La mia felicità

Gli Svizzeri muoiono felici è la storia di un incontro impossibile. Spesso gli incontri impossibili finiscono per accadere, magari proprio quando nessuno ci sperava più: la vita infatti, come diceva il poeta Vinícius de Moraes, è l’arte dell’incontro. Il romanzo, in uscita in questi giorni per l’editore Guanda, parla di solitudine e nostalgia, di fuga, di accoglienza. Le Alpi e il deserto del Sahara fanno da sfondo a una vicenda dove la morte, l’irrimediabile lontananza, ferisce l’animo dei protagonisti. Ma nello stesso tempo, la scoperta dell’altro dischiude la possibilità della speranza. Il “booktrailer” di Alessandro Tomarchio dura un minuto e non rivela niente della trama; è un piccolo cortometraggio d’autore, liberamente ispirato ai luoghi e all’atmosfera del romanzo.

Le immagini mostrano l’altopiano della Greina, nella Svizzera italiana. Ideato, girato e montato da Alessandro Tomarchio (che è anche l’autore della colonna sonora), il video è stato realizzato grazie alla disponibilità di Martina e Paolo, che hanno fatto da guida al regista nei luoghi dove si svolgono molte scene del romanzo.
Trovate qui il risvolto di copertina, con qualche citazione dal testo, e qui le date delle presentazioni. Ne approfitto per ringraziare chi mi ha aiutato nel lavoro della scrittura: Ibrahim Kane Annour e tutti gli altri Tuareg che mi hanno ispirato (alcuni vogliono mantenere l’anonimato, perché preferiscono apparire nascosti nel personaggio di Moussa ag Ibrahim); i miei amici, i miei famigliari e i miei lettori di fiducia: Anna, Eloisa, Erina, Lucia, Maria, Michele, Nicola, Paolo, Tommaso, Yari. Sono grato a tutto il gruppo di Guanda, in particolare ad Annachiara, Monica, Paola, Lucia, Viviana. Come sempre, un pensiero speciale per la mia editor Laura Bosio, che mi ha aiutato a portare a termine questo viaggio fra l’Assekrem e la Greina.
A un certo punto, nel romanzo, l’investigatore Elia Contini viene interrogato da uno psicanalista.

 – Lei, per esempio, come giudica la sua vita da uno a dieci?
Contini sperò che fosse una domanda retorica. Ma non lo era.
– Allora? Mi dica? Si dà la sufficienza?
Contini sospirò. – Faccia come vuole. Dieci?
– Dieci! Caspita, lei è un uomo felice.
– Anzi, uno.

Non sono un uomo felice. Non lo sono mai stato. Questo non vuol dire che stia soffrendo per una circostanza precisa, né che mi sia accaduto qualcosa d’irreparabile (tranne la vita stessa), né tantomeno che voglia lamentarmi. Ma fin da bambino, non ho mai avuto l’attitudine alla felicità. Non mi sono mai lietamente riconosciuto in un gruppo, nella baraonda del cortile non avevo voglia di gridare, non m’importava di vincere o perdere. Non mi piacevano le “festicciole”, i compleanni, le scampagnate. Non sto dicendo che fossi cupo e disperato; anzi, mi piaceva scherzare e – da adolescente – ero più o meno sempre innamorato. Ma quando tutti intorno a me, insieme, perdutamente, gioivano di una gioia collettiva, in me sorgeva il desiderio di stare in disparte. È un’ombra che mi accompagna ancora oggi. Al momento degli applausi, quando si levano i calici per un brindisi, quando si grida “viva gli sposi!” o “buon anno!” o “vittoria!”, mi affretto a cercare la via di fuga più vicina. Non è una posa o un moto d’orgoglio. Semplicemente, mi rendo conto di non essere portato per la felicità. O forse devo ancora capire che cosa sia.
Gli Svizzeri muoiono felici è un romanzo noir, con il suo intreccio poliziesco e i suoi colpi di scena, ma nasconde anche una domanda sulla felicità. Da un paio d’anni mi ronzava in mente la storia di un uomo che sparisce nel cuore delle montagne. Nello stesso tempo mi è capitato di conoscere alcune persone di origine tuareg; nei loro racconti ho sentito affiorare una nostalgia e un desiderio che assomigliavano a ciò che provavo io. È possibile sentirsi vicino a un luogo dove non si è mai stati? È possibile che, nell’identità multipla di cui siamo fatti, ci sia posto anche per paesaggi e culture conosciute solo tramite i racconti? Credo di sì: non bisogna mai sottovalutare la forza di un racconto. La scrittura, fra mille altre cose, è anche compiere l’esercizio di essere un altro, pur restando sé stessi. Scrivere (e leggere, naturalmente) è sempre una ricerca, è un modo di progredire. Forse, a proposito, l’uomo felice è proprio «colui che, senza cercare direttamente la felicità, trova per di più inevitabilmente la gioia nell’atto di giungere alla pienezza e al punto estremo di sé stesso, in avanti» (Pierre Teilhard de Chardin).
Credo che ci sia una correlazione profonda, anche se nascosta, fra la Svizzera e il Sahara. La ricercatrice Jeanne-Marie Baude scrisse che «ci sarebbe tutto uno studio da fare sulla letteratura del deserto nella Svizzera romanda contemporanea». L’idea si potrebbe allargare alla letteratura europea in generale, che spesso ha fatto i conti con il concetto esistenziale di “deserto”, al di là dell’aspetto puramente geografico. Restando in Svizzera, alcune liriche di Anne Perrier hanno una consonanza con l’inquietudine di tanti poemi tuareg.

Oh, rompere gli indugi
Partire partire
Io non sono fra coloro che restano
La casa il giardino tanto amati
Non sono mai dietro ma davanti
Nella splendida bruma
Sconosciuta

La stessa Anne Perrier, trafitta dal blu delle lontananze, si avventura in un deserto che è forse anche la pagina bianca su cui si compone la poesia.

Questo laggiù
Questo canto questa alba
Questo volo di fronde
Questo orizzonte come un giardino
Che riposa nella luce
E gli aromi

La letteratura permette incontri impossibili, superando ogni distanza culturale e temporale. Si può dunque appartenere sia alle montagne fra cui è nata Anne Perrier (1922–2017), sia alle dune fra cui visse Kenoūa oult Amāstan, nata nel 1860. Colpita dalla bellezza di un uomo, Kenoūa ne scrisse con impeto e struggimento, evocandolo come se fosse un paesaggio.

Io, quest’anno, ho visto
una collina di muschio dai mille colori;
l’erba era d’oro e cresceva con vigore;
il miele mescolato con il burro ingrassava la terra;
il latte scorreva e bagnava la collina, racchiusa tra maglie d’argento.

Gli Svizzeri muoiono felici si muove tra paesaggi diversi, con voci diverse. Ma ogni personaggio, compreso lo stesso Contini, prova a un certo punto la tentazione di andarsene, di lasciarsi tutto alle spalle. La fuga porta alla felicità? Difficile dirlo. Probabilmente non si può essere felici senza una certa forma di leggerezza e di autoironia, senza un certo distacco dalle cose del mondo. Ma la felicità deve anche fare i conti con la vita quotidiana, con l’impietoso scorrere dei giorni.
Mi accorgo che sto ancora parlando di felicità. Come se le parole mi potessero avvicinare al sentimento… Magari è proprio così, vai a sapere. Lo stesso Giacomo Leopardi, quando scriveva, non poteva fare a meno di una certa allegrezza: «Ma quantunque chi non ha provato la sventura non sappia nulla, è certo che l’immaginazione e anche la sensibilità malinconica non ha forza senza un’aura di prosperità e senza un vigor d’animo che non può stare senza un crepuscolo, un raggio, un barlume di allegrezza» (Zibaldone, 24 giugno 1820).PS: La vita, amico, è l’arte dell’incontro è un album di Vinícius de Moraes, Giuseppe Ungaretti e Sergio Endrigo pubblicato dalla Fonit Cetra nel 1969. Il pensiero di Pierre Teilhard de Chardin è tratto dall’opera Sur le Bonheur (Seuil 1966), tradotta in italiano da Annetta Daverio con il titolo Sulla felicità (Queriniana 1990; 2013). La frase di Jeanne-Marie Baude proviene dal saggio “La voix nomade de Anne Perrier”, in Gérard Nauroy, Pierre Halen, Anne Spica, Le Désert, un espace paradoxal, atti del convegno all’Università di Metz (13-15 settembre 2001), Peter Lang, Berna 2001. I versi di Anne Perrier si trovano nell’opera La voie nomade (1982-86), in La voie nomade et autres poèmes. Œuvres complètes 1952-2007, L’Éscampette Éditions 2008. I versi di Kenoūa oult Amāstan si trovano in Chants touaregs recueillis et traduits par Charles de Foucauld (Albin Michel 1997; in origine pubblicati da Charles de Foucauld in due tomi, con il titolo Poésies touarègues, nel 1925 e nel 1930). Sono mie le traduzioni dal francese.

PPS: La fotografia sotto il “booktrailer” raffigura il regista nell’atto di filmare. Anche la fotografia con i fiori blu rappresenta uno scorcio della Greina: le genziane primaticce (Gentiana verna) mi sembrano una buona immagine, se non della felicità, almeno della speranza.

PPPS: Ecco un altro video, sempre girato sull’altopiano della Greina, in cui le parole dell’incipit lottano contro il vento…

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Just one more thing

Porto sempre con me un taccuino. È un’abitudine che risale agli anni dell’adolescenza, quando cominciavo a prendere sul serio l’attività della scrittura. Ogni tanto qualcuno mi chiede se il taccuino sia necessario per il mio lavoro o se non sia una posa. In fondo, se mi venisse all’improvviso un’idea di quelle imperdibili (ma esistono idee imperdibili?), potrei scriverla sul cellulare o annotarla su un pezzo di carta. Non sono d’accordo: credo che il taccuino, benché non sia indispensabile, aiuti a trovare le parole. Però devo confessare che, a parte l’utilità, mi conforta l’idea di averlo con me. Qualche amico mi chiede sornione se io voglia imitare Jack Kerouac e i grandi autori on the road. Ma la verità è che voglio imitare il tenente Colombo.

Ricordo quando, da ragazzo, guardavo il telefilm in attesa del momento in cui il poliziotto interpretato da Peter Falk tirasse fuori il taccuino, sempre un po’ consunto, per annotare una minuzia o per cercare un’informazione. Mi piaceva quell’attenzione per le piccole cose all’apparenza insignificanti. Mi sembrava avere più di un’affinità con le ragioni che mi portavano a scrivere.
Il taccuino aiuta Colombo non tanto nell’operazione di raccolta degli indizi, quanto nell’entrare in relazione con il mondo. È una sorta di ponte, una passerella fra la realtà e l’immaginazione. Attraverso i particolari l’investigatore s’immedesima nel colpevole. Saper osservare infatti non significa restare esterni, senza implicarsi in ciò che si osserva. Chesterton lo scriveva già nel 1925: La scienza dell’osservazione? Vada al diavolo! […] Insisti a credere che gli investigatori privati scoprano i criminali contandone i bottoni o annusando la loro brillantina? No, […] imparano a scovare i delinquenti perché lo sono anche loro, almeno in parte. Perché appartengono a quello stesso mondo abietto.
Le storie del tenente Colombo mostrano quanto sia importante ciò che sembra marginale. Socialmente, fisicamente, psicologicamente Colombo si presenta come inferiore. Ma alla fine di ogni episodio il suo sguardo ricompone la vicenda. La rottura dell’equilibrio (cioè l’omicidio) crea un legame fra l’assassino e gli spettatori, che hanno lo stesso livello di conoscenza. Infatti gli autori della serie rovesciano il meccanismo classico dei gialli, rivelando fin dall’inizio il colpevole e suscitando nello spettatore una curiosità non sul “chi è stato?” ma sul “come farà l’investigatore a incastrare l’assassino?”. Trovando un senso negli eventi, Colombo si mette dalla parte degli spettatori, li prende con sé, li porta a riconoscere la necessità della giustizia (anche dolorosa, qualche volta). C’è pure una componente sociale, perché l’assassino è quasi sempre appartenente all’alta borghesia, e quasi sempre sottovaluta lo sdrucito poliziotto italoamericano.

Nell’episodio Riscatto per un uomo morto (1971), il tenente ripete più volte alla signora Williamson, una cinica avvocata che ha ucciso suo marito, quanto per lui siano importanti i dettagli. Certi particolari mi fanno impazzire, borbotta sbuffando il fumo del sigaro. Lei lo asseconda, lo crede inoffensivo, si presta al suo gioco. Lui insiste: Gliel’ho detto, i piccoli particolari mi fanno impazzire. In altre parole, stavo solo cercando di spiegare la mia… come posso dire? Lei: Idiosincrasia. Lui: Brava. Idiosincrasia. Ecco… una gran bella parola! Lei: Ah, ne so anche di migliori. C’è dell’altro, tenente? Lui: Ah, no. Credo che sia tutto.
Invece non è tutto. Non è mai tutto. C’è sempre un’altra domanda, un appunto sul taccuino, una parola non detta, un pensiero nascosto nel linguaggio. Colombo arriva alla verità seguendo vie misteriose: identifica il colpevole al volo, senza ragionamenti né induttivi né deduttivi. Semplicemente, sembra attaccarsi alla persona che ha commesso il delitto, coinvolgendola in un gioco sottile di battute, distrazioni e smarrimenti. Nel corso della storia il tenente arriverà poi ad accumulare gli indizi. Questi tuttavia non gli servono per capire, bensì per dimostrare agli altri (e forse anche a sé stesso) ciò che aveva già intuito in un lampo iniziale di riconoscimento.
Lo psicanalista Giovanni Foresti, in un saggio dedicato alla bilogica del tenente Colombo, paragona la tecnica d’indagine del poliziotto al colloquio fra un analista e il suo paziente. In entrambi i casi, il dialogo procede a un doppio livello. Da un lato c’è la comunicazione esplicita, che si attiene al piano tematico stabilito dalle regole sociali. Accanto a questo, il discorso dell’investigatore si muove anche a un altro livello comunicativo, che suggerisce all’interlocutore significati e ipotesi ben più imbarazzanti di quelli trasmessi al livello della coscienza discorsiva immediata.
C’è sempre un momento il cui il tenente sta per andarsene, ma poi torna indietro borbottando che c’è ancora un’ultima cosa (just one more thing). Questa domanda dell’ultimo secondo non di rado è quella decisiva. Così come i fatti che sembrano trascurabili si rivelano quelli più utili per smascherare il colpevole.
Colombo ha il dono di scorgere le cose invisibili. Il suo personaggio, nella sua ordinaria quotidianità un po’ scalcagnata, ha qualcosa di mirabile, di sovrannaturale. In questo senso ebbe una buona intuizione il regista Wim Wenders, che volle Peter Falk nel lungometraggio Il cielo sopra Berlino (1987). Recitando nel ruolo di sé stesso, Falk si porta dietro anche il personaggio di Colombo (che viene esplicitamente menzionato). Il protagonista Damiel (Bruno Ganz) è un angelo che rinuncia al proprio status per condividere l’esistenza degli esseri umani. Nel corso del film, si scopre che anche Falk un tempo era un angelo, e anche lui ha scelto di vivere nel mondo, senza limitarsi a osservarlo dall’esterno. Questa secondo me è una delle chiavi per capire il personaggio. L’impermeabile, il sigaro puzzolente, i capelli che sembrano non aver mai conosciuto un pettine… perennemente goffo, perennemente fuori posto, il tenente Colombo entra nelle nostre vite con la sapienza e la discrezione di un angelo. Un angelo munito di taccuino.

PS: Il tenente Colombo venne inventato negli anni Cinquanta da Richard Levinson e William Link: dapprima apparve in alcuni racconti e in un testo teatrale, poi in Prescrizione: assassinio, un film girato nel 1968 come “puntata zero” per una serie. Nel 1971 venne realizzato un altro pilot: Riscatto per un uomo morto. In seguito decollò la serie, che durò sette stagioni per un totale di quarantasei episodi fra il 1971 e il 1978. Il primo (Un giallo da manuale) venne diretto da Steven Spielberg, allora ventiquattrenne, che nello stesso anno esordì alla regia di un lungometraggio (Duel, 1971). Fra il 1989 e il 1993 vennero prodotte altre ventitré puntate; fra il 1995 e il 2002 alcuni film televisivi.

PPS: Segnalo anche una canzone del gruppo italiano Baustelle, contenuta nell’album Amen (Warner 2008) e dedicata proprio a Colombo.

Così commentano il brano gli autori stessi nel sito SoundblogÈ una metafora del male naturalmente insito in questo sistema capitalistico. Gli assassini di Colombo non uccidono quasi mai per motivi sentimentali: uccidono per avere più soldi o più potere. Il coro degli assassini della canzone siamo un po’ tutti noi, adulti occidentali, che viviamo in un mondo di apparente benessere ma siamo tutti schiavi del potere, della voglia di arricchirci, e restiamo imprigionati nella richiesta di sicurezza, di difesa ossessiva del proprio orto. 

PPPS: La frase di Chesterton è citata da Renato Giovannoli in Elementare, Wittgenstein. Filosofia del racconto poliziesco (Medusa 2007). Il saggio La bilogica del tenente Colombo. Paradigmi d’indagine e stili di riflessione nella letteratura poliziesca e nel lavoro psicanalitico si trova nel volume miscellaneo Psicoanalisi in giallo. L’analista come detective, pubblicato da Raffaello Cortina editore nel 2011. Foresti analizza bene diversi aspetti dell’episodio Riscatto per un uomo morto, di cui ho citato uno scambio di battute. Lo stesso dialogo è presente in uno dei video che illustrano questo articolo. L’ultima fotografia mostra Bruno Ganz e Peter Falk in una scena del film Il cielo sopra Berlino.

PPPPS: Ho scritto un pezzo sul tenente Colombo per la rivista “Cinemany”, usando alcuni frammenti di questo articolo.

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Zaynab e il commissario

Su invito del settimanale “Cooperazione” ho cominciato una nuova serie poliziesca: Zaynab e il commissario. Sono racconti molto brevi, indipendenti l’uno dall’altro ma sempre con gli stessi protagonisti. Un poco alla volta, sto cercando di approfondire l’atmosfera dei luoghi e il carattere dei personaggi. Le storie appaiono ogni settimana nell’edizione cartacea della rivista, accompagnati dalle illustrazioni di Andrea De Carli (suoi sono i disegni che vedete in questo articolo). Tutte le puntate si trovano anche online: www.cooperazione.ch/serienoir.
Questi racconti mi danno l’occasione per riflettere su alcuni aspetti della nostra società, dal punto di vista psicologico e sociale. La Svizzera, con la sua multietnicità, mi pare un buon osservatorio. Pensando all’idea per una serie, subito mi sono venuti in mente Zaynab Hussain e Giorgio Robbiani. Non saprei precisare nel dettaglio la loro origine: è un miscuglio fra persone che ho conosciuto, libri che ho letto, luoghi che ho visto, emozioni che ho provato.
Giorgio Robbiani è un ex commissario della Polizia cantonale ticinese. Dopo tanti anni di lavoro è andato in pensione, è invecchiato, ha vissuto con dolore la morte di sua moglie. Con il passare del tempo, sente scemare le sue forze. Quando si accorge di non essere più autosufficiente, assume una badante. Zaynab Hussain è una donna ancora giovane ma segnata dalla fatica: emigrata con suo marito Muhammad dalla Tunisia in Italia e poi in Svizzera, è rimasta sola quando Muhammad è morto di meningite nel Centro per richiedenti l’asilo di Chiasso. Grazie all’aiuto del medico che aveva curato suo marito, ha trovato un impiego come badante prima per un anziano avvocato e poi per Giorgio Robbiani.
Robbiani non è più tecnicamente un poliziotto, ma la gente sa che lo è stato per tutta la vita e che, in un certo senso, non smetterà mai di esserlo. Il suo fiuto è sempre lo stesso, reso ancora più efficace dall’esperienza. Così molti ricorrono a lui per un aiuto in occasione di piccoli problemi (furti, sparizioni, litigi, eccetera). In più, l’ex commissario ha ancora molti amici nella polizia, e qualcuno ogni tanto gli chiede un consiglio. Ben presto Robbiani si accorge che Zaynab, con la sua curiosità e la sua intelligenza vivace, può rivelarsi un’ottima assistente per le sue micro-indagini. Oppure è lui a essere l’assistente di Zaynab? Difficile dirlo. Come molte coppie di investigatori, Zaynab e il commissario si completano a vicenda.
Lui è un uomo, lei una donna. Lui è burbero, anziano, debole, acuto nel giudicare la natura umana. Lei è spigliata, giovane, forte, talvolta fin troppo ottimista. Lui è svizzero, di lingua madre italiana, lei è tunisina, di lingua madre araba. Lui ha una certa solidità economica, lei è precaria. Lui proviene da una tradizione occidentale cristiana o post-cristiana, lei da una tradizione islamica. E così via. Il mio interesse non consiste tanto nel paragonare i diversi punti di vista, quanto nel mostrare che solo la conoscenza reciproca consente uno sguardo adeguato alla complessità del mondo.
Tra le letture che mi hanno ispirato ci sono i testi del teologo e poeta mistico persiano Jâlâl alDîn Rûmî (1207-1273). Una delle sue opere più celebri è il Mathnawî, un poema di 51.370 versi in rima baciata. Nel terzo volume, a partire dal verso 1260, Rûmî racconta di una controversia sorta sulla forma e la descrizione di un elefante.
Alcuni indiani avevano messo un elefante in una casa buia, con l’intenzione di esibirlo a chi non ne aveva mai visto uno. Volendolo vedere, molte persone entrarono, una dopo l’altra, nell’oscurità. / Visto che con gli occhi era impossibile, ciascuno, nell’oscurità, lo palpava col palmo della mano. / La mano di uno si posò sulla proboscide e quello disse: «Questa creatura è come un tubo per l’acqua». / La mano di un altro toccò l’orecchio, che gli parve simile a un ventaglio. / Un altro, avendo preso una gamba, dichiarò: «Trovo che la forma di un elefante è come quella di un pilastro». / Un altro posò la mano sulla schiena e disse: «In verità, l’elefante è come un tronco». / Del pari, ogni volta che qualcuno sentiva la descrizione dell’elefante, la capiva in base alla parte che era stata toccata. Rumi fa notare che l’occhio della percezione sensoriale è unicamente come il palmo della mano, e il palmo non è in grado di afferrare la totalità. I nostri sguardi talvolta si perdono nelle cose inessenziali, perché intravediamo solo un aspetto delle cose: Giorno e notte si muovono i bioccoli di schiuma che vengono dal mare; tu vedi la schiuma e non il mare. Che strano! / Ci urtiamo gli uni gli altri come barche; i nostri occhi non vedono, anche se ci troviamo nell’acqua chiara.
In effetti, gran parte della vita è urtarsi gli uni gli altri. Gran parte della vita è non vedere niente neppure nell’acqua limpida. Anche per questo leggiamo e scriviamo. Non ci basta la schiuma, ma vorremmo cogliere il vasto mistero del mare. Rûmî, commentando l’episodio, scrive: Lascia vagare il tuo spirito, e dopo sii attento. Tappati le orecchie e poi ascolta. È un buon consiglio di scrittura. L’attenzione non è uno sforzo, ma uno stato che si raggiunge lasciando liberi i pensieri: eliminato il frastuono delle teorie e dei preconcetti, saremo in grado di ascoltare ciò che i nostri personaggi vogliono raccontarci.
Il poliziotto e la badante rispecchiano due parti di me stesso. Da un lato, la fragilità, la debolezza; dall’altro la curiosità e la voglia di conoscere l’ignoto. Sono due atteggiamenti dell’anima: il legame con la tradizione insieme al sentimento di essere straniero. L’equilibrio – a volte arduo – fra queste due parti mi spinge a pormi domande, a leggere, a viaggiare, a pensare… e a immaginare nuovi casi per Zaynab Hussain e Giorgio Robbiani.

PS: Zaynab e il commissario cresce seguendo il ritmo di uscita di “Cooperazione”. Se aveste riscontri, domande o suggerimenti, scrivetemi pure! Voglio ringraziare Rocco Notarangelo e tutta la redazione per la fiducia e per il supporto. Grazie anche ad Andrea De Carli, il quale ogni settimana dà una forma grafica alle storie. Sono grato infine a Martina e Gregorio che mi hanno ospitato a Zurigo, dove ho scritto il primo racconto della serie.

PPS: La citazione di Rûmî è tratta dalla versione italiana integrale del Mathnawî, pubblicata da Bombiani nel 2006 e ripubblicata nel 2016, sempre con introduzione, traduzione e note di Gabriele Mandel Khân e Nûr-Carla Cerati-Mandel.

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Notizie da Elia Contini

Con l’arrivo dell’estate mi ha scritto qualche lettore per chiedermi notizie di Elia Contini, l’individuo un po’ squinternato protagonista di alcuni miei romanzi. Contini è un uomo sulla quarantina, che prova a sbarcare il lunario facendo l’investigatore nella Svizzera italiana. Abita a Corvesco, un piccolo comune del Sopraceneri, e ha un ufficio a Paradiso, vicino a Lugano. Sebbene non lo voglia ammettere, in fondo Contini trova un non so che di romantico nell’idea di fare il detective. In realtà si occupa perlopiù di furtarelli, animali smarriti e litigi tra vicini di casa. Inoltre, quando decide di sparire, è molto bravo nel far perdere le sue tracce: se ne va a camminare in montagna o a fotografare le volpi che abitano nei boschi intorno a casa sua, oppure beve un bicchiere di rosso in compagnia di un vecchio ancora più pazzo di lui, che si è ritirato a vivere in una stamberga a duemila metri di quota.
Perciò, che volete che vi dica? Ogni tanto provo a inviargli una lettera o a telefonargli, ma Contini non sempre mi risponde. Quando ho bisogno di scrivere su di lui, in genere prima o poi si fa trovare. In questo periodo tuttavia sto lavorando ad altri progetti. Non voglio comunque perdere di vista Contini, quindi ho cercato di fare qualche indagine (vi farò sapere). Intanto, nell’attesa, ho scovato un raccontino ancora inedito che mi pare adatto alla stagione.

Mojito

Di recente, mi hanno dato una mano a stanare Contini due brave maestre di scuola elementare. Qualche mese fa Valeria Menghini e Tania Beretta, insieme ai loro allievi di quinta, mi invitarono a raccontare la mia esperienza di lettore e di scrittore. Per i bambini si trattava di una tappa all’interno di un percorso didattico molto affascinante e ben strutturato. Nei mesi successivi, in collaborazione con Barbara Bottazzi (la direttrice didattica della Scuola Yanez), gli alunni si sono impegnati a scrivere una serie di racconti, mettendo a frutto gli insegnamenti delle maestre e le scoperte fatte come lettori.
Nel mezzo dell’avventura i bambini si sono cimentati anche con la figura di Elia Contini. Ognuno di loro ha provato a immaginarlo, seguendo la propria fantasia. E io, che da parecchio non avevo sue notizie, ho ricevuto un bellissimo regalo (da me subito inviato a Corvesco): una serie di ritratti dell’investigatore, tutti diversi ma tutti a modo loro precisi nel delineare la sua personalità enigmatica.
Alla fine dell’anno le due maestre hanno fatto stampare un piccolo libro con le storie dei bambini, come ricordo di un’esperienza creativa non soltanto letteraria e linguistica. Mi ha colpito, oltre alla spontaneità e alla fantasia, l’attenzione nel miscelare la propria quotidianità con i fatti sorprendenti necessari all’intrigo poliziesco. Dietro, s’intuisce un lavoro sulla precisione e sulla cura per i dettagli. Tania e Valeria lo hanno detto bene nell’offrire il libro ai loro allievi: Non avete solo imparato a scrivere, ma anche a pensare e questo è l’apprendimento più prezioso, perché vi consentirà di conoscere meglio voi stessi e il mondo che vi circonda.

PS: Mi è capitato spesso d’incontrare bambini o ragazzi nelle scuole, nella Svizzera italiana, in Italia, nella Svizzera francese o tedesca e anche in paesi più lontani (la Germania, la Russia, la Cina, la Tunisia, la Turchia…). La curiosità e l’entusiasmo degli studenti (e degli insegnanti) sono sempre un’occasione preziosa per riflettere sul mio lavoro. Insieme ai ragazzi di Breganzona e alle loro maestre (compresa Cristiana Spinedi, i cui allievi erano presenti all’incontro), ringrazio i docenti e gli allievi di tutte le scuole (elementari, medie, liceo, università) che negli anni mi hanno invitato e accolto.

PPS: Questa settimana, nella Svizzera italiana, è finito l’anno scolastico: a tutti, un augurio di buone vacanze!  L’anno scorso, avevo ricordato qui i miei esami di maturità. In settembre, invece, avevo scritto qui una divagazione sul primo giorno di scuola. Presto o tardi dovrei decidermi a parlare anche delle vacanze…

PPPS: Sul sito andreafazioli.ch trovate informazioni a proposito dei sei romanzi con Elia Contini e delle loro traduzioni. L’opera più recente, pubblicata dall’editore Guanda nel 2016, s’intitola L’arte del fallimento (qui sotto potete vedere il “booktrailer”). Sempre del 2016 è il racconto breve Lezioni private, offerto da Guanda gratuitamente in formato digitale (lo trovate qui). Qualche settimana fa, Guanda ha ristampato L’uomo senza casa, edito per la prima volta nel 2008.

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L’uomo senza casa

IMG_9877Ho sempre cercato una casa. Già quando ero bambino, ricordo, mi capitava di sognare una dimora misteriosa, che conteneva file e file di letti, uno per ogni persona che conoscevo. Era uno strano edificio in mezzo ai campi, di colore bianco, anche se in certi sogni diventava una sorta di enorme astronave circolare, che avanzava nello spazio buio e sconosciuto, privo di stelle. L’astronave era luce, presenza di amici, certezza che il tempo non sarebbe finito mai. Quella era la casa.
IMG_9887Nella mia vita ho vissuto in diverse abitazioni, ma mi sono presto reso conto che nessuna di esse bastava a racchiudere ciò che per mancanza di parole più precise continuo a chiamare “casa”. Non desidero diventare proprietario di un edificio, e in ogni caso non sarei tanto ingenuo da pensare che un atto di proprietà possa davvero darmi una casa. Non si tratta di muri e di mobili, né di un giardino con un grill o di un locale hobby nello scantinato. Casa non è famiglia, non basta la famiglia, casa non è tanto meno patria, e neppure sicurezza o lavoro o connessione wi-fi o figli da crescere. È qualcosa che potrei descrivere come un luogo ideale a cui appartenere; un territorio vasto, dove ci si può perdere, ma nel quale riconoscere i punti di riferimento dell’amicizia, della condivisione, della tenerezza.
IMG_9891Nel 2007, scrivendo il romanzo L’uomo senza casa (Guanda 2008), riflettevo proprio su questi argomenti, e tentavo di catturare una definizione che continua a sfuggirmi. Che cos’è che è? La scrittrice Clarice Lispector si pone proprio questa domanda. Se ricevo un regalo dato con affetto da una persona che non mi piace, come si chiama quello che provo? Una persona che non ci piace più, e a cui non piacciamo più, come si chiama questo dispiacere e questo rancore? Essere indaffarati, e improvvisamente fermarsi perché colti da un ozio beato, miracoloso, sorridente e idiota, come si chiama ciò che si è sentito? L’unico modo per chiamare una cosa è chiedere: come si chiama? Finora sono riuscita solo a dare un nome tramite la stessa domanda. Qual è il nome? ed è questo il nome. Anche nel mio caso, dietro la vicenda romanzesca, c’era una domanda – che cosa significa “casa”? – che riuscivo a esprimere unicamente sotto forma di domanda.
FazioliCASA-03.inddL’uomo senza casa racconta di un villaggio di montagna sommerso dall’acqua per la costruzione di una diga. Proprio in quel villaggio è cresciuto Elia Contini, che ora tenta di sbarcare il lunario come investigatore privato nel micro territorio della Svizzera italiana. Ormai non pensa più alla casa della sua infanzia, sepolta sotto litri e litri di acqua, finché un omicidio turba la vita più o meno tranquilla del paese di Malvaglia; e in qualche modo questo delitto è legato alla grande diga, al lago artificiale che dorme pacifico in mezzo ai boschi.

1La diga era sempre lì, sempre uguale. Una lastra grigia che chiudeva il cielo e che pareva la prua di una gigantesca nave incastrata fra le montagne. A vederla da sotto faceva quasi paura. Contini lasciò la macchina in basso e salì a piedi. Dopo un po’ si tolse il cappotto e lo piegò sul braccio: era una bella salita.
Il cielo era limpido. Non si udiva nessun rumore. Ogni tanto si alzava un soffio di vento e la macchia rossa di una bandiera svizzera, accanto a una delle case sotto la diga, segnava la presenza dell’uomo. A un certo punto, passando di fianco alla parete di cemento grigio, Contini udì un ronzio fievole, come il respiro di una bestia dormiente. La diga avrebbe potuto essere un grosso animale, una balena addormentata nel solco della valle.
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Ma è soltanto una diga, pensò Contini. Si fermò. Dalla strada in basso giunsero le note del clacson di un autopostale. Do diesis, mi, la: il richiamo inconfondibile della Posta svizzera. Contini sbuffò e riprese a salire.

L’uomo senza casa era da qualche tempo esaurito, disponibile soltanto in versione digitale. Ora Guanda lo ha appena ripubblicato in edizione tascabile, con una nuova copertina. L’originale presentava un bellissimo disegno dell’artista Guido Scarabottolo; in questo nuovo formato c’è un’illustrazione, altrettanto evocativa, ideata da Mariagloria Posani.
IMG_9883Ho ricevuto ieri qualche copia del romanzo e mi sono divertito a sfogliarlo: tanti anni dopo, mi sembrano le parole di un altro. Qua e là, tuttavia, riconosco l’urgenza della mia domanda. Dietro la suspense e i colpi di scena, dietro gli omicidi e i lunghi inseguimenti sotto la neve, tutti i personaggi stanno cercando – ognuno a modo suo – un luogo da poter chiamare “casa”. Ho riscoperto qualcosa di me stesso anche nella figura dell’assassino, con la sua inquieta solitudine che talvolta sembra irreparabile, e forse pure nel giovane avvocato Chico Malfanti, inesperto del mondo ma desideroso di conoscere, di avvicinarsi al segreto della quotidianità. La vicenda porta i protagonisti su e giù per il Canton Ticino, con una deviazione alle Isole Vergini Britanniche (c’è di mezzo un imbroglio legato alla speculazione edilizia, al riciclaggio di denaro e alle società off shore). Ho riletto la sequenza ambientata a Bellinzona, durante il carnevale Rabadan, e mi sono divertito a seguire il giovane avvocato e lo scorbutico investigatore nelle scintillanti notti luganesi.

69055615@1200*1200-mEra una serata qualunque dell’inverno luganese, con dj Kevin che tuona sopra il parterre del Casanova, promettendo «il sound più assolutamente fuori di tutta Lugano city», mentre giovani lupacchiotti figli di avvocati o banchieri prenotano i tavoli ed escogitano qualcosa per far ridere le ragazze. Fiumi di martini e tequila inondano il locale, la conversazione lotta contro i decibel, finché perfino qualche ragionevole figlio d’impiegato o nipote di pediatra si lascia andare e s’informa: «Ma quanto costa una bottiglia di spumante?»

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Forse, mi viene in mente ora, forse una casa ce l’ho. Non sempre sono pronto a riconoscerla, a volte la perdo o la rifiuto, a volte mi aggiro nelle strade buie dei miei pensieri e mi pare di essere strappato via dal mondo, dalla sua normalità. Se anni fa scrissi questo romanzo, se oggi continuo a scrivere, è soprattutto per portare avanti la mia ricerca, per precisare il mio cammino. A volte ho l’impressione di scrivere semplicemente per intensa curiosità. Il fatto è che, scrivendo, mi abbandono alle più insperate sorprese. È mentre scrivo che spesso prendo coscienza di cose che, essendone prima incosciente, non sapevo di sapere.

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PS: Quest’ultima citazione, così come quella sulla domanda Che cos’è che è?, proviene da La scoperta del mondo (1967-1973), una raccolta di articoli dell’autrice brasiliana Clarice Lispector, pubblicata in italiano da La Tartaruga nel 2001. Le altre citazioni sono tratte da L’uomo senza casa. Trovate qui la scheda del romanzo (oppure sul sito della casa editrice o sul sito Il Libraio).

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