Greina

Ecco la domanda: chi siamo noi, davvero? Dove passa il confine fra noi-stessi-ma-proprio-noi e ciò-che-ci-siamo-o-che-ci-hanno-cucito-addosso? A voler essere precisi, bisognerebbe rispondere come Giobbe: nudi siamo usciti dal ventre di nostra madre, nudi ritorneremo nel ventre della terra. Il resto è solo, come dire, un intermezzo. Ma è un intermezzo pieno di case, famiglie, passaporti, tatuaggi, pranzi della domenica, autobus, banconote e altri vestiti più o meno eleganti, che velano la primordiale nudità.
Quando scrivo un romanzo, cerco di prestare attenzione ai dettagli. Ma soprattutto mi sforzo di cogliere quello che Simenon chiamava l’homme tout nu, l’uomo nudo, nella sua natura essenziale. La difficoltà consiste nell’usare i dettagli concreti della storia come un mezzo e non come un fine. In che modo conservare questa schiettezza narrativa? Spesso alcuni gesti in apparenza semplici, come quello di camminare, mi aiutano a riordinare i pensieri.
Il pianoro della Greina si trova fra le montagne a nord della Svizzera italiana. Da migliaia di anni è un valico per chi viaggia attraverso le Alpi. Oggi il Passo della Greina, a 2362 metri sul livello del mare, segna il confine fra due Cantoni elvetici: Ticino e Grigioni. Ma è proprio l’idea di “confine” a diventare labile quando ci si trova lassù, nella vastità dell’altopiano in cui sole, vento e acqua discutono fra loro con parole nate prima di ogni linguaggio. Che senso ha distinguere una nazione dall’altra? Ci affanniamo a litigare su “cittadinanza”, “identità”, “tradizioni storiche”, “valori nazionali”, “patria”, “politiche migratorie”, “istituzioni”… e trecento milioni di anni fa qui c’era soltanto acqua. Un mare calmo, tropicale. Un moto di onde senza frontiere, incessante, sempre uguale a sé stesso. Camminando per la Greina, la vertigine non è data dall’altezza, ma dal tempo: ogni passo segna il trascorrere dei millenni. Da uno strato roccioso all’altro, si misura l’ampiezza e la lentezza dei movimenti che hanno creato il suolo, quello stesso suolo che ci pare immutabile e che possiamo misurare, ma non veramente possedere.
A nord c’è lo gneiss occhiadino, che è una roccia metamorfica. Il gruppo del Piz Medel, del Valdraus e del Gaglianera risale all’era paleozoica, circa trecento milioni d’anni fa. La tonalità di fondo è grigiastra, rischiarata dal verde dell’erba e del muschio. Poche centinaia di metri più a sud, prevale il giallo delle dolomie, con le striature rossastre del magnesio: sono rocce sedimentarie del Triassico, nate circa duecento milioni di anni fa. Ancora più a sud, si trovano i calcescisti e gli argilloscisti: dal Piz Coroi al Piz Terri, sono ammassi giganteschi di rocce nere. Le montagne si formarono dall’accumulo di sabbia, giù nelle profondità del mare, dove si posavano i sedimenti minuscoli portati dai fiumi. Durante il Giurassico e il Cretaceo, dai centottanta agli ottanta milioni di anni fa, la materia organica si trasformò in grafite; oggi, nelle giornate di sole, brilla come uno specchio.
Proprio questo è la Greina: uno specchio. Il mutare del tempo diviene la consistenza stessa del paesaggio. Mi sposto dal nero al giallo fino al grigio – nell’ampio silenzio interrotto dal frusciare dei torrenti e dal fischio delle marmotte – e penso che sto viaggiando verso il passato. Tutto pare immobile, ma i moti convettivi che crearono queste valli e queste montagne stanno ancora lavorando, proprio nel ventre della terra. Anche se non sembra, ogni cosa lentamente cambia. Nella desolazione spiccano i movimenti minimi: il fremito di un girino dentro una pozza, il ciondolio di una vacca al pascolo, il guizzo di uno stambecco fra gli spunzoni di roccia. Anche i miei gesti mi sembrano più netti, come se lasciassero un’eco visuale nello spazio: bere un sorso d’acqua, appoggiare il bastone, aggiustare il cappello. Ogni azione elementare, per effetto del paesaggio, acquista una densità, un senso compiuto e misterioso.
Come tutti gli specchi, infatti, la Greina conserva qualcosa di segreto. Lo scrittore olandese Cees Nooteboom annotava: C’è qualcosa di misterioso nel fatto che i paesaggi, che in definitiva non sono responsabili della tua esistenza, che in ogni caso non hanno nulla a che farci e che sicuramente non se ne curano affatto, ciò nonostante esprimano qualcosa di quello che provi perché se così non fosse non proveresti nulla per quello che vedi. I paesaggi, visti o immaginati, restano dentro di me, riflettono un’immagine di ciò che sono e mi sorprendono a mezza costa fra il passato e il futuro, incerto, inquieto come sempre. Sulla Greina affiorano sorgenti che scendono nel Reno e poi nel Mare del Nord, da una parte, e che dall’altra giungono fino al Po e al Mediterraneo. Essere qui è essere altrove, in una vicissitudine spazio-temporale che mi comprende e che mi sovrasta. Risalgo la parete di un canyon, passo accanto agli archi e ai monoliti della dolomia. Poi supero le doline erbose, avanzo fra i meandri del fiume, nella pianura alluvionale.
L’aria è fredda, sale la nebbia. Comincia a piovere. Mi sembra che potrei camminare per sempre lungo questo frammento di tundra. Così in alto, dentro questo vuoto, la vita e la morte si mostrano per quello che sono: inesorabili. Animali e piante si adattano, per sopravvivere si aggrappano con tenacia a ogni espediente, a ogni spiraglio. E noi esseri umani, che pensiamo di possedere le cose, non lottiamo forse allo stesso modo? Con la differenza che a noi non basta essere dentro un paesaggio, ma vogliamo trovare noi-stessi-ma-proprio-noi, vogliamo indagare le ragioni del nostro vivere e del nostro morire. Anche i protagonisti delle mie storie, dentro il fluire delle vicende quotidiane, devono fare i conti con la loro intrinseca nudità. Mentre mi avvolgo nel mantello, sotto la pioggia leggera nel cuore dell’altopiano, mi vengono in mente i miei personaggi. È tutto qui: la vita e la morte. Ed è il riassunto di ogni storia, dal principio del mondo fino a questo giorno di metà settembre.

PS: La frase di Giobbe proviene dal libro omonimo della Bibbia (Gb 1, 21). Il riferimento di Simenon all’homme tout nu si trova in parecchi testi o interviste; per esempio nella conferenza Le romancier, tenuta a New York nel 1945: Je me rapprochais de l’homme, de l’homme tout nu, de l’homme en tête à tête avec son destin qui est, je pense, le ressort suprême du roman. Il testo completo si trova in L’Âge du roman (Complexe 1988). Le parole di Cees Nooteboom risalgono al 1981 e sono tratte da Voorbije passages (De Arbeiderspapers, Amsterdam 1989). In italiano, tradotte da Fulvio Ferrari e Marco Agosta, sono citate in Cees Nooteboom, Avevo mille vite e ne ho presa una sola (Iperborea 2011).

                                         

PPS: Grazie a Paolo per la documentazione e per alcune delle fotografie che illustrano questo articolo; ma soprattutto, grazie per avermi fatto da guida. (A proposito: lo gneiss occhiadino, che ho citato sopra, si chiama così per il feldspato plagioclasio, di colore bianco, che forma quasi degli occhi all’interno delle rocce). Un ringraziamento ai gestori della Capanna Scaletta per l’ottimo vitto e per la gentile accoglienza.

PPPS: La regione della Greina è un altopiano lungo circa sei chilometri e largo uno. Si allunga in tre direzioni: a est il Plaun la Greina, a sud l’Alpe di Motterascio e a ovest il Piano della Greina. Al centro di questa area, su un grande masso, è stata infissa una croce di ferro battuto: è il Cap la Crusc (il sasso della croce).

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Di palombari e montagne

Era un giorno d’estate quando Tommi, svegliandosi la mattina, decise di ammazzare qualcuno. La sera non aveva chiuso le gelosie, così prima che suonasse la sveglia un raggio di sole l’aveva già strappato dal sonno. In realtà non fu una vera e propria decisione, ma una vaga idea che si diffuse tra i residui di sogno e il primo pensiero cosciente.
Comincia così il mio romanzo L’uomo senza casapubblicato nel 2008 da Guanda e ristampato poche settimane fa in edizione tascabile (da tempo era esaurito). In questi giorni sono tornato a sfogliare questo libro, per preparare una conferenza che terrò venerdì 2 giugno alle 18 a Malvaglia, nell’Atelier Titta Ratti (proprio a Malvaglia è in parte ambientata la vicenda).
L’uomo senza casa racconta di un paese di montagna sommerso dall’acqua per la costruzione di una diga. In quel villaggio è cresciuto Elia Contini, che tanti anni dopo tenta di sbarcare il lunario inventandosi il mestiere d’investigatore privato nella Svizzera italiana. E nello stesso villaggio è nato anche Tommaso Porta. Tommi è un coetaneo di Contini, un uomo fragile, squilibrato, che negli anni ha covato sempre di più un sentimento di odio e rancore. Piano piano, intorno a quel lago di montagna e a quelle case sommerse, cresce la tensione, la rabbia, la violenza fisica e quella burocratica, altrettanto temibile.
Per l’idea del lago artificiale e delle case sotto l’acqua mi sono ispirato a un ricordo d’infanzia. Quando avevo circa dodici anni, mi capitò di salire con i miei famigliari in valle Malvaglia, dove nacque la mia bisnonna Maria Abate (poi Maria Maggini). La sua famiglia viveva la transumanza stagionale, facendo la spola fra il villaggio principale e i vari maggenghi e alpeggi o “monti”. Il più alto è in una valle laterale, la val Combra, e si chiama Pulgabi.
Salimmo dunque fin lassù e passammo lungo la diga, dove sulla destra c’è la galleria dentro la roccia che sbuca sul sentiero per la val Combra. Mio padre mi spiegò che sotto quella massa di acqua immobile erano seppellite cascine, stalle, campi, muretti e sentieri. E anche un oratorio con porticato. Davanti a quell’oratorio sostavano le donne che salivano ai vari “monti” con la gerla sulle spalle. Camminavano insieme da Malvaglia; all’oratorio, dopo una preghiera, le donne che proseguivano per la valle Malvaglia si separavano da quelle che salivano verso la val Combra. Anche la mia bisnonna ragazzina e con lei sua madre si saranno fermate decine di volte sotto quel porticato. Mio padre mi raccontava che l’oratorio è ancora in piedi, giù in fondo al lago, come un resto spettrale, acquatico, quasi il fantasma di una vita perduta.
Anni dopo, scrivendo L’uomo senza casa, modificai molte cose, cambiai la cronologia degli eventi e immaginai che sotto il lago ci fosse un intero villaggio, con la casa di famiglia di Tommi Porta e anche quella di Elia Contini. Seguendo il filo della storia, mi accorsi che quelle casupole di sasso, sepolte al buio e al freddo della dimenticanza, avevano ancora una storia da raccontare. C’erano vecchi delitti, segreti da non rivelare, nodi da sciogliere. E allora ecco che Contini diventa palombaro, per un tuffo nell’acqua azzurra e soprattutto per un tuffo dentro il tempo, anch’esso azzurro e misterioso, come le montagne che appaiono in lontananza.
La vicenda poliziesca si sviluppa fra omicidi e imbrogli legati alla speculazione edilizia. Sullo sfondo, c’è anche il riciclaggio di denaro di un giro di società off shore. La mia intenzione narrativa era quella d’intrecciare l’aspetto più spettacolare e poliziesco con la risonanza più intima e sommessa della diga, della casa in fondo al lago, del viaggio che ognuno di noi prima o poi deve intraprendere alla ricerca di un luogo da chiamare “casa”.
Elia Contini, il protagonista, è cresciuto in un paese di montagna. Dopo tanti anni torna alla diga di Malvaglia e si ferma a guardare la superficie dell’acqua, pensando a suo padre, alla sua infanzia, al passato che ancora lo avvolge e gli impedisce di andare avanti. Più in là, nel corso del romanzo, Contini e gli altri personaggi verranno sorpresi da una grande nevicata. Le vie di comunicazione sono bloccate. È la nevicata del decennio, che trasforma completamente il paesaggio. E Contini si trova in montagna, nel cuore del bosco, lontano dal sentiero.

Si spazzolò la neve dal corpo, battendo le mani per scaldarsi. Nel mezzo di una notte d’inverno, quando fa davvero buio, il bosco parla a chi lo sta a sentire. Ogni fruscio, ogni scricchiolio di corteccia e ogni tonfo sulla neve raccontano una storia. Prima di rimettersi in viaggio, Contini rimase in ascolto per qualche secondo. Da qualche parte, quella notte, le volpi andavano silenziose in cerca di cibo. I vecchi alberi gemevano sotto il peso della neve e il ghiaccio stringeva l’acqua dei ruscelli. Contini riprese a camminare. Quello era il suo territorio, era il suo bosco. E lui quella notte avrebbe chiuso i conti con il passato.

Ancora oggi, quando cammino in montagna, mi capita di sentirmi preso nella stessa morsa. Non sono coinvolto in vicende di delitti o riciclaggio di denaro, naturalmente, ma sento il medesimo strazio che invade l’animo di Contini. In qualche modo le montagne sono memoria del mio passato, delle cose scomparse. Nel gesto del camminare, nella libertà dei pensieri e nel mutare repentino delle stagioni cerco di trovare la forza per andare avanti, per vedere, per sentire, per vivere le cose vecchie come fossero nuove. Non è forse così? Se uno guarda con attenzione, le cose non sono sempre nuove?
Venerdì prossimo, all’Atelier Titta Ratti, tornerò per una volta a presentare L’uomo senza casa, anni dopo la prima uscita. Sarà come viaggiare nel passato; tuttavia cercherò di non restare ingabbiato, ma di interrogarmi sull’evoluzione della mia scrittura. Intorno saranno esposte le immagini legate al libro d’artista Commistioni, segni e voci in un territorio di Carla Ferriroli. Nel volume sono presenti le incisioni dell’artista insieme ai testi degli scrittori Remo e Sandro Beretta. Carla Ferriroli ha voluto compiere una ricognizione nel territorio d’origine, provando a esaminarlo con uno sguardo differente, tornando in quei luoghi e in quei paesaggi che quando ci si stava dentro apparivano scontati ma che nella lontananza diventano un frammento importante di memoria. È un percorso innovativo ma nello stesso tempo innestato su una consuetudine. Ciò che io potevo fare, partendo dalla mia attività artistica, era di prendere il mio taccuino e guardare e disegnare, muovendo lo sguardo, fattosi più attento, tra montagne e prati e case, nella quiete di giorni silenziosi: una curiosità girovaga, con la matita, la penna o i pastelli in mano.
Spesso, nelle opere che parlano di montagna, è centrale il tema dell’abitare: il desiderio di tornare a casa, oppure quello di riuscire a comprendere le poprie origini. Ho trovato questa domanda anche nel bel romanzo di Paolo Cognetti Le otto montagne (Einaudi 2016). Il protagonista sale su una vetta e, nel quaderno con le firme degli alpinisti, scopre due righe scritte da suo padre l’anno precedente, poco prima di morire: Tornato quassù dopo tanto tempo. Sarebbe bello restarci tutti insieme, senza vedere più nessuno, senza dover scendere a valle. Un messaggio del genere non può che suscitare domande. Tutti chi?, mi chiesi. E io dov’ero quel giorno? Chissà se aveva già cominciato a sentirsi il cuore debole, o che cos’altro gli era successo per scrivere quelle parole. Senza dover più scendere a valle. Era lo stesso sentimento che gli aveva fatto sognare una casa nel posto più alto, impervio e isolato, dove vivere lontano dal mondo.
Venerdì sera, a Malvaglia, cercherò di capire che cosa significhi sognare una casa nella mia scrittura. Insieme alle opere di Carla Ferriroli ci sarà la musica di Stefano Moccetti. A un certo punto, come succede sempre, le parole non basteranno più, e allora per dare un’occhiata a ciò che si nasconde sotto il lago, non resterà che affidarsi alle note della chitarra…

PS: Il video qui sopra è stato registrato al festival di Montreux il 14 luglio 1986. Al concerto parteciparono Michel Petrucciani (piano), Wayne Shorter (sax tenore) e Jim Hall (chitarra). Beautiful love è un duetto fra Petrucciani e Hall, durante il quale due artisti di generazione e di esperienze diverse si trovano mirabilmente e riescono a costruire, nell’immediatezza di un dialogo, qualcosa di nuovo.

PPS: Le parole di Carla Ferriroli, così come l’incisione riprodotta sopra, sono tratte dal libro d’arte Commistioni, al centro di un’esposizione all’Atélier Titta Ratti di Malvaglia fino al 5 giugno 2017. L’immagine della volpe è una cartolina che mi hanno inviato; non so chi sia l’autore.

PPPS: Del romanzo L’uomo senza casa avevo già parlato qui.

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Periferia

È un periodo con tanti impegni e poche idee. Avrei diverse cose da scrivere, ma è difficile trovare quello spazio intimo, anche mentale, quella stanza tutta per sé in cui accogliere personaggi e storie. Presentazioni, laboratori, incontri: la parte pubblica della vita di uno scrittore – ossia ciò che si fa anche per sbarcare il lunario – a volte rischia di sommergere il tempo vuoto, la lentezza di pensiero necessaria a scoprire un’idea, a levigarla, a trasformarla in qualcosa di concreto. In questi casi, uno dei rimedi che cerco di mettere in atto consiste nel camminare. Non si tratta di jogging (quello non aiuta) né di trasferimenti a piedi da un luogo all’altro, né di passeggiate o escursioni con una meta ben precisa.
img_8155L’idea è quella di camminare a caso. Ma ho notato che i miei vagabondaggi, in qualunque città mi trovi, tendono a portarmi verso la periferia. Mi piace in particolare quella zona in cui le città cominciano a sfilacciarsi, a mostrare un aspetto meno rigido, come se conservassero un ricordo di campagna. Ci sono appezzamenti di terreno vuoti, distributori di benzina, supermercati e complessi residenziali che si svuotano ogni mattina per riempirsi di nuovo in serata. Il momento più interessante, per i vagabondaggi periferici, è proprio quello del Grande Ritorno. Nella calma pomeridiana, per le strade girano soprattutto anziani, gruppi di adolescenti o genitori muniti di carrozzina. Poi, mentre si fa buio, arriva l’ora in cui le macchine appaiono sui vialetti, e con un sommesso ronzio le porte dei garage annunciano che il pomeriggio sta diventando sera.
img_8166Nella mia città ci sono un paio di punti in cui posso contemplare dall’alto un complesso residenziale (in periferia, ma non solo). Allora mi sento nello stesso tempo lontano dal mondo e presente in ogni gesto, in ogni sbattere di portiera, strillo di bambino, cigolio di cancello o fruscio di bicicletta. Il rientro dalla giornata di lavoro significa la pace? È il riposo dell’eroe che torna dal suo viaggio? Oppure è proprio a quest’ora che ogni eroe comincia la vera battaglia? In questi momenti, scrive Cesare Viviani, ci si affanna a smontare / e a rimontare il vero.
img_8105Che cosa significa questo lavoro, questo incessante interrogare il mondo? Non è soltanto il gesto della scrittura: è qualcosa che parte prima della scrittura, in un certo senso, e che finisce dopo. È quell’inquietudine che tiene desto l’eroe: infatti non basta sconfiggere il drago – o essere sconfitti dal drago, perché capita anche questo. C’è bisogno pure di interrogarlo, questo drago, per capire il senso del proprio combattere, del proprio viaggiare. Ogni volta che si arriva a un punto fermo, la ricerca non si placa; anzi, si fa ancora più intensa. Ciò che mi spinge a scrivere, non è il desiderio di svelare il mistero, ma quello di approfondirlo. Scrivendo ho l’impressione di costruire qualcosa di mio, qualcosa di vasto e ramificato; e subito, appena ho dato vita a questo insieme di voci, sento che si allontana, che non è più mio. Scrivere è acquisto e perdita, sempre, così come in un certo senso è tutta la nostra esistenza. Ho trovato questo sentimento in una lirica intitolata Scrivere romanzi, che la poetessa Daria Menicanti dedicò all’amica Lalla Romano (qui in formato pdf).
img_8135Ecco, scrivere è come osservare l’ora del Grande Ritorno. I personaggi seguono il loro destino. Percepisco una vicinanza fra me e loro, e tuttavia mi rendo conto che sono degli sconosciuti: parlano di cose che non so e stanno per entrare in sale da pranzo che non vedrò mai, fieri della loro cucina abitabile o della macchina nuova. img_8169Qualcuno sarà felice, incredibilmente felice in una sera d’inverno, qualcun altro invece nasconde la propria disperazione. C’è chi si lascia avvolgere dalla quotidianità come da una coperta, chi si addormenta sul divano, chi si affanna a smontare / e a rimontare il vero, chi si orienta nel trito di un tremante arcobaleno.
Non è sempre facile cercare le parole per ognuno di loro, liberare dentro di me lo spazio per accogliere queste parole; soprattutto, trovare la fiducia e la speranza perché valga la pena pronunciarle. Qualche volta, quando non ho parole, mi dico che il silenzio contribuisce alla scrittura. E immagino che ogni passo sui vialetti, ogni abbraccio sulla soglia, ogni sigaretta fumata sul balconcino faccia parte di una sola canzone, fatta di accordi in maggiore e in minore, con un suo ritmo, una sua armonia segreta che ogni tanto si rivela, ogni tanto si nasconde.
Proprio in uno spazio di periferia, Ben Wendel (sax) e Ambrose Akinmusire (tromba) hanno provato a dare voce a questa canzone, a queste domande.

PS: L’espressione una stanza tutta per sé è ripresa da Virginia Woolf (ne ho parlato qui). La lirica di Cesare Viviani è tratta da Osare dire (Einaudi 2016). Quella di Daria Menicanti proviene da Lalla Romano e Daria Menicanti: «mentre tu scrivi», a cura di Antonio Ria e Serena Savini, edito nel 2012 da Mimesis Centro Internazionale Insubrico come catalogo di una mostra dedicata alle due autrici.

PPS: Il video con Ben Wendel e Ambrose Akinmusire, registrato in una zona desolata di Los Angeles, vuole suscitare l’atmosfera del mese di dicembre. Secondo Ben Wendel, è un tempo per riflettere e per guardarsi indietro. È tratto dal progetto The Seasons (2015), dello stesso Wendel: sono dodici video per dodici mesi, ognuno con un approccio diverso; lo spunto è nato da Le stagioni, 12 pezzi per pianoforte composti da Čajkovskij nel 1876. Ben Wendel, che ha scritto la musica, duetta ogni mese con un artista che sente affine. Trovate qui la presentazione del progetto (in inglese) insieme a tutti i video in alta definizione. Ecco qui, invece, un commento sul mese di dicembre (sempre in inglese). Di Ben Wendel consiglio anche l’album What we bring, pubblicato qualche settimana fa da Motéma Music.

PPPS: Per chi non vedesse le immagini, ecco il testo completo della poesia di Viviani che ho citato sopra: Quando il cielo si tinge di nero, / a buio, / gli affaticati che ottengono / un giusto riposo a casa / non siamo noi, affannati a somontare / e a rimontare il vero.

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Espero

La settimana scorsa sono andato a Losanna. Visto che alla galleria del San Gottardo c’erano tre chilometri di coda, sono passato dalla Novena. Ma nel fondovalle il traffico era fermo, a causa di un incidente: per tre o quattro ore la circolazione, come ha detto la radio, è rimasta interrotta. Durante l’attesa, le persone occupavano il tempo come potevano: telefonando, dormendo, ascoltando musica, camminando su e giù lungo la strada; alcuni turisti, fuoriusciti da un autobus, si sono messi a intonare cori alpini. Qualche chilometro più avanti i pompieri spegnevano l’incendio che, nato da uno scontro frontale, stava divampando nei boschi intorno alla carreggiata.
img_6760Ci vuole poco, ho pensato, per spezzare un pomeriggio estivo. Strade di montagna intasate, lamiere contorte, fumo, sirene di ambulanza. La sensazione di essere fermi, impotenti, a poca distanza da un evento drammatico, fonte di sconcerto e sofferenza. Quando sono arrivato a Losanna (in ritardo di parecchie ore), sentivo ancora muoversi dentro di me i sentimenti nati dalla sosta forzata: impotenza, tristezza, incomprensione. Le vie intorno all’albergo, a Épalinges, erano deserte. Per riprendermi ho deciso di fare due passi. Sentivo il suono delle mie scarpe sull’asfalto, percepivo il fiato che entrava e usciva dal polmoni, il flusso del sangue continuamente pompato dal cuore. Le strade erano vuote. I bar erano chiusi. E io camminavo, camminavo, come se il gesto mi aiutasse a sentirmi vivo.
img_6762Ero a Losanna per la consegna del premio La Fenice Europa al romanzo L’arte del fallimento. Non mi soffermo sui dettagli, limitandomi a esprimere un ringraziamento ad Adriano Cioci, Rizia Guarnieri, Claudio Toscani, insieme a tutti i membri dell’Associazione Bastia Umbra. Sono grato anche alle varie altre associazioni che sostengono il premio, in Italia e all’estero; ai lettori e alle giurie sparse per il mondo; agli autori Luigi Ballerini, Carlo De Filippis e Fioly Bocca. È la mia seconda esperienza al premio La Fenice Europa: in Umbria come a Losanna, l’accoglienza è sempre splendida. Anche quest’anno mi ha colpito la vitalità, l’entusiasmo con cui gli organizzatori – senza nessun profitto – s’impegnano a promuovere la lingua e la cultura italiana in tutto il mondo.
Non vi racconto altro, perché trovate tutto sul sito del premio e perché vorrei dedicare ancora qualche riga al gesto di camminare, che da sempre è per me un antidoto alla tristezza e all’ansia. Sabato mattina splendeva il sole, a Losanna, ed era giorno di mercato. Nelle vie del centro, sotto la cattedrale, s’incrociavano famiglie, pensionati, venditori e sfaccendati (categoria nella quale rientravo pure io). Non so spiegare in che modo dentro di me sia cresciuto un moto di leggerezza, difficile da esprimere in astratto ma legato senza dubbio al ritmo discontinuo della passeggiata. In place de la Riponne, accanto a una donna che soffiava immense bolle di sapone, circondata da un nugolo di bambini, c’era una bancarella che promuoveva la diffusione dell’esperanto, offrendo dieci lezioni gratuite. Passando di fianco, ho visto un distinto signore di mezza età che raccontava a una ragazza di essere un apprenti espérantophone, spiegandole come il nome della lingua derivi dalla parola espero, che significa “speranza”.
img_6761Sabato sera una lettrice mi ha chiesto spiegazioni su un personaggio citato nel romanzo, l’esploratore inglese Ernest Shackleton (1847-1922). Mentre le rispondevo, ho pensato che proprio Shackleton, nei suoi diari, fornisce un buon esempio di che cosa siano il fallimento e la speranza. Come esploratore, fallì quasi tutte le sue imprese: non raggiunse il polo Sud, non riuscì ad attraversare l’Antartide. Nemmeno a casa ebbe una vita serena, per colpa della depressione, dell’alcol, di amori infelici e disordinati. Ma quando le cose si mettevano male, rivelava una tenacia sorprendente. Nel 1915 perse la nave, stritolata dal ghiaccio dell’Antartide. Senza scomporsi, radunò il suo equipaggio, in mezzo al vuoto della banchisa, nel freddo, nel buio perenne. Guardò i suoi compagni e disse: bene, ragazzi, ora torniamo a casa. E ci riuscì, con un’impresa pazzesca. Un paio di anni fa, leggendo il diario di Shackleton, mi colpì un episodio marginale, accaduto durante il lungo viaggio verso la salvezza. Quel dettaglio mi rimase nella mente, mentre stavo scrivendo L’arte del fallimento.

Mario raccontò a Lisa che, dopo una traversata di millecinquecento chilometri in balia di uno dei mari peggiori al mondo, Shackleton era riuscito a toccare terra nella Georgia del Sud, non lontano da Capo Horn. E allora, in una baia sperduta, avvistò alcuni resti di navi, trascinati fin lì dall’oceano: barili, alberi, pezzi di pennoni, di chiglia, e fra le altre cose anche il modellino di uno scafo di nave, di certo un giocattolo per bambini.
– Shackleton si chiede quale tragedia si nasconda dietro quell’oggetto – disse Mario. – Un giocattolo, capisci? L’unica traccia di un naufragio: un piccolo giocattolo sbattuto dal mare sulle rocce, in capo al mondo. Tutte le speranze, l’entusiasmo, chissà, forse una famiglia di emigranti… è una cosa che, a pensarci, ti viene da piangere.
Ci fu un lungo silenzio. Poi Mario mormorò:
– Ecco il fallimento. Non gli insuccessi dei grandi, nemmeno i disastri di Shackleton. Ma quel giocattolino, quella nave in miniatura dice tutto quello che mi serve.
– E cioè?
– Non so che storia ci sia dietro, nessuno lo saprà mai. Che cosa significa, perché il giocattolo si è salvato? Non riesco a capirlo, ma ho qualcosa su cui riflettere. – Una pausa. – O forse non bisogna capire, forse bisogna solo pensarci, ogni tanto, a quella piccola nave.

Quando Mario viene a sapere di questo episodio, riconosce in quel giocattolo un simbolo della sua stessa vicenda. Il fallimento di Mario è meno tragico, ma anche lui deve accettare una sconfitta. Insomma, quella piccola nave intravista da Shackleton, in mezzo ai detriti scampati alla bufera, diventa un emblema. Per Mario è qualcosa su cui riflettere, per me è come un promemoria: pur senza capire, cerco di non dimenticare chi ha fallito, chi non ce l’ha fatta, chi è rimasto per strada. Nelle mie storie, tento di dare spazio e voce a questi personaggi.
img_6764Paradossalmente, quel giocattolo sbattuto sulle rocce può essere anche un segno di speranza. Che cosa ne sappiamo noi, in fondo, di ciò che si perde e di ciò che rimane? Quando una sconfitta si fa narrazione, lascia sempre qualcosa nelle menti e nei cuori, incide una ferita nella memoria. Finché ci saranno emigranti, famiglie che affrontano Capo Horn, esploratori tenaci, viaggiatori per mare e per autostrada, navi giocattolo, creatori di bolle di sapone, inventori di lingue, scrittori e lettori, finché ci saranno uomini e donne che parlano del futuro, non sarà vano pronunciare in ogni lingua la parola espero.

PS: In italiano potete leggere: Ernest Shackleton, Sud. La spedizione dell’Endurance in Antartide 1914-1917, Mursia (avevo parlato di questo volume anche qui, su “Il Libraio”). Fra l’altro Frank Hurley, il fotografo della spedizione, riuscì miracolosamente a salvare alcune lastre. Qui sotto, ecco un’immagine storica: gli uomini rimasti in attesa nell’inferno gelido di Elephant Island salutano il loro capitano che, dopo un’impresa ai limiti dell’umano, è tornato a prenderli.

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Kids are pretty people

Oggi nella Svizzera italiana è il primo giorno di scuola. Come sempre, quando sento le parole “primo giorno”, ho la tentazione di voltarmi verso il passato: sarà perché tutti gli inizi poggiano su fondamenta più o meno visibili, sarà perché la fine dell’estate accende malinconie. Ho accompagnato mia figlia al primo giorno della seconda elementare, domani accompagnerò sua sorella al primo giorno di asilo. Vedete? Tutti questi “primi giorni” mettono addosso una certa inquietudine. L’unica è tuffarsi nei classici… Si computes annos, exigum tempus: si vices rerum, aevum putes (“Se tu conti gli anni, il tempo ti parrà breve: se rifletti sopra gli avvenimenti, crederai esser corso un secolo”). Ma quelle di Plinio sono sempre parole, sia pure in latino, mentre mi pare di essere di fronte a qualcosa che, per non essere banalizzato, richieda due operazioni: tacere e camminare.
IMG_6630Taccio e cammino, allora, resistendo alla tentazione di parlare del tempo che passa a chi mi sta accanto. Esco dalla scuola… il cortile è sempre quello, con il medesimo grande albero sulle cui radici mi arrampicavo, da bambino, immaginando un mare in tempesta al posto del terreno. Mi allontano da solo lungo via Franscini, e lo sfasamento temporale mi colpisce quando meno me lo aspetto.
L’edificio dove ho trascorso due anni come allievo di scuola media ora è sede del Tribunale penale federale. Mi domando se, nei corridoi austeri, sia rimasto qualche ricordo di schiamazzi, di verbi irregolari, di turbamenti ormonali e di compiti copiati in fretta durante la ricreazione. Mi avvicino al portone… ma esito a entrare. E se davvero negli interstizi del tribunale fosse rimasto qualcosa… o qualcuno? Se un giovane Andrea fantasma, con il suo zaino Invicta e la sua timidezza, fosse ancora là dentro, sospeso fra un tema d’italiano e un’equazione a due incognite? Che cosa potrei mai dirgli? E lui, che cosa direbbe di me? Mi sembra che apparteniamo a epoche diverse, nonostante siamo separati da poco più di vent’anni (cantava De Gregori: vent’anni sembran pochi, ma se ti volti a guardarli non li vedi più…). Decido di rimandare la visita: la caccia al tempo perduto richiede un ritmo lento, e per oggi ho fatto abbastanza. A casa ho ancora la bicicletta che parcheggiavo di fianco all’edificio, e la chiudo ancora con lo stesso lucchetto di allora. Ma il parcheggio è sparito, insieme alle tettoie, agli studenti, ai docenti con la cartella di pelle. È proprio vero che le città cambiano più in fretta del cuore di un uomo.
IMG_6629Leggo su internet che la Corte penale del Tribunale penale federale di Bellinzona statuisce in prima istanza sui reati che entrano nella competenza della giurisdizione federale (p. es. terrorismo, servizi di spionaggio, riciclaggio di denaro, criminalità organizzata). Be’, qualche piccola operazione di spionaggio, durante le verifiche di matematica, l’avevamo messa in piedi anche noi… chissà se l’eco di quelle losche macchinazioni aleggia ancora in questi spazi chiari. È curioso: come scuola, l’edificio aveva corridoi oscuri e un colore grigiastro; ora, come tribunale, si presenta candido e immacolato. Vorrà dire qualcosa? Probabilmente no.
IMG_6612Continuo a camminare. La città ha ancora una luce estiva, ma c’è un segno che invece mi proietta verso l’autunno: mancano i ragazzi, i bambini. A quest’ora le lezioni sono già cominciate, e gli allievi sono tutti dentro un’aula. Mi domando che cosa voglia dire, per loro, stare ancorati a un tavolo mentre fuori splende il sole. A prevalere sarà il rammarico per una bella giornata persa? Ma la scuola, in fin dei conti, dovrebbe aiutare a godere con maggiore pienezza anche delle belle giornate. Oppure è ingenuo pensare che il sistema scolastico debba rispondere pure a queste esigenze? Forse è più prudente limitarsi a trasmettere nozioni che aiutino a “imparare un mestiere”, “farsi una cultura”, “affrontare la complessità del mondo contemporaneo”. Ma personalmente, quando mi trovo di fronte a un gruppo di ragazzi per un laboratorio di scrittura, ciò che più mi emoziona non è tanto la possibilità di trasmettere loro qualcosa, e nemmeno il fatto che loro possano trasmetterlo a me. A stupirmi è la presenza: siamo qui, riuniti nella stessa aula, pronti a condividere qualcosa che possiamo chiamare “letteratura”, nonostante le mille differenze fra di noi (di età, origine, esperienza, carattere…).
La scuola è prima di tutto esserci. È un gesto: uscire di casa, entrare in un edificio, sedersi insieme in una stanza. E in quella stanza siamo presenti con tutti noi stessi, carichi di tutte le nostre domande. Andare a scuola implica il pensiero del futuro, il desiderio di costruire qualcosa. Se un insegnante riuscisse anche solo in questo – tenere desti i desideri – avrebbe già ottenuto un successo.
Non mi dilungo con le riflessioni: torno a camminare e vi lascio con la musica. Kids are pretty people è un brano composto da Thad Jones nel 1968. Gli amanti del jazz sanno che la famiglia Jones non manca di grandi talenti: oltre a Thad (1939-85), il batterista Elvin (1927-2004) e il pianista Hank (1918-2010). A Hank è capitato spesso di riproporre il brano di suo fratello. Questa è una versione con il sassofonista Joe Lovano, insieme a George Mraz (basso) e a Lewis Nash (batteria).

A essere pretty people non sono solo i bambini, ma soprattutto chi sa mantenere, insieme alla pacatezza della vecchiaia, l’apertura e lo slancio di un ragazzino. Direi che Hank Jones è un magnifico esempio: pensate che all’epoca di questa incisione aveva 87 anni. Mi rendo conto che il brano è lungo (e non a tutti piace questo tipo di musica). Ma ascoltate almeno, nei primi minuti e alla fine, la perfetta discrezione del pianoforte, l’intesa con il sax. Bello anche l’assolo di Jones, a 5.08. In particolare, sentite la forza della sua vitalità fra il settimo e l’ottavo minuto, osservate la sua espressione elegantemente radiosa.
Hank Jones è stato un grande maestro. L’augurio che faccio a tutti gli insegnanti, per questo nuovo anno, è di avere la sua stessa grazia, la sua ironia, la sua misura, insieme a quel briciolo di fanciullezza che – nonostante gli anni – continua a vivere e a diventare musica…

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PS: Quando mi deciderò a entrarci, nel Tribunale, vi farò sapere se davvero troverò qualche fantasma. Magari ci proverò il prossimo primo giorno di scuola…

PPS: La citazione di Plinio Il Giovane proviene dal quarto libro delle Lettere (XXIV, 6); quella di Francesco De Gregori, dalla canzone Bufalo Bill, contenuta nell’album omonimo uscito nel 1976. La frase sul Tribunale è tratta dal sito www.bger.ch. Una bella versione di Kids are pretty people, registrata nello stesso tour da cui è tratto il video, si trova nell’album Classic!, pubblicato poche settimane fa da Joe Lovano per la Blue Note e dedicato proprio alla memoria di Thad Jones (che ha continuato a suonare con Lovano fino a poco prima della sua morte, all’età di novantun anni). L’osservazione sulle città che cambiano più in fretta del cuore di un uomo è di Charles Baudelaire: Le vieux Paris n’est plus (la forme d’une ville / Change plus vite, hélas! que le coeur d’un mortel). I versi sono tratti dalla lirica Le Cygne, nella sezione “Tableaux parisiens” di Les Fleurs du Mal (1857).

PPPS: Alcuni spunti per questo articolo mi sono venuti in seguito a un proficuo scambio d’idee avvenuto su “Cose di scuola”, il blog di Adolfo Tomasini. Di ricerca del tempo perduto, sempre a Bellinzona, avevo già parlato qui.

 

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