Zarchè

Prendo un vecchio aspirapolvere e lo porto alla discarica. Lui non è contento. Durante il viaggio guarda con una certa curiosità fuori dal finestrino – un aspirapolvere non ha molte occasioni di vedere il mondo – ma nello stesso tempo sembra rivolgermi un rimprovero perché voglio disfarmi di lui.
– Non sei tu il problema – gli dico. – Sono io.
L’aspirapolvere continua a guardarmi in silenzio.
– Vedrai che starai bene. Troverai qualcuno che sa apprezzarti.
Gli spiego che a casa mia un aspirapolvere guasto è sprecato. Ma la discarica è piena di utensili come lui, con i quali potrà condividere la sua esperienza nel muto linguaggio che parlano le cose rotte.
L’Ecocentro Ex-Birreria, oltre ad avere un nome straordinario, è uno dei luoghi in cui la città di Bellinzona mostra il suo volto più fragile. Forse le mura medievali possono dare un’impressione del tempo che fugge, ma non quanto le insegne all’ingresso della discarica. Sulla sinistra, sopra la targa della via Riale Righetti, c’è un segnale che indica il CENTRO RACCOLTA RIFIUTI e un altro su cui è disegnato un pallone da calcio. Subito a destra, due cartelli muniti di freccia: uno promette dei VIVAI (lo slogan dice: non solo giardini!) e l’altro conduce alla CASA FUNERARIA. Dietro si vede la pubblicità di un apicoltore, con una piccola ape felice e svolazzante.
Tutto ciò mi sembra perfetto. È una poesia fatta di cartelli, che riassume essenzialmente il nostro passaggio in questo mondo. Ogni parola è limpida: giardini, api, raccolta, casa funeraria, gioco, vivai, rifiuti… vita e morte in un giorno d’aprile, a Bellinzona-Carasso, poco lontano dall’autostrada e dal fiume.
Alla discarica c’è movimento. Una fila di macchine con il baule spalancato, un trambusto di carta, masserizie, saluti, erbacce, pettegolezzi, stoviglie, legname, plastica, lattine, discussioni sul tempo, ferraglia, vetro, bottiglie, domande sugli orari di chiusura, copertoni, attrezzi, ruggine, lamenti per il mal di schiena, batterie, risate, proteste, sassi, vasellame. È un pomeriggio nuvoloso. Gli addetti ai lavori indossano divise arancioni. Sul muro, fra la raccolta del PET e quella degli olii usati, sono appese due bandiere svizzere.
Intorno al deposito dei vetri grandi si è formata una gigantesca pozzanghera. Le persone si muovono avanti e indietro sull’acqua grazie a passerelle di legno. In fondo noto una casupola con la scritta VIN BRÛLÉ. Mi chiedo quando, a chi e per quale motivo venga servito del vin brûlé in mezzo ai rifiuti ingombranti. Penso a una festa dello scarto, a una celebrazione dell’avanzo, a una solennità del ciarpame e della cianfrusaglia. Mi piacerebbe partecipare.
Niente viene mescolato in maniera casuale. I vegetali stanno con i vegetali, il vetro con il vetro. Ma ogni tanto c’è qualcuno (meglio, qualcosa) che si avventura fuori dal suo territorio. Una pallina da tennis, per esempio, si è ritrovata al centro della Grande Pozzanghera. Una boccia di plastica blu è finita invece fra le rocce e le pietre. Se ne sta sopra un blocco di granito, al centro del quale c’è un buco rotondo che sembra un pozzo. Mi guarda come se fosse giunta lì per caso; ma io so che, come tutti noi, è attratta dall’abisso.
Poco più in là, si ergono spettrali i resti di un parco giochi. Un pezzo di ferro di colore rosso ha due occhi verdi e una bocca sogghignante piena di denti. Un parallelepipedo blu, con un ricciolo azzurro, ha invece la bocca spalancata, pronta a inghiottire chiunque si avvicini. Accanto al vetro misto, giace in mezzo all’erba una stazione dell’autobus. Non solo i passeggeri, gli autisti e i motori prima o poi vanno in pensione, ma anche le fermate stesse.
Sembra un’ironia del destino, visto che la fermata avrebbe la vocazione di stare fissa in mezzo al fluire del traffico. Quando ci passo accanto mi sembra un po’ triste: non vedrà mai più un autobus. Poi però, guardandola meglio, mi pare di cogliere anche una certa allegria. Chi l’ha mai detto che una fermata debba vedere autobus per sempre? Qui in mezzo al caos e all’erba, fra cumuli di mattoni e pali di ferro, la stazione di Carasso è finalmente serena.
La discarica non è soltanto luogo di abbandono, bensì anche punto d’incontro. Si ritrovano amici, ci s’informa sulla salute dei figli e dei genitori. Qualcuno è venuto per depositare oggetti di varia natura, ma altri sono qui per cercare. Ai bordi delle vasche ci si scambia opinioni sulla qualità di un vaso o di un servizio da tè. C’è chi si è organizzato e, dopo aver infilato un berretto e un paio di guanti, entra fisicamente fra i rifiuti ingombranti, a caccia di tesori.
Mi viene in mente una poesia di Tonino Guerra. S’intitola Zarchè (“Cercare”).

M’ al móci ’d spazadéura ti cantéun
l’aréiva chi burdèll a sfurgatè;
e’ préim l’a impéi al bascòzi e pu u s’n’è andè,
ch’l’à cólt un pógn ad òsi e di butéun.

La bòcia ch’la è ròta e tóta in pézz
la pis ma quèll di véidar culurèd,
e cal burdèli al tó di pann strazèd
par la bumbòza ch’la pérd e’ sgadéz.

Mo quand chi à bén finéi da sfurgatè
e’ ven ch’l’aréiva éun e u n’ gn’è piò gnént;
e’ smèsa un po’, e pu e’ va véa cuntént,
che tòtt e’ bèll, s’avéiv, l’è te zarchè.

Ci arrivano i ragazzi a frugare / nei mucchi di rifiuti, / uno con le tasche piene va via / dopo aver raccolto degli ossi e dei bottoni, / a un altro per il colore del vetro / piace un fiasco spezzato, / le ragazzine raccolgono un po’ di panno stracciato / per la bambola che perde la segatura. / Ma proprio quando tutti hanno finito di rimestare / ne arriva ancora uno / e non c’è più niente di buono da trovare, / così fruga un po’ poi si allontana contento / perché tutto il bello, come si sa, è nel cercare.
Raccolgo un piccolo oggetto di plastica: una sorta di catena rigida con due ganci alle estremità. Non so bene che cosa sia (forse un componente di un giocattolo), ma mi piace tenerla in mano. E penso che una volta o l’altra potrebbe venirmi utile.
Se da un lato la discarica stimola a cercare tesori perduti, dall’altro insegna quanto sia labile ogni forma di oggetto. Un prezioso lampadario non è altro che un mucchio di vetri. Un computer è un ammasso di plastica e componenti elettroniche. I libri e i giornali sono cumuli di parole. Cari poeti, romanzieri, giornalisti, saggisti, fate un salto alla discarica! Mettetevi per qualche minuto davanti alla macchina che maciulla carta e cartoni. Non c’è lezione di scrittura creativa più efficace.

Prima di tornare a casa, scovo il deposito dei giocattoli. Ci sono biciclette rosa di Hello Kitty, carte da gioco solitarie, pezzi di penne stilografiche, trattori di plastica e vecchi giochi da tavolo.
In prima fila, avvisto un album dei Simpson in spagnolo. In copertina, i protagonisti sono seduti sopra un divano che sta in mezzo a una discarica di rifiuti. Mi fermo. Trattengo il respiro. Il gioco di specchi mi dà un lieve capogiro. Mi guardo intorno: non c’è nessuno. Sono solo nel cuore di una vertiginosa mise en abîme. Poi sento una voce alle mie spalle.
– Signore! Ehi signore, scusi!
È uno degli addetti al lavoro, sfavillante nella sua giacca arancione.
– State chiudendo? – gli domando.
– Siamo già chiusi.
Mi indica gentilmente l’uscita. Poi, cogliendo forse un vago dispiacere da parte mia, tenta di rassicurarmi.
– Ma domani siamo aperti. Torni domani.
Il cielo è grigio, l’aria umida, le mie mani sono sporche di terra e olii usati. Ma quelle parole fanno vibrare una nota di speranza tra la CASA FUNERARIA e il CENTRO RACCOLTA RIFIUTI. Non c’è bisogno di dire altro. È primavera, le api ronzano intorno agli alveari. Il fiume scorre.
Torni domani.PS: La poesia di Guerra proviene dalla sezione  “Préim vèrs” del volume I bu. Poesie romagnole, pubblicato da Rizzoli nel 1972 con la trascrizione in lingua del poeta Roberto Roversi e un’introduzione di Gianfranco Contini. Il volume, subito esaurito e poi ricercato per anni dai bibliofili, è stato riproposto nel 2014 dalle Edizioni Pendragon. Ringrazio Franca per avermene donata una copia.PPS: Consiglio ai lettori di mettersi comodi per guardare il video della carta maciullata. È un’esperienza istruttiva.PPPS: Ecco un altro breve video, che ha lo scopo di approfondire la vicenda della temeraria pallina blu. La pallina da tennis appassionata di pozzanghere la trovate invece in una delle immagini sotto il video.

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Coriandoli nella birra

Esco di casa alle quattro del mattino, faccio qualche passo e incontro una chiazza di vomito sul marciapiede. Per qualche secondo rimango fermo a guardarla. Mi sembra quasi una creatura viva, che possa contraccambiare il mio sguardo. È una sostanza semipastosa di colore bruno-verdastro, nella quale galleggiano brandelli più scuri e anche qualcosa di arancione (forse dei resti di carote?). Il vomito possiede la capacità di suscitare empatia: per un attimo anch’io devo soffocare un conato, quando mi arriva un effluvio di bile, succhi gastrici e birra, misto a un vago odore di dignità perduta. È un riflesso potente: perfino mentre digito queste parole sulla tastiera del computer, devo tenere a bada i miei recettori esterni, perché non portino l’ordine di rilascio ai neuroni nel tronco dell’encefalo.

Be’, per il momento siamo al secondo paragrafo e non sto vomitando. Nemmeno voi, spero. Dopo aver cautamente aggirato la chiazza, mi dirigo verso il centro della città, che da lontano si annuncia con un boato. È la notte tra sabato e domenica. Bellinzona è blindata e sorvegliata da squadre di agenti della sicurezza: le notti del carnevale Rabadan sono lunghe e affollate. In passato mi è capitato di viverle nell’ordine giusto, cominciando cioè dalla sera e arrivando fino alle ore piccole; quest’anno mi sono detto: perché non fare due passi fra le quattro e le cinque del mattino, per afferrare l’atmosfera del Rabadan con mente fresca? Magari potrei finalmente comprendere quella scintilla, quell’accensione segreta di allegria che ancora non sono riuscito a cogliere, pur avendo partecipato a decine di carnevali.
IMG_9723Prima di avvicinarmi al recinto che chiude la città, incrocio una coppia con il costume abbinato: Coniglio e Coniglia, con le orecchie lunghe, un batuffolo di coda e i baffi dipinti sulle guance. Stanno litigando, mentre camminano ai due lati opposti della strada. Provo un certo imbarazzo mentre passo in mezzo. Coniglia sta accusando Coniglio di essere troppo geloso e nessuno dei due risponde al mio cenno di saluto. Qualche minuto dopo incontro una ragazza esile e bionda, con un costume scintillante di lustrini. Se ne sta accasciata addosso a un muretto e ha gli occhi un po’ vacui, perciò oso chiederle: Tutto bene? Lei mi guarda e risponde stancamente: Vaffanculo.
IMG_9721Proseguo verso il centro. Vaffanculo, penso, che bell’inizio. Ecco cosa succede a parlare con le ragazze esili e bionde intorno alle quattro del mattino. Vaffanculo. Niente da dire, me lo merito. Prima di partire mi sono documentato leggendo Zygmunt Bauman, che usa addirittura la parola fratellanza. Dopo aver sottolineato come il carnevale tenga a bada le ansie dell’individualità con una gioiosa marea di identicità indifferenziata, Bauman spiega infatti che la funzione (e il potere di seduzione) del carnevale liquido-moderno risiede nella rianimazione momentanea di una fratellanza sprofondata nel coma. Carnevali di questo tipo sono affini a “danze della pioggia” e sedute spiritiche, in cui la gente si tiene per mano ed evoca il fantasma della comunità deceduta. Be’, non dico che volessi tenere per mano la esile ragazza bionda, ma non era nemmeno mia intenzione evocare un “vaffanculo”. È andata così, non ci pensiamo. Mentre mi unisco alla fratellanza che invade le vie di Bellinzona, rifletto sulla forma di questo divertimento. Secondo me si sviluppa in due nodi di tensione:
1) Tensione fra proiezione esterna (PE) e discesa nell’intimità (DI);
2) Tensione fra violenza sfrenata (VS) e desiderio profondo di relazioni (DP).

1) PE / DI
La Proiezione Esterna sta nel modo in cui ci stacchiamo dal nostro io, lasciandoci condurre dal ritmo della musica e delle luci, rassicurati dalle canzoni che si ripetono uguali anno dopo anno. Poi c’è la meraviglia, l’incanto di vedere le strade di ogni giorno animate da maschere, volti dipinti, animali antropomorfi, personaggi storici, mostri, fate. Il carnevale ci spinge a uscire, a muoverci. Forse, a pensarci bene, anche la chiazza di vomito si può annoverare fra le proiezioni (o deiezioni) esterne.
IMG_9720La Discesa nell’Intimità, dopo una certa ora, s’insinua negli individui dispersi: li vedi sulle gradinate, o appoggiati contro un muro come la ragazza del vaffanculo. Non sono semplicemente ubriachi; credo che in un angolo del loro inconscio si siano accorti che, nonostante le reiterate danze della pioggia, la siccità non accenna a diminuire. Qualcuno si chiude in una cabina telefonica. Un ragazzo vestito tutto di nero se ne sta accovacciato con la testa fra le mani accanto a una coppia che si bacia solennemente. Un uomo di mezza età è rimasto bloccato nell’autosilo e da dietro la grata implora un agente di farlo uscire. Non posso, risponde quello. L’uomo allora si stringe nelle spalle e dice Tanto fra poco finisce tutto, no? Poi torna nelle viscere della terra.


2) VS / DP
IMG_9722La Violenza Sfrenata sono le risse, ma non solo. A un certo punto mi vengono addosso quattro o cinque energumeni che se le danno di santa ragione, tanto che rischio di prendermi qualche pugno anch’io. Gli agenti della sicurezza bloccano i più facinorosi, in particolare uno travestito da frate e un altro che, con un abito da leopardo, grida Ti ammazzo, zio, giuro che ti ammazzo all’indirizzo di un uomo con il costume zebrato (il che rispetta in un certo senso le leggi di natura). Il carnevale può spaccare le amicizie, incrinare o frantumare le coppie. Se non prendi questo treno – sibila al telefono un uomo stempiato, coperto da un poncho messicano – con me hai chiuso, no, dico sul serio, hai chiuso! In generale, c’è un gran perdersi e telefonarsi e ritrovarsi per poi perdersi di nuovo. Nelle ore che precedono l’alba, con il cumulo crescente di rifiuti, aumenta il Desiderio Profondo di avere qualcuno accanto. Una ragazza in coda al chiosco delle piadine chiacchiera con un gruppo di amici, mentre specifica gli ingredienti e nello stesso tempo digita due messaggi, che riesco a leggere da dietro le sue spalle. SMS.1: Sam ho tanta voglia di vederti; SMS.2: Vorrei davvero dormire abbracciata con te.

IMG_9726In questo incrocio di tensioni, c’è chi tenta di prolungare la notte. Dopo le tende, dopo le Guggenmusik, restano i locali notturni come il Chupito o La Clava. Dai ragazzi – supplica uno vestito da pollo, con il pomo d’Adamo che si muove frenetico – non fate i bastardi, dai, nemm al Chupito – continua a ripetere, come in una cantilena – nemm al Chupito, nemm al Chupito, oh, raga, dai, nemm al Chupito. Sono gli ultimi sussulti della festa, gli ultimi abbracci prima del disgregamento, quando ognuno camminerà da solo sulle strade vuote che portano alla quotidianità. E io, che sono qui nel cuore della festa? Per me è diverso: sono già solo. Mi si avvicina un orso rosa, mi chiede se ho una sigaretta. Te la pago – mi assicura – te la pago due franchi, eh, mica te la voglio rubare. Gliela venderei volentieri, ma non ne ho. Non c’hai neanche una canna, eh? No, mi spiace. E l’orso rosa si avvia sconsolato.
IMG_9725So che il carnevale ha molte facce. Forse io non sto contemplando la migliore. Ci sono i bambini che gettano i coriandoli – anch’io mi travestivo da cowboy – ci sono le famiglie, i nonni, i risotti in piazza. Ma credo che pure in queste manifestazioni diurne, per così dire, si celino le tensioni che ho elencato sopra. Il carnevale presenta sempre una frattura tra esteriorità (anche solo nel concetto di maschera) e interiorità. Non manca neppure la violenza, intesa come trasgressione e improvvisa interruzione della routine, così come il desiderio profondo di relazione, che ci rende difficile essere e restare soli mentre fuori echeggiano i petardi e le fanfare.


IMG_9724Entro ed esco dalle tende, percorro il viale cosparso di immondizia. Sempre di più la solitudine mi avvolge come un telo impermeabile, o meglio, come un blocco di ghiaccio che mi separa dal mondo. Sono sobrio, indosso un paio di jeans, una giacca, una sciarpa. Non conosco nessuno. La mia sensazione supera il qui e ora, mi fa percepire tutto l’irrimediabile peso del mio essere me stesso. Mi accorgo che sto accelerando il passo, come se la velocità potesse vincere l’angoscia. Sorprendo stralci di conversazione: aneddoti, saluti, beghe fra innamorati, qualcuno che si lamenta di avere i coriandoli nella birra, scoppi di risate.
IMG_9727Per terra scorgo un paio di ali rosse, abbandonate come un cuore infranto. Penso alla fatina o alla farfalla o al diavoletto che le ha smarrite. Senza volare, come farà a uscire da questo recinto? Come combatterà la sua lotta contro la solitudine? Quale via misteriosa percorrerà per trovare una mano tesa, una persona con cui condividere la fatica di vivere?
Anch’io sperimento sulla mia pelle le tensioni del carnevale. Soffocato dalla folla, chiuso nel ghiaccio, mi sento colmo di violenza. Quando l’orso rosa torna alla carica, dicendo che può pagarmi anche tre franchi, mi viene voglia di prenderlo a sberle – ne sono io stesso sorpreso, ma è così (VS). Nello stesso tempo ho nostalgia di tutte le persone che conosco, e ho la sensazione di esserne ormai lontano, di essere definitivamente murato nella mia identità (DP). Fuori di casa, fuori dagli orari normali (PE), cerco rifugio nel gesto solitario del camminare, affinché mi ripari dai pensieri più oscuri (DI).

Esco dai confini del Rabadan, lasciandomi indietro le sbarre, come una scimmia che fugga da uno zoo. Mi allontano dalla cittadella blindata, ma la tristezza non mi abbandona. Arrivato a casa – il quartiere è immerso nel sonno – metto gli auricolari e ascolto il sax di Sonny Rollins. Il suo assolo in Serenade mi pare come un grido, come un riassunto di ciò che si annida in fondo all’anima. Rollins ha inciso questo brano a 76 anni: benché la sua voce ruvida sia carica di esperienza, lui è ancora capace di scherzare, con eleganza e perfino con una punta d’impertinenza. Il brano conserva la delicata tenerezza dell’originale, composto da Giovanni Drigo ed eseguito il 10 febbraio del 1900 al palazzo degli zar a San Pietroburgo. Grazie a Rollins la musica si arricchisce di ironia, di swing, e diventa per me un canto di dolore e speranza, posto come suggello a questa notte di coriandoli nella birra e ali di farfalla smarrite.

PS: Da sempre il carnevale è una circostanza che mi affascina, come scrittore. Perciò ogni tanto torno a esplorarlo, a indagarne le luci e le ombre. Avevo già parlato del Rabadan nel romanzo L’uomo senza casa (Guanda 2008). Al momento il libro è esaurito pure in edizione tascabile, ma Guanda lo ripubblicherà fra pochi giorni, con una nuova copertina (ne riparlerò anche qui sul blog).

PPS: Ecco la formula che ho cercato di mostrare in questo articolo (dopo la somma delle due frazioni-tensioni, ho aggiunto un differenziale-imprevisto, perché a carnevale non si sa mai che cosa possa accadere; AC = Atmosfera Carnevale).

Formula Carnevale

PPPS: Serenade si trova nel disco Sonny, please (Doxy 2006); Rollins l’ha interpretata regolarmente fino a ottant’anni e oltre nei concerti dal vivo, come quello da cui ho preso il video che vedete sopra. Il primo video presenta invece Gerry Mulligan al sax baritono, insieme ad Art Farmer (flicorno), Bob Brookmeyer (trombone), Jim Hall (chitarra), Bill Crow (basso), Dave Bailey (batteria); è tratto dall’album Night Lights (Philips 1963). Il brano s’intitola Morning of the carnival; l’originale – Manhã de Carnaval – venne scritto nel 1959 dal compositore brasiliano Luiz Bonfá con le parole di Antônio Maria per il film Orfeu Negro del regista francese Marcel Camus.

PPPPS: Le parole di Bauman provengono da L’etica in un mondo di consumatori, pubblicato da Laterza nel 2010 con la traduzione di Fabio Galimberti.

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Tecniche di sopravvivenza

Preso da un folle desiderio di avventura, ho passato un sabato sera in un centro commerciale. Naturalmente mi ero preparato, procurandomi un Manuale pratico di sopravvivenza. Ma un conto è leggere una serie di nozioni su come comportarsi nelle zone selvagge, altra cosa è trovarsi in mezzo a una folla inferocita tra McDonald’s, Disney Store e un posto che vende tutto a due euro. Anche l’esploratore più coraggioso rischia di finire nei guai, sommerso da quelle che il Manuale chiama circostanze imprevedibili.
image4Eppure Raymond Mears, l’autore del Manuale, mi aveva messo in guardia. Fin dalle prime pagine ammoniva: Nessuno può sconfiggere gli elementi; coloro che non prestano attenzione ai segnali di pericolo o hanno la stupidità di spingersi più avanti, fanno una brutta fine. Che dire? All’ingresso ho notato uno stand con centinaia di barattoli di Nutella accanto a un recinto con decine di finti abeti cosparsi di finta neve. Incurante dei segnali di allarme, ho tirato diritto. Ma dopo pochi passi, ho capito di essermi perso: nessuna traccia dei miei compagni di esplorazione. Il buon Mears fa notare che ogni escursionismo in una zona selvaggia, in ogni parte del mondo, richiede abilità nell’orientamento. In effetti, avrei potuto procurarmi una mappa, una bussola, magari un sestante. Invece avevo lasciato in macchina pure il telefono. Ma a quanto pare, persino nelle foreste più fitte, dove non esistono sentieri tracciati, ci sono piste create da animali o dagli indigeni. Allora mi sono guardato intorno e ho cercato qualche pista. Proprio come suggerisce il maestro: Camminate con cautela più che con paura e imparate a conoscere voi stessi.
image1-copia-2Ma la foresta era davvero fitta. Il Centro commerciale di Arese, alle porte di Milano, è a quanto pare il più grande di Europa: consiste in una serie di piazze interne, ispirate alle vecchie corti lombarde. Si tratta di novantamila metri quadrati, con più di duecento negozi, venticinque ristoranti, seimila parcheggi, apertura sette giorni su sette, area di accoglienza per cani (Mi Fido) e per bambini (Area Kids). Nell’area per i cani ci sono perfino dog sitter pronti a prendersi cura di loro e la possibilità di toeletta. In quella per i bambini la promessa è di far divertire i più piccoli e farvi sentire più liberi di usufruire, in tutta tranquillità, dei numerosi negozi e servizi. (A quanto pare, per i bambini nessuna possibilità di toeletta). All’ingresso, una banda musicale suonava canzoni di Gianna Nannini in una sorta di finto mercatino natalizio, mentre un’automobile candida, scintillante, si offriva agli sguardi dei visitatori. Accanto alla macchina, una hostess biancovestita lanciava sguardi malinconici.
img_8012Il centro si chiama proprio Il Centro e ogni parte di essa, in un certo senso, è il centro del Centro. La luce è sempre uguale, la musica di sottofondo lentamente ipnotizza l’incauto esploratore, strappandolo al normale fluire del tempo e lasciandolo sospeso in una bolla fatta di vetrine scintillanti e affermazioni perentorie: ogni prodotto è genuino, ogni birra è artigianale, ogni cibo è tipico, ma nello stesso tempo quella che servono dietro un bancone di colore giallo viene definita: Non la solita polenta. Che roba è, allora? Sarà prudente assaggiarla? Affannosamente, consulto il Manuale. Mears è perentorio: Se vi sembra poco sicuro, non mangiate il cibo selvatico. D’altra parte, per lavorare avete bisogno di energia; per l’energia avete bisogno di cibo.
img_8013Bisogna girare come lupi, pronti a cogliere ogni fremito, ogni minimo segno che un tavolo stia per liberarsi. La selezione è spietata: passano come rulli compressori famiglie di tre generazioni, con nonni che tengono i posti, genitori che bilanciano vassoi colmi di hamburger e figli che chiedono le figurine dei Pokémon. Poco più in là si aggirano branchi di adolescenti dallo sguardo torvo e coppie di ragazze pronte a ogni follia. Ormai qui ci vengo per i cacchi miei, dice una di loro, perché se aspetto lui, una volta c’è l’Inter, una volta c’è la musica… E l’amica: perché non torniamo domani? Ci facciamo la giornata!
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Nel nostro gruppo, la tensione si fa sentire. I territori da attraversare sono sterminati, e c’è chi dà segni di cedimento: uno abbandona e torna in automobile a leggere Tex; un altro si distrae un secondo ed è spacciato… eccolo dentro un negozio di Lego, catturato dal canto delle commesse-sirene. Per andare avanti, bisogna stare sempre all’erta e sviluppare al massimo le qualità percettive che già possediamo. Myers è prodigo di consigli: Se vi capita di sentire un rumore strano, fermatevi e ascoltate attentamente, cercando di non fare nessun rumore a vostra volta. Per ampliare la vostra capacità di captare i suoni, potete usare il vecchio trucco di mettere la mano dietro l’orecchio.
image2Grandi schermi sospesi mostrano partite di calcio e all’ingresso dei bagni, oltre alle consuete icone uomo-donna, una scritta in sette lingue, dall’arabo al cinese passando per quelle europee, annuncia che sì, quelli sono proprio i bagni. Ci sono alberi verdi, distributori di bibite, panchine provviste di séparé per conversazioni intime e una grande piramide di legno, come il resto di una civiltà perduta. La piramide troneggia in mezzo al parco giochi e indica, di nuovo, il centro del Centro, il posto giusto per farsi avvolgere dal sabato sera.
img_8017Forse dovremmo trovare un rifugio? Secondo Myers si dividono in due categorie: quelli da costruire e quelli naturali, che possiamo prendere in “prestito” dall’ambiente. Sebbene qualcuno suggerisca di trovare riparo dentro Zara o H&M, alla fine, esausti ma sani e salvi, raggiungiamo i limiti estremi della zona selvaggia. Dietro le quinte si aprono spazi vuoti: stanze con armadietti per gli inservienti, punti di raccolta per i rifiuti, porte antincendio. Una scala di metallo. Due rampe, una piattaforma e all’improvviso, come una carezza, dolcemente mi arriva sulla faccia un velo di pioggia. È notte. Il cielo è buio. Mi fermo e ascolto le sfumature del silenzio. Posso tirare un sospiro di sollievo: il mondo, dopotutto, esiste ancora.

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PS: Le citazioni di Raymond Mears provengono dal suo Manuale pratico di sopravvivenza, pubblicato originalmente nel 1990 e in italiano nel 1991 (Gremese editore, con ristampa nel 2012). Le altre citazioni sono tratte dal sito www.centroilcentro.it.

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PPS: Ecco un brevissimo frammento della banda musicale che ci ha accolti all’ingresso. Per ascoltare, seguendo le indicazioni di Mears, potete usare il vecchio trucco di mettere la mano dietro l’orecchio…

PPPS: Ringrazio le compagne di avventura che mi hanno fornito le immagini e il video per questo articolo (con eroico sprezzo del pericolo…).

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