Makuya

[“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.]

Marzo
Hanafuda: Ciliegio / Tenda
Luogo: Makuya, Lualaba, Congo
Coordinate: 9°29’11.1″S, 21°53’15.3″E
(Latitudine -9.486342; longitudine 21.88759)
Sto pensando alla prima volta in cui ho visto il mondo dall’alto. Non il mondo intero, naturalmente, ma una porzione di esso: una città, un prato o un fiume che scorre sotto un ponte. Se mi affido alla memoria, scorgo me stesso fra i rami di un grande ciliegio. Ricordo la vertigine, le teste dei miei famigliari sotto l’albero, le braccia di mio zio che mi sorreggevano. Sento il brivido di chi si avventura in un mondo nuovo, dove tutto è diverso, tutto ha un’altra consistenza. Invece di solida terra, rami sempre più fragili a salire; invece di strade, piste avventurose di foglie e corteccia. E poi lo sfolgorìo delle ciliegie, la loro dolcezza, il nocciolo da sputare verso il basso, come un gesto di addio al vecchio mondo orizzontale.
Il ciliegio non esiste più da anni. Oggi in mezzo al prato spunta un ceppo. Il tronco, i rami, l’ombra nei pomeriggi assolati… tutto ciò vive solo nella memoria. Provo a ricostruire quell’ombra, a rifugiarmi nella sua frescura mentre cammino in mezzo alla savana, nel sud ovest del Congo. Il cielo è nuvoloso, l’aria è piena di umidità. Sono zuppo di sudore. Mi fermo e bevo un sorso d’acqua, mentre cerco di orientarmi fra l’erba alta e gli arbusti. Davanti a me, a qualche centinaio di metri, scorgo una macchia di foresta più fitta. Controllo la mappa e mi accorgo che sto andando nella direzione sbagliata (o almeno credo). Mi volto dall’altra parte e riprendo a camminare. La pista dovrebbe essere a un paio di chilometri. A quel punto, dirigendomi a nord, dovrei arrivare a un villaggio poco distante dal fiume Kasai.
Le cinghie dello zaino s’incidono nella pelle. Piove, poi smette. Ho bisogno di udire una voce, di sapere che c’è qualcuno in fondo a questa pianura. Mi sento come se una tenda invisibile mi avesse separato dalle case, dalle famiglie, dalle risate e dalle urla, dall’odore del cibo e della pelle, da tutto ciò che è umano. Oltre la tenda c’è tutta la mia vita, il passato e il futuro, ciò che potrei essere, che dovrei essere: il bambino sul ciliegio, l’adolescente che si perde nei romanzi, il figlio, il padre, l’uomo che scrive e quello che sta in silenzio, il moribondo, la creatura appena nata.
Rifletto sulla sofferenza di questo paese. Le ferite sono aperte: nonostante le elezioni dello scorso dicembre si siano svolte senza violenza, molti contestano i risultati. Ci sono gruppi armati, proteste, ampie zone di terreno minato. Ma forse qui, a più di novecento chilometri in linea d’aria da Kinshasa, l’eco delle battaglie è più fievole. Un passo dopo l’altro, mi avvicino alla pista. Un pensiero dopo l’altro, cerco di guardare di là dalla tenda.

HAIKU

Guardando giù
dall’alto di un ciliegio
vedo me stesso.

 

PS: Questo è il terzo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaio e di febbraio.

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Myself when I am real

Dicono i saggi che l’uomo non abbandona mai l’infanzia. Tutti cresciamo e presto o tardi diventiamo adulti; ma niente si cancella, in questo mondo. Che ne è di quegli anni di giochi, di spensieratezza, d’improvvisi turbamenti?
C’è un momento preciso in cui formuliamo il nostro primo pensiero da adulti. Può capitare a dodici anni, a quindici, certe volte bisogna aspettare i trenta (e anche oltre…). Secondo un’antica leggenda araba, quando per la prima volta pensiamo come un adulto l’infanzia vola via sotto forma di un piccolo uccello colorato. L’uccello se ne va a cercare altri come lui, altre infanzie alate. E finalmente arriva in uno dei luoghi dove abbiamo vissuto da bambini, e dove riecheggiano le grida, i pianti e le risate della nostra giovinezza.
Quando passeggio nel giardino di Villa dei Cedri, a Bellinzona, ho l’impressione che la mia infanzia si trovi proprio lì, sulle fronde degli alberi. Chiudo gli occhi e ascolto il canto degli uccelli. Uno di quei trilli è diverso dagli altri. È un segnale, un richiamo dal profondo della memoria. Se arrivo all’imbrunire, quando il parco è vuoto, gli alberi sembrano venirmi incontro, abbracciarmi. Lecci austeri, magnolie, faggi meditabondi, frassini, palme, querce silenziose, e poi le conifere, che invece sono più ciarliere, i cedri, i cipressi, gli abeti di Douglas, le sequoie.

 

In me nasce allora il desiderio di scrivere, perché le cose rimangano. Non si tratta d’immaginare romanzi ma di esprimere la quotidianità, gli eventi minimi che apparentemente si perdono nel flusso dei giorni. Ho provato a scrivere in questo modo nella raccolta Succede sempre qualcosa (Casagrande 2018), che riunisce reportage, divagazioni, storie di viaggio e anche racconti di pura invenzione. I vari pezzi sono allineati seguendo il corso delle stagioni, nel tentativo di rappresentare alcune parti di me stesso che – se non mi fermo a riflettere – rischiano di sfuggirmi, di sbiadire senza che me ne accorga. La scrittura inoltre mi aiuta, qualche volta almeno, a tenere a bada parti di me più pericolose, che mi spingono all’isolamento, alla malinconia, alla durezza.
C’è una canzone che mi ha ispirato nel comporre Succede sempre qualcosa. È anche un buon riassunto dei miei pensieri durante le passeggiate nel parco, con la mia infanzia che mi svolazza intorno. Il brano s’intitola Myself when I am real e venne suonato al pianoforte da Charles Mingus il 30 luglio 1967. Il pezzo proviene da Mingus plays piano (Impulse 1963), un album anomalo nella carriera di Mingus (1922-79), che fu un grande bassista e compositore. Se aveva già occasionalmente suonato il piano, questa infatti è lunica circostanza in cui possiamo ascoltarlo al pianoforte, da solo, per un intero disco.
Il sottotitolo dell’album, Spontaneous Compositions and Improvisations, indica bene lo stato di assoluta libertà con cui Mingus si mise al pianoforte. Myself when I am real è il brano di apertura (anche se venne suonato alla fine della seduta d’incisione). Più che un brano, sembra un album completo: non solo per la lunghezza (sette minuti e mezzo), ma soprattutto per la varietà di atmosfere. Mingus era un musicista passionale, impetuoso, un uomo senza peli sulla lingua che nel 1971 intitolò la sua autobiografia Beneath the underdog, in italiano Peggio di un bastardo. Ma in questo brano esplora con delicatezza il suo inconscio. Nel flusso dell’improvvisazione mostra differenti aspetti del suo carattere: la forza, il dolore, la rabbia insieme alla felicità e alla tenerezza. Fin dall’inizio si sente una dualità: un motivo a percussione convive con una melodia più eterea e sognante. Nel corso dell’improvvisazione ci sono momenti meditativi (intorno a 1.30) e improvvisi cambi di rotta, come quando a 1.40 entra in scena un ritmo di valzer, mescolato a sonorità spagnoleggianti (1.47). In generale si susseguono passaggi più duri, melodie serene, rallentamenti introspettivi (4.50) e nodi di tensione (6.08). A 6.40 c’è spazio per un’ultima variazione fra impeto e dolcezza, prima dei leggeri tocchi finali, che sembrano una confessione intima bisbigliata all’ascoltatore.

Mingus era un uomo dalla personalità complessa. Spesso si ha l’impressione che ci siano due o più Mingus in perenne dialogo e conflitto. Nessuno lo chiamava Charles o Charlie: era Ming per i musicisti e Mingus per tutti gli altri, compresa sua moglie. La sua autobiografia comincia così: «In other worlds I am three». Infatti nell’album Ah Um (Columbia 1959) c’è un brano intitolato Self-Portrait in Three Colors. Sempre nell’autobiografia, si riferisce a sé stesso con l’espressione «my boy» e poi «my man». Significativo anche il titolo dell’album Mingus Mingus Mingus Mingus Mingus (Impulse 1963).
Senza aspirare a tanta mingusiana molteplicità, posso dire di avere anch’io il mio daffare a gestire i vari Andrea che vogliono prendere la parola o che, più spesso, chiedono un po’ di silenzio. Proprio per questo mi è stato utile comporre Succede sempre qualcosa. Le varie modalità di racconto hanno in comune l’urgenza di una ricerca, di una tensione all’unità dei vari frammenti. L’unità non procede mai per esclusione, ma per una progressiva accoglienza della mia identità multipla. Scrivo romanzi polizieschi e racconti brevi, reportage e divagazioni letterarie; ho la mia età ma cerco di non perdere di vista l’uccello variopinto dell’infanzia. Il fatto di riunire e pubblicare questi trentasei pezzi, scritti nel corso degli ultimi anni, mi ha portato più domande che risposte. Ma questo è normale.
Camminando nel parco di Villa dei Cedri ripenso a me stesso quando sono reale, e mi sembra che il piano di Mingus accompagni la mia passeggiata. L’antropologo francese Pierre Sansot scrisse che «un parco va scoperto passo dopo passo, seguendo il filo dei mattini e delle sere, nel corso delle differenti stagioni. Non è la stessa cosa entrare nel parco seguendo questo o quel sentiero. Inoltre, e soprattutto, siamo in presenza di un viaggio interiore, che ci cambierà nel profondo del nostro essere.»
A qualunque età, questo tipo di viaggio è sempre da ricominciare.

PS: Nei prossimi giorni sono previste tre presentazioni di Succede sempre qualcosa. Saranno occasioni per dialogare sia con i lettori, sia con gli autori Marco Rossari, Mario Chiodetti e Yari Bernasconi. E anche, naturalmente, con i vari Andrea che popolano il libro…
MILANO: domenica 18 novembre, Bookcity, Mare Culturale Urbano (via Giuseppe Gabetti 15), ore 14. Con Marco Rossari.
VARESE: sabato 24 novembre, Galleria Ghiggini 1822 (via Albuzzi 17), ore 17.30. Con Mario Chiodetti.
LUGANO: domenica 25 novembre, LAC, Hall, ore 11. Con Yari Bernasconi.

PPS: Qui sotto, un breve filmato che presenta l’idea su cui è costruito Succede sempre qualcosa.

PPPS: Ecco l’inizio di Peggio di un bastardo, nella traduzione di Stefano Torossi per Marcos y Marcos (1996; a cura di Claudio Galuzzi).
«In altre parole: io sono tre. Il primo sta sempre nel mezzo, senza preoccupazioni ed emozioni; osserva aspettando l’occasione di esprimere quello che vede agli altri due. Il secondo è come un animale spaventato che attacca per paura di essere attaccato. E poi c’è una persona piena d’amore e di gentilezza, che permette agli altri di penetrare nella cella sacra del tempio del suo essere. E si fa insultare, e si fida di tutti, e firma contratti senza leggerli, e si lascia convincere a lavorare sottocosto o gratis. Poi, quando si accorge di quello che gli hanno fatto, gli viene voglia di uccidere e distruggere tutto quello che gli sta intorno, compreso se stesso, per punirsi di essere stato tanto stupido. Ma non ce la fa: e così si rinchiude in sé stesso.»

PPPPS: La citazione di Sansot proviene dal volume Jardins public (Éditions Payot & Rivages 1993; 2003).

 

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Nebbia e circo

Alcuni libri, letti durante l’infanzia, si fissano nella memoria. Le parole e le immagini mettono radici dentro di noi, e anni dopo le ritroviamo mescolate agli altri ricordi, tanto che quasi non distinguiamo più ciò che abbiamo vissuto da ciò che abbiamo letto. In fondo, questo è il senso della letteratura: aumentare la vita. L’immaginazione ci rende più consapevoli di noi stessi, tiene deste le domande sul mondo, ci rammenta che ogni realtà visibile poggia su fondamenti invisibili. Proprio per verificare i fondamenti, è opportuno qualche volta tornare alle storie che ci meravigliavano da bambini.
Ogni anno, in novembre, rileggo una storia di Bruno Munari: Nella nebbia di Milano, Corraini Editore (prima edizione 1968; ristampato parecchie volte, l’ultima nel 2013). È una passeggiata nella grande città immersa nella nebbia, con il richiamo delle luci di un circo, l’incanto dello spettacolo e infine il ritorno a casa attraversando il parco. L’autore, com’è nel suo stile, trasforma il libro in un oggetto dinamico, per mezzo di illustrazioni, pagine trasparenti, sovrapposizioni e ritagli che creano connessioni segrete. Il fascino di quest’opera consiste soprattutto nell’atmosfera, che si diffonde grazie a due elementi in apparenza diversi, ma intimamente legati: la nebbia e il circo.
Fin da bambino amo sia la nebbia, sia il circo. Anzi, per me il circo è un evento luminoso che si manifesta proprio durante l’inverno, con la musica dell’organetto di Barberia che si diffonde nel buio, con quell’odore di popcorn e di segatura, di zucchero filato e di cavalli. Ogni anno, ancora oggi, assisto allo spettacolo del Circo Knie a Bellinzona. Certo, lo stupore non è più quello assoluto dell’infanzia, ma quando varco la soglia del tendone avviene uno sfasamento temporale. È come se per un istante mi fossero restituite le sensazioni di quel bambino dai capelli biondi, sbalordito dai riflettori e dall’ampiezza dell’arena. Oggi il bambino non esiste più – cioè, ormai sono diventato io, con il mio strascico di esperienze e disillusioni. Ma è davvero così?
Forse acrobati e pagliacci resistono anche per questo, per congiungere epoche lontane con il linguaggio delle pantomime, del salto mortale e dei volti truccati, con quello struggimento dolceamaro che sempre il circo porta con sé. È un mondo nomade, che arriva e riparte, che appartiene a tutti i luoghi e a tutte le età, senza mai radicarsi veramente. Così annotava nel 1939 Tristan Rémy, uno dei più grandi critici circensi: Nella grande famiglia errante dei tendoni, delle carovane e dei transatlantici, si preparano nuove meraviglie, nuovi misteri si compiono, la fantasia prepara nuove forme. Il circo non è un museo. Gli artisti viaggianti non sono manichini. Vivono. E vivere è, per loro come per tutti, sorpassare sé stessi, sorpassarsi ancora.
Lo spettacolo di quest’anno miscelava alcuni grandi classici (la “posta ungherese” di Ivan Frédéric Knie o il numero indiavolato del giocoliere Michael Ferreri) con qualche novità soprattutto nel campo delle acrobazie (penso in particolare ai lazos della Xinjiang Troupe). Per quanto riguarda i clown, l’attrazione dello spettacolo era l’artista ungherese Semen Shuster, conosciuto come Housch-ma-Housch. Sia lui sia l’altro comico presente – il portoghese Cesar Dias – hanno fatto un largo uso degli effetti sonori ottenuti con il microfono. Entrambi mi sono parsi di buon livello, sebbene con una tendenza forse eccessiva a coinvolgere direttamente il pubblico.
Uno dei momenti più intensi è stato il finale, prima della chiusura del sipario. Gli spettatori seduti dietro di me se n’erano già andati, presi dalla frenesia di raggiungere il più presto possibile la loro automobile; altri si stavano alzando. Housch-ma-Housch è tornato in scena con un foglio, dal quale ha letto un breve messaggio di ringraziamento nel suo gergo caratteristico. Poi ha girato il foglio, che era bianco e vuoto, e ha proseguito il discorso. Infine ha spezzato il foglio e, aguzzando lo sguardo, ha continuato a leggere di profilo. Ecco una cosa alla quale non avevo mai pensato: la pagina bianca non è soltanto fronte e retro; anche nel taglio si celano parole minuscole, quasi inafferrabili.
Come scrittore, questa piccola rivelazione circense mi ha fatto riflettere. Da dove arrivano le storie? Credo che le parole trovate non corrispondano mai precisamente a quelle che si cercavano: il senso profondo di un testo, per fortuna, supera sempre le intenzioni dell’autore. Le parole più preziose sono quelle che non aspettavamo, quelle che sono apparse nel taglio nascosto della storia. L’atto del narrare dischiude mondi sconosciuti al narratore stesso: i personaggi si manifestano lentamente, dapprima incorporei e poi sempre più vivi, così come – nel testo di Bruno Munari – la nebbia diventa sempre più colorata man mano che ci avviciniamo alle luci rosse e gialle del Gran Circo.

PS: Da bambino, nel libro di Munari a colpirmi non erano tanto i colori del circo, quanto gli autobus che mescolano lentamente la nebbia dei vari quartieri. Era l’attesa prima dello spettacolo, la sospensione narrativa: nella nebbia di Milano anche i gatti vanno a passo d’uomo. E il ritorno a casa non è un banale ritorno alla normalità: dopo l’incontro con la realtà irreale del circo, anche i viali del parco sembrano avvolti in un prodigio. D’inverno la natura dorme e quando sogna appare la nebbia. Camminare dentro la nebbia è come curiosare nel sogno della natura: gli uccelli fanno voli corti per non perdere l’orientamento, scompaiono i segnali e i divieti nelle strade, i veicoli vanno piano e si fa appena in tempo a riconoscerli che spariscono.

PPS: Le parole di Tristan Rémy provengono dal saggio Le cirque, uscito sul primo numero del mensile Mieux Vivre (gennaio 1939); in italiano, si può leggere tradotto da Luana Savarani per l’antologia Tornano i clown (Medusa 2017). Anche le due fotografie in bianco e nero provengono dal saggio di Rémy (la prima s’intitola Equilibrio, la seconda Intervallo).


PPPS: Per approfondire i contenuti dello spettacolo, e per vedere le fotografie del circo a Bellinzona, consiglio di visitare il blog specialistico https://solocirco.blogspot.ch. È meticolosamente aggiornato e curato con passione. (Questa estate, sono usciti anche degli interessanti reportage sui grandi clown.)

 

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You look like my brother

Ecco uno dei miei personaggi preferiti.

C’era un uomo con i capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, per cui dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando. Meglio allora non parlarne più.

È una storia malinconica narrata dall’autore russo Daniil Charms nel 1937. Ogni tanto torno a rileggerla, e sempre mi stupisce un paradosso: la narrazione consiste nello smantellamento del personaggio, tanto che egli progressivamente scompare, diventa nulla; e tuttavia – proprio perché possiamo parlare di un personaggio, proprio perché possiamo definirlo con un egli – in qualche modo egli esiste davvero. Il personaggio non c’è, ma c’è; e se ne sta davanti a noi con i suoi capelli rossi (che non ha). Sul filo dell’assurdo, la storia apre domande esistenziali. Che cosa definisce quell’insieme di memoria e desideri che si chiama “Andrea”? Nel corso della mia vita mi accadrà quello che accade all’uomo che (non) aveva i capelli rossi: un progressivo allontanamento da ciò che mi è caro, una perdita di ricordi, legami, capacità. Questo vale per tutti noi – persone vere e personaggi fittizi. Allora è meglio non parlarne più? Eppure scattiamo fotografie, suoniamo, scriviamo lettere, romanzi e articoli sui blog. E aggiorniamo i nostri profili sui social network. Insomma, vogliamo esistere. Mi capita di pensarci in viaggio, quando incrocio una persona che non vedrò mai più: è negli incontri, magari fortuiti, che la storia di Charms può cambiare finale. Infatti nello sguardo degli altri, anche in minima parte, appare sempre qualcosa di noi.
C’è un uomo che vive a Monaco, in Baviera. Qualche volta la sera, durante la settimana, indossa gli stivali, un paio di calzoni a tinta mimetica, una maglietta con il disegno di un teschio e un cappellino da baseball. Poi prende la metro e va in un locale dove mettono musica rock. È una discoteca di periferia, in una zona in cui si aprono le voragini degli edifici in costruzione e dove, accanto alle insegne colorate dei locali notturni, brillano i fari di posizione delle gru. Nel locale a volte non c’è quasi nessuno. Ma anche se la pista è vuota, l’uomo non si lascia scoraggiare. Avanza tra le luci fosforescenti e gli sbuffi di fumo, si lascia prendere dal ritmo. Appena c’è un assolo di chitarra, imita il musicista e mima il gesto di suonare.
Nello stesso locale, la settimana scorsa, c’ero anch’io. Guardavo l’uomo con il cappellino mentre fingeva d’imbracciare una chitarra, e ho notato come la musica lo avvolgeva. Lui non si è accorto di me, ma senza volerlo ha lasciato una traccia, tanto che ora si trova qui, nel blog. Le nostre vite si sono appena sfiorate; eppure quell’incontro è riuscito a suscitare un’impressione, un pensiero, un segno scritto.
Nella stessa discoteca, ho visto un uomo che pareva una montagna. Era un ammasso di muscoli, con due bicipiti spessi come un paracarro e una canottiera aderente cosparsa di parole minacciose. Al centro della pista, dondolando al ritmo dei Black Sabbath, avrebbe potuto spaventare chiunque. Invece, a modo suo, voleva fare amicizia. Verso le due di notte ha preso in simpatia un altro avventore, alto la metà di lui. I due hanno ballato l’uno accanto all’altro e si sono dati il cinque. Poi la Montagna ha abbracciato l’uomo più minuto e gli ha detto, con ruvida commozione: You look like my brother, sembri mio fratello. L’ha ripetuto un paio di volte – tanto che l’uomo più piccolo ci ha tenuto a precisare, con un filo di esitazione: But I’m not… Infine la Montagna ha dato una pacca affettuosa al suo nuovo amico (rischiando di mandarlo a gambe all’aria) e ha ripreso a ballare, felice di quel riconoscimento notturno, di quel fratello lontano apparso per un attimo con le fattezze di un estraneo. Come nella storia di Charms, nella nostra vita sono sempre in tensione i poli dell’assenza e della presenza. A volte un’assenza può rovesciarsi in presenza inaspettata, a volte invece una presenza impallidisce, tanto che non arriviamo più a percepirla.
Sempre a Monaco, nel Museo Brandhorst, mi è capitato di vedere un’opera dell’artista statunitense Jeff Koons: Amore (1988), del ciclo Banality. È la riproduzione in porcellana (81.3 x 50.8 x 50.8 cm) di un bambolotto dalle guanciotte rosse e dagli occhietti azzurri, avvolto in un costume da orsacchiotto da cui esce un ciuffo di capelli biondi e ricci. In una mano ha un cuore con la dicitura I love you, nell’altra un vasetto di marmellata. Al collo, un bavaglino ricamato con la scritta amore. Ha un altro cuore disegnato sul petto e se ne sta seduto su un basamento in stile rococò, tra cuoricini, fiorellini e altri oggetti simili. Per il filosofo Arthur Danto, Amore e le altre opere del ciclo sono meraviglie innaturali che dovrebbero piacere a tutti noi, se non fossimo stati educati a svalutarle come banali esempi di kitsch. Non so se quest’opera abbia suscitato in me il conflitto interiore di cui parla Danto. Intorno al bambolotto c’era un gruppo di persone che discutevano animatamente. Qualcuno leggeva dotte spiegazioni da un volantino, altri scuotevano il capo o indicavano i dettagli della scultura. In un certo senso, mi è parso che la vera opera d’arte fossero loro, i visitatori, con la loro presenza e con il fatto che stessero quasi litigando sul senso di quell’inquietante bambolotto.
Secondo Koons non è necessario essere preparati per conoscere l’arte, ma basta accettare sé stessi: Volevo che il ciclo Banality comunicasse alle persone che la loro storia personale, qualunque sia, è perfetta; per creare un’arte eccezionale serve soltanto la propria storia. L’arte che ne uscirà rappresenta l’espansione delle vostre possibilità. Non capisco bene che cosa tutto ciò voglia dire. Forse abbiamo smarrito la nostra parte infantile, capace di meravigliarsi anche davanti al kitsch? Ho provato a mostrare la cartolina con la riproduzione di Amore a una bambina di cinque anni, la quale in effetti non si è posta il problema del kitsch. Però non ha nemmeno commentato l’estetica dell’opera, limitandosi invece a chiedere: 1) se fosse una bimba travestita da orso; 2) come facesse a stare seduta senza rovesciarsi all’indietro.
Anche se l’avessimo smarrita, la nostra parte infantile non può scomparire. È una presenza silenziosa, nel profondo dell’anima, alla quale possiamo attingere in caso di bisogno. Quasi sempre, essa non si manifesta con affermazioni o con apprezzamenti estetici, ma spostando il punto della questione. Ho letto alla bambina la storia di Charms, e lei non ha dubitato nemmeno per per un attimo dell’esistenza del protagonista. Senza battere ciglio, mi ha chiesto: Ma lui dove abita? E dopo qualche secondo ha aggiunto: Di sicuro abita in una casa invisibile.

PS: Daniil Charms nacque nel 1905 a San Pietroburgo; dopo una vita difficile, venne arrestato nel 1941 e morì in un ospedale psichiatrico di Leningrado nel 1942. In italiano è uscito il volume Casi (Adelphi 1990), a cura di Rosanna Giaquinta, in cui si trova il racconto sull’uomo con i capelli rossi. Le parole di Koons (nato nel 1955) sono tratte da Ulrich Obrist, Jeff Koons, Walter König Verlag 2012. Quelle di Danto provengono dal saggio Banality and Celebration. The Art of Jeff Koons, in Unnatural Wonders, Columbia University Press 2007.

PPS: Grazie a Emanuele per alcune delle fotografie di questo articolo.

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Plazuela

Ma quel Gheddafi ne ha ammazzata di gente! Il vecchio, seduto su una panchina all’ombra, scuote il capo. Con i dittatori va sempre a finire così, gli risponde un altro che ha vissuto per anni in Sudamerica e certe cose le conosce. Intorno alla piazzetta s’intrecciano vari argomenti di conversazione: i dittatori, Valentino Rossi, la famiglia (mio nipote fa l’ingegnere e c’ha una paga da lavapiatti!), i tempi che cambiano, le banche (“la vostra banca”, mi hanno detto, ma “vostra” cosa? Tua sarà, mia no di certo!), un pitone che è fuggito da un appartamento e che si aggira da qualche parte per la città. E poi la crisi, l’eterna crisi. Cinquanta, cinquantacinque anni fa in Svizzera si stava divinamente bene, non solo bene, osserva un vecchietto. Un altro precisa: Si sta bene ancora oggi. E un terzo mette il suggello: Sì, ma i tempi cambiano.
Intanto, sono le cinque della sera. È il giorno della mia ricognizione mensile nello slargo circolare fra via Raggi e via Borromini, dietro la fermata del bus Semine a Bellinzona. Ogni mese, mi siedo per un paio d’ore su una panchina con un libro e un taccuino (ecco la prima, la seconda, la terza e la quarta puntata della serie).
Le cinque della sera è un orario pericoloso. Nelle poesie di Federico García Lorca è l’ora in cui i toreri vengono ammazzati. Ho con me i Canti gitani e andalusi e m’immergo nell’atmosfera solennemente funesta di La cogida y la muerte (“La cornata e la morte”). A las cinco de la tarde, alle cinque della sera… il verso si ripete come in una cantilena. A las cinco de la tarde. / A las cinco de las tarde. / ¡Ay qué terribles cinco de la tarde! / ¡Eran las cinco en todos los relojes! / ¡Eran las cinco en sombra de la tarde! (“Ah, terribili cinque della sera! / Eran le cinque a tutti gli orologi! / Eran le cinque all’ombra della sera!”). Anche qui sono le cinque a tutti gli orologi (anzi, su tutti i cellulari); in compenso non ci sono toreri e l’aria è luminosa. Il cielo appare profondo, complesso, mentre i boschi sulle montagne sono di un verde intenso, già quasi estivo. Mi si avvicina Enver, emigrato in Svizzera dal Kosovo nel 1978, e mi chiede se possa offrirmi qualcosa da bere, magari un sorso di birra. Poi deplora lo stato della fontana al centro della piazzetta, con l’acqua che esce a singhiozzo e il fondo invaso dalle alghe. Colpa del Municipio! Ci vuole cura, ripete, ci vuole cura nelle cose.
Intorno alla piazzetta si muove un mondo lento, un po’ stordito da questo caldo venuto con il favonio. Due uomini con la camicia bianca camminano avanti e indietro, conversando a bassa voce. Una sfilata di carrozzine blocca il passo a un monopattino. Una coppia si ferma alla fontana. Lui riempie una bottiglia di plastica. Lei dice: Non ho mai fatto una passeggiata così, davvero, non mi è mai capitato. Dopo di loro, un bambino si arrampica sulla fontana per arrivare con le labbra all’esile filo d’acqua concesso dal Municipio.
Fra il 1921 e il 1924 García Lorca, ispirandosi a un ritornello popolare infantile, scrisse la Balada de la placeta (“Ballata della piazzetta”). La poesia è un dialogo fra i bambini e il poeta: essi lo chiamano, gli pongono domande, e il poeta risponde di avere nel cuore un doblar de campanas / perdidas en la niebla (“Un rintocco di campane / perdute nella nebbia”). Poi gli chiedono perché se ne vada tanto lontano dalla piazzetta; il poeta risponde che va in cerca di maghi e di principesse. Los Niños: / ¿Por qué te vas tan lejos / de la plazuela? // Yo: / ¡Voy en busca de magos / y de princesas! Il dialogo prosegue. Il poeta spiega ai bambini che a mostrargli il cammino sono la fuente y el arroyo / de la canción añeja (“la fonte e il ruscello / della canzone antica”). Alla fine rivela che il suo è un percorso verso l’anima dell’infanzia, allo stesso tempo giocosa e misteriosamente saggia: Se ha llenado de luces / mi corazon de seda, / de campanas perdidas, / de lirios y de abejas, / y yo me iré muy lejos, / más allá de esas sierras, / más allá de los mares, / cerca de las estrellas, / para pedirle a Cristo / Señor que me devuelva / mi alma antigua de niño, / madura de leyendas, / con el gorro de plumas / y el sable de madera (“S’è riempito di luci / il mio cuore di seta, / di campane perdute, / di iris e di api, / e io me n’andrò molto lontano, / più in là di quei monti, / più in là dei mari, / vicino alle stelle, / per chiedere a Cristo / Signore che mi ridia / la mia anima antica di bimbo, / matura di leggende, / con il berretto di piume / e la sciabola di legno”). Non so se vorrei riavere la mi alma antigua de niño. Voltarsi indietro a cercare il passato può essere pericoloso. Ma in qualche modo sento che quell’alma de niño non è mai scomparsa, e che se avessi una sciabola di legno, di nuovo, diventerei all’istante un pirata.


A una certa ora la piazzetta si svuota, e intorno alle panchine si posa un nugolo di passerotti. Più in là, sull’aiuola, un merlo beccuzza un verme dal terreno. Dopo averlo inghiottito emette qualche nota, non so se di trionfo o di soddisfazione. Dal momento che mi ritrovo in tasca un richiamo per cinciallegre, intono anch’io qualche fischio. Chissà, penso, magari merli e cinciallegre possono andare d’accordo. Il merlo però alza la testa di scatto, perplesso. Sembra quasi offeso dal mio tentativo di cinciallegrare. Faccio per avvicinarmi, ma quello svolazza via con un certo sdegno. Allora mi siedo su una panchina e provo ancora a cantare, unendomi al coro degli uccelli, ai motori, alle chiacchiere dei vecchietti, alle grida dei bambini, al fruscio precario ma tenace della fontana al centro de la plazuela.

PS: Federico García Lorca nacque nel 1898 nei dintorni di Granada e venne fucilato dalla Guardia civile franchista nel 1936. La mia versione di Canti gitani e andalusi (Guanda 2005), con testo originale a fronte, è a cura di Oreste Macrì.

PPS: Il richiamo per cinciallegre è un regalo di compleanno. Non sono ancora riuscito a trovare un volatile che voglia discutere con me, ma io non demordo e continuo a trillare.

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