Panchinario (18-24)

Sono convinto che, se potessimo giungere alla fine dell’universo, al limite remoto del big bang, ai bordi del continuum spazio temporale, laggiù dove svanisce la luce di cinquecento miliardi di galassie, proprio là troveremmo – come ultima propaggine di materia e avamposto estremo della quotidianità – una panchina. Un luogo tranquillo, con vista panoramica sul nulla. Nel turbinio caotico del cosmo, che è sempre un’esperienza stressante, la panchina sarebbe un invito a fermarsi, a starsene buoni almeno per qualche minuto. Tanto, per seguire l’espansione dell’universo c’è sempre tempo.
Restando in luoghi meno esotici, ecco qualche nuova panchina che si aggiunge alla collezione. Prossimamente, arriveranno anche quelle che ho scovato nei miei recenti viaggi in Polonia e in Sudamerica.

18) STABIO, in via Ligornetto (San Pietro)
Coordinate: 2’716’794.7; 1’079’550.8
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… veder crescere il grano.
Questa è una panchina che richiede doti di resistenza. Dovete andarci un mattino di autunno inoltrato, quando il campo è duro, livido; e non c’è altro da vedere se non il palo di un lampione. Ma nascosti nel profondo della terra i chicchi assorbono acqua, in un intimo raccoglimento, in una muta deflagrazione di vita. Voi restate seduti finché, dopo qualche settimana, i germogli romperanno la crosta del suolo. Allora dalla vostra panchina vedrete apparire tante piccole foglie verdi, che durante l’inverno diventeranno piantine pronte a lottare contro le intemperie. Mettetevi un cappotto, una sciarpa, e restate seduti fino a primavera. Assisterete alla nascita delle spighe, alla loro fioritura. Vedrete crescere il granturco giallo e maturo dei mesi estivi e poi lo vedrete seccare, fino al momento della raccolta. A quel punto salutate il lampione, che vi ha tenuto compagnia per tanti mesi, e tornate a casa.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

19) COMO, tra viale Cavallotti e via sant’Elia
Coordinate: 45°48’42” N; 9°4’31” E
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… visitare mondi inesplorati.
Le ultime rose dell’anno mostrano un volto smagliante, ma per terra si ammucchiano foglie secche. C’è una cassetta dalla quale si può estrarre un libro, lasciandone un altro al suo posto. Prendo in prestito Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle. Leggo di un altopiano remoto e popolato di creature preistoriche, quando un colpo di tosse mi riporta al presente. Due uomini, uno molto giovane e uno di mezza età, hanno spinto fin quassù un carrello carico di vestiti e cibarie. Stendono un materasso accanto alla panchina. Aprono una lattina di birra. Il più anziano si lamenta di essere perseguitato dai crampi. Il ragazzo commenta con un rutto. «Ringrazia – dice l’uomo – che sono troppo stanco per darti una sberla». «Me la darai domani», ribatte il ragazzo. Ripongo Il mondo perduto nella cassetta. «È bello?», mi chiede l’uomo. Rispondo di sì. «Una volta leggevo dei libri», commenta l’uomo. Il ragazzo, di nuovo, rutta sonoramente.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

20) LIGORNETTO, nel parco del Museo Vincenzo Vela in via Lorenzo Vela
Coordinate: 2’717’333.5; 1’080’280.7
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… leggere un classico.
«Focione, l’Ateniese, non fu mai visto da nessuno né ridere, né piangere.» Alzo gli occhi dal libro e penso a questo saggio uomo politico. Non avrà mai avuto la tentazione di un sorriso? O di una lacrima? Una volta espresse la sua opinione nell’assemblea e tutti lo applaudirono, all’unanimità. Lui si volse verso gli amici e mormorò: «Devo aver detto una sciocchezza». Questa panchina di sasso invita a letture brevi ma consistenti. Torno a sfogliare Plutarco, Detti memorabili di re e generali, di Spartani, di Spartane (a cura di Carlo Carena, Einaudi 2018). Davanti a me c’è un salice che piange sul destino di Focione, condannato a morte nel 318. Nella quiete del parco, scorrono i grandi fatti della storia insieme alle minuzie, com’è giusto che sia. «Vilipeso per il fetore del suo alito, Ierone rimproverò alla moglie di non averglielo mai detto. E lei: “Credevo che tutti gli uomini avessero quell’odore”.»
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Colonna sonora (30 secondi):

 

21) MONACO, nell’Englischer Garten vicino alla Chinesische Turm
Coordinate: 48°9’3″ N; 11°35’36” E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… stare in silenzio.
Siamo a Monaco, in Baviera. Il Biergarten “Am Chinesische Turm” è un viavai incessante di enormi boccali di birra, bratwurst, patate fritte, turisti e corvi neri che mangiucchiano gli avanzi. Ma basta allontanarsi di qualche decina di metri per trovare questa immensa Ruhebank, questa panchina silenziosa circondata dall’acqua. Per arrivarci bisogna camminare su un ponticello: sono pochi passi, ma si ha l’impressione di attraversare intere città, epoche, continenti. Sullo schienale è incisa una scritta: «HIER WO IHR WALLET DA WAR SONST WALD NUR UND SUMPF» (“Il luogo dove ora sostate fu un tempo foresta e palude”). Come non restare in silenzio, pensando alla natura selvaggia e agli esseri umani che vogliono lasciare un segno del loro passaggio in questo mondo? Per costruire la panchina, nel 1838 Leo Von Klenze impiegò il calcare di Kelheim, una roccia sedimentaria formatasi 150 milioni di anni fa.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

22) SAN VITTORE, sulla Strada dei Monti verso Giova
Coordinate: 2’728’903.6; 1’122’392.5
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… nascondersi.
Per visitare questa panchina dovete aspettare un giorno fitto d’impegni. Io ho scelto un luminoso sabato d’autunno. Su di me incombevano telefonate, mail, una conferenza da preparare. Avevo da finire un racconto e da pubblicare un pezzo nel blog. Che si fa in questi casi? Si fugge. Senza pensarci due volte, prendo la bicicletta e pedalo fino a San Vittore. Eccomi in via Mesolcina, con il vento alle spalle. Dopo aver superato due grotti, svolto a sinistra e comincio a salire. La panchina sta su uno sperone roccioso, accanto al serbatoio comunale di acqua potabile. Di fatto non è lontana dal mondo: dal basso arriva il ronzio dell’autostrada e s’intravedono le industrie di San Vittore. Ma all’ora giusta, con il sole radente, basta socchiudere gli occhi per scorgere solo alberi, montagne, cielo. Mi concentro sul fruscìo delle foglie mosse dal vento. Un pensiero mi balena per la testa: qui non mi troverà nessuno.
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23) DUNKELD, accanto alla Cattedrale di san Columba, sulla riva nord del fiume Tey
Coordinate: 56°33’52.1″ N; 3°35’21.3″ O
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… stare in pace.
Vicino al villaggio di Dunkeld, in Scozia, sorge una cattedrale gotico-normanna costruita fra il 1260 e il 1501. Intorno c’è un parco dove l’erba è perfettamente erbosa, il fiume perfettamente fluviale, il vento perfettamente ventoso. Tutto è pace e silenzio. Eppure proprio qui il 21 agosto 1689 infuriò la Battaglia di Dunkeld (Blàr Dhùn Chaillinn in gaelico). Nel lato a est della cattedrale restano i segni dei colpi di moschetto che si scambiarono i clan di giacobiti favorevoli a James VII di Scozia e un reggimento fedele a William di Orange. Centinaia di uomini persero la vita, fra i quali il ventisettenne tenente colonnello William Cleland, al comando del reggimento. Colpito al fegato e alla testa, si rincantucciò in un angolo così che i suoi soldati non lo vedessero morire. Oggi è sepolto nella navata della cattedrale, sotto una pietra su cui è inciso soltanto il suo nome.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

24) MENDRISIO, in via Luigi Lavizzari
Coordinate: 2’720’281.0; 1’081’051.3
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… oscillare.
Nel parco giochi ci sono due panchine, l’una di fianco all’altra. Davanti, sull’erba, due altalene basculanti sopra una molla, a forma di automobile (a sinistra) e di elefante (a destra). PANCHINA DI FERRO (PF): Si fermerà su di me… sono più vicina. PANCHINA DI LEGNO (PL): Più vicina a cosa? PF: Più vicina e più moderna. Sai, si fermano tutti alla prima panchina. PL (scettica): E la prima saresti tu? PF: Be’, ho lo schienale curvo, sono spaziosa, sono elegante… PL: Sei anche più bassa. PF (acida): Io sarò bassa, ma quelle assi di legno non si possono più vedere. PL: I classici non passano di moda. PF (trionfante): Intanto guarda, si è seduto su di me! PL: Solo per scattare una foto, ma ora eccolo sulle mie confortevoli assi di legno. PF: Solo per scrivere un appunto, ma sta già tornando da me. PL: Però adesso le coordinate le prende dalla mia posizione. PF: Sai una cosa? Questo mi sembra fuori di testa. PL: Sì, forse non hai tutti i torti…
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Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Grazie a Maria Linda (Monaco), Alice ed Eloisa (Dunkeld). Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine dalla sesta alla decima, qui le successive. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

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Panchinario (11-17)

Le panchine sono casa nostra. Appaiono come oasi nel deserto in mezzo gli ingorghi metropolitani, ai divieti di passaggio, alle proprietà private, dentro il reticolo di strade su cui bisogna guidare, camminare, avanzare, di certo non stare fermi. Nei luoghi selvaggi, per contro, le panchine diventano un segno di civiltà, rivelandosi ai viaggiatori come uno tra gli artefatti più geniali mai concepiti dalla mente umana. Le panchine sono il nostro divano, la nostra piazza; suscitano incontri casuali e invitano alla fantasticheria solitaria. Senza spesa e senza fastidi, tutte le settimane estendo le pareti di casa mia: ogni panchina è una nuova stanza, intima, domestica, segreta e insieme pubblica, universale.

11) MONTE CARASSO, sul prato davanti al Grotto Mornera
Coordinate: 2’718’926.1; 1’118’563.9
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… parlare da soli.
Bisogna salire dal basso, appesi a una fune. La stazione di partenza è in via I Fracc; il capolinea a Mornera, a 1400 metri di quota. Il viaggio dura una decina di minuti. Dalla cabina della funivia, fra i boschi di castagni appaiono il ponte tibetano sospeso sulla Valle di Sementina e i resti del villaggio di Curzùtt (con la bella chiesa affrescata di San Bernardo). All’arrivo potete scegliere fra tre panchine intagliate nel legno, ma per parlare da soli è consigliabile sedersi su quella di mezzo: un piccolo gatto di ferro, appeso alla ringhiera in fondo al prato, accoglierà amabilmente il vostro soliloquio. Guardate la maestà delle montagne. Respirate l’aria fresca. E raccontate pure al gatto tutti i vostri guai, le vostre preoccupazioni. Lui non vi interromperà, ma vi ascolterà con pazienza, attento, immobile, comprensivo come può esserlo solo un gatto di ferro.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

12) LUGANO, in via Guglielmo Canevascini
Coordinate: 2’716’0423.1; 1’096’272.3
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… prepararsi a un nuovo anno scolastico.
Il tempo ci consuma e tuttavia non possiamo né vederlo, né toccarlo, né ascoltarne l’incessante fruscío. Possiamo però annusarlo. Penso al primo giorno di scuola della mia vita: più delle immagini o delle parole resta un odore, una miscela di quaderni, matite, gomma da cancellare, corridoi, timore, lavagna, gessi, banchi di legno e trepidazione. Mi pare di sentirlo di nuovo quando – in una calda giornata di fine agosto – mi siedo su una panchina all’ombra, accanto a una scuola dell’infanzia ancora vuota e silenziosa. Davanti a me, oltre la recinzione, i colori squillanti di un parco giochi. Sotto la vampa del sole la scuola è perfettamente immobile, in attesa. Pochi metri più in là c’è una residenza per anziani. Mentre contemplo il parco giochi deserto, passa un ragazzo che spinge una vecchia signora in carrozzella. Ci salutiamo. Il tempo sprigiona un odore lontano, misterioso.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

13) ZOO DI ZURIGO, nella Masoala-Halle in Zürichbergstrasse
Coordinate: 2’686’093.3; 1’248’834.6
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… leggere Emilio Salgari.
Emilio Salgari (1862-1911) inventò centinaia di storie ambientate in luoghi esotici che non aveva mai visto. «Scrivere, diceva, è come viaggiare ma senza la seccatura del bagagli». Se volete visitare il Madagascar senza la seccatura dei bagagli, nello Zoo di Zurigo c’è un padiglione di 11mila metri quadrati che racchiude l’ecosistema della foresta pluviale, con cinquecento specie di piante e cinquanta specie di vertebrati (circa trecento individui). Seduti su una panchina di legno, potrete ascoltare i suoni della foresta mentre intorno a voi si aggireranno camaleonti, gechi, rane pomodoro, pappagalli, lemuri e volpi volanti di Rodrigues. A questo punto, aprite I misteri della Giungla Nera: «L’aria era dolce, imbalsamata dal soave profumo dei gelsomini, degli sciambaga, dei mussenda e dei nagatampo». Non c’è bisogno di sapere che cosa significhi… basta il suono delle parole.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

14) ORBETELLO, sulla ciclopista parallela a via Mura di Levante
Coordinate: 46°26’12” N; 11°12’38” E
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… sognare.
Chi l’ha mai detto che per sognare occorre stare comodi? Non parlo dei sogni a occhi chiusi, ma di quelli a occhi aperti. Se siamo troppo rilassati, se tutto è troppo confortevole, a che cosa serve sognare? A che cosa serve usare la facoltà meravigliosa dell’immaginazione per esplorare luoghi remoti senza vederli? Il mare è un potente generatore di fantasticherie. Non c’è nemmeno bisogno di averlo davanti, basta osservare una cartolina, basta sentire la parola, leggere quelle quattro lettere vaste come l’orizzonte: MARE. Questa panchina di Orbetello – siamo nella provincia di Grosseto, in Toscana – si può raggiungere sognando (a occhi aperti) oppure percorrendo la ciclabile fuori dalla città. Dalla panchina si scorge il tombolo di Feniglia con la sua pineta. A destra c’è l’Argentario, a sinistra il continente. Il mare aperto e sconfinato non si vede, ma è facile da immaginare. Anche perché la panchina è scomodissima.
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15) PRATO LEVENTINA, sopra il lago Tremorgio, salendo verso il lago del Leit
Coordinate: 2’698’848.9; 1’148’009.5
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… riempirsi gli occhi di blu.
Quando mi sento malinconico, cerco di rinnovare le mie scorte di blu. Il rimedio è presente in varie forme: il cielo, il mare, un fiume, un vestito, uno sguardo, un dipinto di Simone Martini, di Kandinsky o di Vermeer, una poesia di Mario Luzi o una canzone di Paolo Conte. A volte m’imbatto in una tipologia precisa: il blu Calgari (creato dai fratelli Calgari nel XIX secolo, presente in tanti affreschi dell’alto Canton Ticino) o l’IBK (International Blue Klein, fra il blu scuro e il blu di Prussia, creato da Yves Klein nel 1957). Comunque sia, tutte le sfumature – il blu Calgari e l’IBK, il blu di Prussia, il blu oltremare, l’azzurro, il blu di Persia e il blu Savoia e altri ancora – tutte si ritrovano nei colori del lago Tremorgio, che riflettono il cielo, il tempo e la speranza. Mi siedo sulla panchina, a poco più di duemila metri di quota, e riempio il serbatoio di blu.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

16) COLDRERIO, nell’area di servizio sull’A2 in direzione nord
Coordinate: 2’720’072.6; 1’078’838.3
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… leggere un poeta arabo.
Il luogo, in sé, non sembra destinato ad attirare i turisti: si sente un continuo rombo di motori; per terra ci sono cartacce e mozziconi di sigaretta; a pochi passi c’è una fontana di cemento dalla quale non esce un filo d’acqua. Ma qualche metro più in là, oltre una recinzione, cresce un vigneto rigoglioso; inoltre, proprio accanto alla panchina una grande quercia offre ombra e lentezza. Faraj Bayrakdar, nato nel 1951 in Siria, ha passato anni in carcere per la sua opposizione al regime di Assad. Spesso i poeti arabi sono ricchi di contrasti, d’immagini vivaci. Bayrakdar in più ha l’ironia un po’ amara di chi, costretto a un’immobilità da prigioniero, ha visto correre follemente il mondo. «Alle mie spalle una quercia / mi esorta sempre: / se non riesci / a vincere la vita / arrenditi almeno» (da Specchi dell’assenza, Interlinea, traduzione e cura di Elena Chiti).
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17) SANT’ANTONIO, in via Al Crèst a Vellano
Coordinate: 2’724’927.5; 1’114’235.5
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… scambiare confidenze tra amici.
Fin dall’epoca romana la valle Morobbia collegava il Sopraceneri con il lago di Como. Il Passo San Jorio, a 2014 metri, venne usato dai Visconti nel XV secolo per conquistare Bellinzona. Oggi tra Giubiasco e Carena c’è una strada di una dozzina di chilometri; a tre quarti del percorso, Vellano è una manciata di case. La panchina sta sul crinale di un colle, a 770 metri di quota, sotto un noce maestoso. Dall’alto si scorgono case, cantieri, piscine, automobili e ciclisti fosforescenti. Si sentono pianti di bambini, chiacchiere portate dal vento. Eppure, sedendo sulle assi un po’ sconnesse, scrostate dal sole, si ha l’impressione di essere lontani dai traffici e dalle fatiche del mondo. Bisogna arrampicarsi sulla collina verso sera, insieme a un amico. Allora, mentre il sole accarezza dolcemente l’erba esausta dei prati, sarà il momento buono per scambiarsi domande, confidenze, racconti.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

 

PS: Grazie a Martina e Paolo (Orbetello), Maria Linda (Monaco), Alice ed Eloisa (Dunkeld). Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le successive, qui le panchine dalla diciottesima alla ventitreesima. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

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Panchinario (5-10)

È importante ascoltare. E anche parlare, qualche volta. Così come leggere, scrivere, chiedere, rispondere. Ma ci sono momenti in cui tutte queste attività possono aspettare. Ci sono momenti in cui il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere è camminare adagio fino a una panchina e sederci a guardare come va il mondo. Le prime settimane mi sono limitato ai luoghi più vicini a casa mia, ma sono in arrivo “panchine” più lontane e più esotiche (anche se in fondo ogni panchina è esotica, a modo suo).

5) LODRINO, via Pasquerio
Coordinate: 2’718’785.4; 1’129’222.2
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… leggere Raymond Carver.
Il vento pulisce l’aria e fa spiccare i colori delle case: rosso, bianco, turchese. Davanti a me, la montagna sale vertiginosa: la roccia e gli alberi sono già scuri, e la linea d’ombra avanza verso la panchina. Ogni casa ha il suo giardino, con un’altalena, uno scivolo, un tavolo di sasso. Da lontano arriva il ronzio delle macchine sulla strada cantonale. Immagino i padri di famiglia che tornano ogni sera dal lavoro e, quando il tempo è sereno, cucinano salsicce alla griglia. Mi viene in mente l’atmosfera suburbana dei racconti e delle poesie di Raymond Carver. «Fai conto che io dica estate, / scriva la parola “colibrì”, / la metta in una busta, / la porti giù per la discesa / fino alla buca. Quando tu aprirai / la lettera, ti verranno in mente / quei giorni e quanto, / ma proprio tanto, ti amo» (Colibrì, di Raymond Carver, traduzione di R. Duranti).
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6) SANTA MARIA, sulla scalinata che porta alla chiesa
Coordinate: 2’731’587.0; 1’124’866.9
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… scrivere.
È come una scrivania di pietra, dimenticata contro il muro da uno scultore distratto. A sinistra c’è un portale che conduce al sagrato della chiesa di Santa Maria Assunta, un edificio che risale all’inizio del XIII secolo (all’interno si trova una bella “Madonna vestita” del 1724). A destra c’è il ristorante Bellavista, dal quale si gode in effetti una vista aperta su tutta la valle. Dai prati intorno al villaggio arrivano scampanii di mucche; dalla terrazza del Bellavista brandelli di chiacchiere. Due palloncini colorati stanno lì a ricordare passati festeggiamenti (per un matrimonio?). Il luogo sembra fatto apposta per chi vuole scrivere en plein air: basta appoggiare il taccuino (o il computer) sul ripiano di sasso e lasciarsi ispirare dal tiglio di trecento anni che cresce ai bordi del sagrato o dalla macchina del tempo (travestita da torre medievale) che svetta accanto alla chiesa.
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7) ROSSURA, sulla via principale davanti alla chiesa
Coordinate: 2’706’497.6; 1’148’055.8
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… aspettare che faccia buio.
Più di ogni animale selvaggio, più di ogni balena bianca è difficile acchiappare un momento fuggevole. I cacciatori di momenti fuggevoli non usano armi, se non la pazienza e – quando occorre – una panchina. A Rossura bisogna arrivare all’ora giusta, poco prima dell’imbrunire. Al centro della panchina, seduti con le mani sulle ginocchia, bisogna lasciar correre lo sguardo oltre la cima del campanile, sulle montagne, fra il pizzo Forno e il pizzo Tencia. Il sole non c’è più, ma il cielo è ancora imbevuto di luce. C’è un attimo, solo un attimo in cui il tempo ha un’esitazione. Ogni cosa è immobile, in attesa: i campi, le croci di ferro ai bordi del cimitero, le case, gli orti. Poi, rapidamente, si accendono i riflettori sulla chiesa di san Lorenzo. L’azzurro si dilegua, arriva la sera. E il momento fuggevole torna nel buio del tempo passato.
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8) LOCARNO, nel Parco delle Camelie in via Gioacchino Respini
Coordinate: 2’705’414.7; 1’112’648.2
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… volare via.
Il vento scompiglia il lago e mette in fuga i bagnanti, in un turbine di asciugamani, cappelli di paglia e camicie variopinte. C’è un albero proprio sulla riva. Poco più indietro, su una panchina, una ragazza è rimasta sola a fissare le onde. Mi avvicino. Il cielo è terso e le montagne sull’altra sponda sembrano vicinissime. La ragazza indossa una maglia arancione. I suoi capelli biondi s’intrecciano, si sciolgono, si arruffano. Il vento cresce d’intensità. Alle mie spalle sento un grido: una madre chiama un bambino nell’edificio del Bagno pubblico. Mi volto verso il lago… la ragazza è scomparsa. Provo a sedermi sulla panchina: è bianca, geometrica, minimalista. Mi pare di essere su una rampa di lancio. Dall’acqua esce un’ultima bagnante con i capelli lunghi e scuri, la pelle abbronzata. Mi distraggo un attimo e, quando torno a guardare verso la riva, anche la donna con i capelli lunghi è volata via.
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9) OLIVONE, sulla strada verso Ghirone prima della galleria della Töira
Coordinate: 2’714’560.7; 1’154’447.4
Comodità: 5 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… ricordare un vecchio amore.
Lei non lo sa. Vive, parla, ride da qualche parte nel mondo, ma non sa di essere stata il mio primo, primissimo amore. Eravamo entrambi all’asilo, ed era senza dubbio un’emozione infantile. Ma l’aggettivo “infantile” rende forse meno potente l’emozione? Non credo. Anzi, gli amori infantili s’incidono saldamente nella memoria – conscia o inconscia – come i graffiti che scopro su questa incantevole panchina di montagna (a 1070 metri di quota): P+M, TI AMO, A+D, insieme a vari nomi fissati dentro e intorno a cuori più o meno simmetrici: Raf, Gengi, Ryan… La panchina, nascosta dietro un albero immenso, sta su un terrazzo sospeso sopra i campi e i boschi, sopra le case di Olivone, sopra i ricordi che a volte confortano, a volte feriscono. Prima di andare, noto qualcosa che luccica per terra. Controllo. È la confezione (vuota) di un antidolorifico.
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10) RUVIGLIANA, in via Massago davanti a piazza San Rocco
Coordinate: 2’719’222.3; 1’095’872.4
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… fare autostop.
Nella panchina gialla, sotto un lampione, è infisso uno strano cartello. La scritta PANCHINA CONDIVISA sovrasta un’immagine: la panchina stessa, il segno +, un uomo in piedi e un’automobile. Infine un avviso: La responsabilità del trasporto ricade sul trasportato rispettivamente sul trasportatore. La città di Lugano crea un’area di sosta e per questo non è responsabile di ciò che potrebbe accadere durante i trasporti. In un angolo qualcuno ha attaccato con il nastro adesivo una chiave con la dicitura BICI 5. Benché splenda il sole, tutto ciò suscita una certa atmosfera inquietante che non mi dispiace. Mi siedo, contemplo il monte San Salvatore. Alle mie spalle, dietro la piazza San Rocco, c’è un passaggio stretto che si chiama Vicolo Ombroso. Solo più tardi, tornato a casa, scopro che la panchina è di un’area di sosta per fare autostop. La prossima volta mi ricorderò di alzare il pollice.
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PS: Grazie per l’aiuto a Gioele (Rossura), Alice (Locarno) e Martina (Olivone).

PPS: Trovate qui le prime quattro “panchine” e la spiegazione del progetto. Per leggere tutte le panchine, scegliete la categoria Panchinario nel menu in alto a destra.

 

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Panchinario (1-4)

Ci sono panchine dov’è bello starsene da soli. Altre che sembrano fatte apposta per mangiare un hamburger. O per leggere Guerra e pace. O per baciare qualcuno. Non è sempre facile capire quale sia l’attività ideale per la panchina su cui ci stiamo sedendo. A volte sono le circostanze a decidere per noi: senza libro, non possiamo leggere; senza cibo, non possiamo mangiare; senza labbra (altrui), non possiamo baciare. A volte per fortuna accade il miracolo. La panchina giusta nel posto giusto, sulla quale dolcemente baciare una splendida fanciulla mentre addentiamo un saporito cheeseburger e, con la coda dell’occhio, leggiamo le peripezie di Andrej Bolkonskij.
Ho sempre amato fermarmi sulle panchine, nei sentieri di campagna o nelle strade affollate delle città. Forse si tratta di una fuga. Le mie giornate, come quelle di tutti, sono talvolta un insieme di linee rette. Orari, scadenze, gesti necessari, spostamenti da un luogo all’altro, allo scopo di compiere azioni che portano ad altre azioni. Ma ogni tanto, in questo labirinto geometrico, si apre una crepa. Mi fermo, esco dal flusso delle cose da fare e compio un gesto inutile. Una linea curva. Mi siedo. E resto seduto, per un po’, senza fare niente di utile.
Lo scarto è minimo: pochi minuti rubati, pochi metri fuori dal percorso prestabilito. Ma il gesto ha una portata avventurosa, perché una panchina è sempre un viaggio. Si tratta di assumere un punto di vista e di mantenerlo, affinché la distinzione fra l’io che contempla e il luogo contemplato divenga sempre meno netta.
«La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata», scrive Beppe Sebaste. «È il margine sopraelevato della realtà, vacanza a portata di mano. È anche il posto ideale per osservare quello che accade.» Quando ci sediamo anche solo per qualche istante su una panchina, osserva Pierre Sansot ,«ci troviamo a “inquadrare” un frammento della città. Ne fissiamo gli elementi maggiori, le linee di fuga e di confusione. Il punto di vista a partire dal quale organizziamo una messinscena crea un paesaggio.» Credo che sia proprio così: sono le panchine a creare il paesaggio.
A partire da oggi comincia Sopra la panca, una rubrica sulla rivista “Ticino 7” (allegata al quotidiano “La Regione”). Si tratta di una mia piccola guida alle panchine, molto libera e molto personale. Semplicemente, ogni settimana racconterò un paio di cose intorno a una panchina su cui di recente mi è capitato di sedermi. Qui sul blog, oltre ai testi e alle fotografie, pubblicherò anche un frammento di “paesaggio sonoro”.

1) BELLINZONA, via Sasso Corbaro
Coordinate: 2’722’676.0; 1’116’414.8
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… ascoltare il vento.
È come un teatro per uno o due spettatori (magari anche tre, o quattro seduti vicini vicini). La panchina è rustica, di sasso, senza schienale. Davanti c’è un muretto a forma di mezzaluna. Oltre il muretto, si distende la parte sud di Bellinzona: via Ospedale, Ravecchia, le Semine, Giubiasco, il fiume e l’autostrada, fino all’azzurra lontananza delle montagne. Da quelle parti tira spesso il vento, perciò la vista sulla città è spesso accompagnata dal fruscio delle foglie: quelle verdi fra gli alberi e quelle accartocciate ai piedi del muretto (anche in piena estate, c’è sempre un rimasuglio di foglie secche). Se restate seduti abbastanza a lungo, di sicuro transiterà alle vostre spalle qualche coppia a spasso con il cane e qualche corridore (detto anche “runner”). Il respiro ansimante (del cane e dei corridori in affanno) si confonde con i discorsi del vento.
PDF dell’articolo su “Ticino7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

2) BREGANZONA, all’angolo tra via Camara e via Vergiò
Coordinate: 2’715’548.0; 1’096’755.9
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… mangiare un pompelmo.
È necessaria una certa preparazione. Se si arriva con i mezzi pubblici, c’è una fermata dell’autobus accanto alla panchina. Altrimenti si può lasciare la macchina in via Vergiò. Poi bisogna camminare lungo la strada in discesa, fermarsi alla Coop (dove comunque ci sono dei parcheggi), comprare un pompelmo e tornare a piedi fino all’angolo con via Camara. Per raggiungere la panchina, che poggia su un pavimento di mattonelle sopra un terrapieno, occorre salire tre o quattro gradini di legno. Il gesto di sbucciare e mangiare un pompelmo, lassù, rende in qualche modo esotico il flusso ordinario delle cose: un cantiere sulla sinistra (scintillìo delle gru, colpi di martello); un appezzamento di orti sulla destra (verde intenso, odore di campagna); una motocicletta che rallenta e imbocca via Vergiò (discesa e risalita del motore sopra il canto degli uccelli).
PDF dell’articolo su “Ticino7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

3) SEMENTINA, al bivio tra via Moyar e via Mondò
Coordinate: 2’718’714.0; 1’115’650.5
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… riprendere fiato dopo la salita in bicicletta.
Mi piace arrivarci in bicicletta. Dal Ponte Vecchio di Giubiasco vado fino a Camorino, poi salgo lungo Al Sècch e In Vigana. Da Vigana scendo a Sant’Antonino. Via Paiardi, via Canvera, via della Posta, via Stazione, via al Ticino. Ora sono in mezzo ai campi: strada dei Pianoni, al Gaggiolo, alle Golene. Supero il fiume su via Stradonino e a Gudo imbocco la via Cantonale, che diventa via Locarno. A Sementina svolto in via Moyar e riprendo a salire all’altezza della fattoria L’Amorosa. Pedalo tra boschi e vigneti e finalmente, dopo un ultimo strappo, ecco la panchina. Di fronte c’è una betulla. Oltre, la vista si allarga: prati, alberi, fiume, città, ferrovia, autostrada, montagne. Mi concentro nell’atto di respirare. Un aeroplano traccia una striscia bianca nel cielo. Il ronzio, quasi impercettibile, misura il passaggio del tempo nella vastità del pomeriggio.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

4) CADEMARIO, incrocio tra via Lisone e via Lücc
Coordinate: 2’712’095.1; 1’097’808.6
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… prendere il sole dopopranzo.
Passa un autobus giallo con la scritta FUORI SERVIZIO. Poi torna il silenzio, interrotto soltanto dal gorgoglio della fontana. La panchina sta su un pendio erboso, dove si trova pure un tavolo per fare picnic. Poco distante c’è la strada che porta al Monastero delle Clarisse. Arriva un altro autobus. Anche questo ha la scritta FUORI SERVIZIO. Oppure è lo stesso? Ma perché dovrebbe passare due volte in dieci minuti? Ogni cosa, all’improvviso, assume un aspetto segreto, misterioso. Un uomo con gli occhiali scuri sta ritto in piedi alla fermata. Un operaio esce da un cantiere e si siede sulla panchina di fianco alla mia per mangiare un panino al salame. Ha un serpente tatuato all’incavo fra il collo e la spalla. Per la terza volta, passa l’autobus FUORI SERVIZIO. L’uomo con gli occhiali da sole fa un cenno di saluto al conducente.
PDF dell’articolo su “Ticino7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

 

PS: Per leggere le prossime “panchine”, scegliete la categoria Panchinario nel menu in alto a destra.

PPS: Ringrazio la redazione di “Ticino 7”, in particolare Lorenzo Erroi e Giancarlo Fornasier, per l’ospitalità e la preziosa collaborazione.

PPPS: La canzone Les amoureux des bancs publics venne incisa dal cantautore francese Georges Brassens nel 1954. Le parole di Beppe Sebaste provengono da Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza, 2008). Quelle di Pierre Sansot da Jardin public (Payot 1993, ristampato nel 2003; la traduzione è mia). La prima panchina di questo articolo è tratta dal film Manhattan, girato da Woody Allen nel 1979. Pure la seconda è una panchina newyorchese: raffigura il pittore René Magritte che dorme sotto un suo quadro esposto al Museum of Modern Art (Steve Shapiro, Magritte Sleeping, New York, 1965).

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Un giorno ideale per i pescitaccuino

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Io li chiamo “momenti acquario”. Accadono quando, per una serie di circostanze, fra me e il mondo si frappone un vetro. Il problema è capire chi sia dentro e chi sia fuori, cioè quale dei due spazi si possa definire “acquario”. Ripenso al mio viaggio a Zurigo e, in particolare, alla cena a casa di Martina e Gregorio. Dalla loro cucina si vede il giardino, con un tavolo di legno appena distinguibile nell’oscurità. Oltre il giardino, un edificio con una parete di vetro. Oltre il vetro, un luminoso corso di ballo. Noi ce ne stiamo nel nostro mondo, con un bicchiere di birra, mentre di là ballano il tango. Senza sentire la musica, i gesti appaiono come frammenti di un discorso arcano, per noi intraducibile. Ma chi siamo noi? Siamo fuori o dentro l’acquario?
La domanda ritorna il giorno dopo. Seduto su una panchina in Paradeplatz, aspetto che arrivi Yari Bernasconi. I tram scorrono davanti a me. Guardo le facce dietro i finestrini, immagino storie che non saprò mai. Mi domando se per i passeggeri la piazza sia un grande acquario e io un piccolo pesce fra i tanti, che si distingue solo perché ha in mano un taccuino.
Presto mi raggiunge Yari, l’altro pescetaccuino. Ci spostiamo sotto la pensilina per ripararci dal vento. Il cielo è bianco, basso, sembra fatto di materia solida (panna? vernice? sabbia?). La poesia che leggiamo insieme s’intitola, inevitabilmente, Acquario. Scritta da Gianluca D’Andrea.

Passano le figure, inseguono gli eventi.
Ombre, i bambini trascorrono
in gesti, in un piede piegato o i passi.
Gli uomini impiegano il tempo
in frazioni strutturate,
il movimento ha passioni e dolori
e quadri che si aprono a brusii,
flussi trapassati, sorprese
negli scorci, membrane che respirano
le azioni compiute;
la giustizia si sposta nello stesso
luogo, si sgrana in tempi impercettibili.

Di certo, poche persone passano di qui senza inseguire eventi: un vecchio si affretta, con in mano una busta bianca, una donna ride al telefono senza fermarsi. Numerosi impiegati escono senza il cappotto – i Senza Giacca, li chiamiamo Yari e io – in transito fra un ufficio e l’altro. In mezzo a brusii, / flussi trapassati, sorprese negli scorci, si moltiplicano gli acquari.
La Galerie Gmurzynska, con gli spazi disegnati da Zaha Hadid, è curva, liscia, piena di luce e di oggetti lisci che ruotano lentamente. La gioielleria Harry Winston, appena aperta, è già chiusa per un “evento privato”. Un “Perfect Diamond” (PD) svela con malcelata fierezza i suoi carati, come una tigre che ringhiando faccia balenare i denti aguzzi. Mi avvicino alla vetrina e l’acquario si capovolge: intorno al PD si riflettono le persone di passaggio, gli uomini che impiegano il tempo / in frazioni strutturate, i bambini che trascorrono / in gesti.
Un Senza Giacca si ferma a guardare il PD. Il suo riflesso si colloca precisamente al centro, tanto che per un attimo – senza saperlo – il Senza Giacca ha l’onore d’indossare l’irraggiungibile PD. Accanto alla gioielleria, un negozio di fiori vende mazzi di mimose a dodici franchi l’uno. Se le mimose vanno a tanto, penso, chissà quanto costano i diamanti.
Torno alla pensilina, meditando sugli acquari. Ancora non ho capito chi sia dentro e chi fuori… ma forse non c’è differenza. Forse ognuno è nello stesso tempo persona-che-guarda e pesce-che-nuota: l’osservatore è osservato, lo spettatore spettacolo, il lettore scrive la poesia. Rileggo la lirica di D’Andrea e provo a cercare la giustizia, che si sgrana in tempi impercettibili. Vorrei parlarne con l’altro pescetaccuino. Ma Yari si alza di colpo, attirato da qualcosa alle sue spalle, e mi lascia solo.
[AF]

*

La telecamera sembra professionale. L’operatore si contorce attorno all’obiettivo in una danza di corteggiamento. No, a ben guardare è concentrato su qualcosa e non stacca gli occhi dall’oggetto del desiderio, manovrando lo strumento come se fosse l’appendice di un suo arto. Mi immagino la star hollywoodiana che compare da dietro una vetrina translucida, la confusione improvvisa, è un attimo, basta premere REC e invece no, un tizio si ferma davanti alla telecamera, copre la visuale, la celebrità internazionale sta per salire nella Bentley parcheggiata a pochi metri, l’autista apre la porta, maledetto passante, farabutto, spostati, non c’è tempo, si registra lo stesso, chissà, la fortuna aiuta gli audaci, ma quel cretino è ancora davanti, si è girato senza capire, resta fisso, apre gli occhi da bovino, slam, la portiera si chiude, i passanti indicano col dito, razza di ebete togliti di mezzo, uno sbuffo di fumo e ciao, è andata, maledizione, maledizione, maledizione.
In verità, l’oggetto del desiderio rimane misterioso. Senza un motivo apparente, l’operatore smette di interessarsi alla prospettiva scelta. Guarda intorno e si sposta con la sua telecamera. Filma la piazza, ora. Si muove, cerca due scorci. Poi mi guarda, o meglio blocca l’obiettivo su di me. E mi accorgo che non sono io: siamo noi, siamo la folla, siamo la piazza. Mi ero arrogato il ruolo di osservatore e mi ritrovo a essere osservato. Si chiama mise en abîme: guardare lo specchio nello specchio e scoprire la vertigine del potenziale infinito (l’abîme, appunto, l’abisso). Sento comunque un poco di paradossale fastidio a stare dietro la lente. Mia nonna paterna, che da ragazza è arrivata a Berna dalla campagna vicentina, alla fine degli anni ’40, ha involontariamente creato un lessico tutto suo, italianizzando parole dal tedesco e dal dialetto veneto; ebbene, ancora oggi, per lei, la “lente” è la lupa. Dal tedesco “Lupe”, lente d’ingrandimento. Ecco: mentre la lente della telecamera mi fissa, vedo i suoi denti, sento il respiro minaccioso, mi sembra di essere Atreiu davanti a Mork, nella Storia infinita. Uno di fronte all’altro, mentre dietro avanza il Nulla.

Raggiungo nuovamente Andrea con la mente che continua a fantasticare: Bastiano, il Drago della Fortuna, il leone Graogramàn, il Vecchio della Montagna Vagante… Lui, per farmi tornare con i piedi per terra nell’irrealtà di tutti i giorni, decide di ribattezzarci: pescitaccuino.
[YB]

*

L’occhio della videocamera punta sui binari del tram, sull’edicola, sulle vetrine e anche su di noi. L’enigma dell’obiettivo ci sta pescando. Pescitaccuino presi nella rete. Immagino che navigheremo dentro un’acquario lontano, schermo di televisore o di computer o di telefono. Nessuno può restare fuori. Nemmeno l’operatore, con i suoi contorsionismi, anche lui catturato da chi ha catturato. Eccolo qui, nei nostri telefoni, nei nostri appunti. È questa forse la giustizia? No, perché guardare e venire guardati significa semplicemente essere nel mondo. Il problema è trovare un senso morale nello sguardo. Come scrisse il poeta irlandese Seamus Heaney: «No such thing / as innocent / bystanding» (“Non esiste / spettatore / innocente”).
Da Paradeplatz passano persone con lo sguardo vuoto, donne curve, uomini impauriti, ragazzi vacillanti. Alzo gli occhi e vedo una pubblicità sulla fiancata di un tram: un piccolo pinguino con la madre e la scritta «Sicherheit» (sicurezza). Ma non esiste sicurezza. Non c’è nulla che possa metterci al riparo dall’ignoto. Anche questa, forse, è una possibile forma di giustizia.
[AF]

*

«Beati i giusti, perché saranno giustiziati»: è una freddura che ripetevo da ragazzino, quasi ignaro del Vangelo secondo Matteo. La ripeto anche oggi, fra me e me, nel treno per Zurigo. Quasi ignaro, sempre, del Vangelo secondo Matteo. Sto scrivendo a computer e ascolto con le cuffie una voce che mi ricorda quanto sia oscillante la vita: «Sometimes I’m cold and sometimes I burn»… Nel volgere di un minuto, un uomo barcollante entra nel vagone, chiede discretamente degli spiccioli di scompartimento in scompartimento. Faccio segno di no con la testa. Quando realizzo, l’uomo è già scomparso. Non faccio però in tempo a dimenticare, perché una donna alza il tono della voce. Viaggia con un coetaneo, entrambi sessantenni direi, la pelle dei volti grigia. Parlano in dialetto zurighese, capisco poco ma colgo termini come “scandalo”, “brutto”, “polizia”. E infatti la donna, cercando il contatto visivo con gli altri passeggeri, estrae teatralmente il cellulare dalla borsa e telefona alla polizia.
Il dialogo è più lineare e malgrado il dialetto capisco meglio: molestati in treno da un accattone, nel 2018 in Svizzera non dovrebbe succedere, siamo sul treno per Zurigo. E a questo punto la donna sciorina indicazioni sorprendenti, numero del treno, orario di partenza e di arrivo, numero del vagone, addirittura l’orario preciso in cui la sua giornata è stata rovinata dall’intruso. Saluta, interrompe il collegamento e dice sollevata (al suo accompagnatore e al vagone tutto): manderanno degli agenti alla stazione di Zurigo. Poi continua il monologo, il suo compagno annuisce, il tono – dopo i crismi dei tutori dell’ordine – si è fatto definitivamente sicuro, incalzante, cerca l’approvazione degli altri viaggiatori. La Svizzera è senz’altro un paese migliore, adesso. Alzo il volume delle cuffie. «I know I’m not supposed to look at you the way I look at you»…

A Paradeplatz, quando ormai stiamo per partire, assisto all’incontro fra due altre figure barcollanti. Non hanno bisogno di aprire la bocca, comunicano con gli occhi.
– Ciao.
– Ciao.
– Come va oggi?
– Come ieri.
– Eh.
– Tu?
– Come ieri.
– Eh.
Aspettano un tram. Scoprirò dopo che è il numero 7. Si muovono lentamente, la curva del corpo innaturale, goffa. Poi si cristallizzano in un’immobilità improvvisa, lo sguardo rivolto a terra mentre il mondo – il resto del mondo – va avanti. La gente scansa le due statue con dispetto. Intralciano il passaggio. Ogni occhiata è una sentenza: la maggioranza sa sempre quello che è giusto. Come il potere, finché resta abbastanza potente. La giustizia si sgrana in tempi impercettibili.
Adesso è veramente ora di alzarci e partire. Guardo l’altro pescetaccuino, Andrea, anche lui a metà strada fra tutto e niente, eternamente in bilico. Sorrido. Poco importa se siamo pescitaccuino o «pesci d’aeroporto», come direbbe Angelika Overath: «I viaggiatori migravano l’uno verso l’altro. C’erano volti che tornavano, scomparivano e ritornavano. Li si riconosceva, senza un saluto, che già si erano persi. Quel rapido rivedersi scivolava nella memoria vuota di un déjà vu. Siamo su uno schermo, pensò, siamo un film. Per quale curioso osservatore?».
[YB]

PS: La poesia Acquario di Gianluca D’Andrea è tratta dal volume Transito all’ombra, Milano, Marcos y Marcos, 2016.

PPS: La storia infinita è naturalmente il romanzo fantastico di Michael Ende, Die unendliche Geschichte, pubblicato la prima volta nel 1979. Famoso anche l’adattamento cinematografico, del 1984, comunque molto distante dal libro.

PPPS: I versi di Seamus Heaney sono tratti da Mycenae Outlook, nella raccolta The Spirit Level (1996). In italiano: La misura dello spirito, a cura di Roberto Mussapi, Milano, Mondadori, 2000.

PPPPS: Per la citazione del Vangelo secondo Matteo, si fa riferimento in particolare a Mt 5, 1-12, dal cosiddetto “discorso della montagna”. Curioso (e forse significativo) che in realtà, nei Vangeli e in tutta la Bibbia, non compare mai l’espressione “Beati i giusti”, che pure sembra di avere nelle orecchie da sempre.

PPPPPS: Il salvifico accompagnamento musicale sul treno per Zurigo è di Sophie Hunger. In particolare, sono citate Supermoon e LikeLikeLike, uscite rispettivamente in Supermoon (2015) e The Danger of Light (2012).

PPPPPPS: Il libro di Angelika Overath si chiama proprio Pesci d’aeroporto, in tedesco Flughafenfische, in italiano tradotto da Laura Bortot per Keller (Rovereto) nel 2013.

PPPPPPPS: Ogni mese torniamo a Zurigo e ci sediamo su una panchina di Paradeplatz. E ogni mese, a proposito di acquari, prima di riprendere i nostri rispettivi treni beviamo un caffè negli spazi sotterranei della stazione principale, dietro le vetrate di un bar con vista sul viavai di viaggiatori e pendolari (cavedani, lucci, trote, alborelle; ma c’è pure chi ha visto tonni e squali). Trovate qui la puntata di gennaio e qui la puntata di febbraio.

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