torniamo a Zurigo e ci sediamo su una panchina di Paradeplatz. Ogni mese abbiamo con noi una poesia diversa. E ogni mese, a proposito di acquari, prima di riprendere i nostri rispettivi treni beviamo un caffè negli spazi sotterranei della stazione principale, dietro le vetrate di un bar con vista sul viavai di viaggiatori e pendolari (cavedani, lucci, trote, alborelle; ma c’è pure chi ha visto tonni e squali). Trovate qui la puntata di gennaio e qui la puntata di febbraio.

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Una piazza è una piazza

L’altoparlante annuncia «Wir treffen in Zürich ein», così alzo gli occhi ed esco dal mio libro. La copertina è striata d’argento: Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5. «Ma sì, quel romanzo dove il protagonista impazzisce e crede di viaggiare nel tempo e nello spazio con gli alieni», mi aveva detto un amico pochi giorni prima. «O quello dove sono tutti gli altri a essere pazzi», avevo cercato di rispondere.
Andrea mi aspetta in un punto preciso vicino alla stazione. È solo la seconda volta che ci incontriamo per raggiungere Paradeplatz, ma è già diventato il nostro solito posto: «Ho preso il treno non si sa come. Arrivo alle 12:28 a ZH. Ci vediamo al solito posto?»; «Tu scherzi, ma io l’ho preso all’ultimo secondo, trafelato, mentre già si stava avviando… Sì, ci vediamo al solito posto» (scambio di messaggi delle 11:33, per gentile concessione del Grande Archivio Digitale Che Abita I Nostri Telefoni).
Arriviamo a piedi e il freddo punge le mani, ma la piazza è illuminata per metà dal sole. La gente si muove più leggera, forse allegra. Si ha voglia di scherzare e di laudare, come nella poesia di Guinizzelli che abbiamo preso con noi.

Io vogliọ del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.
Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.
Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;
e no·lle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’om pò mal pensar fin che la vede.

In Paradeplatz, oggi, siamo in un altro e sempre dolce stil novo. Non tarda infatti ad arrivare una signora che passa per via adorna: ci sono più fiori sulla sua giacca che in tutta la vetrina del fiorista all’angolo.

In un attimo i tram si moltiplicano, e con loro le gambe dei passanti. Alzo lo sguardo ed è il momento in cui lo vedo. Non c’è dubbio che sia lui. D’altra parte, malgrado il clima, non porta la giacca. È lì per caso, di passaggio, con un abbigliamento elegante ma visibilmente fuori dal tempo, effetto seppia. Ha le mani in tasca e aspetta il suo tram. Chissà dove lo porterà questa volta. Nel passato o nel futuro? Sulla Terra o su Tralfamadore?
Quando sale in carrozza, Kurt Vonnegut si gira e ci fissa dal finestrino. Sta andando nel futuro, ci sarei potuto arrivare prima: la direzione del tram indica «Morgental». Similmente a un battello di Giorgio Orelli, anche il tram di Paradeplatz «già aspetta, già riparte, è già domani».
Peccato che tra ieri, oggi e domani, Andrea sia nel frattempo scomparso. Guardo intorno. Di lui restano solo le due borse con i libri, la pipa e altri oggetti utili, come un richiamo per uccelli e un piccolo rastrello rosso.
[YB]

*

Paradeplatz è un gioco di riflessi. Risplendono al sole le vetrate delle banche, la finestra ondulata della pensilina, gli schermi dei bancomat, il ghirigoro d’acqua della fontanella che si confonde con la collana di un’insegna pubblicitaria. C’è da farsi venire il capogiro. Anche nella donna di Guinizzelli si riflettono la rosa e lo giglio, la prima stella del giorno, la dolcezza dell’aria, la campagna e i gioielli e i colori e l’amore stesso, che diventa per grazia di lei ancora più raffinato, ancora più amoroso. Sembrano saperne qualcosa i due angeli di pietra che, dalla cima di un austero palazzo, si permettono di scherzare con una nuvola di passaggio.
A Zurigo, in febbraio, è ancora troppo presto anche solo per pensare la parola “primavera”. Tuttavia, c’è qualcosa. Sarà il miracolo di essere giunti puntuali. Oppure la fragranza di quelle rime d’amor che, più di settecento anni dopo, risuonano ancora dolci e leggiadre. O magari la donna in azzurro affacciata a una finestra del Savoy. Qualcosa c’è, di sicuro. Se stai seduto abbastanza a lungo, dietro ogni passante vedi un personaggio.
L’uomo senza giacca, elegante, brizzolato, non cede alla disperazione. Le mani in tasca, il volto imperturbabile. Arriva il tram diretto a Morgental. L’uomo lascia salire gli altri passeggeri e si siede per ultimo. Da quando la sua copertura è saltata, le spie di mezza Europa sono sulle sue tracce. Ma è uno di quegli uomini educati ad avere stile in ogni cosa: prendere un tram, cedere il posto alle signore, andare incontro alla morte. Il vagone passa davanti a noi. L’uomo ci osserva. È un attimo, ma ci rendiamo conto che lui sa che noi sappiamo che lui sa.
A distrarmi dagli agenti segreti, appare la Dama dal Cappotto Giallo. Mi accorgo che anche lei, come Yari e me, lascia passare tutti i tram senza muoversi, senza battere ciglio. Mi avvicino per osservarla meglio ma la dama, come assecondando un impulso, entra nell’edificio di una banca. La seguo. Arrivo in una sala spettrale. C’è una specie di creatura marziana dipinta sulla parete di fondo. La Dama in Giallo sta parlando con due uomini, uno dei quali – appena mi vede – mi rivolge due gesti: uno per dirmi di no e l’altro per invitarmi a uscire. Che posso fare? Obbedisco.
Yari mi domanda dove fossi fuggito. Mentre gli racconto della dama perduta, noto davanti a me l’insegna di un negozio, dall’altra parte della piazza: Blue Lemon. Accanto alla scritta c’è un luminoso, radioso, squillante limone, giallo com’era giallo il cappotto di lei. Annoto sul taccuino: limone stilnovista. Infine mi appoggio allo schienale, chiudo gli occhi e ascolto i suoni di Paradeplatz.

 

Le campane e i freni dei tram. Pezzi di conversazioni in svizzero tedesco, in francese, in inglese, in italiano, in spagnolo, in lingue sconosciute. Un uomo che fischietta. Il brusio di tutti i personaggi che, misteriosamente veri nella loro finzione, si nascondono nel flusso dei passanti.
[AF]

*

Per fortuna esistono i taccuini. Torno a rileggere le pagine fitte di geroglifici risalenti alla nostra visita di gennaio per avere conferma, e le cose stanno come pensavo: è la seconda volta su due che Andrea, mosso da nobili propositi (accondiscendendo cioè alla sua curiosità), si fa cacciare da qualche antro di Paradeplatz. La prima volta dopo aver tentato di dare un’occhiata ai gabinetti pubblici, e in particolare a due sacchi di giornali posati in un angolo: una donna – di certo estranea all’amor cortese – gli fece notare che un gabinetto è un gabinetto e le attività ivi compiute non contemplano fantasie romanzesche. La seconda volta è quella della Dama in Giallo, da non confondersi con la Signora in Giallo.
Va così. Finché rimani nei ranghi e ti attieni alle convenzioni sociali, al tuo ruolo di passante o persona-che-aspetta-il-tram, va tutto bene. Non appena ti siedi per terra a fotografare uno scorcio, per esempio, trasgredendo le regole tacite, sei immediatamente guardato di traverso e bollato. Ogni movimento inconsulto viene bloccato sul nascere dal più temibile dei verbi: il verbo essere. Questi giornali… No, un gabinetto è un gabinetto! La Dama in Giallo però… No, una banca è una banca! Vorrei fotografare dal basso… No, una piazza è una piazza! E allora se ci sedessimo e la osservassimo, questa piazza, e ci tornassimo ogni mese? No, Paradeplatz è Paradeplatz! (Eh sì, avranno sempre l’ultima risposta.)
Transita una ragazza vestita di nero e grigio, nel più anonimo dei nero-grigio, distinta, curata. Insieme alla borsetta porta un sacchetto che dice Show who you are. Dietro di me, il Brucaliffo le dice: «You! Who are you?». (Eh sì, il Brucaliffo avrà sempre l’ultima domanda.)[YB]

*

Paradeplatz è Paradeplatz. Ma è anche Paradeplatz. Seguendo Yari nel paese delle meraviglie, mi accorgo che le piazze sono almeno due: quella indaffarata (scarpe lucide, borse di pelle, cravatte) e quella trasognata (agenti segreti, dame stilnoviste, brucaliffi). Perciò torniamo a Zurigo, mese dopo mese. E perciò scriviamo: per passare dal singolare al plurale. Così la prossima volta potremo darci appuntamento ai soliti posti.
[AF]

PS: Mattatoio n. 5 è probabilmente il più celebre romanzo dello scrittore statunitense Kurt Vonnegut (1922-2007). Il protagonista, Billy Pilgrim, viaggia nella sua vita fra passato, presente e futuro. Dalle esperienze militari in Europa durante la seconda guerra mondiale, dove da prigioniero assiste (e sopravvive) al bombardamento di Dresda, come lo stesso Vonnegut, fino al periodo trascorso in uno zoo del pianeta Tralfamadore.PPS: Guido Guinizzelli, invece, nato a Bologna intorno al 1230, morì probabilmente nel 1276. Dante lo riconosce come maestro nella Commedia. È nel canto XXVI del Purgatorio che il poeta fiorentino incontra «il padre / mio e de li altri miei miglior che mai / rime d’amore usar dolci e leggiadre» (vv. 97-99). La lirica «Io voglio del ver la mia donna laudare» è tratta dal volume Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini, Milano-Napoli, Ricciardi, 1960.PPPS: I versi di Giorgio Orelli (1921-2013) vengono da Oltr’alpe (in L’ora del tempo, Milano, Mondadori, 1962), che così finisce: «Parliamo di battelli ora che uno / ne arriva con un grido che un tempo / un muggito non era: bianco e sporco, / dimentico dei pochi viaggiatori, / già aspetta, già riparte, è già domani» (vv. 16-20).PPPPS: Il Brucaliffo è il Bruco di Alice nel paese delle meraviglie (Caterpillar in inglese, ribattezzato Brucaliffo nella versione italiana dell’omonimo film di Walt Disney, del 1951). La frase citata compare nel libro e nel film di Walt Disney.

Impossibile non segnalare anche la voce di Alan Rickman, prestata al Brucaliffo nella versione cinematografica di Tim Burton, nel 2010: «The question is who are you»… Indimenticabile.PPPPPS: Ogni mese torniamo a Zurigo e ci sediamo su una panchina di Paradeplatz. Ogni volta, abbiamo con noi una poesia diversa. Trovate qui la puntata di gennaio.

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Non ci saremo

Paradeplatz, a Zurigo. Forse la piazza più famosa della Svizzera, dove batte il cuore della Confederazione. (Anzi, uno dei cuori: la Svizzera è un paese pluricardiaco.) La domanda è: come si può arrivare tardi a un appuntamento in un luogo tanto solenne?
Ecco le mie giustificazioni:
1) Al momento di scendere dal treno stavo orecchiando una conversazione. Una donna riferiva a un’amica le rivelazioni di un non meglio precisato sciamano, e cioè che il virus dell’influenza è irradiato dal governo per far aumentare i costi della salute e per far guadagnare le aziende farmaceutiche.
2) Tutto ciò mi ha distratto a tal punto che ho scordato il cappello sul treno. Sono tornato indietro, ma non c’era. Una signora molto cortese l’aveva preso e mi stava cercando sul binario. Trovala, spiegale, ringraziala. Ritardo.
Con Yari Bernasconi, in Paradeplatz, abbiamo letto una poesia di Fabio Donalisio.

dire le cose non è raccontarle e
spiegarle men che meno; è accettare
che esista il binario e pure il treno
e l’unico senso è che noi
non ci saremo

Mentre eravamo seduti a leggere, siamo invecchiati in fretta.
Quando alziamo gli occhi, ci accorgiamo che tutte le persone intorno sono nuove. All’improvviso, sento l’impulso di salire sul primo tram, magari quello diretto allo zoo o a Frankental. Del resto, sulle fiancate dei tram le pubblicità sbandierano panda, koala e viaggi da sogno a Singapore. Ma ci sono binari che non vedremo e luoghi che, forse, esistono proprio perché non ci saremo. Un’altra pubblicità tranviaria dice: The show must go wrong.
Sfilano cravatte e borse della spesa, zampettano piccioni, passano e ripassano con suono di risucchio macchine per la pulizia stradale. Accanto a me si siede una ragazza con un telefono così vasto che, anche se lo non facessi di proposito, probabilmente leggerei per sbaglio ciò che sta scrivendo. È un’immensa, entusiasta parola, in un profluvio di faccine: Woooooooow!!! (Mi pare di aver contato sette vocali e tre punti esclamativi, ma non ne sono sicuro). Guardo Yari e gli dico che la prossima volta dobbiamo andare a Frankental.
[AF]

*

Per noi che abitiamo a Berna, andare a Zurigo significa in genere prendere l’Intercity diretto che in 56 minuti ti lascia alla stazione centrale della più popolosa città della Svizzera. Facile. Andare a Zurigo per incontrarmi con Andrea Fazioli, invece, significa in genere scoprire solo una volta arrivati chi dei due:
a) ha sbagliato giorno (worst case scenario, come dicono i cultori del risk management: le parole sono importanti, e il nostro ambiente è molto cheap);
b) è in ritardo (best case scenario).
Questa volta è il cappello di Andrea – che è poi il cappello di Leonard Cohen – a essere in ritardo. Così, per evitare di affrettarmi, dopo essere sceso dal treno mi sgancio dalla folla che avanza verso le uscite della stazione. Nel giro di pochi minuti, l’illusione di appartenere a una comunità si scioglie in una meno volatile evidenza: sono solo. Sopra la testa i tabelloni digitali con gli orari dei treni. Tutto intorno una pulizia irreale, muri chiari e corrimani metallici.
La pulizia è anche la prima immagine che mi investe in Paradeplatz: il tempo di sedersi e una pulitrice a quattro ruote comincia a fare il giro della piazza, spazzando l’asfalto già lustro e aspirando con roboante entusiasmo. Ci si può chiedere perché certi clichés vengano coltivati con tanta dedizione. Sotto il tettuccio della pensilina dove sostiamo, del resto, le vetrate della struttura che porta ai gabinetti sotterranei sono così terse da scomparire (ma ci sono, giuro).
Un uomo fissa lo spazio libero accanto al mio, mi guarda due volte senza sorridere e decide di sedersi solo quando è sicuro che nemmeno io gli sto sorridendo. Ma è un attimo: il suo tram arriva, lui corre e io l’ho già dimenticato.
Non conosco bene Paradeplatz. La mia antipatia non ha argomenti solidi e cerco di dissimularla rapidamente, come se qualcuno potesse cogliermi in fallo. Eppure in questo imbarazzo riconosco qualcosa di rassicurante, di umano. In fondo, se di Paradeplatz vogliamo scrivere, forse la strada da seguire non è così distante da questa componente poco razionale. Per esplorare davvero le cose, bisogna anche fare i conti con la nostra imperfezione, con l’imponderabile, con tutti i paradossi (evidenti e non) che ci abitano. Ecco perché dire le cose non è raccontarle e / spiegarle men che meno. Non è sufficiente rifugiarsi in qualche apparente, transitoria ovvietà.
Certo, di tutto questo Paradeplatz se ne infischia. Chi giunge qui sembra avere solo voglia di ripartire. Oppure viene respinto come in una centrifuga. Una donna chiede ad Andrea se il tram su cui sta salendo è quello per la stazione. «Ich glaube», risponde lui. Poi mi guarda e aggiunge: «La prossima volta dobbiamo andare a Frankental». La poesia dei capolinea. In Piazza della Parata, ogni tram è una promessa.
[YB]

*

Sì, è un luogo promettente. Ma è anche indecifrabile. Forse perché i luoghi, se li guardi a lungo, diventano tutti misteriosi. A che cosa serve una piazza? Ad allontanarsene, a sostare, a pensare… qual è il suo vero scopo?
[AF]

*

E invece della Memoria, del Sole, della Vittoria, perché non c’è Piazza della Dimenticanza, Piazza dell’Uggiosità, Piazza della Sconfitta? Al posto di un Fondatore della Patria, perché non prendere un panettiere?
[YB]

PS: La poesia di Fabio Donalisio è tratta da Ambienti saturi (Amos edizioni 2017).

PPS: Torneremo ogni mese in Paradeplatz (se riusciremo a non perdere troppi treni). Ogni volta leggeremo una poesia. Ci metteremo a sedere e guarderemo ciò che succede. Questa serie scritta a quattro mani prenderà il posto di quella, a due mani, dedicata nel 2017 a un’anonima piazzetta bellinzonese (trovate qui i link a tutte le puntate).

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I lampi della magnolia

IMG_0096Ogni tanto bisognerebbe prendersi il tempo di sedersi al ciglio di una statua. L’esperienza comporta qualche rischio, ma è senz’altro proficua. Quando mi fermo su una panchina o sopra un muretto ai bordi di una piazza, tutto è più semplice. Ai piedi di una statua, invece, sono costretto a fare i conti con una duplice realtà: le persone che si muovono e parlano intorno a me; la figura di bronzo che sta muta appena sopra di me. All’inizio pare una cosa inoffensiva ma poi, con il passare dei minuti, comincio a sentirmi preso in mezzo. La gente chiacchiera, mi restano appiccicati pezzi di conversazione: Le giornate diventano più lunghe; Ma se è stato lui a dirmi di farlo!; E c’è anche la cucina abitabile? Nel frattempo la statua tace, come sanno fare solo le statue, e quel silenzio mi rimane addosso, mi entra sotto la pelle.
IMG_0112Di recente ero di passaggio a Berna e ho scambiato due parole in silenzio con la statua di Adrian von Bubenberg in Hirschengrabenplatz. Mi sono seduto accanto a due ragazze che mangiavano insalata e granturco da piccoli contenitori di plastica. Davanti a me transitavano uomini e donne in bicicletta (con giubbotto catarifrangente), bambini al ritorno da scuola, tram dal colore rosso squillante. Adrian stendeva la sua mano su di me. In un primo tempo, intento nel trambusto della piazza, non mi sono accorto di niente. Poi mi è parso di capire che la statua mi stesse tacitamente dicendo qualcosa. Ho alzato lo sguardo.
ha detto Adrian.
Dopo un secondo di esitazione, gli ho risposto.

Allora lui ha sentito il bisogno di aggiungere:

Come non essere d’accordo? Abbiamo parlato ancora un po’.


IMG_0115In quel momento non avevo idea di chi fosse Adrian von Bubenberg. Sapevo soltanto che era nato nel 1424 e che era morto nel 1479. Sul fianco del monumento c’era una scritta: So lange in uns einer Ader lebt gibt keiner Nacht. Non so se l’ho capita: qualcosa sul sangue che scorre e tiene lontana la notte. Ma non c’è bisogno di conoscere una statua per parlarci insieme.
IMG_0111Questi attimi strappati al fluire di una giornata sono preziosi perché consentono di lanciare un’ancora. Il tempo come sempre porterà via la maggior parte dei gesti e dei pensieri, ma ciò che s’intuisce sedendo sotto una statua, chissà come, finisce per restare nel cuore un po’ più a lungo. Ero a Berna per incontrare Yari Bernasconi, con il quale avrei tenuto una conferenza all’Università di Friburgo, invitati dal professor Uberto Motta. Ci siamo seduti in un bar, a poca distanza dalla statua, e abbiamo lavorato alla costruzione di un percorso che, fra poesia e prosa, ci aiutasse a spiegare (prima di tutto a noi stessi) il nostro lavoro di scrittori.
IMG_1603Più tardi, davanti agli studenti e agli insegnanti, abbiamo letto alcune poesie di Yari e alcune pagine dei miei romanzi, cercando di scovare qualche rintocco, qualche segno che avessimo lavorato sullo stesso terreno. Mi è sembrato che gli studenti cogliessero il tentativo di condividere aspetti e problemi concreti dei nostri laboratori personali. In particolare, il discorso è scivolato sulla scrittura come processo di conoscenza, come cammino verso una migliore comprensione di noi stessi e del mondo. Una ragazza ha alzato la mano e ci ha chiesto: Ma quando scrivete vi sentite a casa? Una domanda profonda, difficile. In parte ne ho già parlato qui sul blog, ma a Friburgo abbiamo avuto occasione di approfondire il discorso. Di certo scrivere, così come anche leggere, significa essere a casa, ma forse bisogna stare attenti a non sentirsi troppo a proprio agio: talvolta le case possono diventare trappole.
In compenso, può capitare di sentirsi a casa in luoghi inaspettati, in circostanze imprevedibili. Come scrittori, è difficile talvolta vestire di parole questi momenti; tuttavia riconoscere quei luoghi e quelle circostanze è già un atto poetico, nel senso esistenziale del termine. Sono epifanie minime, come quelle che ci regalano le statue. Durante la conferenza, abbiamo letto una lirica di Franco Fortini intitolata I lampi della magnolia.

Vorrei che i nostri occhi potessero vedere
questo cielo sereno che si è aperto,
la calma delle tegole, la dedizione
del rivo d’acqua che si scalda.

La parola è questa: esiste la primavera,
la perfezione congiunta all’imperfetto.
Il fianco della barca asciutta beve
l’olio della vernice, il ragno trotta.

Diremo più tardi quello che deve essere detto.
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,
i lampi della magnolia.

Non è necessario trovare subito la voce (Diremo più tardi quello che deve essere detto), sebbene il tendere all’espressione sia in sé già un’espressione. In questo caso il lampo della magnolia è abitato dalla poesia, e diventa un momento da salvare, con la sua perfezione congiunta all’imperfetto.
IMG_0117Un paio di giorni dopo la conferenza, mentre di nuovo parlavo a un gruppo di studenti in un’aula scolastica (stavolta nella Svizzera italiana), dalla finestra mi ha di nuovo raggiunto il lampo di una magnolia. Allora mi è tornato in mente Adrian von Bubenberg. Sono andato sul sito dell’Archivio storico svizzero e ho scoperto che alla fine del XIX secolo ci fu un’aspra controversia in occasione della costruzione del monumento a Berna. Si discuteva se la statua dovesse raffigurarlo quale prode cavaliere o piuttosto quale uomo di Stato a piedi (versione infine realizzata, inaugurata nel 1897). Alla fine dunque venne scartata l’idea di una statua a cavallo, forse per una riflessione simile a quella che esprime Elias Canetti in un suo aforisma: Il più bel monumento equestre sarebbe un cavallo che avesse sbalzato l’uomo di sella. Adrian invece è ben saldo sulle sue gambe: sarà un uomo di stato, ma quella mazza chiodata in primo piano, sospesa com’era proprio sopra la mia testa, non mi sembrava un utensile adatto alle aule di un Parlamento (per quanto non si possa mai dire).
IMG_0114Nel sito dell’Archivio storico scopro anche che Adrian von Bubenberg nel 1455 si recò con una propria truppa a Digione per partecipare alla crociata contro i Turchi, guidata dal duca Filippo il Buono di Borgogna ma poi annullata. Se conosco appena un po’ l’indole nazionale elvetica, posso immaginare la stizza con cui Adrian avrà accolto l’improvviso annullamento della crociata (senza preavviso e senza clausola di rescissione). In generale il nostro Adrian ebbe una carriera politica turbolenta: a un certo punto cadde in disgrazia, ma poi fu chiamato alla difesa di Morat. Sotto la sua guida, la città resistette per dodici giorni all’assedio dei Borgognoni, che vennero infine sconfitti il 22 giugno 1476 nella battaglia di Morat. Questo successo riavviò la carriera politica di Adrian, che probabilmente si ringalluzzì. Infatti leggo che nel dicembre del 1478 guidò attraverso il San Gottardo la campagna bernese contro Bellinzona. Ecco, questa è una provocazione. Ma come, io mi siedo pacifico sotto il ciglio della sua statua, e Adrian guida una campagna contro la mia città? Mi riprometto di tornare a Berna, presto o tardi, per rimproverare quella faccia di bronzo. Tanto, una cosa sicura delle statue è che in genere le ritrovi dove le hai lasciate.
IMG_0097Un altro monumento con il quale ho conversato per qualche minuto si trova a Mosca, in un quartiere periferico. Ricordo che qualche anno fa venni invitato in occasione di un festival a presentare una traduzione in russo di un mio romanzo. Sulla via del ritorno, mi fermai a mangiare in un Burger King. E chi scopro là fuori, condannato dalla storia a fissare senza scampo proprio l’insegna del fast food? Vladimir Lenin. È proprio vero che, in questo mondo, non c’è pace nemmeno per le statue.

PS: La fotografia che vedete qui sopra è stata scattata dalla vetrina del Burger King moscovita. Quella del tavolo di lavoro ripreso dall’alto è di Yari Bernasconi. La lirica di Franco Fortini proviene da Paesaggio con serpente (Einaudi 1984). L’aforisma di Canetti è tratto da una raccolta di appunti presi dal 1942 al 1972, intitolata Die Provinz des Menschen (La provincia dell’uomo, Adelphi 1978). La voce dell’Archivio storico su Bubenberg risale al 1979 ed è firmata da K. F. Wälchli.

PPS: Proprio questa sera Yari Bernasconi e io riproporremo nella Svizzera italiana la conferenza che abbiamo tenuto a Friburgo: l’appuntamento è alle 20.30 nella Sala multiuso comunale di Magliaso. Adrian von Bubenberg non ci sarà; in compenso, non mancheranno le magnolie.

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Saluti da Vega

Qualche fa giorno fa ho comprato dei libri di seconda mano. Da uno di questi è saltata fuori una cartolina, di cui non conoscevo né i mittenti né il destinatario. La spedizione, con il timbro postale di Roma, risale a qualche anno fa. L’immagine è divisa in tanti riquadri: in ognuno di loro si vede un gatto appollaiato nei pressi di un monumento romano, con una scritta che dice: I gatti di Roma. Sul retro, queste parole: Come vedi abbiamo portato i nostri mici a Roma! Bellissima come sempre questa città… un saluto da noi! Seguono cinque firme, di cui soltanto tre sono leggibili. È una cartolina qualunque, come ce ne sono tante. Ma rigirandomela fra le mani ho pensato: esistono cartoline qualunque? Esistono storie qualunque? Ogni frammento di quotidianità, se visto in forma drammatica, non è appassionante come un thriller?
image2Tutto dipende da che cosa si intenda per “forma drammatica”. Occorre senza dubbio che qualcuno diventi narratore del frammento di realtà, e che i destinatari – grazie a una sospensione volontaria dell’incredulità – aderiscano ai contenuti narrativi. A suo modo, quindi, ogni cartolina è una piccola storia scagliata nel sistema postale. Anni fa, nel corso di un laboratorio, avevo provato a costruire insieme ai partecipanti un racconto tramite cartoline. L’arco narrativo copriva parecchi decenni. Tutto era velato da una patina di frasi banali – vacanze, morti, nascite, matrimoni – ma dietro si vedeva ribollire la vita, tremenda e meravigliosa, così come la conosciamo tutti.
Mi sembra che i corrispettivi odierni delle cartoline, cioè i social network, siano meno evocativi. La frase scritta a mano, il timbro postale… c’è qualcosa di avventuroso in una cartolina. Il flusso continuo di foto su Instagram, con o senza filtri, rischia invece di sembrare un grido lanciato nello spazio: guardatemi, esisto, sono qui, bevo vino bianco e guardo tramonti!
image1-2 copia 2Queste riflessioni mi hanno spinto a rileggere un romanzo di Piero Chiara: una storia di tradimenti coniugali che s’incrocia con un fatto di sangue. A un certo punto viene fuori il particolare, incredibile e inspiegabile, di una cartolina spedita alla moglie dal Passo della Cisa. Il dottor Cavagna insistette tanto che finì col venirne in possesso. Se la girò tra le mani, la guardò davanti e di dietro e lesse a mezza voce: «Saluti notturni dal Passo della Cisa», scuotendo lentamente la testa. Quella cartolina, incongrua e misteriosa, esprime la tonalità del romanzo.
Molti autori amano giocare con l’idea di una cartolina: in particolare, mi viene in mente una delle Novelle scritte a macchina di Gianni Rodari.
C’era una volta una cartolina senza indirizzo. C’era scritto soltanto: «Saluti e baci». E sotto la firma: «Pinuccia». Nessuno poteva dire se questa Pinuccia fosse signora o signorina, una vecchia bisbetica o una ragazzetta in blue jeans. O magari una spia.
Tanta gente avrebbe voluto prendersi magari almeno uno di quei «saluti» e di quei «baci», almeno il più piccolo. Ma, come fidarsi?
Ecco un altro principio di intrigo, un conflitto già quasi narrativo. Anche perché le cartoline continuano a vivere, e girano per il mondo, pure quando i saluti e i baci di partenza si sono esauriti… finché saltano fuori inaspettate da una vecchia scatola da scarpe o dalle pagine di un libro.
C’è chi dice che le cartoline siano passate di moda. Ma è un allarmismo confutabile: esse non conoscono confini. Basti leggere Giorgio Caproni.
IMG_5964Perfino nei nostri anni virtuali, il segno dell’inchiostro ha una forza inimitabile. Lo ammetteva già Blaise Cendrars, rispondendo a una donna che gli aveva chiesto: se mi scrivi / non battere tutto a macchina / aggiungi una riga a mano. Dopo aver difeso la bellezza della sua macchina da scrivere Remington, Cendrars cede (o quasi): …per farti piacere aggiungo con la penna / due tre parole / e una grossa macchia d’inchiostro / perché tu non possa leggerle.
S’invia una cartolina per dire qualcosa a qualcuno, ma anche per consegnare un’immagine alla memoria. Questo si vede bene nella Cartolina notturna di Yari Bernasconi: un tragico episodio di cronaca nera, nella Svizzera tedesca, diventa un’istantanea composta di parole, fra strade asfaltate e angoli di luce, in una città di finestre e giardini, dove ogni vicolo ha il suo nome. Ecco qui il testo completo.
Copia di image1-2Di recente la Posta elvetica si è inventata un’App. Una volta ogni ventiquattro ore potete inviare gratuitamente in tutta la Svizzera una cartolina; a stretto giro di posta la vostra immagine viene stampata e consegnata, in forma concreta, con il vostro testo sul retro (certo, non scritto a mano…). Per provare ho scelto su internet l’immagine di una volpe e l’ho spedita alle mie figlie. Il giorno dopo, come se niente fosse, chiedo loro se abbiano visto la posta. È arrivato qualcosa oltre al giornale? Sì, mi rispondono senza scomporsi, ci ha scritto una volpe.
Ci credono davvero? Oppure stanno al gioco? In fondo, la domanda è superflua: la cartolina è un aiuto a fondere fantasia e realtà, viaggio autentico e proiezione narrativa. Per un breve istante, dietro un’immagine magari pacchiana o superficiale, sentiamo l’inconfondibile puntura di una storia in agguato. Ecco per esempio un’altra lirica di Caproni: il titolo funge da cartolina mentre il testo accende il mistero.
image1-2Dov’è la verità? Nella bellezza del mattino o nell’ombra dei pensieri? Come sempre è una miscela, un incontro fra queste due manifestazioni dell’essere. Per concludere voglio augurare, a chi non fosse ancora partito, buone vacanze!

 

PS: Avrei voluto aggiungere: e mandatemi una cartolina. Poi ho pensato che fosse banale. Poi mi sono detto: ma chi se ne importa, lo metto lo stesso nel Post Scritptum. Ecco fatto.

PPS: Il libro di Chiara è stato pubblicato da Mondadori nel 1987. La raccolta di Rodari Novelle scritte a macchina è uscita per Einaudi nel 1973. La poesia di Cendrars è rivolta a Raymone Duchâteau, che l’autore incontrò nel settembre 1917. Nel 1924 sperava che lei lo accompagnasse in Brasile; ci andò invece da solo e scrisse questi versi, pubblicati lo stesso anno in Feuilles de route (ora in Du monde entier au coeur du monde. Poésies complètes, Gallimard 2006). La lirica di Bernasconi è in Nuovi giorni di polvere (Casagrande 2015). Le poesie di Caproni provengono da Res amissa, edito da Garzanti nel 1991, a cura di Giorgio Agamben, un anno dopo la morte dell’autore.

 

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