L’incanto dell’avventura

Da bambino confondevo la vita con i romanzi di avventura. Il confine tra la realtà e l’immaginazione era sfumato: leggevo Salgari, Verne, Bonelli, mi avvolgevo nelle storie come in una coperta. E mi preparavo a navigare al largo di Capo Horn, a cavalcare nelle praterie, a venire allevato dai lupi o a difendermi dagli strangolatori thugs. Qualche anno dopo, visto che nessuno tentava di strangolarmi, cominciai a rendermi conto che la vita era una faccenda diversa. La mia quotidianità non prevedeva l’abilità nel maneggiare un kriss malese, né la capacità di usare l’astrolabio per tracciare una rotta nei mari del sud. Tutte le mie nozioni su come sopravvivere a un naufragio su un’isola deserta si rivelarono pressoché inutili per affrontare una giornata di scuola. Certo, i naufragi avvengono anche nella quotidianità, ma in maniera più insidiosa, più straziante. Mi resi conto che i romanzi potevano confortarmi nelle circostanze difficili. In un certo senso, il me stesso adolescente raggiunse la consapevolezza del me stesso bambino, in maniera un po’ più tortuosa. I romanzi d’avventura non sono slegati dalla vita, non consistono in una pura evasione. Come tutte le storie, sono un modo per rappresentare il mistero e le contraddizioni degli esseri umani.
Il suo stesso essere nel mondo è per ogni essere umano il miracolo e l’enigma davanti a cui si trova posto e che costituisce l’inquietudine della sua esistenza. Queste parole del filosofo Eugen Fink illustrano bene il concetto. È ingannevole considerare la vita quotidiana come stabile, assodata, sicura. Se i romanzi di avventura servissero anche solo a mantenere desta l’inquietudine, ci renderebbero un immenso servizio. Parlo naturalmente di un’inquietudine che ci spinga a muoverci, a conoscere – pur nel tormento – e non dell’angoscia paralizzante in cui purtroppo ogni inquietudine, talvolta, rischia di sfociare.
Ecco perché, quando apro un libro come Scaramouche, percepisco che sta parlando (anche) di me. È una vicenda di cappa e di spada ambientata nella Francia del XVIII secolo. Il protagonista André Moreau intraprende un cammino rischioso per vendicare la morte del suo migliore amico. Nel corso della narrazione, come accade sempre nelle buone storie, finirà per trovare altro rispetto a ciò che s’immaginava. Scaramouche affronta temi psicologici (il valore dell’amicizia e dei legami di famiglia), sociali (nel corso della vicenda scoppia la Rivoluzione francese) e filosofici (la personalità doppia, la ricerca d’identità). Ma la sua vera forza sta nel dinamismo, nella profonda vivacità dei personaggi. L’autore Rafael Sabatini nacque in Italia nel 1875 e morì in Svizzera nel 1950. Di padre italiano e madre inglese, poliglotta e viaggiatore, fu un cittadino britannico e scrisse sempre in inglese. Nel romanzo affiorano i suoi legami con altre lingue e culture, oltre a un’ironia che si ritrova nei due film tratti dall’opera.
Il primo venne girato nel 1923, appena due anni dopo l’uscita del libro: è un film muto, con la regia di Rex Ingram e Ramon Navarro quale protagonista. Il secondo risale al 1952 e venne diretto da George Sidney, che era uno specialista di musical. Gli attori infatti si muovono con una leggiadria che non capita spesso di vedere nei film d’azione. Uno degli aspetti che mi commuove è proprio questo incanto, questa grazia nell’esserci, nonostante le difficoltà. Questo afferrare la pienezza dell’istante.
Scaramouche è insieme allegro, malinconico, drammatico, crudele, a seconda delle scene. Spesso il regista ferma il tempo narrativo, come si usa nei musical, per inserire sequenze girate con la durata reale. Nel caso dei musical si tratta di canzoni e balletti. In Scaramouche, i balletti sono sostituiti dai duelli con la spada, la cui coreografia è curata in ogni dettaglio. Nella magnifica sequenza dello scontro finale, i due rivali si affrontano all’interno di un teatro, rincorrendosi per più di sei minuti sul palco, nel corridoio, nella platea, nella galleria, mettendo in scena una sorta di “teatro nel teatro”. Goffredo Fofi, nella sua introduzione al romanzo, lo definisce il più lungo e il più bello tra i duelli alla spada nella storia del cinema.

Scaramouche è una storia di avventura, lontana nel tempo e nello spazio, ma è anche la mia vita, con il suo impasto di dolcezza e dolore, malinconia e vitalità, rabbia e tenerezza. Come non essere lì, come non sentirci noi stessi protagonisti, quando leggiamo la prima frase del romanzo? Era nato con il dono della risata e la sensazione che il mondo fosse pazzo.

PS: Le parole di Goffredo Fofi provengono dall’edizione italiana del romanzo, pubblicata nel 2009 da Donzelli (traduzione di Nello Giugliano). La frase di Eugen Fink, da me tradotta, è presa dal saggio Spiel als Weltsymbol (Stuttgart 1960). Il volume è apparso anche in italiano, tradotto da Nadia Antuono con il titolo Il gioco come simbolo del mondo (Hopefulmonster, Firenze 1992).

PPS: Anche la firma di Sabatini (la terza immagine dall’alto), era precisa e leggiadra come un colpo di fioretto.

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Macadam

A volte basta poco per scivolare nella giungla. Ti alzi il mattino, bevi un caffè, esci per andare al lavoro. Ti trovi in coda insieme ad altre automobili, nel pulsare della pioggia, con l’acqua che riga i vetri e con i segnali che spiccano nell’aria grigia. Superi un cartellone che annuncia – o minaccia – una festa delle fragole, un altro che promette sconti per l’acquisto di tosaerba e mobili da giardino. Il verde delle montagne appare più cupo, percorso da veli di nuvole. Sul ciglio della strada, un vecchio in impermeabile aspetta alle strisce pedonali. Ti fermi per lasciarlo passare, lui ti guarda e rivela uno sguardo azzurro chiaro, fermo come un cielo d’estate. Subito ricomincia il flusso del traffico. Ma per un secondo, dentro quegli occhi, hai visto uno squarcio di fuga, una possibilità di evasione.
Quello sguardo incrociato per caso mi fa venire in mente un brano di Paolo Conte. Parla di un vecchio sparring partner, un uomo che s’intuisce segnato dalle ferite della vita e, per tanti aspetti, poco affidabile. All’inizio della canzone, una donna lo giudica un macaco senza storia, poiché gli manca la memoria / in fondo ai guanti bui. Nel ritmo avvolgente, nell’eleganza sinuosa delle frasi musicali si cela tutto il segreto di questo misterioso sparring partner: Ma il suo sguardo è una veranda… / tempo al tempo e lo vedrai / che si addentra nella giungla…

Sono occasioni che vanno colte all’istante. Collego l’iPod agli altoparlanti e ascolto Sparring partner, mentre intorno le strade, i palazzi, i fari delle altre macchine sfumano in un principio di giungla, e non ho visto mai / una calma più tigrata / più segreta di così. Alla fine si tratta di inoltrarsi nell’ignoto, anche se in maniera un po’ sgangherata: prendi il primo pullman, via, tutto il resto è già poesia.
Ciò che mi ha sempre affascinato, in questo e in altri brani di Conte, è la capacità d’impastare il quotidiano con l’immaginario esotico. Faccio un esempio. Il macadam (con l’accento sull’ultima “a”) è un tipo di pavimentazione stradale fatto di pietrisco compresso. Creato dall’ingegnere scozzese John McAdam nel 1820 e diffuso in tutta Europa fino al XX secolo, venne poi sostituito dal catrame, che è più resistente; ma ancora oggi viene impiegato per le strade di campagna poco trafficate o per i vialetti nei giardini pubblici. Senza dubbio, tuttavia, l’aspetto più interessante del macadam è proprio il nome, con quella risonanza che pare uscita da un romanzo di avventura. Infatti, nella canzone di Conte, il vecchio sparring partner stava lì nel suo sorriso / a guardar passare i tram… / Vecchia pista da elefanti / stesa sopra al macadàm.
Ci vuole poco, a volte, perché una strada senza sorprese si tramuti in una pista da elefanti. Naturalmente occorre qualcosa, una miccia che muova l’immaginazione. Un vecchio con gli occhi azzurri, intravisto alle strisce pedonali? Non solo: ieri mattina ho avuto anche la fortuna d’incrociare un pachiderma (per giunta di colore giallo). Ho impiegato qualche secondo per accorgermene: davanti a me c’era un grosso autocarro di una ditta di trasporti che ha per marchio proprio un elefante. Dietro l’oscillare dei tergicristalli, si è manifestato all’improvviso come un simbolo, un richiamo di vita selvaggia.
È un’illusione? Sarebbe meglio restare ben ancorati nel presente, nelle telefonate di lavoro, nelle cose da fare? Non so se questo indugio in ciò che non esiste sia del tutto positivo. Ma per me sarebbe difficile rinunciare a questo mondo alternativo, che appare in filigrana dietro il mondo reale. La sfida è trovare un’intersezione fra l’universo dei tosaerba e del traffico e quello degli elefanti e degli sparring partner.
In un certo senso, si tratta di cucire addosso alle circostanze un vestito che le renda diverse da ciò che sono. Un qualsiasi uomo anziano con gli occhi azzurri diventa un inquietante sparring partner, al tempo stesso macaco senza storia e meravigliosa veranda. Di sicuro questa traslazione fantastica deforma la consistenza reale delle cose; però almeno rileva che, dietro la normale trafila dell’esistenza, c’è un nocciolo che resta inspiegabile. Se il sentiero (anzi, la pista da elefanti) della nostra vita è tutto sommato prevedibile, uguale a tante altre vite, ogni tanto succede uno scarto, una frizione minuscola che suscita domande e desideri. Dice una fulminea poesia di Cesare Viviani: Perdersi in una volta dell’animo, / nel groviglio di storie / altrui, di tutti, di ognuno. Questa è la vera giungla.
Tornato a casa, esco sul balcone e mi trovo davanti ancora lo stesso grigio, la stessa pioggia. Mi porto fuori un pompelmo, lo appoggio sulla ringhiera. Di colpo, la sostanza luminosa del frutto irradia il suo splendore nel parcheggio. Il Citrus paradisi (questo il nome scientifico) apre uno spiraglio di esotismo. Non c’è nemmeno bisogno di mangiarlo; basta guardarlo, annusarlo, pronunciarne il nome: pompelmo, dall’olandese pompelmoes (pompel, “grosso”, e limoes, “limone”), a sua volta derivato dal tamil pampalimasu.
Pompelmo e macadam: che altro serve per smarrirsi nella giungla?

PS: Il brano Sparring partner venne pubblicato nell’album Paolo Conte (CGD 1984). La versione che ho ascoltato in automobile, e che ho proposto qui, è stata incisa dal vivo all’Arena di Verona nel 2005 e si trova nel disco Live Arena di Verona (Warner 2005). La lirica di Cesare Viviani è tratta da Osare dire (Einaudi 2016). Il dipinto qui sopra è di Henry Rousseau (1844-1910): s’intitola Tigre nella giungla in tempesta, risale al 1891 ed è esposto alla National Gallery di Londra. Il pompelmo proviene dalla Florida. Normalmente il frutto è giallo come un elefante, ma questa è una variante rosa, oggi molto diffusa e comparsa per la prima volta in seguito a una mutazione spontanea avvenuta in Texas nel 1929.

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Tecniche di sopravvivenza

Preso da un folle desiderio di avventura, ho passato un sabato sera in un centro commerciale. Naturalmente mi ero preparato, procurandomi un Manuale pratico di sopravvivenza. Ma un conto è leggere una serie di nozioni su come comportarsi nelle zone selvagge, altra cosa è trovarsi in mezzo a una folla inferocita tra McDonald’s, Disney Store e un posto che vende tutto a due euro. Anche l’esploratore più coraggioso rischia di finire nei guai, sommerso da quelle che il Manuale chiama circostanze imprevedibili.
image4Eppure Raymond Mears, l’autore del Manuale, mi aveva messo in guardia. Fin dalle prime pagine ammoniva: Nessuno può sconfiggere gli elementi; coloro che non prestano attenzione ai segnali di pericolo o hanno la stupidità di spingersi più avanti, fanno una brutta fine. Che dire? All’ingresso ho notato uno stand con centinaia di barattoli di Nutella accanto a un recinto con decine di finti abeti cosparsi di finta neve. Incurante dei segnali di allarme, ho tirato diritto. Ma dopo pochi passi, ho capito di essermi perso: nessuna traccia dei miei compagni di esplorazione. Il buon Mears fa notare che ogni escursionismo in una zona selvaggia, in ogni parte del mondo, richiede abilità nell’orientamento. In effetti, avrei potuto procurarmi una mappa, una bussola, magari un sestante. Invece avevo lasciato in macchina pure il telefono. Ma a quanto pare, persino nelle foreste più fitte, dove non esistono sentieri tracciati, ci sono piste create da animali o dagli indigeni. Allora mi sono guardato intorno e ho cercato qualche pista. Proprio come suggerisce il maestro: Camminate con cautela più che con paura e imparate a conoscere voi stessi.
image1-copia-2Ma la foresta era davvero fitta. Il Centro commerciale di Arese, alle porte di Milano, è a quanto pare il più grande di Europa: consiste in una serie di piazze interne, ispirate alle vecchie corti lombarde. Si tratta di novantamila metri quadrati, con più di duecento negozi, venticinque ristoranti, seimila parcheggi, apertura sette giorni su sette, area di accoglienza per cani (Mi Fido) e per bambini (Area Kids). Nell’area per i cani ci sono perfino dog sitter pronti a prendersi cura di loro e la possibilità di toeletta. In quella per i bambini la promessa è di far divertire i più piccoli e farvi sentire più liberi di usufruire, in tutta tranquillità, dei numerosi negozi e servizi. (A quanto pare, per i bambini nessuna possibilità di toeletta). All’ingresso, una banda musicale suonava canzoni di Gianna Nannini in una sorta di finto mercatino natalizio, mentre un’automobile candida, scintillante, si offriva agli sguardi dei visitatori. Accanto alla macchina, una hostess biancovestita lanciava sguardi malinconici.
img_8012Il centro si chiama proprio Il Centro e ogni parte di essa, in un certo senso, è il centro del Centro. La luce è sempre uguale, la musica di sottofondo lentamente ipnotizza l’incauto esploratore, strappandolo al normale fluire del tempo e lasciandolo sospeso in una bolla fatta di vetrine scintillanti e affermazioni perentorie: ogni prodotto è genuino, ogni birra è artigianale, ogni cibo è tipico, ma nello stesso tempo quella che servono dietro un bancone di colore giallo viene definita: Non la solita polenta. Che roba è, allora? Sarà prudente assaggiarla? Affannosamente, consulto il Manuale. Mears è perentorio: Se vi sembra poco sicuro, non mangiate il cibo selvatico. D’altra parte, per lavorare avete bisogno di energia; per l’energia avete bisogno di cibo.
img_8013Bisogna girare come lupi, pronti a cogliere ogni fremito, ogni minimo segno che un tavolo stia per liberarsi. La selezione è spietata: passano come rulli compressori famiglie di tre generazioni, con nonni che tengono i posti, genitori che bilanciano vassoi colmi di hamburger e figli che chiedono le figurine dei Pokémon. Poco più in là si aggirano branchi di adolescenti dallo sguardo torvo e coppie di ragazze pronte a ogni follia. Ormai qui ci vengo per i cacchi miei, dice una di loro, perché se aspetto lui, una volta c’è l’Inter, una volta c’è la musica… E l’amica: perché non torniamo domani? Ci facciamo la giornata!
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Nel nostro gruppo, la tensione si fa sentire. I territori da attraversare sono sterminati, e c’è chi dà segni di cedimento: uno abbandona e torna in automobile a leggere Tex; un altro si distrae un secondo ed è spacciato… eccolo dentro un negozio di Lego, catturato dal canto delle commesse-sirene. Per andare avanti, bisogna stare sempre all’erta e sviluppare al massimo le qualità percettive che già possediamo. Myers è prodigo di consigli: Se vi capita di sentire un rumore strano, fermatevi e ascoltate attentamente, cercando di non fare nessun rumore a vostra volta. Per ampliare la vostra capacità di captare i suoni, potete usare il vecchio trucco di mettere la mano dietro l’orecchio.
image2Grandi schermi sospesi mostrano partite di calcio e all’ingresso dei bagni, oltre alle consuete icone uomo-donna, una scritta in sette lingue, dall’arabo al cinese passando per quelle europee, annuncia che sì, quelli sono proprio i bagni. Ci sono alberi verdi, distributori di bibite, panchine provviste di séparé per conversazioni intime e una grande piramide di legno, come il resto di una civiltà perduta. La piramide troneggia in mezzo al parco giochi e indica, di nuovo, il centro del Centro, il posto giusto per farsi avvolgere dal sabato sera.
img_8017Forse dovremmo trovare un rifugio? Secondo Myers si dividono in due categorie: quelli da costruire e quelli naturali, che possiamo prendere in “prestito” dall’ambiente. Sebbene qualcuno suggerisca di trovare riparo dentro Zara o H&M, alla fine, esausti ma sani e salvi, raggiungiamo i limiti estremi della zona selvaggia. Dietro le quinte si aprono spazi vuoti: stanze con armadietti per gli inservienti, punti di raccolta per i rifiuti, porte antincendio. Una scala di metallo. Due rampe, una piattaforma e all’improvviso, come una carezza, dolcemente mi arriva sulla faccia un velo di pioggia. È notte. Il cielo è buio. Mi fermo e ascolto le sfumature del silenzio. Posso tirare un sospiro di sollievo: il mondo, dopotutto, esiste ancora.

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PS: Le citazioni di Raymond Mears provengono dal suo Manuale pratico di sopravvivenza, pubblicato originalmente nel 1990 e in italiano nel 1991 (Gremese editore, con ristampa nel 2012). Le altre citazioni sono tratte dal sito www.centroilcentro.it.

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PPS: Ecco un brevissimo frammento della banda musicale che ci ha accolti all’ingresso. Per ascoltare, seguendo le indicazioni di Mears, potete usare il vecchio trucco di mettere la mano dietro l’orecchio…

PPPS: Ringrazio le compagne di avventura che mi hanno fornito le immagini e il video per questo articolo (con eroico sprezzo del pericolo…).

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L’età delle caverne

Qualche giorno fa ero nel Gargano, in Puglia. Per una serie di circostanze che sarebbe lungo enumerare, e per quella blanda distrazione nei confronti della ragionevolezza che ci siamo abituati a definire come vacanza, mi sono ritrovato a bordo di una canoa, con un giubbotto di salvataggio e una pagaia. Qualcuno mi ha spinto verso il mare aperto.
image1Dopo qualche secondo, preso atto della situazione, stavo già remando… verso dove? Davanti a me si aprivano le infinite vie dell’oceano (in senso lato). Intorno all’anno mille i Maori attraversarono il Pacifico da ovest a est e da sud a nord a bordo di fragili piroghe a bilanciere, orientandosi con i venti e con le stelle. E io, quale meta avrei mai potuto raggiungere? Le coste dell’Australia? Le isole delle Antille? Capo Horn? Per fortuna, tempo qualche minuto, mi sono ricordato di non essere un Maori. Così ho voltato la canoa verso la costa, senza sapere che proprio lì mi attendeva l’ignoto.
image1 copia 2Nella parete rocciosa si scorgeva un piccolo varco. Anche soltanto per cercare un po’ di ombra, il mio compagno di canoa e io ci siamo diretti verso quel passaggio e ci siamo inoltrati in una grotta. Dentro, c’era il rovescio del mondo. Niente più sole abbagliante o azzurra vastità del Mediterraneo. Intorno a noi, soltanto rocce frastagliate e nere, qualche pezzo di legno trascinato dalla marea, qualche riflesso siliceo sulle pareti di calcare e l’acqua tenebrosa, inquieta, che aveva perso ogni trasparenza. Ci siamo spinti verso un angolo e in quel momento, nell’oscurità totale, ho pensato: siamo dentro di noi. Per uno strano effetto di traslazione, la grotta non era più un fenomeno esterno, ma una manifestazione oggettiva dell’inconscio. Ecco la caverna che da sempre accoglie l’umanità, l’antro dal quale siamo usciti, millennio dopo millennio, imparando a essere uomini e donne. Ecco il rifugio, l’ininterrotta oscillazione, l’acqua avvolgente, lo spazio chiuso che ho abitato prima di venire al mondo, mese dopo mese, imparando inconsapevolmente a essere me stesso. Ecco il fondo remoto da cui sorgono le idee e nel quale sono nati tutti i personaggi delle mie storie.
image4Quanti artisti entrano ed escono da queste grotte, alla ricerca di quel porto sepolto, che rappresenta ciò che di segreto rimane in noi indecifrabile. Ma non riguarda soltanto i poeti, è così per chiunque. Anch’io, quando trovo una parola, mi accorgo che scavata è nella mia vita / come un abisso. Il punto di partenza per un atto di linguaggio è sempre qualcosa che viene dal fondo, è come il baricentro di un piccolo terremoto, come un’onda che sale su. Con la nostra canoa a noleggio eravamo approdati a quella caverna abitata da ombre platoniche e ricordi di epoche primitive, a quell’acqua buia assai più che persa, a quella zona oscura dove covano i sogni.
IMG_5289Abbiamo imboccato un cunicolo. Che ci volete fare? La convinzione di essere in un romanzo di Jules Verne si faceva sempre più solida, e ci pareva di sentire accanto a noi il professor Lidenbrock del Viaggio al centro della terra o il capitano Nemo di Ventimila leghe sotto i mari. Il cunicolo si faceva più stretto, cancellando ogni residuo di luce. Sono passati un paio di secondi – o erano epoche millenarie? Dalla profondità veniva un rumore sordo, come il brontolio di un drago che si risvegli dal sonno. Ma era soltanto l’acqua, l’acqua che incessante si frangeva sulle pareti. (Era davvero l’acqua? Mai sottovalutare i draghi).
Copia di image3Poi, ecco uno spiraglio. Lontano, più avanti, s’intravedeva qualcosa di azzurro. Aiutandoci con le mani, abbiamo spinto la canoa. In quell’attimo, ho colto un movimento: appena sfiorato dalla luce, sopra una roccia, è apparso un artropode nerastro; non so se fosse un gambero o un altro tipo di minuscolo crostaceo. Quell’irruzione della vita mi ha rinfrancato. Anche laggiù, nell’anticamera dell’inferno (o dell’inconscio, ma cambia poco), un essere animato s’industria per mandare avanti la sua giornata. Anche laggiù, l’imprevedibilità e il mistero dell’esistenza non cedono all’oscurità, all’ipnotico borbottio del drago.

E finalmente, di nuovo, il mondo. Di colpo la grotta si allarga, come una cattedrale di luce, e tornano i colori mutevoli del mare, del cielo, delle nuvole. Dopo una lunga preistoria, o dopo nove mesi di gestazione, usciamo all’aperto, sotto lo schiaffo del sole. Siamo noi, siamo tornati limpidi, siamo di nuovo quello che vogliamo o che possiamo essere. Ma non dimentico, nel cicaleccio dei gabbiani e dei bagnanti, che quella grotta non me la sto lasciando alle spalle, così come sembra. È qui, la sento, dentro di me. Ogni tanto anche senza canoa mi arrischio nella caverna, alla ricerca di parole, di pensieri, d’immagini, e spero sempre di fare ritorno.
Copia di image1Stavolta, per esempio, eccomi di nuovo con voi. Ho trovato qualche manciata di frasi, abbarbicate alle rocce come pomodori di mare, e le ho distese in ordine. Il viaggio continua, fuori o dentro l’acqua: approfitto della caverna virtuale di questo blog per rivolgere un saluto e un augurio di buone vacanze alle mie lettrici e ai miei lettori… e perché no, anche a quel piccolo crostaceo che, a modo suo, faceva il possibile per essere creativo, e dunque vivo.

 

PS: Qualche giorno dopo la mia partenza, in Puglia è capitato un grave incidente ferroviario. Quei due treni che si sono scontrati fra Corato e Andria, con quell’improvviso manifestarsi del male, della morte, mi hanno fatto riflettere sulla nostra precarietà e sulla vastità del mistero, che a volte è davvero immenso e oscuro come una caverna. Dedico questo articolo alle vittime, ai feriti, ai loro cari, nella speranza che al confine delle tenebre possa un giorno balenare l’azzurro del mare ritrovato.

PPS: Il porto sepolto è il titolo di una poesia di Giuseppe Ungaretti, contenuta nella raccolta omonima stampata per la prima volta nel 1916. Lo stesso autore, in un commento alla sua lirica, diede la definizione che riporto in corsivo. Trovate i versi e la glossa in Vita d’un uomo. Tutte le poesie (Mondadori). Anche i versi successivi sono tratti dal Porto Sepolto (poi confluito nell’Allegria), e in particolare dalla lirica Commiato. La citazione successiva è di Mario Luzi, presa dal volumetto Spazio stelle voce. Il colore della poesia, edito nel 1991 da Leonardo a cura di Doriano Fasoli. L’acqua buia assai più che persa proviene da un verso di Dante, nel canto VII dell’Inferno. Come spiega Dante stesso nel Convivio (IV, XX 2), lo perso è uno colore misto di purpureo e di nero, ma vince lo nero, e da lui si dinomina.

PPPS: Grazie a Martina, autrice di alcune fotografie e del video (la canzone è In my heart, tratta dall’album 18, pubblicato da Moby nel 2002).

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