Lo splendore dei prati

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Stamattina sono uscito in giardino e ho guardato un filo d’erba, uno solo, provando a ignorare tutto il resto. Nel tardo pomeriggio sono tornato in giardino, ma non sono riuscito a ritrovare quel singolo filo d’erba. Mi chiedo se lui, invece, mi abbia riconosciuto.

Mi sono seduto vicino al prato, su una seggiola di plastica bianca. Da lontano veniva il rumore di un tosaerba. Era un suono ringhioso, che saliva e scendeva a ritmo irregolare. Ho immaginato che per l’erba ai miei piedi risuonasse come un canto funebre. Quando il motore si è zittito, è rimasto solo il ronzio delle api, qualche grido remoto di bambini. Ogni tanto il vento agitava i fiori del trifoglio, i tarassachi, il verbasco. Passavano bombi, farfalle.
Mi sono detto: finalmente ho trovato il mio hobby.
C’è chi va a correre, chi gioca a paddle. Altri riparano motori o costruiscono muri a secco. Magari c’è ancora chi colleziona francobolli. Ma per me sono attività troppo impegnative. E se mi limitassi a guardare il prato? Qualche giorno più tardi ho trovato una conferma. Sfogliando una copia della Settimana enigmistica, ho notato una vignetta con due individui che parlano davanti a un giardino incolto. Uno dice: «Il mio hobby è quello di vedere l’erba crescere».

Se lo afferma anche La settimana enigmistica, ho pensato, non posso trascurare questo segno del destino. Il problema è che il passatempo gode di cattiva fama: molti lo considerano addirittura una sorta di scusa per non tagliare l’erba. Forse la soluzione è rendere l’hobby più strutturato, più regolare. Perché non creare una federazione ufficiale? O addirittura istituire dei tornei?
Tutte le persone appassionate potrebbero affiliarsi all’APE (Associazione Pratisti Europei). Il vantaggio delle gare, poi, è che non ci sarebbero né vincitori né vinti: è l’erba a fare tutto, bisogna solo restare lì e contemplarla con la giusta intensità. Sento già la telecronaca sportiva: «Il pratista inglese sta fissando l’angolo più lontano, mentre ecco, i francesi si soffermano su un soffione cresciuto accanto alla catasta di legno… colpo di scena, i pratisti italiani stanno seguendo il volo di una farfalla…» e via discorrendo. Non sarebbe facile farsi riconoscere come sport olimpico, ma ci si può provare. Magari potremmo fondare una scuola di pratismo per i giovani: una academy, per usare un termine di moda. In inglese, più che lawn userei la parola grass oppure anche meadow, per sottolineare che ci piace l’erba un po’ selvatica: una bella IMA (International Meadow Academy).
Credo che il pratismo funzionerebbe come stimolo per il mio lavoro di romanziere. Anzi, forse questo esercizio sarebbe più utile di tante scuole di scrittura. È un ottimo compito in classe: «Uscite, osservate un prato e poi raccontate». Del resto, in una lettera a Louise Colet, Gustave Flaubert scrisse: «Si può mettere un immenso amore nella storia di un filo d’erba» (22 aprile 1854).

Non sono il primo a notare una correlazione fra il prato e la scrittura. Anzi, la conformazione stessa dell’erba è un invito a considerare il mistero insito in ogni gesto creativo: essa infatti cresce in maniera misteriosa, quasi invisibile ma persistente. Sempre muore e poi risorge, ricresce, si spinge sopra le rovine, annuncia nuove idee, nuovi slanci. Una vita nuova.
Soprattutto, l’erba non ha autori. È un paziente lavoro collettivo, una spinta dal sottosuolo alla luce. Chi può veramente dire dove nascano le storie? Qualcuno dà loro voce per un momento, in una certa lingua e in una certa epoca, poi sprofondano e riaffiorano altrove. Di certo non appartengono a nessuno, con buona pace di chi si occupa dei diritti d’autore. Il successo maggiore, infatti, consiste nel restare ignoti: i grandi poemi della storia dell’umanità, così come i miti e le fiabe, sono gloriosamente anonimi.
In fondo l’erba, come diceva Jacques Réda, ci assomiglia: «cresce dappertutto». Può spuntare «fra i ciottoli della capitale così come sulle scarpate. E la nostra memoria è pure come una grande prateria, dove l’erba con dolcezza cresce sui nostri sentieri. Così l’erba ci assomiglia perché si rinnova, restando sempre la stessa di sempre. Ha la cocciutaggine della speranza e la profondità dell’oblio. Il vento l’ama, la fa correre, come corrono le parole nelle nostre teste e poi su una pagina, quando ci si lascia trasportare dal soffio variabile dei giorni».

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Al di là di tutto, non è male far crescere l’erba, se non dobbiamo comporre un campo da calcio. Il paesaggista Éric Lenoir scrive che «i prati liberi sono magnifici per gran parte dell’anno». E aggiunge che il loro ruolo ecologico è fondamentale, «poiché aiutano a fissare il terreno, ne limitano l’inaridimento e regolano i flussi idrici, inoltre, fra i vari benefici, c’è l’aumento della biodiversità» (da Petit traité du jardin punk, Terre Vivante, 2018; in italiano Piccolo trattato di giardinaggio punk, tradotto da Daniela Alderuccio per Elliot nel 2026).

PPS: La frase di Flaubert proviene dal volume Correspondance, Gallimard, 1980. Quella di Jacques Réda da L’Herbe des talus, Gallimard, 1984. Fra gli autori francesi che hanno approfondito il senso dei prati segnalo anche Yves Bonnefoy con Le lieux d’herbe, Galilée, 2010. Ricordo anche Leaves of Grass, pubblicato da Walt Whitman nel 1855, e molti altri. Parecchi si ritrovano nell’ottimo saggio di Alain Corbin intitolato La fraîcheur de l’herbe e pubblicato da Fayard nel 2018.

PPPS: E il paradiso? Per me sono le celesti praterie dove ancora corrono mandrie di bisonti, laggiù, dove l’erba tocca il cielo.

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Il paese che non c’è

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Mentre pedalo in salita, mi chiedo dove sia Corvesco.
È uno di quei paesi dove torni sempre, ma non arrivi mai. Pensi di averlo scovato quando riconosci una sensazione: il profilo delle montagne, la luce che taglia la valle, il fruscio delle fontane. Invece tutto è nuovo. Le nuvole, le voci che attraversano la piazza. Dove sono finito, ti domandi, in quale parte del mondo? Esci dal grotto Pepito e cammini verso la casa di Elia Contini, che è bianca e con le imposte verdi, un po’ discosta dalle altre.
Ma Elia Contini, come sempre, non si fa trovare.
Mi viene in mente una di quelle poesie paradossali di Giorgio Caproni: «Sono tornato là / dove non ero mai stato. / Nulla, da come non fu, è mutato.» Insomma, questo luogo esiste oppure no? Forse è come Kokovoko, un’isola citata da Melville in Moby Dick, che «non è segnata in nessuna carta: i posti veri non lo sono mai». Ecco perché ancora non sono riuscito a reperire Corvesco.
Lo stesso Caproni fornisce dei dettagli che, dietro la negazione di una prima forma di esistenza sperimentabile, fanno intuire un diverso modo di essere: «Sul tavolo (sull’incerato / a quadretti) ammezzato / ho ritrovato il bicchiere / mai riempito». Certo, nessuno ha riempito il bicchiere… eppure, eccolo. «Tutto / è ancora rimasto quale / mai l’avevo lasciato».
È la vigilia del primo d’agosto, la festa nazionale svizzera. Anche a Corvesco organizzeranno qualcosa: un falò, dei fuochi d’artificio, una cena in piazza. Un’occasione per vedersi e parlarsi e sapere come va in questi tempi difficili (perché i tempi sono sempre difficili).
Ma Contini, come sempre, non si farà trovare.

Non so come sia possibile, eppure sono partito in bicicletta proprio da Corvesco. Ho pedalato lungo la strada che sale verso nord. Faido, il Dazio Grande, Quinto, Ambrì. A tratti ho costeggiato l’autostrada, invasa da una fiumana di macchine ferme. Anche sulla cantonale mi superavano automobili con targhe di tutta l’Europa. Ad Airolo ho preso la via che risale la valle Bedretto, fino al passo della Novena. Ho fatto fatica, perché ero stanco e perché faceva un caldo torrido. In cima però era fresco, con un vento che spalancava le bandiere.
È uno dei passi che separa la Svizzera italiana da quella tedesca: la Novena oppure la Nufenen. Era già tardi. Ho guardato le montagne riarse, ho mangiato un po’ di cioccolato e ho bevuto del tè. Poi ho indossato il giubbotto per la discesa e sono tornato indietro. Inspiegabilmente, non sono mai arrivato a Corvesco.
Com’era prevedibile, sono rientrato a casa mia.
Eppure, per qualche strana ragione, ora sono qui. Nella Corvesco che non c’è. Picchio con due dita i tasti del computer, sul tavolo di legno che mi fa da scrivania, a pochi passi dal bosco in cui stanotte Contini uscirà per cercare le sue volpi.

PS: Corvesco è il luogo in cui abita l’investigatore Elia Contini, protagonista di vari miei romanzi. Il più recente s’intitola Le strade oscure. Il prossimo uscirà in ottobre, sempre per l’editore Guanda.

PPS: La poesia di Caproni s’intitola Ritorno ed è tratta da Il muro della terra (1975).

PPPS: Qui sotto, una veduta di Corvesco. Chi me l’ha inviata, assicura che si tratta del panorama visto da una delle finestre di Elia Contini. Forse quella del bagno, o della cucina. Sarà. La casa di Contini, del resto, non c’è… come tutti i luoghi che veramente esistono.

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Un amico fedele

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Sembra ieri che ci siamo incontrati per la prima volta.
Ero un bambino e lui era già come oggi: vecchio, eppure giovanissimo. Con l’aria di chi ha visto tutto e rimane scanzonato. È una persona rara: pur conoscendo il dolore del tempo e il mutare del mondo, non abbandona mai la sua leggerezza, che non ha niente di superficiale.
Qualcuno dice che ha il cuore di ghiaccio, che bada solo agli affari suoi. Ma lui risponde: «La neve arriva, la neve se ne va.» E aggiunge: «Perché perdiamo tempo a mettere dei recinti?» Mi spiega che nessuno ha degli «affari» che siano veramente «suoi». Chi può dire dove si posa un fiocco volante nell’aria di febbraio? Chi può dire che anche solo un pezzetto di mondo gli appartenga?

L’ho rivisto pochi giorni fa. Quando ero piccolo mi sembrava enorme, oggi è un po’ meno solenne. È difficile definire l’identità di un pupazzo di neve, perché sempre ci presenta un riassunto di ciò che siamo nel momento in cui gli diamo forma. Lo facciamo a nostra immagine e somiglianza, come vuole la tradizione dei creatori. In fondo si tratta solo di ammucchiare un po’ di neve e di ficcare una carota nel punto giusto: in teoria ogni pupazzo dovrebbe essere niente più di un manichino. Eppure, in un modo misterioso, ognuno finisce per assumere una personalità distinta.

Insomma: il pupazzo sono io.
Oggi ero così, un po’ stanco, preoccupato per cose di lavoro. Ho dormito poco nelle ultime settimane e sto cercando di recuperare. Sono alle pagine finali di un romanzo che sto scrivendo da (troppo) tempo e, nello stesso tempo, sto cercando di seguire qualche pista nuova: altre idee, altri percorsi. Qualche volta mi capita di sentirmi solo, anche se sono circondato da tante persone. È normale: quando scende la sera il pupazzo è poco più di un’ombra nel campo gelato. Nel buio aspetta il sole del nuovo giorno che, con dolcezza, sarà la sua fine.
È davvero così? La vita – anche quella immaginaria – è più difficile da estirpare di quanto si pensi. Quel ramoscello è stato una bocca, quella carota ha annusato il vento. E gli occhi? Torneranno due ciottoli in mezzo agli altri ciottoli, ma dentro di loro coverà come un segreto la capacità di vedere, di contraccambiare uno sguardo. Chi è stato vivo rimane vivo. Almeno, questa è la mia speranza.
«Come va?» gli chiedo, prima di rientrare a bere una tazza di tè.
«Sono qui» risponde. «E tu?»
«Anch’io.»
«Non abbiamo da lamentarci» dice il pupazzo.
«No.»
Silenzio.
«Senti» dice lui dopo un po’. « Te lo volevo chiedere da un pezzo. Questa primavera, di cui parlano tutti, che roba è?»
«La primavera?»
«Sì. Com’è?»
«Be’… è difficile dirlo in due parole. Ci sono dei colori e dei fiori… e l’erba verde che… le rondini…»
«Le rondini.»
«Sì.»
«Ma scusa, tu non sei uno scrittore?»
«Eh…»
«Forse potresti tirare fuori qualcosa in più sulla primavera.»
«Mi hai preso alla sprovvista.»
«Mmm.»
«L’anno prossimo farò di meglio.»
«Ci conto.»
Mi sento come a scuola. Tema: racconta la primavera a un pupazzo di neve.
Lui sorride, come se fosse già lontano. «Allora ci vediamo.»
Mi guardo intorno. Lo saluto ad alta voce: «Addio!»
«Che fa, signor Fazioli?» Si affaccia una vicina di casa. «Sta parlando con il pupazzo?»
Mi schiarisco la voce. «Così, per gioco…»
Immagino che mi abbia preso per matto.
Lei ridacchia, come se mi avesse letto nel pensiero. «Non si preoccupi. Non c’è problema se parla con un pupazzo… almeno finché lui non risponde.»
«E se lo facesse?»
«Allora vuol dire che è diventato matto sul serio!»

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Segnalo al volo, per chi fosse interessato ai dialoghi con i pupazzi di neve, un bel racconto per bambini pensato e illustrato da Raymond Briggs nel 1978. È un libro senza parole, pubblicato in forma rinnovata nel 2022 dalle edizioni EL con il titolo Il pupazzo di neve.

PPS: In più, mi viene in mente una vignetta di Charles Schulz, risalente ai primi anni Sessanta. Si trova in Siamo con te, Charlie Brown (Baldini & Castoldi, 2000). Snoopy fa amicizia con un pupazzo. All’inizio gli dice: «Sei simpatico, ma la tua amicizia è rischiosa… Ogni volta che divento amico di un uomo di neve, il sole lo scioglie e io resto col cuore infranto.» Poi però stabilisce che «non si possono evitare deliberatamente le amicizie… Non ci si può chiudere in sé stessi per la paura di soffrire…» Così abbraccia il pupazzo. Poi, quando questo comincia a sciogliersi, il bracchetto si dispera: «AAUGH! SOB!» Alla finestra ci sono Linus e Charlie Brown. Il primo dice: «Povero Snoopy… Ha perso un altro amico… Che peccato… È così sensibile…» E Charlie Brown: «Uh, huh… Ma non tanto da non mangiare la carota.» In fondo c’è una forma di saggezza antica anche nel mangiare la carota, dopo avere pianto.

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L’ignoto

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Oggi sono stato invitato a pranzo in un ristorante particolare.
Ero un po’ preoccupato, all’inizio. Ma poi la conversazione si è rivelata interessante.

Sono di ritorno da un periodo di viaggi all’estero, dove ho fatto numerosi pranzi e incontri in circostanze diverse, ufficiali e informali. Ancora una volta, ho potuto scoprire che le spedizioni più remote, più avventurose, partono da casa mia. È l’attraversamento del tempo, dell’immaginazione, del vuoto delle vacanze che genera storie. Nel pomeriggio di una bambina di tre anni ci stanno almeno dieci giri del mondo, più una dozzina di viaggi sulla luna e, perché no, anche una missione su Marte o su Venere.
Sono sempre in viaggio verso l’ignoto, sia che pedali in bicicletta nelle strade che conosco a memoria, sia che componga frasi alla tastiera del computer, sia che mi sieda sul pavimento, che è il punto di partenza per raggiungere le stelle più lontane.

PS: Trovate qui alcune riflessioni sul viaggio in Cina. Qui ho parlato in generale del mio tour in Germania. Qui, invece, ho parlato di Monaco in maniera più sommessa.

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Un selfie banale (e buon Natale!)

Siamo io e lui. Come sempre. Io pedalo controvento, ai margini dei campi, mentre lui scivola al mio fianco, leggero, leggerissimo, come io non sarò mai. Io tendo i muscoli, sudo, respiro l’aria fredda con la bocca. E lui? L’Andrea d’ombra è un pensiero di sfuggita, una rapina. Fugace come il dito di un illusionista.
La terra è chiusa nell’inverno, con il promemoria di qualche ciuffo d’erba color verde sciupato. Ma l’Andrea d’ombra non sente la terra, la sfiora appena.

Vedi, le crepe fra le zolle somigliano alle mie domande. Sciocchezze, bisbiglia l’Andrea d’ombra. Un anno è andato, bene o male. C’è stato il male, sì. La fine di questo e di quello, e le persone in fuga e gli strappi e le ferite della morte, un colpo alla volta. E guerre. E sangue. Non fermarti, mormora l’Andrea d’ombra. Hai avuto anche la felicità, la resistenza. Se lo dici tu. Ma sì, occhi sgranati, castagne d’India in un cortile, pane, alberi, cuscini sprimacciati, l’incanto e le parole…
Ma che stai dicendo?
Non ti fidi.
Come potrei? Sei ombra, senza ferite.
Non è vero: custodisco le tue. E so che tutto quello che ti serve, ora, è questa strada di campagna, con l’asfalto un poco sconnesso, questo indugio del sole nel tardo pomeriggio.

Come ogni vigilia di Natale, io e l’Andrea d’ombra facciamo il punto della situazione. Come sempre mi lamento per i progetti incompiuti, per le pagine scritte che non sono come vorrei. E per fortuna, dice lui. Poi mi chiede: non sei contento di quel libretto? Quale libretto? Ma sì: Manca poco a Natale, appena pubblicato da Gabriele Capelli. Ma quello non è opera mia, rispondo. Come no? Dice: illustrato da Antoine Déprez, scritto da Yari Bernasconi & Andrea Fazioli. Appunto. Yari Bernasconi & Andrea Fazioli sono un’entità indipendente, diversa sia da Yari Bernasconi, sia da Andrea Fazioli, sia dallo Yari d’ombra, sia dall’Andrea d’ombra. E non dimenticare Yari Bernasconi & Andrea Fazioli d’ombra. Sì, hai ragione. Anche la & può essere una & d’ombra.
Insomma, siamo una mezza dozzina.
Solo gli autori. Ma se aggiungi anche i personaggi…
Basta, basta, ho capito. Ogni libro nasconde una folla.
E anche una follia…
Così, mentre la bicicletta sfreccia, io e l’Andrea d’ombra passiamo il tempo fra battibecchi e pessimi giochi di parole. Cose minuscole. In una poesia del libretto ci sono queste parole: «“Anche le cose più comuni / sono straordinarie” diceva mio nonno / con gli occhi, camminando».
Il Natale è anche questo, semplicemente: un gesto d’attenzione. La vastità mutata in piccolezza, l’intuizione che le cose banali covano in sé la meraviglia. Il prodigio è il mondo che ogni mattina si presenta come nuovo, nonostante tutto. «Quello che ci rende possibile continuare a vivere è il costante inizio», scrisse Romano Guardini. Il «nuovo» si presenta ogni giorno «con ogni compito e incontro; con ogni dolore e ogni gioia». Spesso noi «intendiamo per nuovo quanto ci eccita. Solo di rado siamo pronti ad avvertire il nuovo in quel che è piccolo e sommesso».
Anche la letteratura è un fermento di cose banali che diventano necessarie, che rivelano sé stesse (e noi che scriviamo, che leggiamo). In una lirica di Manca poco a Natale appare un personaggio – idealmente un ragazzino – che affida il dopopranzo natalizio all’immaginazione.

E quando inizia a voltare le pagine
oltre il brusio del pranzo
e dei parenti, dal suo angolo discosto,
l’orizzonte perde i contorni.
Come gli gnomi, adesso,
cavalca i cinghiali e soccorre le volpi,
siede guardingo con i gufi sull’orlo
della notte, attendendo l’oscurità
di quelle valli boscose che cercano
un nome.

Il desiderio di un Natale «piccolo e sommesso» ha guidato Yari Bernasconi & Andrea Fazioli nella stesura dei testi lirici che compongono il libretto. E questo è anche l’augurio mio (e di tutta la mezza dozzina di autori) per questo Natale: che sia piccolo e silenzioso, ma promettente. Come una serie di tracce sulla neve che portano a un rifugio, a un calore. Buon Natale!

PS: Il libretto Manca poco a Natale è stato stampato in edizione limitata a 500 esemplari, di cui circa 330 in commercio. Non so se sia ancora disponibile. Per informazioni, potete scrivere a gabrielecapellieditore@gmail.com.

PPS: Le parole di Romano Guardini sono tratte da Nähe des Herrn. Betrachtungen über Advent, Weihnachten, Jahreswende und Epiphanie, TOPOS-Taschenbuch, Matthias Grünewald Verlag, Mainz, 1992, traduzione italiana di Giulio Colombi in Natale e Capodanno, Morcelliana, Brescia 1995.

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