Non ci saremo

Paradeplatz, a Zurigo. Forse la piazza più famosa della Svizzera, dove batte il cuore della Confederazione. (Anzi, uno dei cuori: la Svizzera è un paese pluricardiaco.) La domanda è: come si può arrivare tardi a un appuntamento in un luogo tanto solenne?
Ecco le mie giustificazioni:
1) Al momento di scendere dal treno stavo orecchiando una conversazione. Una donna riferiva a un’amica le rivelazioni di un non meglio precisato sciamano, e cioè che il virus dell’influenza è irradiato dal governo per far aumentare i costi della salute e per far guadagnare le aziende farmaceutiche.
2) Tutto ciò mi ha distratto a tal punto che ho scordato il cappello sul treno. Sono tornato indietro, ma non c’era. Una signora molto cortese l’aveva preso e mi stava cercando sul binario. Trovala, spiegale, ringraziala. Ritardo.
Con Yari Bernasconi, in Paradeplatz, abbiamo letto una poesia di Fabio Donalisio.

dire le cose non è raccontarle e
spiegarle men che meno; è accettare
che esista il binario e pure il treno
e l’unico senso è che noi
non ci saremo

Mentre eravamo seduti a leggere, siamo invecchiati in fretta.
Quando alziamo gli occhi, ci accorgiamo che tutte le persone intorno sono nuove. All’improvviso, sento l’impulso di salire sul primo tram, magari quello diretto allo zoo o a Frankental. Del resto, sulle fiancate dei tram le pubblicità sbandierano panda, koala e viaggi da sogno a Singapore. Ma ci sono binari che non vedremo e luoghi che, forse, esistono proprio perché non ci saremo. Un’altra pubblicità tranviaria dice: The show must go wrong.
Sfilano cravatte e borse della spesa, zampettano piccioni, passano e ripassano con suono di risucchio macchine per la pulizia stradale. Accanto a me si siede una ragazza con un telefono così vasto che, anche se lo non facessi di proposito, probabilmente leggerei per sbaglio ciò che sta scrivendo. È un’immensa, entusiasta parola, in un profluvio di faccine: Woooooooow!!! (Mi pare di aver contato sette vocali e tre punti esclamativi, ma non ne sono sicuro). Guardo Yari e gli dico che la prossima volta dobbiamo andare a Frankental.
[AF]

*

Per noi che abitiamo a Berna, andare a Zurigo significa in genere prendere l’Intercity diretto che in 56 minuti ti lascia alla stazione centrale della più popolosa città della Svizzera. Facile. Andare a Zurigo per incontrarmi con Andrea Fazioli, invece, significa in genere scoprire solo una volta arrivati chi dei due:
a) ha sbagliato giorno (worst case scenario, come dicono i cultori del risk management: le parole sono importanti, e il nostro ambiente è molto cheap);
b) è in ritardo (best case scenario).
Questa volta è il cappello di Andrea – che è poi il cappello di Leonard Cohen – a essere in ritardo. Così, per evitare di affrettarmi, dopo essere sceso dal treno mi sgancio dalla folla che avanza verso le uscite della stazione. Nel giro di pochi minuti, l’illusione di appartenere a una comunità si scioglie in una meno volatile evidenza: sono solo. Sopra la testa i tabelloni digitali con gli orari dei treni. Tutto intorno una pulizia irreale, muri chiari e corrimani metallici.
La pulizia è anche la prima immagine che mi investe in Paradeplatz: il tempo di sedersi e una pulitrice a quattro ruote comincia a fare il giro della piazza, spazzando l’asfalto già lustro e aspirando con roboante entusiasmo. Ci si può chiedere perché certi clichés vengano coltivati con tanta dedizione. Sotto il tettuccio della pensilina dove sostiamo, del resto, le vetrate della struttura che porta ai gabinetti sotterranei sono così terse da scomparire (ma ci sono, giuro).
Un uomo fissa lo spazio libero accanto al mio, mi guarda due volte senza sorridere e decide di sedersi solo quando è sicuro che nemmeno io gli sto sorridendo. Ma è un attimo: il suo tram arriva, lui corre e io l’ho già dimenticato.
Non conosco bene Paradeplatz. La mia antipatia non ha argomenti solidi e cerco di dissimularla rapidamente, come se qualcuno potesse cogliermi in fallo. Eppure in questo imbarazzo riconosco qualcosa di rassicurante, di umano. In fondo, se di Paradeplatz vogliamo scrivere, forse la strada da seguire non è così distante da questa componente poco razionale. Per esplorare davvero le cose, bisogna anche fare i conti con la nostra imperfezione, con l’imponderabile, con tutti i paradossi (evidenti e non) che ci abitano. Ecco perché dire le cose non è raccontarle e / spiegarle men che meno. Non è sufficiente rifugiarsi in qualche apparente, transitoria ovvietà.
Certo, di tutto questo Paradeplatz se ne infischia. Chi giunge qui sembra avere solo voglia di ripartire. Oppure viene respinto come in una centrifuga. Una donna chiede ad Andrea se il tram su cui sta salendo è quello per la stazione. «Ich glaube», risponde lui. Poi mi guarda e aggiunge: «La prossima volta dobbiamo andare a Frankental». La poesia dei capolinea. In Piazza della Parata, ogni tram è una promessa.
[YB]

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Sì, è un luogo promettente. Ma è anche indecifrabile. Forse perché i luoghi, se li guardi a lungo, diventano tutti misteriosi. A che cosa serve una piazza? Ad allontanarsene, a sostare, a pensare… qual è il suo vero scopo?
[AF]

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E invece della Memoria, del Sole, della Vittoria, perché non c’è Piazza della Dimenticanza, Piazza dell’Uggiosità, Piazza della Sconfitta? Al posto di un Fondatore della Patria, perché non prendere un panettiere?
[YB]

PS: La poesia di Fabio Donalisio è tratta da Ambienti saturi (Amos edizioni 2017).

PPS: Torneremo ogni mese in Paradeplatz (se riusciremo a non perdere troppi treni). Ogni volta leggeremo una poesia. Ci metteremo a sedere e guarderemo ciò che succede. Questa serie scritta a quattro mani prenderà il posto di quella, a due mani, dedicata nel 2017 a un’anonima piazzetta bellinzonese (trovate qui i link a tutte le puntate).

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