Pilley’s Island

Questo viaggio comincia con un mazzo di carte giapponesi.
Si chiama Hanafuda (花札; cioè “mazzo dei fiori”). Le carte consentono di praticare diversi giochi; i più comuni sono lo Hana awase (a tre o quattro giocatori) e il koi koi (a due giocatori). Non conosco le regole né dell’uno ne dell’altro; credo che ricordino la briscola. Quando per caso mi sono trovato per le mani uno Hanafuda, ho sentito che l’anno intero mi scorreva fra le dita. Le quarantotto carte, infatti, si dividono in dodici semi che corrispondono ai dodici mesi. A ogni mese è abbinato un fiore o un albero e, qualche volta, anche un animale.
Subito mi è venuto in mente di usare le carte come un calendario. Ho pensato di partire dalle immagini per entrare nell’atmosfera, scrivendo qualche appunto e condensando poi il tutto in un haiku di stile giapponese. Non volevo tuttavia che la fantasia restasse troppo legata al Giappone; avevo il desiderio di spostarmi in luoghi diversi.
Nel 2017 mi sedevo ogni mese in una piazzetta della mia città, osservando ciò che accadeva intorno a me. Nel 2018 ogni mese tornavo con Yari Bernasconi a Zurigo, in Paradeplatz. Quest’anno andrò più lontano, muovendomi su tutta la Terra in una serie di viaggi immaginari. Ho scovato un sito che permette di designare un punto a caso sul mappamondo: basta premere un pulsante e il programma sceglie aleatoriamente delle coordinate.
Ecco dunque il mio progetto: ogni mese viaggerò idealmente in un luogo che non ho mai visto, aiutando la fantasia con quattro carte giapponesi. Se il sito dovesse mandarmi (com’è probabile) in mezzo al mare, ripeterò la scelta fino ad approdare sulla terraferma; se arrivassi dove sono già stato, ripeterò la scelta fino a trovarmi in un luogo sconosciuto.Hanafuda: Pino / Gru
Luogo: Pilley’s Island, Terranova e Labrador, Canada
Coordinate: 49°30’34.2″ N; 55°43’43.6794″ E
(Latitudine 49.50950; longitudine -55.7280)

Verso la metà di gennaio capita che il cielo raggiunga la tonalità di colore dell’asfalto. Me ne sono accorto qualche giorno fa, camminando in un parcheggio vuoto verso la fine del pomeriggio, poco prima che scendesse il buio. Ho infilato le mani in tasca per cercare le chiavi della macchina, poi ho alzato lo sguardo. Per un istante, il sopra e il sotto si sono confusi: il grigio, la durezza, le strisce di vernice – o di nuvole – che tagliavano fette di cielo e delimitavano lo spazio dei parcheggi. Non mi sarei stupito se la mia automobile fosse stata lassù, oltre il ciglio delle montagne. Ci ripenso ora, mentre cammino adagio, sprofondando nella neve. La strada più vicina è a chilometri da qui. Anche il villaggio di Pilley’s Island è irraggiungibile, con le sue staccionate bianche, la chiesetta, la baia tranquilla e le case di legno dove le stufe sono sempre accese.
Non sono mai stato tanto a Nord. Da qualche parte in mezzo al bosco c’è un rifugio dove posso trascorrere la notte, ma devo sbrigarmi. Le ore di luce sono brevi e la giornata è tutta un tramonto, o tutta un’alba, a seconda dei punti di vista. Il cielo ha colori bellissimi: sfumature di rosso, di viola, di rosa, variazioni dorate, qualche lampo di verde. Non c’è niente che faccia pensare all’asfalto.
Intuisco una vita segreta di orsi, di volpi, di aquile, di piccoli roditori che sono in letargo o che tentano di sopravvivere all’inverno. Il suono del vento tra i rami dei pini mi porta la voce di chi non c’è, di tutte le persone di cui ho smarrito le tracce.
Poi, all’improvviso, la vedo.
Una gru immensa, con tanto di carrucole e cavi d’acciaio, si muove con leggerezza nel bosco, scivolando sui cingoli. Si ferma per un attimo davanti a me, oscillando, poi riprende il suo cammino, sradicando i cespugli, con l’incedere di un grande animale preistorico.
Che ci fa una gru di ferro nelle foreste canadesi? È stato un sogno? Un’allucinazione? Eppure per terra resta il segno dei cingoli e, in lontananza, sento ancora il ruggito metallico del motore, sopra il vento, sopra i tonfi della neve, persistente, feroce, come un canto d’amore.

HAIKU

Parcheggio vuoto –
Sopra le case e gli alberi
svetta una gru.

 

PS: L’haiku (俳句) è un componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo. La definizione fa discutere gli studiosi; ma si può dire, semplificando, che i poemi sono composti di diciassette sillabe distribuite in tre gruppi, rispettivamente di cinque, sette e cinque sillabe. L’haiku è passato anche nelle letterature occidentali del XX secolo; in italiano è composto da un quinario, un settenario e un quinario (naturalmente questa regola è arbitraria, tuttavia mi ci atterrò per avere una forma fissa di riferimento).
Secondo Roland Barthes, l’haiku non descrive ma fissa nel tempo un’apparizione, fotografa un istante (L’empire des signes, 1970; L’impero dei segni, traduzione di Marco Vallora, Einaudi 2002). In poche parole, si tratta di annotare un gesto, un paesaggio, uno stato d’animo. In origine gli haiku erano legati al passare del tempo nell’arco dell’anno, tanto da contenere sempre una parola che indicava la stagione.
Per questa serie di viaggi immaginari impiego mezzi poveri:  un mazzo di carte e due coordinate geografiche. Ho deciso di concludere ogni puntata con un haiku perché si tratta di una forma essenziale: esso infatti 
«non formula ma, rapido, si fa slancio verso la cosa, fusione con essa, silenzio già all’interno delle sue parole» (Yves Bonnefoy, Du haïku, in Entretiens sur la poésie 1972-1990, Mercure de France 1990; Sull’haiku, traduzione di Andrea Cocco, O barra O edizioni 2015).

PPS: Per i dettagli sull’Hanafuda, si veda Véronique Brindeau, Hanafuda. Le Jeu des fleurs, Philippe Picquier 2012.

 

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Non ci saremo

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Paradeplatz, a Zurigo. Forse la piazza più famosa della Svizzera, dove batte il cuore della Confederazione. (Anzi, uno dei cuori: la Svizzera è un paese pluricardiaco.) La domanda è: come si può arrivare tardi a un appuntamento in un luogo tanto solenne?
Ecco le mie giustificazioni:
1) Al momento di scendere dal treno stavo orecchiando una conversazione. Una donna riferiva a un’amica le rivelazioni di un non meglio precisato sciamano, e cioè che il virus dell’influenza è irradiato dal governo per far aumentare i costi della salute e per far guadagnare le aziende farmaceutiche.
2) Tutto ciò mi ha distratto a tal punto che ho scordato il cappello sul treno. Sono tornato indietro, ma non c’era. Una signora molto cortese l’aveva preso e mi stava cercando sul binario. Trovala, spiegale, ringraziala. Ritardo.
Con Yari Bernasconi, in Paradeplatz, abbiamo letto una poesia di Fabio Donalisio.

dire le cose non è raccontarle e
spiegarle men che meno; è accettare
che esista il binario e pure il treno
e l’unico senso è che noi
non ci saremo

Mentre eravamo seduti a leggere, siamo invecchiati in fretta.
Quando alziamo gli occhi, ci accorgiamo che tutte le persone intorno sono nuove. All’improvviso, sento l’impulso di salire sul primo tram, magari quello diretto allo zoo o a Frankental. Del resto, sulle fiancate dei tram le pubblicità sbandierano panda, koala e viaggi da sogno a Singapore. Ma ci sono binari che non vedremo e luoghi che, forse, esistono proprio perché non ci saremo. Un’altra pubblicità tranviaria dice: The show must go wrong.
Sfilano cravatte e borse della spesa, zampettano piccioni, passano e ripassano con suono di risucchio macchine per la pulizia stradale. Accanto a me si siede una ragazza con un telefono così vasto che, anche se lo non facessi di proposito, probabilmente leggerei per sbaglio ciò che sta scrivendo. È un’immensa, entusiasta parola, in un profluvio di faccine: Woooooooow!!! (Mi pare di aver contato sette vocali e tre punti esclamativi, ma non ne sono sicuro). Guardo Yari e gli dico che la prossima volta dobbiamo andare a Frankental.
[AF]

*

Per noi che abitiamo a Berna, andare a Zurigo significa in genere prendere l’Intercity diretto che in 56 minuti ti lascia alla stazione centrale della più popolosa città della Svizzera. Facile. Andare a Zurigo per incontrarmi con Andrea Fazioli, invece, significa in genere scoprire solo una volta arrivati chi dei due:
a) ha sbagliato giorno (worst case scenario, come dicono i cultori del risk management: le parole sono importanti, e il nostro ambiente è molto cheap);
b) è in ritardo (best case scenario).
Questa volta è il cappello di Andrea – che è poi il cappello di Leonard Cohen – a essere in ritardo. Così, per evitare di affrettarmi, dopo essere sceso dal treno mi sgancio dalla folla che avanza verso le uscite della stazione. Nel giro di pochi minuti, l’illusione di appartenere a una comunità si scioglie in una meno volatile evidenza: sono solo. Sopra la testa i tabelloni digitali con gli orari dei treni. Tutto intorno una pulizia irreale, muri chiari e corrimani metallici.
La pulizia è anche la prima immagine che mi investe in Paradeplatz: il tempo di sedersi e una pulitrice a quattro ruote comincia a fare il giro della piazza, spazzando l’asfalto già lustro e aspirando con roboante entusiasmo. Ci si può chiedere perché certi clichés vengano coltivati con tanta dedizione. Sotto il tettuccio della pensilina dove sostiamo, del resto, le vetrate della struttura che porta ai gabinetti sotterranei sono così terse da scomparire (ma ci sono, giuro).
Un uomo fissa lo spazio libero accanto al mio, mi guarda due volte senza sorridere e decide di sedersi solo quando è sicuro che nemmeno io gli sto sorridendo. Ma è un attimo: il suo tram arriva, lui corre e io l’ho già dimenticato.
Non conosco bene Paradeplatz. La mia antipatia non ha argomenti solidi e cerco di dissimularla rapidamente, come se qualcuno potesse cogliermi in fallo. Eppure in questo imbarazzo riconosco qualcosa di rassicurante, di umano. In fondo, se di Paradeplatz vogliamo scrivere, forse la strada da seguire non è così distante da questa componente poco razionale. Per esplorare davvero le cose, bisogna anche fare i conti con la nostra imperfezione, con l’imponderabile, con tutti i paradossi (evidenti e non) che ci abitano. Ecco perché dire le cose non è raccontarle e / spiegarle men che meno. Non è sufficiente rifugiarsi in qualche apparente, transitoria ovvietà.
Certo, di tutto questo Paradeplatz se ne infischia. Chi giunge qui sembra avere solo voglia di ripartire. Oppure viene respinto come in una centrifuga. Una donna chiede ad Andrea se il tram su cui sta salendo è quello per la stazione. «Ich glaube», risponde lui. Poi mi guarda e aggiunge: «La prossima volta dobbiamo andare a Frankental». La poesia dei capolinea. In Piazza della Parata, ogni tram è una promessa.
[YB]

*

Sì, è un luogo promettente. Ma è anche indecifrabile. Forse perché i luoghi, se li guardi a lungo, diventano tutti misteriosi. A che cosa serve una piazza? Ad allontanarsene, a sostare, a pensare… qual è il suo vero scopo?
[AF]

*

E invece della Memoria, del Sole, della Vittoria, perché non c’è Piazza della Dimenticanza, Piazza dell’Uggiosità, Piazza della Sconfitta? Al posto di un Fondatore della Patria, perché non prendere un panettiere?
[YB]

PS: La poesia di Fabio Donalisio è tratta da Ambienti saturi (Amos edizioni 2017).

PPS: Torneremo ogni mese in Paradeplatz (se riusciremo a non perdere troppi treni). Ogni volta leggeremo una poesia. Ci metteremo a sedere e guarderemo ciò che succede. Questa serie scritta a quattro mani prenderà il posto di quella, a due mani, dedicata nel 2017 a un’anonima piazzetta bellinzonese (trovate qui i link a tutte le puntate).

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Pik pik

Il biologo David Haskell ha isolato un cerchio di un metro quadrato in una foresta del Tennessee. Poi, per un anno intero, è andato quasi ogni giorno a osservare il luogo prescelto. Nei fatti minuscoli delle rocce, degli alberi, degli animali, Haskell ha scoperto la grandiosità della natura e dei suoi segreti. È possibile fare la stessa cosa con gli esseri umani? Isolare un luogo, un angolo di strada, e vedere giorno dopo giorno crescere il mistero di ciò che siamo?
IMG_9055Per designare il suo pezzo di foresta, Haskell usa il termine sanscrito mandala, che significa nello stesso tempo “cerchio” e “comunità”. Egli spiega come la ricerca dell’universale nell’infinitamente piccolo sia un motivo che ricorre sommessamente nella maggior parte delle culture, e cita la poesia Presagi d’innocenza di Blake: Vedere il mondo in un grano di sabbia / e il cielo in un fiore selvatico. Accenna anche ai mistici, ai contemplativi: Per San Giovanni della Croce, san Francesco d’Assisi o Giuliana di Norwich, una prigione sotterranea, una spelonca o una piccola nocciola potevano essere la lente attraverso cui conoscere la realtà fondamentale delle cose. Haskell si pone di fronte a questa sfida come biologo: È possibile vedere l’intera foresta attraverso una piccola finestra contemplativa di foglie, rocce e acqua?
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Più volte la settimana Haskell torna al suo mandala. Si siede su un lastrone di arenaria e guarda, senza nemmeno entrare nel cerchio. Si è ripromesso di non intervenire, di non toccare niente. La struttura del libro segue la cronologia dei suoi appunti, dal primo gennaio fino al 31 dicembre. Ho deciso di leggerlo anch’io un po’ alla volta: ogni settimana mi ritaglierò qualche minuto per inoltrarmi nelle foreste del Tennessee. Per cominciare abbiamo osservato rocce, licheni, formiche, vermi, aceri, felci e, con la prima gelata, fiocchi di neve. Questi ultimi sono come stelle trasparenti. Haskell rammenta la domanda di Keplero, il quale nel 1611 scrisse: Deve esserci una causa precisa per cui, ogniqualvolta comincia a nevicare, si forma sempre una stellina con sei angoli. Keplero non lo sapeva, commenta Haskell, ma la forma dei cristalli di ghiaccio esagonali dà un’idea precisa di ciò che dovrebbe essere invisibile, ossia la geometria degli atomi.
snowflakeIn gennaio Haskell compie un esperimento: si spoglia nudo per provare il freddo così come lo vivono gli animali della foresta, senza abiti. A venti gradi sottozero, gli bastano dieci secondi per capire che le piccole cince della Carolina, che saltellano sui rami lì intorno, sono più attrezzate di lui per combattere il gelo. Le cince cantano e fischiano, il picchio emette il suo classico pik pik dai toni acuti, mentre Haskell si affretta a rivestirsi prima di finire assiderato.
In generale, il biologo è stupito dalla complessità di relazioni in un metro quadrato di foresta. Tutto è regolato con precisione: i progenitori del picchio avevano emesso quel suono per milioni di anni prima che esistesse l’uomo e Haskell deve ammettere: Più rimango a osservare il mandala, più sento allontanare ogni speranza di poterlo veramente comprendere e di coglierne la natura più essenziale. Mentre mette in pratica le sue competenze, impara qualcosa su di sé: Osservare noi stessi e osservare il mondo non sono attività in contraddizione; osservando la foresta, ho imparato a conoscere meglio me stesso.
IMG_9064Mi domando se possa anch’io trovare una sorta di mandala. Non sono un biologo e non riuscirei a interpretare i fenomeni naturali. Ma come romanziere, in qualche modo, sono abituato a osservare le persone, ad ascoltarle. Per non andare lontano, scelgo un luogo nella mia città. È una piccola piazza, appena uno slargo circolare nella zona sud di Bellinzona (tra via Raggi e via Borromini, dietro la fermata del bus Semine). Ne avevo già parlato in un articolo su “Doppiozero” e nella guida letteraria Gli immediati dintorni (Casagrande 2015). Vicina a uno sportello della Posta, non lontana da una Coop e da un Mc Donald’s, la piazzetta-mandala è un crocevia. Nella bella stagione sembra perfino più animata del centro storico: intorno alla fontana, sulle panchine di legno scrostate, ci sono persone di varia età e provenienza, cani e bambini, adolescenti, anziani, disoccupati.
IMG_9063Mi siedo su una panchina, con il freddo che punge le mani e che s’infila sotto la giacca. Non saranno i venti gradi sottozero di Haskell, ma la piazza è vuota. Apro un libro, per mantenere un contegno (Ti trovo un po’ pallida, di Carlo Fruttero). Un bambino con i roller gira intorno alla fontana, con le gambe malcerte, poi se ne va. Passano uomini anziani con il basco e il sacchetto della spesa. Alle mie spalle, la via è trafficata. Due donne si parlano gridando dai lati opposti della strada, finché la più giovane si arrischia ad attraversare e raggiunge l’altra. Una vecchia signora, lentamente, spinge un trolley.
IMG_9065Trascorrono dieci minuti: nessuno si ferma. Comincio a sentire freddo; provo a leggere il libro tenendo le mani in tasca, ma è un’operazione complessa. Nel frattempo, in un parcheggio sulla destra, arriva una piccola Mercedes nera. Ne scendono due donne di mezza età, basse, infagottate in ampi strati di pelliccia. Si avvicinano. Poi una delle due mi chiede gentilmente se, a mio parere, la Bibbia sia un libro ormai superato o se contenga dei consigli pratici di vita quotidiana. Mentre cerco di abbozzare una risposta, l’altra signora mi rifila un volantino dei testimoni di Geova e attira la mia attenzione sulla testimonianza di un ragazzo poco più che ventenne, tale Ezekiel, il quale ha dichiarato: Quando ho visto che era un librone, mi è passata la voglia di leggere la Bibbia. La signora scuote il capo. Un librone?, mormoro io. Ma la prima signora sta già citando una frase dal Nuovo Testamento. La seconda resta in silenzio. IMG_9066Infine mi salutano con gentilezza e tornano alla Mercedes. Allora riprendo a leggere Ti trovo un po’ pallida, che è un libro molto sottile. Il cielo è sempre più bianco e basso. C’è un’attesa di neve nell’aria. Sopra le case sta passando un corvo.
Fra qualche settimana, tornerò a osservare l’evoluzione della piazzetta-mandala. Com’è accaduto a Haskell, mi sembra di non essere riuscito a cogliere un granché. Camminando ripenso al corvo, così nero sullo sfondo bianco, e mi viene in mente un brevissimo poema del maestro giapponese Sengai (1750-1837): Difficile distinguere un airone bianco sulla neve; ma come spiccano i corvi.
IMG_9058Nell’autografo l’ideogramma sembra la traccia di un animale su un campo innevato, e il disegno dei corvi continua con naturalezza ciò che le parole non arrivano a dire. È giusto, forse, che pure osservando da vicino un frammento di realtà non si riesca a esaurirne il senso. Non solo perché il mondo è misterioso, ma anche perché la scrittura è sempre un tentativo. In un punto del suo diario, Cesare Pavese annota: Nell’inquietudine e nello sforzo di scrivere, ciò che sostiene è la certezza che nella pagina resta qualcosa di non detto. Vi lascio quindi al non detto, che forse appare anche sulla neve di questa pagina: invisibile come un airone, nitido come un corvo.

PS: Il libro di Haskell è stato pubblicato in italiano da Einaudi nel 2014 con il titolo La foresta nascosta. Un anno passato a osservare la natura (l’originale inglese, The Forest Unseen. A Year’s Watch in Nature, è del 2012). I poemi del maestro Sengai si trovano in Poesie e disegni a china, a cura di Daisetz T. Suzuki, scritto nel 1971 e pubblicato in italiano da Guanda nel 1988 e poi nel 2012. L’annotazione di Pavese è tratta dal Mestiere di vivere (Einaudi) e risale al 4 maggio 1942. Ti trovo un po’ pallida, scritto da Fruttero nel 1979, è stato ripubblicato da Mondadori nel 2007.

PPS: La foto con le felci è la copertina del libro di Haskell. Quella del fiocco di neve è del fotografo statunitense Wilson Bentley (1865-1931). Autore del libro Snow Christals, fu tra i primi a catturare l’immagine di un fiocco di neve.

PPPS: Proprio ora, mentre sto per pubblicare questo articolo, qui a Bellinzona sta cominciando a nevicare. Un’altra pagina bianca da riempire.

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Buon 2017 su Blötzgeul!

img_8891Oggi uscirò in bicicletta. Tecnicamente sarà l’ultima uscita del 2016, ma in realtà è l’inizio della stagione 2017. Negli ultimi mesi infatti ho lasciato la bici in cantina; e di sicuro fra un paio d’ore, quando avrò indossato l’armatura degli abiti invernali e mi sarò avviato, mi scontrerò con l’ultima salita dell’anno, che avrà tutte le caratteristiche insidiose della prima. Il fiato si accorcerà, cigoleranno i muscoli. I chilometri iniziali sono sempre i peggiori: ogni gesto diventerà pesante mentre il cuore, svegliato dal sonno invernale, comincerà a sobbalzare su e giù per il petto. Ecco: questo sarà il mio Capodanno. Poi tornerò a casa, certo, mi riposerò, suonerò il sassofono, credo che ci sarà una cena, fumerò la pipa e forse non eviteremo nemmeno il brindisi a mezzanotte. Ma il vero punto di passaggio per me sarà già avvenuto: pericolante, a mezza costa, infagottato in un giaccone blu, avrò provato ad accogliere il futuro. Non so come andrà. Farò del mio meglio, ma non prometto niente.
fullsizerender-2In realtà, per nessuno il Capodanno arriva a mezzanotte. Ne è una prova questa vignetta di Manu Larcenet e Jean-Michel Thiriet: come spiega la didascalia, sul pianeta Blötzgeul IV gli anni durano un secondo. E con perenne entusiasmo, i due simpatici alieni si stringono la mano ripetendosi vicendevolmente “Buon anno!” a ogni secondo. La vignetta ha l’intento di far sorridere, ma è poi tanto lontana dal vero? Quando finisce un anno e quando ne comincia uno nuovo? Nel corso delle nostre giornate viviamo attimi irripetibili, e i fogli del calendario sono solo un tentativo di mettere ordine in questo magnifico mistero: il tempo che passa.
image1-2In un’altra vignetta, Larcenet e Thiriet mettono in scena un individuo che, con aria un po’ sconsolata, fissa un calendario appeso alla parete. Sul calendario appare la scritta: OGGI. In alto, la didascalia spiega che si tratta di un calendario perpetuo. Possiamo far scoppiare petardi e brindare, organizzare cenette o scatenarci nelle piazze, ma la verità è che, intimamente, non conosciamo il Capodanno. Non percepiamo il 2016 o il 2017 così come non percepiamo il 1993 o il 778. Quello che conosciamo è soltanto l’oggi. Come scriveva il poeta Mallarmé: Le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui (nella traduzione lirica di Mario Luzi: “il vivido l’intatto lo splendido oggi è qui”). Ma l’uomo che guarda il calendario perpetuo è sconsolato: forse perché un oggi percepito come continuità inesorabile, come eterno presente privo di senso, sarebbe una condanna. Magari allora il Capodanno può darci una mano a riflettere sul fatto che, sebbene non li percepiamo, passato e futuro esistono eccome, ed esisteranno finché ci sarà il mondo.
copia-di-fullsizerender-2Scrive l’autore Raffaele La Capria: Amo gennaio e tutti gli inizi, anche quando sono un po’ duri, perché quel che inizia e nasce deve sempre superare la barriera del non essere. Amo gennaio perché mi conferma il ritorno della ruota del tempo. Lo amo anche perché è un mese in cui senti che bisogna raccogliere le forze per andare avanti, e richiede perciò concentrazione, progettazione e fantasia.
Voglio condividere con tutti i miei lettori questo augurio per un 2017 ricco di concentrazione, progettazione e fantasia. Sono i talenti che servono a costruire o a ricostruire: e le macerie, materiali o spirituali, oggi non mancano. Costruire significa anche lavorare perché si plachi il conflitto fra passato e futuro, fra realtà e desiderio, fra speranza e delusione.

La pace che mi auguro, per me e per tutti, è quella che si sente in questo brano del pianista Horace Silver. È una ballad lenta, dolce, ma attraversata da un movimento, da una profonda allegria ritmica tipica di Silver (sentite in particolare il suo assolo, a partire da 2.29 e soprattutto da 4.19 a 4.56). Se la serenità è semplicemente una passione smorzata, non serve a nessuno. A nessuno servono risposte che addormentino le coscienze. La vera pace, quando si manifesta in noi o nel mondo, così come nella musica, porta sempre con sé un pizzico d’inquietudine.
Buon 2017!

PS: Le vignette di Larcenet e Thiriet si trovano in La vie est courte (Dupuis 2013; è l’integrale che raccoglie tre volumi usciti tra il 1998 e il 2000). Il verso di Mallarmé è l’inizio di un sonetto pubblicato nel 1885 su La Revue Indépendante e poi incluso nella raccolta Poésies del 1887; la traduzione di Luzi è apparsa nel volume La cordigliera delle ande (Einaudi 1983); ecco i pdf con il testo completo del sonetto e della traduzione. Le parole di La Capria provengono da I mesi dell’anno (Manni 2008, con le illustrazioni di Enrico Job, autore del mazzo di fiori che vedete sopra). Il brano di Horace Silver è tratto dall’album Blowin’ the blues away, inciso per la Blue note a Englewood Cliffs nel New Jersey, il 29 e 30 agosto e il 13 settembre 1959. Insieme a Silver, suonano Junior Cook (sax tenore), Blue Mitchell (tromba), Eugene Taylor (basso), Louis Hayes (batteria).

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