Pourquoi ici?

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Tutto si fa distante, certe volte. Si comincia a dubitare di un dettaglio e all’improvviso manca il terreno sotto i piedi. Non è necessario che ci siano cause scatenanti evidenti o spettacolari: basta un secondo d’inspiegabile vuoto. Una minuscola goccia di buio.
È quello che mi succede oggi a Paradeplatz. Arriviamo a piedi dalla stazione, come al solito. È pomeriggio, l’una e una manciata di minuti, e ci accoglie un’ampia luce bianca. Accenno una battuta ad Andrea a proposito di un signore spaparacchiato su una panchina. Sembra il sosia perfetto di Bukowski. Sorrido, ma non sono a mio agio.
Quando ci sediamo e prendiamo i taccuini, sento sorgere un certo avvilimento. Restiamo lunghi minuti in silenzio e io non so più per quale motivo siamo lì, in mezzo a gente che sa con esattezza cosa sta facendo, e se non lo sa può vantarsi di non saperlo. Io sono solo confuso e insicuro. Vedo Andrea con la coda dell’occhio e ho l’impressione che anche lui, a dispetto dello sguardo che si posa sulla piazza, sia in realtà altrove. Evito di parlargliene. Rileggo la poesia che abbiamo portato con noi:

Io e il mio io
nello stesso scontro.
Gli dico:
non cedere allo sconforto
no, risponde,
speranza è cavalli bradi
mai calmi
mai stanchi
e nitriscono sempre.

È di un autore siriano, Faraj Bayrakdar. È stato in prigione, per anni e anni non ha potuto scrivere e si è così costruito una biblioteca personale nella memoria. Certo, mi dico ingiustamente, tutto così calzante, così perfetto! Versi che senza mezzi termini ci suggeriscono di non lasciarci addomesticare, di non addormentarci, di non stancarci di fare sentire la nostra voce. Bene, fantastico, continuo a pensare, ma quale voce? Il cavallo nitrisce per natura, è la sua unica voce, non può far altro. Ma noi? Noi possiamo scegliere e questo complica le cose: come dire qualcosa? E poi perché? Sono a Paradeplatz ma potrei essere in qualsiasi altro luogo, perché non trovo alcuno spunto valido e costruttivo. Sono stanco. Cresce il timore che la risposta da dare sia la più ovvia, e cioè che la nostra presenza a Paradeplatz è inutile e abbastanza ridicola, anche se nessuno ce lo dirà mai con queste parole.
Allora mi alzo. Mi viene in mente che stamattina, curiosamente, al posto delle lenti a contatto ho optato per gli occhiali. Mi dirigo in mezzo alla piazza e li tolgo. Oscilla tutto: non colgo i visi dei passanti, lo stile dei vestiti, i dettagli verso cui rivolgo in genere la mia attenzione. Eppure mi accorgo presto che non ci sono soltanto presenze vaghe, ma anche movimenti sinuosi, per lo più illeggibili ma con una loro armonia. Riconosco il blu dei tram, ma chi scende e chi sale è una sorprendente scia colorata che si sfalda, si ricompone, si perde.
In quel mondo incompiuto e solo suggerito, fuori fuoco, mi sento subito meglio. Persino meno solo.

[YB]

*

Eccoci, seduti uno di fianco all’altro. Entrambi con gli occhiali, entrambi con gli occhi cerchiati di sonno. Per ragioni diverse, la notte scorsa abbiamo dormito poco (fra tutti e due, meno di dieci ore). Dormire in Paradeplatz? Per un attimo il pensiero mi sfiora, poi capisco che qui è tutto troppo chiaro, troppo abbagliante. Mi sembra che ci sia più sole del consueto forse per via di questo vento secco e caldo, che spazza il cielo e porta con sé un vago odore di bruciato.
Saranno i freni dei tram, penso, e apro il taccuino. Cerco una pagina nuova. Scrivo: odore freni tram. Ma il candore della pagina mi ferisce gli occhi. Perché tutto questo chiarore? Perché tutti vestono di bianco? Faccio una verifica, dandomi un tempo di trenta secondi: intorno a me conto nove camicie bianche. Mentre cerco di arrivare a dieci, vengo distratto da un’apparizione. Di fronte a noi, maestosamente incede una giovane madre con una carrozzina: roseo il vestito così come le scarpe, lieve il sorriso, sereno lo sguardo. Dopo qualche secondo svanisce nel sole. Nel frattempo, di fianco a Yari si è seduta una coppia: lui e lei, abbracciati stretti, sospesi fra il desiderio di baciarsi perdutamente (un minuto) e fra quello di guardare un video sul cellulare (cinque minuti).
Leggo la poesia di Faraj Bayrakdar. Trovo la parola أمل [ʾamal], “speranza”, e la parola صهيل [ṣahil], “nitrito”: i segni scritti suscitano un’immagine – cavalli bradi, spazio vasto e senza confini – che può rendere prezioso ogni fatto marginale, ogni minuto passato a sbadigliare in Paradeplatz. Certo: la speranza. Il problema è che a volte, nel momento stesso in cui la nomino, la mia povera speranza rientra in sé stessa, perde la vitalità dei cavalli e dei nitriti, resta una parola. Solo un’altra parola da mettere nel taccuino: speranza. Come una farfalla infilzata.
Quale speranza trovo, in questo giorno di fine agosto, per me, per la mia vita e il mio lavoro? E per Yari? E per tutti i passanti con le loro camicie bianche, i loro baci, i loro passeggini? C’è una forma di speranza che possa placare la lotta che ognuno di noi, nascostamente, combatte contro sé stesso? In un’altra lirica, Bayrakdar scrive: «Unitevi, / uccelli delle domande. / Nitrite, / limiti del possibile. / Perché un barlume / nella disperazione / basta / a iniziare l’azzurro / a innescare le risposte.» Di nuovo, al confine di ciò che sembra inevitabile, risuona un nitrito. Ma come negoziare un po’ di azzurro in un giovedì pomeriggio di agosto, con questo vento caldo, la stanchezza, la sfiducia verso ciò che stiamo facendo?
Sulle fiancate dei tram appaiono pubblicità di centri wellness, dolciumi, cibo per animali domestici. Torna la mamma rosavestita, quando ormai pensavo fosse da tempo volata via nel sole. Invece, nel momento in cui prova a partire davvero, qualcosa si frappone fra lei e il suo destino: la porta del tram sta per chiudersi, a carrozzina si piega… immediatamente, e senza che nessuno dischiuda le labbra per dire una parola, due, tre, quattro persone intervengono e aiutano la rosea madre a salire sul tram.

Passa una macchina pulitrice. Si ferma, ne scende un uomo con una divisa arancione. Afferra una scopa di saggina. Poi spazza la sporcizia da sotto la pensilina, spingendola verso l’esterno. Le persone sedute ad aspettare il tram alzano entrambi i piedi, perché l’uomo possa allungare la scopa. Infine, l’uomo si mette al volante della macchina e risucchia ogni cosa: mozziconi di sigarette, lattine vuote, cartacce. Sul fianco della macchina c’è una scritta: Damit es in der Stadt so schön ist wie zuhause. Mi colpisce l’idea che stare qui sia come stare a casa.
Fra i vari libri che Yari e io abbiamo con noi, c’è anche un racconto per bambini tradotto in francese dal norvegese. S’intitola Pourquoi ici?. Nell’ultima pagina, il giovane protagonista sviluppa una riflessione: «Tutto avrebbe potuto essere totalmente diverso se fossi stato altrove. Perché sono nato io, e non qualcun altro? E perché sono precisamente qui? Ma forse io sono la mia casa. In questo caso, non importa dove mi trovi: dappertutto sono a casa mia.» Magari è questo il senso del nostro tornare qui mese dopo mese: con l’esercizio della scrittura tentiamo di abitare una piazza e di trovare una casa.

[AF]

*

Quando arrivo a Berna, piovono risposte illuminanti. Prima sulla vetrina di un negozio: Zuhause ist, wo dein Bett steht. Questa è per te, Andrea. Poi su un quotidiano gratuito, aperto a caso, un articolo a mezza pagina: «Ich esse manchmal WC-Papier». Questa è per tutti quelli che non sanno dove stiamo andando.

[YB]

*

Quando arrivo a Bellinzona, sto quasi dormendo. In realtà, non mi è mai riuscito facile assopirmi durante i viaggi in treno. Stavolta, nel momento in cui prendo sonno, mi rendo conto di essere giunto a destinazione. Un po’ intontito, mi avvio lungo il corridoio. Pourquoi ici?

[AF]

PS: Le poesie di Bayrakdar sono tratte da Specchi dell’assenza (Interlinea  2017; traduzione e cura di Elena Chiti). Hvorfor er jet her?, scritto nel 2014 da Constance Ørbeck-Nilssen e illustrato da Akin Düzakin, è stato tradotto in francese nel 2017 da Aude Pasquier, con il titolo Pourquoi ici?, per le edizioni La Joie de lire.

PPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno e luglio.

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Il settimo gufo

Mancano pochi giorni alla fine di ottobre. È una domenica fosforescente di ciclisti, con una luce calda sui campi e sulle colline. Salgo in bicicletta con mio fratello lungo la strada che dal piano di Magadino porta verso il paese di Orgnana. L’aria è frizzante, l’asfalto cosparso di foglie. Sulla via incrociamo coppie con il cane, escursionisti, famiglie alla ricerca di castagne (con il figlio adolescente alla retroguardia, corrucciato e immerso in una felpa troppo grande).
Alla fine di uno strappo ci troviamo in un punto da cui lo sguardo spazia verso sud. C’è una panchina di legno ancora intrisa di umidità. Poco più in basso il sole avvolge in un pulviscolo d’oro i paesi sulla riva del lago. Riprendiamo fiato.
La strada prosegue fino alle case di Orgnana. Ci fermiamo in una piazza rotonda e riempiamo le borracce a una fontana. Il rubinetto è la testa di un animale: un drago, forse, o una bizzarra creatura anfibia. Poco più in là, sul muro di una casa, c’è la statua di un ramarro. Dopo aver placato la sete, notiamo il primo gufo: è una statua racchiusa in una nicchia sopra una finestra. Subito dopo scorgiamo il secondo che sporge da una parete e il terzo dipinto sulla facciata di una casa. Il quarto sta appollaiato sopra una porta. Percorriamo le vie deserte. In un balcone ci sono un corvo impagliato e alcune streghe di legno. Quando torniamo nella piazza, avvistiamo il quinto e il sesto gufo, che spiccano sul cemento di una casa moderna.
A lungo cerco il settimo gufo. Sono convinto che sarà lui a chiarire il significato degli altri sei – insieme al senso di questo sole d’ottobre, di questo sudore, di queste gite domenicali. Da quando sono bambino, mi capita di vivere esperienze che non riesco a comprendere. Mi limito a custodirle dentro di me. A volte, mesi o anni dopo, succede qualcosa che mi aiuta a capire; a volte invece il settimo gufo resta nell’ombra. Riprendiamo le biciclette e da Orgnana scendiamo a picco verso il Lago Maggiore, prima di tornare a Bellinzona.
Questo blog compie due anni di vita. Non essendo nella mia indole la condivisione di cio che mi accade, fin dall’inizio mi ero interrogato sul senso di un’impresa del genere. In occasione del primo anniversario, avevo tentato di trarre un bilancio. Ora, dopo due anni, mi sembra di poter essere più preciso: lo scopo non è altro che la ricerca del settimo gufo. Ci sono giorni in cui si lascia scovare e giorni in cui si nasconde: è necessario usare con cura le parole e non abbandonare la speranza.
In futuro proverò a scrivere articoli più corti. Alcuni lettori mi dicono che amano leggere testi lunghi, perché i contenuti fulminei già abbondano su internet. Ma penso che ci sia una giusta via di mezzo. Spesso, se mi dilungo, è perché mi manca il tempo di rifinire quanto scrivo; anche a costo di ridurre la frequenza, cercherò quindi di essere più conciso.
L’anno scorso, avevo pubblicato un elenco degli articoli più popolari. Ecco i tre che, negli ultimi dodici mesi, sono stati letti da più persone.

1) Coriandoli nella birra

2) Ho bisogno di soldi!

3) Smile

Vi propongo anche una selezione di articoli che, per un motivo o per l’altro, mi sembrano significativi.

1) Tecniche di sopravvivenza, dove racconto come sono entrato in un centro commerciale, uscendone sano e salvo (più o meno).

2) L’elefante innamorato, dove indago le vicende di una piazzetta di periferia, nella quale torno una volta al mese.

3) Z, dove rifletto sul ritrovamento di un’incisione rupestre scolpita probabilmente da mio nonno e rimasta nascosta per decenni.

4) L’uomo senza casa, dove rievoco la giovinezza di Elia Contini, il protagonista di parecchi miei romanzi e racconti.

5) Oggetti smarriti, dove ricordo un viaggio a Parigi, fra vie inafferrabili, quadri scomparsi, poesie persiane, alberi blu e melodie segrete.

L’anno scorso avevo lasciato a Paolo Conte e al suo Ratafià il compito di fare un brindisi. Di nuovo mi rivolgo a lui per un augurio di buon viaggio lungo questa strada zitta che vola via / come una farfalla, una nostalgia, / nostalgia al gusto di curaçao… / Forse un giorno meglio mi spiegherò.
Un cordiale saluto a tutti voi… e attenti al settimo gufo!

PS: La canzone Hemingway è tratta dall’album Appunti di viaggio (RCA 1982).

PPS: Se avete voglia di farmi sapere che cosa ne pensate del blog (lunghezza degli articoli, contenuti, eccetera), lasciate un pensiero qui sotto o inviatemi una mail.

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Le piogge d’aprile

IMG_0181In questi giorni le mie corde vocali sono affaticate. La mia voce è sparita, poi è tornata ma è roca, fragile. Così cerco di seguire i consigli del medico: quando posso, me sto zitto. Sospetto che tale indicazione abbia una valenza che superi l’aspetto strettamente fisiologico. Mentre siedo in balcone, circondato da questa luce primaverile così tagliente, mi chiedo se il silenzio non abbia qualcosa da dirmi. Penso che, al di là di ogni tentazione morale, l’insegnamento del silenzio consista nel suo non essere silenzioso. Infatti dopo un po’ vengo raggiunto dal fruscio della fontana, dallo stormire del vento nei rami di una betulla, da una lontana conversazione femminile, dall’eco di una moto, dal richiamo di un uccello… Nell’attimo in cui sembrano negarlo, questi piccoli suoni abitano il silenzio e mi aiutano a percepirlo.
IMG_0179Mi viene in mente che fra pochi giorni si festeggia la Pasqua. Così come il Natale, anche questa festa è strettamente legata al silenzio. Se nello stupore natalizio può insinuarsi una certa dolcezza, qui si tratta dello sgomento davanti alla tomba. Non importa se siamo cristiani oppure no; la crudezza inesorabile della morte la conosciamo tutti. Possiamo credere oppure no alla resurrezione, a quella speranza mattutina, ma di certo conosciamo bene l’angoscia pomeridiana, lo strazio della fine. Non è forse vero che, minuto dopo minuto, il tempo della nostra vita ci crocifigge? Mutano le stagioni, si rinnova la luce delle primavere, ed eccomi qui seduto sul mio balcone, senza parole. I bambini giocano nel cortile, uomini e donne passano nell’aiuola qui sotto con il cane, aspettano che il cane faccia la cacca, raccolgono con cura gli escrementi, li gettano nelle apposite cassette. E mi consuma la tristezza, perché non riesco più a comprendere, a condividere queste grida, questa luce di primavera – ah, ma è un piacere star fuori in queste giornate! – questa cura nel ripulire la terra dagli stronzi di cane. Forse, se di colpo venisse a piovere sarebbe più facile: gente che corre, finestre che si chiudono, il tamburellio contro i vetri.
Ma dove sono andate quelle piogge d’aprile / che in mezz’ora lavavano un’anima o una strada / e lucidavano in fretta un pensiero o un cortile / bucando la terra dura e nuova come una spada? Dalla memoria risale una canzone di Guccini che mi ricorda estati senza fine / senza sapere la parola “nostalgia”, mi parla di stagioni smisurate quando ogni giorno figurava gli anni a venire / e dove a ogni autunno quando finiva l’estate / ritrovavi la voglia precisa di ripartire.

Forse il problema è questo. Forse si tratta di momenti svuotati, dell’affollarsi di ombre: che ci potrai fare di quelle energie finite, / di tutte quelle frasi storiche da dopocena; / consumato per sempre il tempo di sole e ferite, / basta vivere appena, basta vivere appena… A volte non è facile mantenere la forza pura del desiderio, quel desiderio inconscio di arrivare più in fondo / per essere più vero. In generale, la stanchezza e la mancanza di slancio misurano una distanza fra me e il mondo, tanto che il perimetro del balcone diventa un fossato invalicabile. In questi momenti lo schiaffo improvviso di una pioggia d’aprile corrisponde a ciò che Guccini chiama un’occasione ladra, un infinito o un ponte per ricominciare.
IMG_0180Credo che il ponte, se c’è, non possa che portarci verso il mattino. Mi piace pensare che, nella canzone di Guccini, a costruire questo ponte sia il sax di Antonio Marangolo. Sarà colpa delle mie corde vocali infiammate, ma ho l’impressione che il ponte debba nascere dal silenzio, sbocciando all’improvviso così come sgorga un assolo di sax alla fine di una strofa. Anch’io non posso fare altro che provare la mia voce, aspettando le parole giuste. Per me scrivere significa proprio tracciare un ponte. Tento di animare i miei personaggi per riflettermi dentro di loro, per muoverli al di là del fossato. Non so se questo basti, e mi rendo conto che forse la scrittura non può essere un ponte davvero solido. Ma di certo è un principio: nel gesto di cercare le parole, di raccoglierle con cura (come se fossero escrementi di cane) c’è di sicuro un’ombra di desiderio. Non si può raccontare una storia senza credere, sia pure in maniera inconscia, che la vita possa cominciare di nuovo, anche quando tutto sembra perso nel buio pomeridiano. Mi sembra di aver colto qualcosa del genere in una lirica di Melania Panico.

Se il silenzio potesse parlare
farebbe crollare palazzi
o restaurerebbe
portoni infestati da tarli.
Ma il silenzio non può
parlare
e i palazzi resistono
e i portoni dei palazzi
sopportano la pioggia
restando muti
fino al prossimo
mattino.

Chissà, magari in qualche modo il silenzio può restaurare anche me (e le mie corde vocali), magari a un certo punto anche sul mio balcone pioverà. In questi giorni di primavera sono più sensibile alla presenza del male: le mie ferite, quelle di chi mi sta accanto, la sofferenza che dilania il mondo, tra solitudini, malattie, innocenti massacrati e vite che bruciano senza che nessuno se ne accorga, nel corso di un tranquillo, banale pomeriggio di aprile. Auguro a me e ai lettori di questo blog, comunque siano messi di fronte alla Pasqua, il coraggio di non cedere alla disperazione. Bisogna avere fiducia e tentare di avvertire, dietro lo schermo del pomeriggio, il silenzio pieno di meraviglia del prossimo mattino.

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PS: La canzone di Francesco Guccini si chiama Le piogge d’aprile ed è tratta dall’album Signora Bovary (EMI 1987). Melania Panico è una poetessa nata nel 1985 a Napoli; la sua raccolta Campionature di fragilità è stata pubblicata da La Vita Felice nel 2015. La poesia che dà il titolo al libro finisce con due versi che, in un certo senso, sono anche un augurio: Il peso da dare alle cose / lo scriviamo ad occhi aperti. Il resto ve lo lascio scoprire da soli.

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Espero

La settimana scorsa sono andato a Losanna. Visto che alla galleria del San Gottardo c’erano tre chilometri di coda, sono passato dalla Novena. Ma nel fondovalle il traffico era fermo, a causa di un incidente: per tre o quattro ore la circolazione, come ha detto la radio, è rimasta interrotta. Durante l’attesa, le persone occupavano il tempo come potevano: telefonando, dormendo, ascoltando musica, camminando su e giù lungo la strada; alcuni turisti, fuoriusciti da un autobus, si sono messi a intonare cori alpini. Qualche chilometro più avanti i pompieri spegnevano l’incendio che, nato da uno scontro frontale, stava divampando nei boschi intorno alla carreggiata.
img_6760Ci vuole poco, ho pensato, per spezzare un pomeriggio estivo. Strade di montagna intasate, lamiere contorte, fumo, sirene di ambulanza. La sensazione di essere fermi, impotenti, a poca distanza da un evento drammatico, fonte di sconcerto e sofferenza. Quando sono arrivato a Losanna (in ritardo di parecchie ore), sentivo ancora muoversi dentro di me i sentimenti nati dalla sosta forzata: impotenza, tristezza, incomprensione. Le vie intorno all’albergo, a Épalinges, erano deserte. Per riprendermi ho deciso di fare due passi. Sentivo il suono delle mie scarpe sull’asfalto, percepivo il fiato che entrava e usciva dal polmoni, il flusso del sangue continuamente pompato dal cuore. Le strade erano vuote. I bar erano chiusi. E io camminavo, camminavo, come se il gesto mi aiutasse a sentirmi vivo.
img_6762Ero a Losanna per la consegna del premio La Fenice Europa al romanzo L’arte del fallimento. Non mi soffermo sui dettagli, limitandomi a esprimere un ringraziamento ad Adriano Cioci, Rizia Guarnieri, Claudio Toscani, insieme a tutti i membri dell’Associazione Bastia Umbra. Sono grato anche alle varie altre associazioni che sostengono il premio, in Italia e all’estero; ai lettori e alle giurie sparse per il mondo; agli autori Luigi Ballerini, Carlo De Filippis e Fioly Bocca. È la mia seconda esperienza al premio La Fenice Europa: in Umbria come a Losanna, l’accoglienza è sempre splendida. Anche quest’anno mi ha colpito la vitalità, l’entusiasmo con cui gli organizzatori – senza nessun profitto – s’impegnano a promuovere la lingua e la cultura italiana in tutto il mondo.
Non vi racconto altro, perché trovate tutto sul sito del premio e perché vorrei dedicare ancora qualche riga al gesto di camminare, che da sempre è per me un antidoto alla tristezza e all’ansia. Sabato mattina splendeva il sole, a Losanna, ed era giorno di mercato. Nelle vie del centro, sotto la cattedrale, s’incrociavano famiglie, pensionati, venditori e sfaccendati (categoria nella quale rientravo pure io). Non so spiegare in che modo dentro di me sia cresciuto un moto di leggerezza, difficile da esprimere in astratto ma legato senza dubbio al ritmo discontinuo della passeggiata. In place de la Riponne, accanto a una donna che soffiava immense bolle di sapone, circondata da un nugolo di bambini, c’era una bancarella che promuoveva la diffusione dell’esperanto, offrendo dieci lezioni gratuite. Passando di fianco, ho visto un distinto signore di mezza età che raccontava a una ragazza di essere un apprenti espérantophone, spiegandole come il nome della lingua derivi dalla parola espero, che significa “speranza”.
img_6761Sabato sera una lettrice mi ha chiesto spiegazioni su un personaggio citato nel romanzo, l’esploratore inglese Ernest Shackleton (1847-1922). Mentre le rispondevo, ho pensato che proprio Shackleton, nei suoi diari, fornisce un buon esempio di che cosa siano il fallimento e la speranza. Come esploratore, fallì quasi tutte le sue imprese: non raggiunse il polo Sud, non riuscì ad attraversare l’Antartide. Nemmeno a casa ebbe una vita serena, per colpa della depressione, dell’alcol, di amori infelici e disordinati. Ma quando le cose si mettevano male, rivelava una tenacia sorprendente. Nel 1915 perse la nave, stritolata dal ghiaccio dell’Antartide. Senza scomporsi, radunò il suo equipaggio, in mezzo al vuoto della banchisa, nel freddo, nel buio perenne. Guardò i suoi compagni e disse: bene, ragazzi, ora torniamo a casa. E ci riuscì, con un’impresa pazzesca. Un paio di anni fa, leggendo il diario di Shackleton, mi colpì un episodio marginale, accaduto durante il lungo viaggio verso la salvezza. Quel dettaglio mi rimase nella mente, mentre stavo scrivendo L’arte del fallimento.

Mario raccontò a Lisa che, dopo una traversata di millecinquecento chilometri in balia di uno dei mari peggiori al mondo, Shackleton era riuscito a toccare terra nella Georgia del Sud, non lontano da Capo Horn. E allora, in una baia sperduta, avvistò alcuni resti di navi, trascinati fin lì dall’oceano: barili, alberi, pezzi di pennoni, di chiglia, e fra le altre cose anche il modellino di uno scafo di nave, di certo un giocattolo per bambini.
– Shackleton si chiede quale tragedia si nasconda dietro quell’oggetto – disse Mario. – Un giocattolo, capisci? L’unica traccia di un naufragio: un piccolo giocattolo sbattuto dal mare sulle rocce, in capo al mondo. Tutte le speranze, l’entusiasmo, chissà, forse una famiglia di emigranti… è una cosa che, a pensarci, ti viene da piangere.
Ci fu un lungo silenzio. Poi Mario mormorò:
– Ecco il fallimento. Non gli insuccessi dei grandi, nemmeno i disastri di Shackleton. Ma quel giocattolino, quella nave in miniatura dice tutto quello che mi serve.
– E cioè?
– Non so che storia ci sia dietro, nessuno lo saprà mai. Che cosa significa, perché il giocattolo si è salvato? Non riesco a capirlo, ma ho qualcosa su cui riflettere. – Una pausa. – O forse non bisogna capire, forse bisogna solo pensarci, ogni tanto, a quella piccola nave.

Quando Mario viene a sapere di questo episodio, riconosce in quel giocattolo un simbolo della sua stessa vicenda. Il fallimento di Mario è meno tragico, ma anche lui deve accettare una sconfitta. Insomma, quella piccola nave intravista da Shackleton, in mezzo ai detriti scampati alla bufera, diventa un emblema. Per Mario è qualcosa su cui riflettere, per me è come un promemoria: pur senza capire, cerco di non dimenticare chi ha fallito, chi non ce l’ha fatta, chi è rimasto per strada. Nelle mie storie, tento di dare spazio e voce a questi personaggi.
img_6764Paradossalmente, quel giocattolo sbattuto sulle rocce può essere anche un segno di speranza. Che cosa ne sappiamo noi, in fondo, di ciò che si perde e di ciò che rimane? Quando una sconfitta si fa narrazione, lascia sempre qualcosa nelle menti e nei cuori, incide una ferita nella memoria. Finché ci saranno emigranti, famiglie che affrontano Capo Horn, esploratori tenaci, viaggiatori per mare e per autostrada, navi giocattolo, creatori di bolle di sapone, inventori di lingue, scrittori e lettori, finché ci saranno uomini e donne che parlano del futuro, non sarà vano pronunciare in ogni lingua la parola espero.

PS: In italiano potete leggere: Ernest Shackleton, Sud. La spedizione dell’Endurance in Antartide 1914-1917, Mursia (avevo parlato di questo volume anche qui, su “Il Libraio”). Fra l’altro Frank Hurley, il fotografo della spedizione, riuscì miracolosamente a salvare alcune lastre. Qui sotto, ecco un’immagine storica: gli uomini rimasti in attesa nell’inferno gelido di Elephant Island salutano il loro capitano che, dopo un’impresa ai limiti dell’umano, è tornato a prenderli.

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“Comu tieninu i palazzi?”

La primavera è come una bambina che impara l’equilibrio in bicicletta.
In un piazzale, con vasti alberi spogli intorno al grigio, eccola che prova a cercare stabilità. Si arrischia. Mezzo metro, poi ondeggia, un metro, un altro, quasi ce la fa.
IMG_0009Domenica ho portato le mie figlie in bicicletta, e mi sono reso conto che c’è qualcosa di feroce, in quel distacco. All’inizio la bambina sente le mani del padre sulle spalle: il mezzo meccanico avanza ma lei è tranquilla, ha un punto d’appoggio. Poi arriva il momento in cui è sola, pericolosamente sola, affidata a due strisce di gomma e al vorticare della catena. Pedala! L’ordine le arriva da dietro e lei protesta, vorrebbe di nuovo sentire il tocco rassicurante delle mani. Alla fine, naturalmente, la bambina va, come un miracolo di grazia equilibristica, e il padre resta indietro, con il suo passo trotterellante, rallenta, respira, cerca di ritrovare un po’ di compostezza.
Ho pensato che anche la primavera, anche la Pasqua hanno qualcosa a che vedere con l’arte dell’equilibrio. L’incertezza del tempo, la mutevolezza degli umori, quell’inquietudine che appartiene così intimamente al mese di aprile. È una stagione di fatica e rinascita. A volte per trovare l’equilibrio bisogna allontanarsi. Provate a tenere un bastone sospeso diritto sulla vostra mano: se guardate in basso, verso il punto d’appoggio, non riuscirete mai; ma se guardate verso l’alto, dopo un po’, arriverete a bilanciare il peso del bastone.
IMG_0021Per i cristiani, la croce su cui hanno appeso Gesù è un punto di rottura e di equilibrio allo stesso tempo: uno scandalo che sconvolge l’ordine del mondo e che promette un nuovo compimento. Ma al di là della religione, per tutti l’arrivo della primavera è un invito ad avere fiducia. Specialmente in questi giorni, funestati da notizie di morte, non bisogna scordare quanto sia miracoloso questo mutare della natura, questa prima riapparizione della vita. È il momento in cui diamo un’ultima spinta: abbiamo ancora un po’ di paura ma confidiamo nel prodigioso insieme di ragione, istinto, olio di catena e muscoli di bambina…
IMG_1411A proposito di equilibrio, mi ricordo un testo di Gesualdo Bufalino, scritto negli anni Settanta e pubblicato in Museo d’ombre (Sellerio 1982), nella sezione “Facce lontane”. L’autore evoca una serie di personaggi bizzarri del suo paese, fra cui Biagio Re, un uomo capace di stupirsi davanti al miracolo dell’equilibrio.
Alto, dinoccolato, con occhi piccini e opachi, persi dietro un pensiero che non mutava. Per anni non fece altro che chiedere a chiunque incontrasse: “Comu tieninu i palazzi?” (“Come fanno i palazzi a stare in piedi?”), turbato da questa poco credibile cosa: che solo essi durassero in piedi in un universo così visibilmente destinato a tremare, a spaccarsi, a scoscendere. Faceva di no col mento, deluso dalle spiegazioni, e andava a tastare e lisciare i mattoni delle facciate, scansandosi poi con un soprassalto improvviso. Una sera di festa lo vedemmo tra la folla, mentre guardava, trasecolato, a dieci metri dal suolo, un acrobata volteggiare in bicicletta lungo un invisibile filo sospeso.
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In questi giorni molte cose mi stanno girando per la mente: le mie figlie in bicicletta, le notizie di attentati sanguinosi, l’arrivo della primavera, la meraviglia di Biagio Re. Sono convinto che ci sia un legame e che questo legame, in fin dei conti, sia un segno di speranza. Insomma, siamo qui. In attesa. La mente è ancora sconvolta dalle urla, dalle immagini di morte che rimbalzano sui giornali. Spengo il computer, faccio scorrere la porta finestra. Ho bisogno di respirare. La Pasqua tace, avanza nelle crepe, e nella zona oscura del giardino i fili d’erba, lentamente, fanno un tentativo. Il mio auspicio è che tutti noi, come Biagio Re, sappiamo restare all’erta, attenti all’equilibrio nostro, del mondo, della primavera, di ogni cosa che si affaccia alla luce. Buona Pasqua!

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