Panchinario 38-45

Giorno dopo giorno, il popolo delle panchine si muove sul nostro pianeta. È una tribù senza terra, una nazione senza confini. Le donne e gli uomini che si siedono sulle panchine, ovunque nel mondo, hanno la stessa cittadinanza, lo stesso invisibile passaporto. Dalla coppia di adolescenti che si avvinghia in un abbraccio al vecchio che, dopo una perigliosa camminata, approda in un luogo sicuro. Spinti dalla curiosità, dalla stanchezza, dalla noia. Non importa come ci arriviamo. Ma una volta seduti, siamo in una zona franca. A pochi metri da noi si erigono statue, si asfaltano strade, crollano le borse, bruciano i boschi, passano cortei di festa o di protesta, si fanno elezioni, convegni, giornali, rapine. Fra qualche minuto dovremo varcare la frontiera e occuparci di queste faccende. Ma ora siamo lontani. Abbiamo chiesto asilo politico a un altro Stato, senza governo e senza leggi. Siamo qui. Siamo il popolo delle panchine.

38) FRANKENTAL, all’incrocio fra Limmattalstrasse e Bombachhalde
Coordinate: 2’678’577.8; 1’250’956.8
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… dare un’occhiata alla fine del mondo.
Oggi non c’è nessun luogo che si possa definire “distante”. In poche ore si arriva dappertutto, anche i deserti e le foreste sono stati esplorati, sulla cima dell’Everest manca poco che mettano un tavolo da picnic. Come raggiungere dunque la fine del mondo? Personalmente faccio così: vado a Zurigo, prendo il tram numero 13 e scendo al capolinea. Frankental. Non so perché questa parola risvegli in me una sensazione di lontananza. In fondo è un quartiere di periferia come tanti. Eppure, c’è qualcosa di remoto, di misterioso. Frankental. Fra i palazzi e le case residenziali appaiono vigneti, pezzi di prato, negozi di alimentari, palestre. Dall’alto si vede la Limmat che scorre maestosamente. Oltre il fiume appaiono cantieri, gru, ciminiere di fabbriche. Sbuffi di fumo bianco salgono verso il cielo. Frankental.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

39) CAPRINO, fra il Sentiero alla Cava e il Vicolo delle Cantine
Coordinate: 2’719’809.3; 1’094’069.0
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… leggere una poesia di Vittorio Sereni.
Il sentiero corre accanto ai moli, alle barche tirate in secco. Il sole si posa di striscio sull’acqua. Supero scalinate, terrazze, vigne, bandiere, finché arrivo a questa panchina che, me ne accorgo subito, ho già visto. Ma quando? Come? Con chi? Lentamente ritrovo i brandelli di un ricordo; ma sono passati anni, il me stesso di allora mi pare un altro. Con quali occhi avrò guardato la baia di Lugano, il monte Brè, il San Salvatore? E quali pensieri urgenti, quali sogni mi occupavano il pensiero? Nel momento in cui credo di riafferrarlo, quell’Andrea remoto mi sfugge, e di lui resta solo un riflesso, un brivido fra l’acqua e le montagne. «Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema / ma pari più non gli era il mio respiro / e non era più un lago ma un attonito / specchio di me una lacuna del cuore» (Vittorio Sereni, “Un ritorno”, in Gli strumenti umani, Einaudi 1965).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

40) BELLINZONA, piazza Indipendenza
Coordinate: 2’722’275.4; 1’116’602.3
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… entrare in contatto con gli alieni.
Sono le quattro del mattino della prima notte di carnevale. Una folla di sopravvissuti sta riparando verso casa. In mezzo alla piazza svetta un’astronave aliena a forma di obelisco, giunta dalle profondità dello spazio. Accasciato di fianco a me, proprio sotto l’insegna del WWF, c’è un grande orso dal pelo nero. Mi accorgo che sta piangendo, con la faccia nascosta tra le zampe. Nella piazza arrivano tre macchine pulitrici… o sono dei robot marziani? La mia panchina è vuota, mentre su quella di fianco sono approdati sei personaggi in cattive condizioni: un frate, un figlio dei fiori, un pollo, un tizio in calzamaglia rosa e altre imprecisate creature. Quando scatto un’istantanea alla mia panchina, una ragazza mi chiede con garbo: «Cazzo ti fotografi?» Mentre mi allontano, a lungo m’insegue la voce del frate. «Torna qui, zio, dai, torna qui… facciamoci un selfie insieme, dai… ehi, zio, facciamoci un selfie!»
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Colonna sonora (30 secondi):

 

41) MÜNCHENSTEIN, sulla Loogstrasse accanto alla chiesa St. Franz Xaver
Coordinate: 2’613’200.8; 1’263’296.6
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… giocare a rimpiattino.
Sono in un villaggio poco lontano da Basilea. Mi siedo sulla panchina un pomeriggio d’inverno. Di fronte a me c’è una scuola. All’improvviso, sento un concerto di voci infantili: risate, strilli, richiami… Eppure non vedo nessuno, com’è possibile? Intuisco che i bambini stanno giocando a rimpiattino nel cortile della scuola, che si trova dall’altra parte dell’edificio. Li ascolto, immaginando le fughe, le rincorse. E come per miracolo, ogni cosa partecipa al gioco: il sole che si nasconde l’albero, i rami dell’albero che inseguono la primavera, la mia infanzia che di colpo si affaccia alla memoria e cancella il tempo. Ho la strana, irragionevole certezza che, se andassi a dare un’occhiata, troverei il me stesso bambino che tenta di nascondersi in un angolo del cortile. Un po’ intimidito, alzerebbe gli occhi e mi chiederebbe: dove sei stato per tutto questo tempo?
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Colonna sonora (30 secondi):

 

42) MADONNA D’ARLA, tra Fiè e il Pian Piret
Coordinate: 2’721’423.3; 1’103’304.7
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… inventare fiabe.
C’era una volta un orco giardiniere. Era molto bravo, ma a causa del suo aspetto terrificante non lo voleva nessuno. Alla fine venne assunto dal diavolo in persona. Il demonio, infatti, possiede un piccolo giardino aspro e scosceso in mezzo alle montagne, nascosto da una serie di picchi taglienti che la gente del posto chiama “Denti della vecchia”. Adesso l’orco lavora lì e ogni tanto, insieme alla gramigna e alla zizzania, coltiva di nascosto qualche tulipano. Un giorno il diavolo lo scopre e si arrabbia, sprizza fuoco e fiamme. «Sono così belli!», balbetta l’orco. «Il mio giardino non è fatto per la bellezza!», ringhia il demonio. Ma il mattino, appena sveglio, quando non c’è nessuno, il diavolo passa come per caso davanti ai tulipani. Li guarda appena, con la coda dell’occhio. E sente risuonare dentro di lui, fievole, lontano, un rintocco di nostalgia.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

43) MILANO, in Largo Corsia dei Servi
Coordinate: 45°27’52” N; 9°11’46” E
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… leggere un autore russo.
«Non era ancora buio, ma qua e là, nelle case si cominciavano ad accendere i lumi […]. Laptèv, seduto su una panca vicino al portone, attendeva che l’ufficio del vespro finisse nella chiesa di San Pietro e Paolo: contava di vedere Jùlija Sergèevna e di parlarle, sperando di passare forse la serata intera con lei.» A pochi passi dal Duomo, la chiesa di San Vito in Pasquirolo (originaria del XII secolo, ricostruita nel XVII) è oggi affidata a una comunità ortodossa russa. Dalla mia panchina, sento il chiacchiericcio dei passanti che si mescola alle salmodie. Fra poco dal portone uscirà Jùlija Sergèevna… e passeggeremo lungo il viale e sarà come essere in campagna. «Si percepiva un sussurrìo di voci femminili, risa soffocate; qualcuno suonava piano, dolcemente, la balalàjka. Vagava nell’aria un odore di tiglio e di fieno» (A. Cechov, Tre anni, traduzione di E. Reggio e M. Shkirmantova).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

44) GIUBIASCO, in viale 1814
Coordinate: 2’721’557.5; 1’115’273.2
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… parcheggiare.
Per immettervi nel parcheggio dovete camminare sul marciapiede e poi svoltare a sinistra, segnalando col braccio il cambio di direzione. Scalate le marce dei muscoli e attraversate lo spiazzo. Dovreste riuscire a sedervi sulla panchina senza fare troppe manovre. Si trova esattamente al centro di uno stallo delimitato da strisce bianche. Posteggiatevi, allungate le gambe, rallentate il battito del motore. Se fa caldo socchiudete anche i fari e, benché la panchina non sia comoda, magari vi appisolerete. Io ci sono stato di domenica, quando il piazzale d’asfalto era deserto e io solo, sotto il sole, stavo seduto sul cemento. Una domanda mi tormentava: che cosa diavolo ci fa una panchina in mezzo allo stallo di un parcheggio? Ma poi ho pensato che era pur sempre una panchina in più. E per combattere il caldo mi sono tolto la giacca… oppure ho abbassato i finestrini? Vai a sapere. In primavera la mia memoria è lenta come un diesel.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

45) CAMORINO, via In Muntagna
Coordinate: 2’721’713.8; 1’113’800.8
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… aspettare la primavera
Questa panchina merita due visite, tra fine febbraio e inizio aprile (il periodo può variare a seconda degli anni). La prima visita rivela un paesaggio spoglio: erba giallastra e alberi secchi, dall’aspetto fragile. Ma osservando il piano di Magadino potete già percepire un rintocco nell’aria, una luce diversa. È come se la natura fosse percorsa da un brivido che in tutte le sue fibre la sveglia, la sommuove, la spinge verso la primavera. Provate allora a sognare il futuro: la lenta crescita delle gemme, l’arrivo del colore verde, sempre più intenso, l’azzurro, i fiori, il canto degli uccelli. Immaginate tutto ciò e serbatelo nel cuore, poi aspettate qualche settimana. Quando nello splendore di aprile tornerete alla panchina, resterete sorpresi. La primavera, come un grande artista, avrà superato la vostra immaginazione, dipingendo un paesaggio luminoso, colmo di fantasia e di speranza.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Grazie a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie a Yari (Frankental), Eloisa (Münchenstein, Bellinzona), Gioele Z. (Madonna d’Arla), Gioele J. (Camorino).
Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30 e qui da 31 a 37. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPS: Alcune lettrici e lettori, che mi hanno scritto in privato, si aspettavano una panchina da Locarno e una da Firenze. Le ho posticipate per ragioni tecniche, ma arriveranno nelle prossime settimane.

 

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Myself when I am real

Dicono i saggi che l’uomo non abbandona mai l’infanzia. Tutti cresciamo e presto o tardi diventiamo adulti; ma niente si cancella, in questo mondo. Che ne è di quegli anni di giochi, di spensieratezza, d’improvvisi turbamenti?
C’è un momento preciso in cui formuliamo il nostro primo pensiero da adulti. Può capitare a dodici anni, a quindici, certe volte bisogna aspettare i trenta (e anche oltre…). Secondo un’antica leggenda araba, quando per la prima volta pensiamo come un adulto l’infanzia vola via sotto forma di un piccolo uccello colorato. L’uccello se ne va a cercare altri come lui, altre infanzie alate. E finalmente arriva in uno dei luoghi dove abbiamo vissuto da bambini, e dove riecheggiano le grida, i pianti e le risate della nostra giovinezza.
Quando passeggio nel giardino di Villa dei Cedri, a Bellinzona, ho l’impressione che la mia infanzia si trovi proprio lì, sulle fronde degli alberi. Chiudo gli occhi e ascolto il canto degli uccelli. Uno di quei trilli è diverso dagli altri. È un segnale, un richiamo dal profondo della memoria. Se arrivo all’imbrunire, quando il parco è vuoto, gli alberi sembrano venirmi incontro, abbracciarmi. Lecci austeri, magnolie, faggi meditabondi, frassini, palme, querce silenziose, e poi le conifere, che invece sono più ciarliere, i cedri, i cipressi, gli abeti di Douglas, le sequoie.

 

In me nasce allora il desiderio di scrivere, perché le cose rimangano. Non si tratta d’immaginare romanzi ma di esprimere la quotidianità, gli eventi minimi che apparentemente si perdono nel flusso dei giorni. Ho provato a scrivere in questo modo nella raccolta Succede sempre qualcosa (Casagrande 2018), che riunisce reportage, divagazioni, storie di viaggio e anche racconti di pura invenzione. I vari pezzi sono allineati seguendo il corso delle stagioni, nel tentativo di rappresentare alcune parti di me stesso che – se non mi fermo a riflettere – rischiano di sfuggirmi, di sbiadire senza che me ne accorga. La scrittura inoltre mi aiuta, qualche volta almeno, a tenere a bada parti di me più pericolose, che mi spingono all’isolamento, alla malinconia, alla durezza.
C’è una canzone che mi ha ispirato nel comporre Succede sempre qualcosa. È anche un buon riassunto dei miei pensieri durante le passeggiate nel parco, con la mia infanzia che mi svolazza intorno. Il brano s’intitola Myself when I am real e venne suonato al pianoforte da Charles Mingus il 30 luglio 1967. Il pezzo proviene da Mingus plays piano (Impulse 1963), un album anomalo nella carriera di Mingus (1922-79), che fu un grande bassista e compositore. Se aveva già occasionalmente suonato il piano, questa infatti è lunica circostanza in cui possiamo ascoltarlo al pianoforte, da solo, per un intero disco.
Il sottotitolo dell’album, Spontaneous Compositions and Improvisations, indica bene lo stato di assoluta libertà con cui Mingus si mise al pianoforte. Myself when I am real è il brano di apertura (anche se venne suonato alla fine della seduta d’incisione). Più che un brano, sembra un album completo: non solo per la lunghezza (sette minuti e mezzo), ma soprattutto per la varietà di atmosfere. Mingus era un musicista passionale, impetuoso, un uomo senza peli sulla lingua che nel 1971 intitolò la sua autobiografia Beneath the underdog, in italiano Peggio di un bastardo. Ma in questo brano esplora con delicatezza il suo inconscio. Nel flusso dell’improvvisazione mostra differenti aspetti del suo carattere: la forza, il dolore, la rabbia insieme alla felicità e alla tenerezza. Fin dall’inizio si sente una dualità: un motivo a percussione convive con una melodia più eterea e sognante. Nel corso dell’improvvisazione ci sono momenti meditativi (intorno a 1.30) e improvvisi cambi di rotta, come quando a 1.40 entra in scena un ritmo di valzer, mescolato a sonorità spagnoleggianti (1.47). In generale si susseguono passaggi più duri, melodie serene, rallentamenti introspettivi (4.50) e nodi di tensione (6.08). A 6.40 c’è spazio per un’ultima variazione fra impeto e dolcezza, prima dei leggeri tocchi finali, che sembrano una confessione intima bisbigliata all’ascoltatore.

Mingus era un uomo dalla personalità complessa. Spesso si ha l’impressione che ci siano due o più Mingus in perenne dialogo e conflitto. Nessuno lo chiamava Charles o Charlie: era Ming per i musicisti e Mingus per tutti gli altri, compresa sua moglie. La sua autobiografia comincia così: «In other worlds I am three». Infatti nell’album Ah Um (Columbia 1959) c’è un brano intitolato Self-Portrait in Three Colors. Sempre nell’autobiografia, si riferisce a sé stesso con l’espressione «my boy» e poi «my man». Significativo anche il titolo dell’album Mingus Mingus Mingus Mingus Mingus (Impulse 1963).
Senza aspirare a tanta mingusiana molteplicità, posso dire di avere anch’io il mio daffare a gestire i vari Andrea che vogliono prendere la parola o che, più spesso, chiedono un po’ di silenzio. Proprio per questo mi è stato utile comporre Succede sempre qualcosa. Le varie modalità di racconto hanno in comune l’urgenza di una ricerca, di una tensione all’unità dei vari frammenti. L’unità non procede mai per esclusione, ma per una progressiva accoglienza della mia identità multipla. Scrivo romanzi polizieschi e racconti brevi, reportage e divagazioni letterarie; ho la mia età ma cerco di non perdere di vista l’uccello variopinto dell’infanzia. Il fatto di riunire e pubblicare questi trentasei pezzi, scritti nel corso degli ultimi anni, mi ha portato più domande che risposte. Ma questo è normale.
Camminando nel parco di Villa dei Cedri ripenso a me stesso quando sono reale, e mi sembra che il piano di Mingus accompagni la mia passeggiata. L’antropologo francese Pierre Sansot scrisse che «un parco va scoperto passo dopo passo, seguendo il filo dei mattini e delle sere, nel corso delle differenti stagioni. Non è la stessa cosa entrare nel parco seguendo questo o quel sentiero. Inoltre, e soprattutto, siamo in presenza di un viaggio interiore, che ci cambierà nel profondo del nostro essere.»
A qualunque età, questo tipo di viaggio è sempre da ricominciare.

PS: Nei prossimi giorni sono previste tre presentazioni di Succede sempre qualcosa. Saranno occasioni per dialogare sia con i lettori, sia con gli autori Marco Rossari, Mario Chiodetti e Yari Bernasconi. E anche, naturalmente, con i vari Andrea che popolano il libro…
MILANO: domenica 18 novembre, Bookcity, Mare Culturale Urbano (via Giuseppe Gabetti 15), ore 14. Con Marco Rossari.
VARESE: sabato 24 novembre, Galleria Ghiggini 1822 (via Albuzzi 17), ore 17.30. Con Mario Chiodetti.
LUGANO: domenica 25 novembre, LAC, Hall, ore 11. Con Yari Bernasconi.

PPS: Qui sotto, un breve filmato che presenta l’idea su cui è costruito Succede sempre qualcosa.

PPPS: Ecco l’inizio di Peggio di un bastardo, nella traduzione di Stefano Torossi per Marcos y Marcos (1996; a cura di Claudio Galuzzi).
«In altre parole: io sono tre. Il primo sta sempre nel mezzo, senza preoccupazioni ed emozioni; osserva aspettando l’occasione di esprimere quello che vede agli altri due. Il secondo è come un animale spaventato che attacca per paura di essere attaccato. E poi c’è una persona piena d’amore e di gentilezza, che permette agli altri di penetrare nella cella sacra del tempio del suo essere. E si fa insultare, e si fida di tutti, e firma contratti senza leggerli, e si lascia convincere a lavorare sottocosto o gratis. Poi, quando si accorge di quello che gli hanno fatto, gli viene voglia di uccidere e distruggere tutto quello che gli sta intorno, compreso se stesso, per punirsi di essere stato tanto stupido. Ma non ce la fa: e così si rinchiude in sé stesso.»

PPPPS: La citazione di Sansot proviene dal volume Jardins public (Éditions Payot & Rivages 1993; 2003).

 

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Panchinario (1-4)

Ci sono panchine dov’è bello starsene da soli. Altre che sembrano fatte apposta per mangiare un hamburger. O per leggere Guerra e pace. O per baciare qualcuno. Non è sempre facile capire quale sia l’attività ideale per la panchina su cui ci stiamo sedendo. A volte sono le circostanze a decidere per noi: senza libro, non possiamo leggere; senza cibo, non possiamo mangiare; senza labbra (altrui), non possiamo baciare. A volte per fortuna accade il miracolo. La panchina giusta nel posto giusto, sulla quale dolcemente baciare una splendida fanciulla mentre addentiamo un saporito cheeseburger e, con la coda dell’occhio, leggiamo le peripezie di Andrej Bolkonskij.
Ho sempre amato fermarmi sulle panchine, nei sentieri di campagna o nelle strade affollate delle città. Forse si tratta di una fuga. Le mie giornate, come quelle di tutti, sono talvolta un insieme di linee rette. Orari, scadenze, gesti necessari, spostamenti da un luogo all’altro, allo scopo di compiere azioni che portano ad altre azioni. Ma ogni tanto, in questo labirinto geometrico, si apre una crepa. Mi fermo, esco dal flusso delle cose da fare e compio un gesto inutile. Una linea curva. Mi siedo. E resto seduto, per un po’, senza fare niente di utile.
Lo scarto è minimo: pochi minuti rubati, pochi metri fuori dal percorso prestabilito. Ma il gesto ha una portata avventurosa, perché una panchina è sempre un viaggio. Si tratta di assumere un punto di vista e di mantenerlo, affinché la distinzione fra l’io che contempla e il luogo contemplato divenga sempre meno netta.
«La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata», scrive Beppe Sebaste. «È il margine sopraelevato della realtà, vacanza a portata di mano. È anche il posto ideale per osservare quello che accade.» Quando ci sediamo anche solo per qualche istante su una panchina, osserva Pierre Sansot ,«ci troviamo a “inquadrare” un frammento della città. Ne fissiamo gli elementi maggiori, le linee di fuga e di confusione. Il punto di vista a partire dal quale organizziamo una messinscena crea un paesaggio.» Credo che sia proprio così: sono le panchine a creare il paesaggio.
A partire da oggi comincia Sopra la panca, una rubrica sulla rivista “Ticino 7” (allegata al quotidiano “La Regione”). Si tratta di una mia piccola guida alle panchine, molto libera e molto personale. Semplicemente, ogni settimana racconterò un paio di cose intorno a una panchina su cui di recente mi è capitato di sedermi. Qui sul blog, oltre ai testi e alle fotografie, pubblicherò anche un frammento di “paesaggio sonoro”.

1) BELLINZONA, via Sasso Corbaro
Coordinate: 2’722’676.0; 1’116’414.8
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… ascoltare il vento.
È come un teatro per uno o due spettatori (magari anche tre, o quattro seduti vicini vicini). La panchina è rustica, di sasso, senza schienale. Davanti c’è un muretto a forma di mezzaluna. Oltre il muretto, si distende la parte sud di Bellinzona: via Ospedale, Ravecchia, le Semine, Giubiasco, il fiume e l’autostrada, fino all’azzurra lontananza delle montagne. Da quelle parti tira spesso il vento, perciò la vista sulla città è spesso accompagnata dal fruscio delle foglie: quelle verdi fra gli alberi e quelle accartocciate ai piedi del muretto (anche in piena estate, c’è sempre un rimasuglio di foglie secche). Se restate seduti abbastanza a lungo, di sicuro transiterà alle vostre spalle qualche coppia a spasso con il cane e qualche corridore (detto anche “runner”). Il respiro ansimante (del cane e dei corridori in affanno) si confonde con i discorsi del vento.
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2) BREGANZONA, all’angolo tra via Camara e via Vergiò
Coordinate: 2’715’548.0; 1’096’755.9
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… mangiare un pompelmo.
È necessaria una certa preparazione. Se si arriva con i mezzi pubblici, c’è una fermata dell’autobus accanto alla panchina. Altrimenti si può lasciare la macchina in via Vergiò. Poi bisogna camminare lungo la strada in discesa, fermarsi alla Coop (dove comunque ci sono dei parcheggi), comprare un pompelmo e tornare a piedi fino all’angolo con via Camara. Per raggiungere la panchina, che poggia su un pavimento di mattonelle sopra un terrapieno, occorre salire tre o quattro gradini di legno. Il gesto di sbucciare e mangiare un pompelmo, lassù, rende in qualche modo esotico il flusso ordinario delle cose: un cantiere sulla sinistra (scintillìo delle gru, colpi di martello); un appezzamento di orti sulla destra (verde intenso, odore di campagna); una motocicletta che rallenta e imbocca via Vergiò (discesa e risalita del motore sopra il canto degli uccelli).
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3) SEMENTINA, al bivio tra via Moyar e via Mondò
Coordinate: 2’718’714.0; 1’115’650.5
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… riprendere fiato dopo la salita in bicicletta.
Mi piace arrivarci in bicicletta. Dal Ponte Vecchio di Giubiasco vado fino a Camorino, poi salgo lungo Al Sècch e In Vigana. Da Vigana scendo a Sant’Antonino. Via Paiardi, via Canvera, via della Posta, via Stazione, via al Ticino. Ora sono in mezzo ai campi: strada dei Pianoni, al Gaggiolo, alle Golene. Supero il fiume su via Stradonino e a Gudo imbocco la via Cantonale, che diventa via Locarno. A Sementina svolto in via Moyar e riprendo a salire all’altezza della fattoria L’Amorosa. Pedalo tra boschi e vigneti e finalmente, dopo un ultimo strappo, ecco la panchina. Di fronte c’è una betulla. Oltre, la vista si allarga: prati, alberi, fiume, città, ferrovia, autostrada, montagne. Mi concentro nell’atto di respirare. Un aeroplano traccia una striscia bianca nel cielo. Il ronzio, quasi impercettibile, misura il passaggio del tempo nella vastità del pomeriggio.
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4) CADEMARIO, incrocio tra via Lisone e via Lücc
Coordinate: 2’712’095.1; 1’097’808.6
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… prendere il sole dopopranzo.
Passa un autobus giallo con la scritta FUORI SERVIZIO. Poi torna il silenzio, interrotto soltanto dal gorgoglio della fontana. La panchina sta su un pendio erboso, dove si trova pure un tavolo per fare picnic. Poco distante c’è la strada che porta al Monastero delle Clarisse. Arriva un altro autobus. Anche questo ha la scritta FUORI SERVIZIO. Oppure è lo stesso? Ma perché dovrebbe passare due volte in dieci minuti? Ogni cosa, all’improvviso, assume un aspetto segreto, misterioso. Un uomo con gli occhiali scuri sta ritto in piedi alla fermata. Un operaio esce da un cantiere e si siede sulla panchina di fianco alla mia per mangiare un panino al salame. Ha un serpente tatuato all’incavo fra il collo e la spalla. Per la terza volta, passa l’autobus FUORI SERVIZIO. L’uomo con gli occhiali da sole fa un cenno di saluto al conducente.
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PS: Per leggere le prossime “panchine”, scegliete la categoria Panchinario nel menu in alto a destra.

PPS: Ringrazio la redazione di “Ticino 7”, in particolare Lorenzo Erroi e Giancarlo Fornasier, per l’ospitalità e la preziosa collaborazione.

PPPS: La canzone Les amoureux des bancs publics venne incisa dal cantautore francese Georges Brassens nel 1954. Le parole di Beppe Sebaste provengono da Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza, 2008). Quelle di Pierre Sansot da Jardin public (Payot 1993, ristampato nel 2003; la traduzione è mia). La prima panchina di questo articolo è tratta dal film Manhattan, girato da Woody Allen nel 1979. Pure la seconda è una panchina newyorchese: raffigura il pittore René Magritte che dorme sotto un suo quadro esposto al Museum of Modern Art (Steve Shapiro, Magritte Sleeping, New York, 1965).

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Zarchè

Prendo un vecchio aspirapolvere e lo porto alla discarica. Lui non è contento. Durante il viaggio guarda con una certa curiosità fuori dal finestrino – un aspirapolvere non ha molte occasioni di vedere il mondo – ma nello stesso tempo sembra rivolgermi un rimprovero perché voglio disfarmi di lui.
– Non sei tu il problema – gli dico. – Sono io.
L’aspirapolvere continua a guardarmi in silenzio.
– Vedrai che starai bene. Troverai qualcuno che sa apprezzarti.
Gli spiego che a casa mia un aspirapolvere guasto è sprecato. Ma la discarica è piena di utensili come lui, con i quali potrà condividere la sua esperienza nel muto linguaggio che parlano le cose rotte.
L’Ecocentro Ex-Birreria, oltre ad avere un nome straordinario, è uno dei luoghi in cui la città di Bellinzona mostra il suo volto più fragile. Forse le mura medievali possono dare un’impressione del tempo che fugge, ma non quanto le insegne all’ingresso della discarica. Sulla sinistra, sopra la targa della via Riale Righetti, c’è un segnale che indica il CENTRO RACCOLTA RIFIUTI e un altro su cui è disegnato un pallone da calcio. Subito a destra, due cartelli muniti di freccia: uno promette dei VIVAI (lo slogan dice: non solo giardini!) e l’altro conduce alla CASA FUNERARIA. Dietro si vede la pubblicità di un apicoltore, con una piccola ape felice e svolazzante.
Tutto ciò mi sembra perfetto. È una poesia fatta di cartelli, che riassume essenzialmente il nostro passaggio in questo mondo. Ogni parola è limpida: giardini, api, raccolta, casa funeraria, gioco, vivai, rifiuti… vita e morte in un giorno d’aprile, a Bellinzona-Carasso, poco lontano dall’autostrada e dal fiume.
Alla discarica c’è movimento. Una fila di macchine con il baule spalancato, un trambusto di carta, masserizie, saluti, erbacce, pettegolezzi, stoviglie, legname, plastica, lattine, discussioni sul tempo, ferraglia, vetro, bottiglie, domande sugli orari di chiusura, copertoni, attrezzi, ruggine, lamenti per il mal di schiena, batterie, risate, proteste, sassi, vasellame. È un pomeriggio nuvoloso. Gli addetti ai lavori indossano divise arancioni. Sul muro, fra la raccolta del PET e quella degli olii usati, sono appese due bandiere svizzere.
Intorno al deposito dei vetri grandi si è formata una gigantesca pozzanghera. Le persone si muovono avanti e indietro sull’acqua grazie a passerelle di legno. In fondo noto una casupola con la scritta VIN BRÛLÉ. Mi chiedo quando, a chi e per quale motivo venga servito del vin brûlé in mezzo ai rifiuti ingombranti. Penso a una festa dello scarto, a una celebrazione dell’avanzo, a una solennità del ciarpame e della cianfrusaglia. Mi piacerebbe partecipare.
Niente viene mescolato in maniera casuale. I vegetali stanno con i vegetali, il vetro con il vetro. Ma ogni tanto c’è qualcuno (meglio, qualcosa) che si avventura fuori dal suo territorio. Una pallina da tennis, per esempio, si è ritrovata al centro della Grande Pozzanghera. Una boccia di plastica blu è finita invece fra le rocce e le pietre. Se ne sta sopra un blocco di granito, al centro del quale c’è un buco rotondo che sembra un pozzo. Mi guarda come se fosse giunta lì per caso; ma io so che, come tutti noi, è attratta dall’abisso.
Poco più in là, si ergono spettrali i resti di un parco giochi. Un pezzo di ferro di colore rosso ha due occhi verdi e una bocca sogghignante piena di denti. Un parallelepipedo blu, con un ricciolo azzurro, ha invece la bocca spalancata, pronta a inghiottire chiunque si avvicini. Accanto al vetro misto, giace in mezzo all’erba una stazione dell’autobus. Non solo i passeggeri, gli autisti e i motori prima o poi vanno in pensione, ma anche le fermate stesse.
Sembra un’ironia del destino, visto che la fermata avrebbe la vocazione di stare fissa in mezzo al fluire del traffico. Quando ci passo accanto mi sembra un po’ triste: non vedrà mai più un autobus. Poi però, guardandola meglio, mi pare di cogliere anche una certa allegria. Chi l’ha mai detto che una fermata debba vedere autobus per sempre? Qui in mezzo al caos e all’erba, fra cumuli di mattoni e pali di ferro, la stazione di Carasso è finalmente serena.
La discarica non è soltanto luogo di abbandono, bensì anche punto d’incontro. Si ritrovano amici, ci s’informa sulla salute dei figli e dei genitori. Qualcuno è venuto per depositare oggetti di varia natura, ma altri sono qui per cercare. Ai bordi delle vasche ci si scambia opinioni sulla qualità di un vaso o di un servizio da tè. C’è chi si è organizzato e, dopo aver infilato un berretto e un paio di guanti, entra fisicamente fra i rifiuti ingombranti, a caccia di tesori.
Mi viene in mente una poesia di Tonino Guerra. S’intitola Zarchè (“Cercare”).

M’ al móci ’d spazadéura ti cantéun
l’aréiva chi burdèll a sfurgatè;
e’ préim l’a impéi al bascòzi e pu u s’n’è andè,
ch’l’à cólt un pógn ad òsi e di butéun.

La bòcia ch’la è ròta e tóta in pézz
la pis ma quèll di véidar culurèd,
e cal burdèli al tó di pann strazèd
par la bumbòza ch’la pérd e’ sgadéz.

Mo quand chi à bén finéi da sfurgatè
e’ ven ch’l’aréiva éun e u n’ gn’è piò gnént;
e’ smèsa un po’, e pu e’ va véa cuntént,
che tòtt e’ bèll, s’avéiv, l’è te zarchè.

Ci arrivano i ragazzi a frugare / nei mucchi di rifiuti, / uno con le tasche piene va via / dopo aver raccolto degli ossi e dei bottoni, / a un altro per il colore del vetro / piace un fiasco spezzato, / le ragazzine raccolgono un po’ di panno stracciato / per la bambola che perde la segatura. / Ma proprio quando tutti hanno finito di rimestare / ne arriva ancora uno / e non c’è più niente di buono da trovare, / così fruga un po’ poi si allontana contento / perché tutto il bello, come si sa, è nel cercare.
Raccolgo un piccolo oggetto di plastica: una sorta di catena rigida con due ganci alle estremità. Non so bene che cosa sia (forse un componente di un giocattolo), ma mi piace tenerla in mano. E penso che una volta o l’altra potrebbe venirmi utile.
Se da un lato la discarica stimola a cercare tesori perduti, dall’altro insegna quanto sia labile ogni forma di oggetto. Un prezioso lampadario non è altro che un mucchio di vetri. Un computer è un ammasso di plastica e componenti elettroniche. I libri e i giornali sono cumuli di parole. Cari poeti, romanzieri, giornalisti, saggisti, fate un salto alla discarica! Mettetevi per qualche minuto davanti alla macchina che maciulla carta e cartoni. Non c’è lezione di scrittura creativa più efficace.

Prima di tornare a casa, scovo il deposito dei giocattoli. Ci sono biciclette rosa di Hello Kitty, carte da gioco solitarie, pezzi di penne stilografiche, trattori di plastica e vecchi giochi da tavolo.
In prima fila, avvisto un album dei Simpson in spagnolo. In copertina, i protagonisti sono seduti sopra un divano che sta in mezzo a una discarica di rifiuti. Mi fermo. Trattengo il respiro. Il gioco di specchi mi dà un lieve capogiro. Mi guardo intorno: non c’è nessuno. Sono solo nel cuore di una vertiginosa mise en abîme. Poi sento una voce alle mie spalle.
– Signore! Ehi signore, scusi!
È uno degli addetti al lavoro, sfavillante nella sua giacca arancione.
– State chiudendo? – gli domando.
– Siamo già chiusi.
Mi indica gentilmente l’uscita. Poi, cogliendo forse un vago dispiacere da parte mia, tenta di rassicurarmi.
– Ma domani siamo aperti. Torni domani.
Il cielo è grigio, l’aria umida, le mie mani sono sporche di terra e olii usati. Ma quelle parole fanno vibrare una nota di speranza tra la CASA FUNERARIA e il CENTRO RACCOLTA RIFIUTI. Non c’è bisogno di dire altro. È primavera, le api ronzano intorno agli alveari. Il fiume scorre.
Torni domani.PS: La poesia di Guerra proviene dalla sezione  “Préim vèrs” del volume I bu. Poesie romagnole, pubblicato da Rizzoli nel 1972 con la trascrizione in lingua del poeta Roberto Roversi e un’introduzione di Gianfranco Contini. Il volume, subito esaurito e poi ricercato per anni dai bibliofili, è stato riproposto nel 2014 dalle Edizioni Pendragon. Ringrazio Franca per avermene donata una copia.PPS: Consiglio ai lettori di mettersi comodi per guardare il video della carta maciullata. È un’esperienza istruttiva.PPPS: Ecco un altro breve video, che ha lo scopo di approfondire la vicenda della temeraria pallina blu. La pallina da tennis appassionata di pozzanghere la trovate invece in una delle immagini sotto il video.

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Ant Nadal

In fondo al sottopassaggio c’è una rosa celeste. Un pittore ignoto l’ha dipinta sullo sfondo azzurro chiaro della parete. Percorro la galleria per attraversare la strada, salgo le scale e raggiungo la solita piazzetta, a Bellinzona, tra via Raggi e via Borromini. Il sole nudo e tagliente del pomeriggio occupa gli spazi, si riflette su ogni superficie, su ogni finestra, su ogni chiazza di neve. Avanzo sul sottile strato di ghiaccio e mi siedo su una panchina asciutta.
 Non c’è nessuno. Ormai conosco i personaggi che popolano questo luogo durante la bella stagione: i pensionati, l’ubriacone che tiene in fresco le birre nella fontana, la donna sola con il cagnolino, le ragazze che eternamente attendono risposte su WhatsApp. Mi chiedo dove siano finiti tutti. L’aria è fredda e limpida, di fianco alla piazza scorrono automobili e autobus, la gente cammina di fretta. Mancano due giorni a Natale. Da qualche parte, nel tepore di un appartamento, i pensionati staranno aspettando anche loro i cenoni, i raduni delle famiglie allargate, l’abito della festa, lo spumante. L’ubriacone di sicuro non si farà cogliere impreparato, e contrasterà l’attacco della malinconia con un un folto contingente di birre. Quanto alle ragazze, si annoieranno ma sopravvivranno – baciare sulle guance vecchie zie è pur sempre meglio che andare a scuola. Quelle più fortunate magari otterranno il permesso di andare il ventiquattro sera al Christmas Party alla “Fabrique” di Castione, con Kenny Ground & Chris Leon nella Plus floor Underground. La signora sola forse sarà sola anche a Natale o forse no, forse anche lei ha il suo manipolo di parenti. Oppure passerà alla pista di pattinaggio in Piazza del Sole e guarderà le persone che scivolano avanti e indietro, lanciandosi squillanti “Buone feste!”, avanti e indietro senza stancarsi mai.
Ho portato Tutto si rinnova, una raccolta di poesie di Luisa Famos, un’autrice svizzera che scrive nella variante vallader del romancio. Mormoro i versi a fior di labbra. Le sillabe sonore riempiono il silenzio della piazzetta. Vers saira / Cur sunansoncha / Rebomba tras cumün / Tuot dvainta nouv // La prada e’ls chomps / La jassa e’l balcon tort / Suot la pensla / Il gnieu da randulinas / La saiv da l’üert / E l’aua dal bügl d’larsch / Tuot dvainta nouv. // Fa che dvaintan nouvs / Eir no (“Verso sera / Quando scampanio / Rimbomba per il paese / Tutto si rinnova // I prati e i campi / Il vicolo e lo sporto / Sotto il frontone / Il nido delle rondini / il recinto dell’orto / E l’acqua della fontana di larice / Tutto si rinnova // Fa’ che ci rinnoviamo / Anche noi”). Mi pare una scena estiva o primaverile, più che invernale. Mi chiedo se, nel profondo delle cose, anche oggi accada il rinnovamento. Ma la fontana è spenta, la crosta di neve impassibile. Non ci sono campane, solo il frullare degli uccelli sugli alberi e il flusso del traffico al semaforo.
 Arriva un suono più lancinante degli altri. Alzo gli occhi e vedo un pick-up della Toyota che, uscito in retromarcia dal parcheggio, sta cercando di superare un mucchio di neve. Il ringhio del motore si fa più cattivo, finché con uno scatto rabbioso il pick-up scavalca il cumulo di neve e sbatte contro un albero. Rumore di vetri infranti, lamento di lamiera accartocciata. L’autista non si volta indietro, ma riparte con un nuovo ringhio, nel quale stavolta mi pare di cogliere un rimpianto, una nota di tristezza.
Poi tutto tace, ancora, e niente si rinnova.
Penso al Natale. In qualunque modo ci si districhi fra panettoni e aperitivi aziendali, anche involontariamente, si finisce per attribuire a questa festa un senso di promessa. Come se qualcosa dovesse cambiare: Fa che dvaintan nouvs / Eir no. Mi pare che questa aspettativa vada oltre la dimensione religiosa, o forse ne conservi le caratteristiche anche in assenza della fede. La stagione spoglia, la rarefazione della luce inducono per reazione viscerale a un’attesa dal valore antropologico, legata alla nostra condizione di essere umani più che ai nostri riferimenti culturali. Secondo la Chiesa, l’incarnazione non è solo qualcosa di cui si fa memoria ma è un evento che deve avvenire di nuovo per ciascuno, fino alla fine dei tempi. In generale, pure chi non crede nell’incarnazione sente il bisogno di qualcosa che dia un senso alla quotidianità. Il Natale è implacabile: è difficile fare finta di niente. C’è chi lavora, chi è circondato da stuoli di parenti, chi è solo, chi è ammalato. Ognuno, per un moto inestirpabile dell’anima, aspetta qualcosa. Ognuno cerca di guardare oltre il buio e la barriera dell’inverno.
Passa un aeroplano alto, sopra la piazzetta, tracciando una lunga scia che si perde sulle montagne. L’uomo che guidava il pick-up torna indietro a piedi, dalla direzione opposta a quella in cui era partito. Si ferma davanti all’albero, raccoglie il pezzo di lamiera più grande e poi si allontana, con la testa incassata fra le spalle. Il senso di una “festa”, nella storia umana, è distinguere un giorno dalla serie dei giorni normali. Ma tutto questo accade ancora? Il Natale può raccogliere i nostri frammenti sparsi, può accendere una qualunque forma di luce e mantenerla viva nella routine dei prossimi mesi?
Questa è la domanda.
Cumün sainza champs / Sainza üert e sunteri / Mo plain d’sömmis // La not / As distach’üna staila / Da l’ur dal tschêl / E voul s’unir / A la terra (“Paese senza campi / Senza orto né cimitero / Ma pieno di sogni // La notte / Si stacca una stella / Dall’orlo del cielo / E vuole unirsi alla terra”). Con le parole di Luisa Famos, il mio augurio per Natale è che una stella, di qualunque tipo essa sia, possa staccarsi dall’orlo del cielo e venire accolta nella nostra terra, nella nostra quotidianità.
Dalla piazzetta vera e da quella virtuale del blog, buon Natale a tutti voi!

PS: Ho citato integralmente le liriche Sunansoncha (“Scampanio”) e Ant Nadal (“Prima di Natale”), con la traduzione di Marisa Keller-Ottaviano, tratte da Luisa Famos, Tutto si rinnova (Casagrande 2012).

PPS: Questa è l’ultima puntata della serie di reportage dalla piazzetta anonima bellinzonese. Ecco gli articoli di gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre e novembre.

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