Ross Ice Shelf

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Luglio
Hanafuda: Lespedeza / Cinghiale
Luogo: Ross Ice Shelf, a circa 400 km dalla McMurdo Station, Antartide
Coordinate: 80°38’49.3″S 171°01’35.5″E
(Latitudine -80.647028; longitudine 171.026528)
Fra il 1785 e il 1796 il botanico ed esploratore francese André Michaux viaggiò in diverse regioni del Nordamerica. Nel 1803 pubblicò il volume Flora boreali-americana. Fra le altre cose, Michaux descrive una nuova specie di legume che chiama “lespedeza”. In una nota a piè di pagina spiega di avere dato al vegetale quel nome in onore di D. Lespedez, gubernator Floridæ, erga me peregrinatorem officiosissimus (“D. Lespedez, governatore della Florida, che ha dimostrato grande cortesia verso di me durante i miei viaggi”).  La pianta è ancora oggi conosciuta con quel nome… peccato però che il governatore si chiamasse in realtà Vicente Manuel de Céspedes y Velasco. Com’è potuto accadere quel passaggio da “Céspedez” a “Lespedez”, con quell’errore destinato a restare nella storia della botanica? Comunque sia, c’è qualcosa di festoso in quel nome: lespedeza. Non è solo un legume, ma una burla, una parola che non doveva nascere e che invece è nata. Mi ripeto questa parola – lespedeza, lespedeza – mentre guido su una strada montuosa del Centro Italia, diretto verso un piccolo circo girovago.
Il luogo dov’è accampato il circo è circondato da querce e castagni. Verso sera le luci si accendono e gli spettatori si avvicinano all’ingresso (saranno al massimo una ventina). Mentre mi metto in fila, immagino che altri spettatori, silenziosi, sguscino fuori dal bosco: volpi, cinghiali, tassi… per una volta le bestie guarderanno gli uomini. Forse sorrideranno, si chiederanno quando arrivano i pagliacci ed esclameranno: ehi, ma quell’acrobata è matto! Non voglio vedere, borbotterà il cinghiale, io chiudo gli occhi. Sono quasi certo che la volpe riuscirà a procurarsi un cartoccio di popcorn.
Intanto comincia lo spettacolo, incantevole come la parola “lespedeza”. Dopo il numero dei clown appare un acrobata con un abito di lamé argentato. Al centro della pista, solo nel suo scintillìo, sembra uno spicchio di luna. Mi fa pensare all’acrobata creato dallo scultore Remo Rossi: un’opera che racchiude in sé l’incanto della leggerezza e la maestà della forza. Misteriosamente, nonostante gli angoli squadrati, l’equilibrista di bronzo sembra morbido e sinuoso, proprio come una mezzaluna. Davanti ai miei occhi, nel piccolo circo, l’acrobata lunare si arrampica lungo una fune, cammina sopra una corda, balza sopra un lunghissimo palo, volteggia nel silenzio attonito del pubblico. Lui è concentrato, tranquillo… siamo noi, in basso, ad avere le vertigini.
Chiudo gli occhi e ripenso al mio viaggio in Antartide. Anche in quella circostanza, ero pieno di vertigine. Nel buio, circondato da milioni di chilometri di ghiaccio, fermo in un luogo imprecisato della Ross Ice Shelf, ho sentito che il mondo era immenso mentre io solo un pugno di ossa, muscoli e sangue, un respiro fragile nell’aria gelida. La Barriera o il Tavolato di Shelf è un’enorme distesa dove non si vede niente nemmeno d’estate, nel candore abbacinante. Ma in quel momento, d’inverno, rincattucciato nel mio riparo provvisorio, sperando che il vento non strappasse via, mi sono chiesto che cosa mi avesse portato laggiù.
Che cosa muove gli esseri umani a viaggiare, sempre, in ogni epoca, con il corpo o con l’immaginazione? Fin dall’inizio dei tempi ogni volta che qualcuno tracciava un confine, un altro lo superava. Nel corso dei secoli ogni angolo della Terra è stato delimitato, recintato, trasformato in proprietà pubblica o privata. Qui finisce il mio paese, là comincia il tuo. Ma a ben vedere, nessun luogo ci appartiene. Per capirlo, basta farsi un giretto da soli in Antartide. Alcune nazioni vorrebbero tracciare confini anche qui, ovviamente, ma intanto il vento soffia a cento chilometri all’ora, la visibilità è inferiore ai dieci metri e la temperatura percepita scende sotto i -75°C. Quando tutto ciò che ti separa dal nulla è una piccola tenda, capisci quanto sia folle l’ambizione umana.
Ero un punto nel vuoto. Un’increspatura nel buio. Non ero mai stato tanto lontano da tutto. Il bar più vicino si trovava a più di quattrocento chilometri. E mi era ancora andata bene, in un continente con una superficie di quattordici milioni di chilometri (quasi tutti ricoperti di ghiaccio perenne). Se avessi camminato più o meno diritto in direzione dell’Oceano Antartico avrei potuto raggiungere il Gallagher’s Pub alla McMurdo Station (che in inverno è abitata da più o meno trecento persone). Il problema, naturalmente, era che da quelle parti il concetto di “direzione” è assai astratto.
Naturalmente, visto che ne sto scrivendo, alla fine in qualche modo ho raggiunto Il Gallagher’s Pub, chiamato così in ricordo di Charles “Chuck” Gallagher, il padre del proprietario. È un luogo caldo e accogliente. Appena arrivato, dopo avere riacquistato l’uso dei cinque sensi – li avevo persi praticamente tutti –, ho brindato al calore e all’umanità con una tequila messicana. Dopo un po’ mi sono liberato del sentimento di opprimente solitudine e anche del gelo che mi era entrato nelle ossa. Ma la vertigine invece no, quella non mi ha lasciato. Quando ci penso, oggi, qui, mi sento ancora un acrobata sospeso sulla fune, mentre intorno i pianeti e le stelle ruotano nell’oscurità.

HAIKU

Un vecchio clown
sta suonando il violino
nella penombra.

 

PS: Questo è il settimo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo,  aprilemaggio e giugno.

PPS: In base a un trattato firmato da 46 paesi e risalente al 1959, l’Antartide non appartiene a nessuna nazione. Sono vietate sia le attività di sfruttamento economico, sia quelle militari.

PPPS: L’immagine della lespedeza è presa da internet, così come quella dell’acrobata di Remo Rossi (quest’ultima, scattata da Chiara Zocchetti, proviene dal sito del “Corriere del Ticino”). La scultura si trova nel “Giardino del clown” a Verscio, nella Svizzera italiana.

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Yabluniv

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Giugno
Hanafuda: Peonia / Farfalla
Luogo: Yabluniv, distretto di Kaniv, Oblast’ di Čerkasy, Ucraina
Coordinate: 49°40’27.8″N; 31°26’21.0″E
(Latitudine 49.67439; longitudine 31.43916)
Un ristorante in campagna, una sera di giugno. I tavoli sono disposti sul prato, con le tovaglie candide, le caraffe di vino rosso. I campi e le colline fuggono all’orizzonte, mentre il sole diventa rosso fuoco prima di scomparire. Sotto la pergola, vicino all’ingresso del ristorante, c’è una tavolata allegra: due o tre famiglie che si godono il fresco, lontano dalla città rovente.
Un bambino sui quattro anni si stacca dal gruppo. È curioso, attento a quanto avviene ai tavoli vicini. Si avventura sul prato e, dopo un paio di minuti, decide di suonare la tromba. Accosta il pugno alla bocca, mimando il suono. Dapprima nessuno gli bada; dopo un po’ alcuni cominciano a osservarlo divertiti, altri infastiditi. I genitori ancora non si sono accorti dell’assolo di tromba. Il figlio è sempre più rapito dalla sua stessa musica, si muove a tempo, si divincola, come in un raptus. Il ritmo si fa più veloce, gli acuti più febbrili. Il bambino si ferma un attimo. «Sto suonando la tromba», dice. Poi riprende l’assolo, come in trance, mescolando varie melodie e terminando con una nota prolungata. Esausto, si lascia cadere supino sul prato, con gli occhi rivolti al cielo. Dal tavolo sua madre gli chiede: «Va tutto bene?» «Sì» risponde il bambino, ansimando. Poi, come tra sé, aggiunge: «Ehi, si vedono le stelle!»
Stavano sbiadendo le ultime stelle anche quando mi sono svegliato dopo una notte all’addiaccio, nel cuore dell’Ucraina. Una nebbiolina che saliva dal basso lasciava presagire che sarebbe stata una giornata calda. Stavo seguendo il crinale di una montagna, lungo l’estrema propaggine di una zona selvaggia ricca di foreste, di orsi e di fiumi tortuosi. Nel pomeriggio mi sarei abbassato fino a raggiungere la città di Yabluniv, della quale sapevo soltanto che aveva due o tremila abitanti e che era conosciuta per il suo museo ebraico. Avevo anche sentito dire che, poco lontano dalla zona urbana, c’era un colossale impianto di pollicultura. Non so perché, ma la cosa mi suscitava una certa inquietudine.
Quel mattino, comunque, ero solo. Forse per questa ragione ero attento ai dettagli: le volute della nebbia, il fruscio dell’erba sotto ai miei piedi, il volo di una farfalla. Quest’ultimo evento, in particolare, ha catturato la mia attenzione. In un certo senso, mi ha fatto venire in mente il bambino che fingeva di suonare la tromba. Avevo la sensazione di trovarmi davanti a un impeto creativo, a un gesto di arte involontaria. Involontaria? Quanto è cosciente una farfalla della sua grazia? Chi crea veramente quella bellezza? Ogni essere umano prova a dare una risposta: Dio, la natura, il caso. Ma di certo la bellezza è innegabile, per tutti. Il battito delle ali, l’irregolarità del volo, l’incanto dei colori, gli abbinamenti cromatici che si rinnovano di fiore in fiore. Che cosa c’è di più naturale di una farfalla ai margini di un sentiero? E nello stesso tempo, che cosa c’è di più meraviglioso?

HAIKU

Viene la sera –
le peonie si addormentano
stanche di sole.

PS: Questo è il sesto “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo,  aprile e maggio.

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Lezioni di volo

Sulla mia scrivania c’è una pulcinella di mare (fratercula arctica). È piccola, con il manto nero, il petto bianco. Le zampe e il grande becco sono arancioni. Va precisato che mai la pulcinella di mare spiccherà il volo, dal momento che non si tratta di un uccello bensì di un’ocarina. In altre parole, è uno strumento musicale travestito da pulcinella. Ci siamo incontrati qualche mese fa a Lima, in Perù. Lei stava in una cesta con altre ocarine a forma di uccello. Mi guardava. Io non avevo intenzione di comperare ocarine, però lei mi guardava. E ora eccola qui, accanto al mio computer. Io scrivo, lei continua a fissarmi. Entrambi, lo sappiamo bene, non voleremo mai. Ma entrambi desideriamo volare.
La fratercula arctica vive nell’Atlantico settentrionale e sfreccia nell’aria a novanta chilometri all’ora, battendo le ali quattrocento volte al minuto. La mia fratercula da scrivania, invece, proviene dal Perù, sta ferma e ascolta il ticchettio dei tasti. Credo che, pur essendo di terracotta, conservi dentro di sé un barlume di nostalgia per gli immensi cieli nel nord, le scogliere, il fragore delle onde. E io? In quanto essere umano, ovviamente, non posso volare (intendo volare davvero, senza deltaplani, elicotteri, astronavi o paracadute). Ma proprio in quanto homo sapiens, covo una segreta aspirazione a librarmi nell’aria. Fra le più antiche narrazioni giunte fino a noi ci sono testi cuneiformi assiri del II millennio a.C. in cui si menziona il sogno di volare. Ma secondo me già l’australopithecus afarensis, dopo aver imparato a camminare in posizione eretta, deve avere accarezzato il sogno di un altro passo evolutivo: sollevarsi, muoversi nel vuoto, cambiare orizzonte alla velocità con cui mutano i pensieri.
Torniamo alla tastiera del mio computer. Per due esseri irrimediabilmente terrestri come me e la mia povera fratercula mensae scriptoriae, scrivere parole che portino lontano può, almeno in parte, sostituire l’azione di volare.
Prima ho scritto “Perù”. Adesso aggiungo: domenica mattina, primavera, pisco sour, palme, mirador. Chiudo gli occhi un istante, li riapro in Plaza de Armas. Appena finiscono di battere le campane della Catedral, una banda attacca a suonare davanti al Palazzo presidenziale.
Intorno, possenti edifici di colore giallo, con balconi di legno intarsiato, palmizi, una certa atmosfera coloniale, come se il tempo non fosse passato. Ma è un’illusione: niente è immobile in questa città. La periferia si espande a vista d’occhio, con ondate di migrazione dalle campagne che hanno reso Lima la seconda città più popolosa del Sudamerica (dopo San Paolo). Più di nove milioni di abitanti, più di nove milioni di cuori che battono, cervelli che sognano e soffrono e sperano, anche loro, di volare.
Nel mese di ottobre sono stato in Sudamerica per un giro di conferenze: prima a Lima, in Perù, poi a Quito (Ecuador) e infine a Bogotà (Colombia). Il tutto in una decina di giorni. Poco tempo per vedere con calma, per ascoltare, per tentare di capire una città. Del resto, per capirla davvero non basta una vita. Ma anche in poche ore possono accadere incontri, sorprese, piccole folgorazioni. Se rileggo il mio taccuino, trovo annotazioni accomunate dalla tensione verso l’alto, come se il pensiero sotterraneo del volo avesse permeato quei giorni senza che me ne rendessi conto.
Condivido altre parole con voi e la pulcinella: piramide, argilla, Huaca Pucllana, vasosqualo. E subito siamo nel quartiere di Miraflores, a sud della città. Proprio in mezzo al tessuto urbano, sorgono le rovine precolombiane di una piramide che risale al 500 d.C., lasciate da una civiltà che abitava la valle del fiume Ribac.
Tutto, in questo sito archeologico, trasmette volontà di resistenza e trasformazione. La piramide sale, perché i riti più profondi dovevano avvenire vicino al cielo. I mattoni di adobe sono disposti in maniera verticale, come tanti libri nello scaffale di una libreria, in maniera da resistere alle scosse sismiche. Nel piccolo museo noto una vasija ceremonial con rostro escultórico de tiburones. Si tratta di un vaso con la faccia da pescecane, che immagino indeciso fra l’ancestrale esigenza di sbranare e la quotidiana funzione di contenere.
Nello stesso quartiere, a poca distanza, la città finisce ai bordi dell’Oceano Pacifico. Anche in questo caso, per cogliere l’ampiezza dell’Oceano, bisogna salire fino al punto di osservazione più alto. In mezzo ai belvedere e ai punti di ristoro, scopro una panchina divelta, mezzo sepolta nell’erba. È protetta da un terrapieno, perciò, appoggiato contro lo schienale, sento svanire le voci dei passanti con il loro turbinio di selfie, sento perdersi anche le strade, le case, le automobili. Per qualche secondo, mi pare di essere solo davanti al Pacifico. Basterebbe così poco. Un fremito del corpo, un battito d’ali. Invece solo il pensiero vola, immaginando velieri, burrasche, isole sconosciute.
Mentre andavo all’Istituto italiano di cultura, dove avrei tenuto una conferenza, mi sono imbattuto in una libreria. Un piccolo volume di poesie ha attirato la mia attenzione: Eduardo Chirinos, Breve historia de la música. Ogni lirica è abbinata a un brano musicale, dai compositori del XIV secolo a Cage, passando per Mozart, Gershwin e molti altri. Fra le composizioni che hanno ispirato l’autore c’è un canto anonimo siciliano del 1492: Ayo visto lo mappamundi. Percorrendo la carta del mondo a volo d’uccello, l’anonimo autore esprime la convinzione che la Sicilia sia la regione più bella di tutte, facendo poi un gioco di parole fra due significati di Cicilia: il luogo geografico e il nome della sua amata. Chirinos fa suo lo sguardo dell’anonimo siciliano: con il dito percorre dall’alto le catene montuose, i mari, i deserti. E si chiede: ¿Veré tu nombre en el mapa? Vedrò il tuo nome sulla mappa?
Durante la conferenza ho letto la poesia di Chirinos e in seguito, commentandola insieme al pubblico, ci siamo detti che lo scopo di ogni viaggio è proprio questo: entrare nel paesaggio, animarlo, aggiungere il proprio nome a quelli segnati sulla mappa. Ora, accanto alla mia pulcinella, mi viene in mente che osservare una mappa è un modo per imitare lo sguardo di chi si muove nel cielo… e di nuovo torna il motivo ricorrente del volo e dell’altezza.
Levitiamo quindi fino ai 2.850 metri di Quito, in Ecuador. Rispetto a Lima, basta salire un poco per vedere i confini della zona urbana: la città, circondata da montagne verdi, si sviluppa nel senso della lunghezza. Ho l’impressione che la breve permanenza a Quito sia stata segnata da una serie di ascensioni. Per esempio quella che porta al Panecillo, una collina a 3000 metri di quota. Proprio sulla cima c’è una statua in alluminio della Madonna: la Virgen del Panecillo, alta 45 metri. Venne creata nel 1976 dall’artista spagnolo Agustín de la Herrán Matorras; è la copia di una statua alta 30 cm, scolpita da Bernardo de Legarda nel 1734 e visibile sull’altare della chiesa di San Francesco, sempre a Quito. La Vergine è raffigurata secondo l’iconografia tradizionale, tranne un dettaglio: la Madonna ha le ali, come quelle di un angelo. Secondo la gente del posto è l’unica statua di Madonna alata al mondo.
Mentre ero a Quito, sebbene non avessi ancora cominciato a riflettere sul volo, sentivo un oscuro bisogno di continuare a salire. Ai margini del centro c’è una teleferica che, in un quarto d’ora, supera mille metri di dislivello e arriva fino a 4000 metri sul livello del mare. È uno dei più alti impianti del genere al mondo. La stazione d’arrivo si trova sulle pendici del Cruz Loma, nel massiccio vulcanico del Pichincha. Uno dei vulcani, il Guagua Pichincha, ha ripreso negli ultimi anni l’attività e ogni tanto esala sbuffi di vapore, gas solforosi, colonne di fumo.
Non ero mai stato tanto in alto. L’aria sottile, l’erba verde, i fiori colorati e le nuvole che si stracciavano all’orizzonte. Ogni cosa era limpida, ogni passo aveva un peso, un significato. Più in basso le case di Quito, come un’onda bianca, seguivano il saliscendi delle montagne. Tutto era lontano, minuscolo; le preoccupazioni, i crucci, le malinconie si riempivano di vento e volavano via, come palloncini. Il sole depositava minuscoli granelli d’oro nei miei pensieri, nei miei ricordi. Uno splendore molto simile si trova anche nel centro di Quito, racchiuso nella chiesa San Ignacio de Loyola de La Compañía de Jesús, detta semplicemente La Compañía. Costruito fra il 1605 e il 1765, è uno dei più importanti monumenti barocchi al mondo: le navate, le colonne, le pareti sono interamente ricoperte da lamine d’oro, tanto da creare l’impressione di essere vicinissimi al sole, anzi, di essere scivolati nel cuore del sole, nel punto in cui nascono i raggi.
A Quito ho avuto l’occasione di tenere un laboratorio di scrittura, nella sede della Società Dante Alighieri. Abbiamo letto insieme un testo di Calvino che comincia così: «La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse. È un’ombra biancastra che affiora dall’azzurro intenso del cielo, carico di luce solare; chi ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza? È così fragile e pallida e sottile; solo da una parte comincia ad acquistare un contorno netto come un arco di falce, e il resto è ancora tutto imbevuto di celeste.» Attraverso la luna, e senza mai aver letto Leopardi, gli studenti hanno scritto di sé stessi, di che cosa significhi vivere oggi a Quito, delle loro angosce, delle loro speranze. Un po’ in spagnolo, un po’ in italiano, abbiamo trovato un punto d’intesa che non era né il mio paese né l’Ecuador. Era la luna, che in un certo senso li contiene entrambi.
Mi accorgo che la pulcinella di mare dà segni d’impazienza. Forse ci ha preso gusto e vuole volare ancora. Ormai ha imparato come si fa: basta dire sciamano, pipistrello, yopo, gioielli, metamorfosi… e siamo al Museo del oro di Bogotà. All’interno, ancora una volta gli occhi sono invasi dallo splendore. La storia del museo cominciò nel 1939 con un poporo quimbaya (un vaso cerimoniale). Oggi l’edificio completamente rinnovato, nel centro di Bogotà, assembla la più importante collezione al mondo di arte pre-colombiana. Sono più di cinquantamila oggetti in metallo, ceramica, pietra, legno o stoffa; ma la maggior parte è naturalmente d’oro: gioielli, statue, oggetti sacri, maschere, bastoni, pettorali che brillano nelle varie sale. Il percorso espositivo permette di confrontare i tratti artistici delle varie culture indigene, che rivelano spesso un’impronta grafica soprendentemente moderna.
Osservando la collezione, si capisce come sia potuta nascere la leggenda che illuse tanti avventurieri europei. Uno di loro si chiamava Sebastian Moyano, detto Sebastian de Belalcazar dal nome del suo paese di nascita in Andalusia. Fu proprio lui che nel 1537 sentì parlare di un misterioso re che s’immergeva in una laguna ricoperto di polvere d’oro, gettando oggetti d’oro nella profondità delle acque. Presto crebbe la leggenda di una città lastricata di metallo giallo, governata dal misterioso e ricchissimo El Dorado. Qualcosa di vero c’era: effettivamente gli indigeni muisca cospargevano il corpo del loro cacique, del loro capo, di finissima polvere d’oro; ed effettivamente gettavano monili e altri oggetti nella laguna sacra di Guatavita, nei dintorni di Bogotà. Fra i reperti conservati al museo c’è la statua di una zattera, fatta di oro, che raffigura il cacique ricoperto d’oro, adornato di gioielli d’oro, attorniato da altri personaggi che recano stendardi d’oro… immagino come questa parola – oro! oro! oro! – martellasse nelle orecchie dei conquistadores, facendo loro perdere la testa (in senso figurato e in senso proprio).
E il volo? La pulcinella di mare m’incalza. Vuole sapere se anche a Bogotà c’era qualcosa o qualcuno che volasse. Basterebbe evocare il pesce con le ali trovato in una tomba a San Agustín. Lungo una decina di centimetri, sinuoso ed elegante come un sogno a occhi aperti, raffigura l’incontro fra acqua e aria, i due elementi che permettono ogni forma di esistenza. La sua bellezza, il suo mistero mi colpiscono e lasciano una ferita aperta, una domanda su di me, sulla mia vita, sul senso di questo impasto di idrogeno, ossigeno, carbonio e azoto, sul destino di questi sette miliardi di miliardi di miliardi di atomi che rispondono al nome di Andrea.
Un altro aspetto che mi ha stupito è la continua metamorfosi. Nelle sale del museo appaiono figure votive e gioielli che mostrano sciamani nell’atto di trasformarsi. Nella Sierra Nevada di Santa Marta prevaleva l’uomo-pipistrello, presso i Muisca l’uomo-uccello, nel Sud Ovest l’uomo-giaguaro; ma ci sono anche uomini-rana, uomini-lucertola, uomini-cervo e uomini-granchio. Lo sciamano acquisiva le doti dell’animale: forza, potenza visiva, coraggio, capacità di volare. Per quanto riguarda il pipistrello, per esempio, ad attrarre gli sciamani era la facoltà di dormire a testa in giù e la capacità di muoversi al buio, durante la notte. Soprattutto, gli sciamani erano attratti – come potete immaginare – dalla possibilità di volare, sia dei pipistrelli sia degli uccelli. Un capo muisca del villaggio di Ubaque raccontò agli Spagnoli che durante i suoi voli giungeva fino a Santa Marta, sulla costa dei Caraibi, cioè a mille chilometri di distanza, e che tornava indietro nella stessa notte. Queste metamorfosi venivano compiute grazie a riti, digiuni, danze estenuanti e assunzione di allucinogeni come lo yopo.
La Colombia ha una storia vecchia di quindicimila anni. L’eredità delle popolazioni indigene è sempre viva: oggi si contano 84 gruppi che parlano 65 diverse lingue aborigene. Alcuni conservano la loro religione e usano nei loro rituali l’oro ereditato dai loro antenati. La loro cultura, incontrando quella europea e quella africana, ha generato il crogiolo di tradizioni, popoli, storie che contraddistingue la Colombia. Basta camminare per le vie del centro per vedere forme moderne di El Dorado (un uomo travestito da statua d’oro che si esibisce per i passanti), un poeta di strada (un uomo che batte a macchina e vende i suoi versi), studenti universitari, famiglie, uomini in giacca e cravatta, anziane donne con abiti colorati. Passando dalla periferia, si nota anche la stanchezza di questo paese, le sue lacerazioni, s’indovina la tensione sociale e il rischio della violenza. Le differenze culturali, come sempre, sono una ricchezza ma generano anche incomprensioni, paure, steccati ideologici.
Come a Lima e a Quito, anche a Bogotà non sono mancati gli incontri, sempre preziosi perché mi hanno permesso di assorbire qualche frammento non solo dei monumenti e dei paesaggi, ma anche delle faccende quotidiane, che sono la vera anima di un luogo. Incontri in libreria, conferenze, lezioni… la parte ufficiale del viaggio è stata un’occasione per riflettere sul mio lavoro di scrittore, sulla mia identità multipla, sul senso delle mie parole. Ma i pranzi, le cene, le conversazioni a tu per tu durante un aperitivo o dopo una conferenza mi hanno donato quel valore aggiunto, quel supplemento di umanità che è stato il vero cuore di questa esperienza. I viaggi più riusciti, in fondo, non sono quelli da cui si torna con fotografie e souvenir, ma quelli che ci lasciano un bagaglio di volti, accenti diversi e parole da custodire.
Nessuno sa con precisione come e dove le pulcinelle di mare passino la maggior parte dell’anno. Alla fine dell’estate abbandonano la terra e vanno da qualche parte nel mare aperto. Usano i piedi palmati e le ali per nuotare, e sanno immergersi fino a sessanta metri di profondità. Vivono, mangiano, si riposano sulle onde, circondati solo dall’acqua e dal cielo. Poi, in primavera, ogni anno partono e ritrovano esattemente lo stesso nido nella stessa scogliera. Gli studiosi non hanno mai capito come riescano ogni anno a indovinare la via per tornare a casa. Probabilmente usano punti di riferimento visivi insieme a odori e suoni. Qualcuno dice che a guidarli siano i campi magnetici della terra. Altri sono convinti che si orientino con le stelle.
Mi rivolgo alla mia fratercula. Partire è una grande sfida, ma ritrovare la strada è ancora più stupefacente. Come si fa, le chiedo. Come si può vivere nel mare aperto, senza confini, e poi nonostante tutto tornare a casa? La pulcinella mi guarda e non risponde. Accenna appena un sorriso. E rimane lì, sul punto di spiccare il volo.

PS: Grazie a Gregorio, il mio compagno di viaggio e l’autore della maggior parte delle fotografie che corredano questo articolo. Senza di lui non avrei potuto né partire, né ritrovare la strada di casa.

PPS: Esprimo la mia gratitudine a tutte le persone che mi hanno accolto. Primo fra tutti Patrick Egloff, dell’ambasciata Svizzera in Colombia, che ha ideato e coordinato questo tour sudamericano. Ringrazio Markus-Alexander Antonietti, ambasciatore svizzero in Perù; Esther Marie-Merz dell’ambasciata svizzera in Perù; Gabriele La Posta, direttore dell’Istituto italiano di cultura di Lima; Giancarlo Maria Curcio, ambasciatore italiano in Perù, e tutti i suoi collaboratori; Uberto Malizia, direttore dell’Istituto italiano di cultura a Bogotà; Michela Licitra dell’ambasciata italiana in Colombia; Andrea Izquierdo dell’Istituto italiano di cultura a Bogotà; Sergio Bardaro dell’ambasciata svizzera in Ecuador; Fabio Fusi, direttore della Società Dante Alighieri di Quito; Ximena Lopez Arias dell’ambasciata svizzera in Colombia; Manuela Leimgruber, che ha organizzato uno splendido cocktail; Fabrizio Poretti, Ana Gonzales Rojas e le altre persone conosciute al cocktail; Sveva Borla e, in generale, tutte le persone che ho incontrato alle conferenze, a pranzo, a cena o in libreria; le studentesse e gli studenti; Nathalie Lugo e tutte le traduttrici che mi hanno aiutato a raccontare le mie storie.


PPPS: Per scrivere questo articolo ho consultato il sito del National Geographic e i seguenti volumi: Caspar Henderson, Il libro degli esseri a malapena immaginari (Adelphi 2018, traduzione di Massimo Bocchiola; l’originale The book of barely imagined beings risale al 2012); Yuri Leveratto, La ricerca dell’El Dorado (Infinito 2008); AAVV, Museo del oro (Banco de la república 2008).

PPPPS: Ecco la poesia di Eduardo Chirinos (tratta da Breve Historia de la música, Colección Visor de Poesia, Madrid 2001). L’autore nacque a Lima nel 1960 e morì nel 2016.

AYO VISTO LO MAPPAMUNDI
(Anónimo siciliano, c. 1492)

Una vez más
abrí las ventanas del mar

 (Qué mudo el espumoso mar
qué ciegas las montañas)

 ¿Veré tu nombre en el mapa?

 Con el dedo recorrí
mil desiertos y comarcas
Con mil ojos los mares
donde navegan las barcas

 (Qué callada noche cautiva
qué silenciosa mañana)

 ¿Veré tu nombre en el mapa?

 

 

 

 

 

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You look like my brother

Ecco uno dei miei personaggi preferiti.

C’era un uomo con i capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, per cui dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando. Meglio allora non parlarne più.

È una storia malinconica narrata dall’autore russo Daniil Charms nel 1937. Ogni tanto torno a rileggerla, e sempre mi stupisce un paradosso: la narrazione consiste nello smantellamento del personaggio, tanto che egli progressivamente scompare, diventa nulla; e tuttavia – proprio perché possiamo parlare di un personaggio, proprio perché possiamo definirlo con un egli – in qualche modo egli esiste davvero. Il personaggio non c’è, ma c’è; e se ne sta davanti a noi con i suoi capelli rossi (che non ha). Sul filo dell’assurdo, la storia apre domande esistenziali. Che cosa definisce quell’insieme di memoria e desideri che si chiama “Andrea”? Nel corso della mia vita mi accadrà quello che accade all’uomo che (non) aveva i capelli rossi: un progressivo allontanamento da ciò che mi è caro, una perdita di ricordi, legami, capacità. Questo vale per tutti noi – persone vere e personaggi fittizi. Allora è meglio non parlarne più? Eppure scattiamo fotografie, suoniamo, scriviamo lettere, romanzi e articoli sui blog. E aggiorniamo i nostri profili sui social network. Insomma, vogliamo esistere. Mi capita di pensarci in viaggio, quando incrocio una persona che non vedrò mai più: è negli incontri, magari fortuiti, che la storia di Charms può cambiare finale. Infatti nello sguardo degli altri, anche in minima parte, appare sempre qualcosa di noi.
C’è un uomo che vive a Monaco, in Baviera. Qualche volta la sera, durante la settimana, indossa gli stivali, un paio di calzoni a tinta mimetica, una maglietta con il disegno di un teschio e un cappellino da baseball. Poi prende la metro e va in un locale dove mettono musica rock. È una discoteca di periferia, in una zona in cui si aprono le voragini degli edifici in costruzione e dove, accanto alle insegne colorate dei locali notturni, brillano i fari di posizione delle gru. Nel locale a volte non c’è quasi nessuno. Ma anche se la pista è vuota, l’uomo non si lascia scoraggiare. Avanza tra le luci fosforescenti e gli sbuffi di fumo, si lascia prendere dal ritmo. Appena c’è un assolo di chitarra, imita il musicista e mima il gesto di suonare.
Nello stesso locale, la settimana scorsa, c’ero anch’io. Guardavo l’uomo con il cappellino mentre fingeva d’imbracciare una chitarra, e ho notato come la musica lo avvolgeva. Lui non si è accorto di me, ma senza volerlo ha lasciato una traccia, tanto che ora si trova qui, nel blog. Le nostre vite si sono appena sfiorate; eppure quell’incontro è riuscito a suscitare un’impressione, un pensiero, un segno scritto.
Nella stessa discoteca, ho visto un uomo che pareva una montagna. Era un ammasso di muscoli, con due bicipiti spessi come un paracarro e una canottiera aderente cosparsa di parole minacciose. Al centro della pista, dondolando al ritmo dei Black Sabbath, avrebbe potuto spaventare chiunque. Invece, a modo suo, voleva fare amicizia. Verso le due di notte ha preso in simpatia un altro avventore, alto la metà di lui. I due hanno ballato l’uno accanto all’altro e si sono dati il cinque. Poi la Montagna ha abbracciato l’uomo più minuto e gli ha detto, con ruvida commozione: You look like my brother, sembri mio fratello. L’ha ripetuto un paio di volte – tanto che l’uomo più piccolo ci ha tenuto a precisare, con un filo di esitazione: But I’m not… Infine la Montagna ha dato una pacca affettuosa al suo nuovo amico (rischiando di mandarlo a gambe all’aria) e ha ripreso a ballare, felice di quel riconoscimento notturno, di quel fratello lontano apparso per un attimo con le fattezze di un estraneo. Come nella storia di Charms, nella nostra vita sono sempre in tensione i poli dell’assenza e della presenza. A volte un’assenza può rovesciarsi in presenza inaspettata, a volte invece una presenza impallidisce, tanto che non arriviamo più a percepirla.
Sempre a Monaco, nel Museo Brandhorst, mi è capitato di vedere un’opera dell’artista statunitense Jeff Koons: Amore (1988), del ciclo Banality. È la riproduzione in porcellana (81.3 x 50.8 x 50.8 cm) di un bambolotto dalle guanciotte rosse e dagli occhietti azzurri, avvolto in un costume da orsacchiotto da cui esce un ciuffo di capelli biondi e ricci. In una mano ha un cuore con la dicitura I love you, nell’altra un vasetto di marmellata. Al collo, un bavaglino ricamato con la scritta amore. Ha un altro cuore disegnato sul petto e se ne sta seduto su un basamento in stile rococò, tra cuoricini, fiorellini e altri oggetti simili. Per il filosofo Arthur Danto, Amore e le altre opere del ciclo sono meraviglie innaturali che dovrebbero piacere a tutti noi, se non fossimo stati educati a svalutarle come banali esempi di kitsch. Non so se quest’opera abbia suscitato in me il conflitto interiore di cui parla Danto. Intorno al bambolotto c’era un gruppo di persone che discutevano animatamente. Qualcuno leggeva dotte spiegazioni da un volantino, altri scuotevano il capo o indicavano i dettagli della scultura. In un certo senso, mi è parso che la vera opera d’arte fossero loro, i visitatori, con la loro presenza e con il fatto che stessero quasi litigando sul senso di quell’inquietante bambolotto.
Secondo Koons non è necessario essere preparati per conoscere l’arte, ma basta accettare sé stessi: Volevo che il ciclo Banality comunicasse alle persone che la loro storia personale, qualunque sia, è perfetta; per creare un’arte eccezionale serve soltanto la propria storia. L’arte che ne uscirà rappresenta l’espansione delle vostre possibilità. Non capisco bene che cosa tutto ciò voglia dire. Forse abbiamo smarrito la nostra parte infantile, capace di meravigliarsi anche davanti al kitsch? Ho provato a mostrare la cartolina con la riproduzione di Amore a una bambina di cinque anni, la quale in effetti non si è posta il problema del kitsch. Però non ha nemmeno commentato l’estetica dell’opera, limitandosi invece a chiedere: 1) se fosse una bimba travestita da orso; 2) come facesse a stare seduta senza rovesciarsi all’indietro.
Anche se l’avessimo smarrita, la nostra parte infantile non può scomparire. È una presenza silenziosa, nel profondo dell’anima, alla quale possiamo attingere in caso di bisogno. Quasi sempre, essa non si manifesta con affermazioni o con apprezzamenti estetici, ma spostando il punto della questione. Ho letto alla bambina la storia di Charms, e lei non ha dubitato nemmeno per per un attimo dell’esistenza del protagonista. Senza battere ciglio, mi ha chiesto: Ma lui dove abita? E dopo qualche secondo ha aggiunto: Di sicuro abita in una casa invisibile.

PS: Daniil Charms nacque nel 1905 a San Pietroburgo; dopo una vita difficile, venne arrestato nel 1941 e morì in un ospedale psichiatrico di Leningrado nel 1942. In italiano è uscito il volume Casi (Adelphi 1990), a cura di Rosanna Giaquinta, in cui si trova il racconto sull’uomo con i capelli rossi. Le parole di Koons (nato nel 1955) sono tratte da Ulrich Obrist, Jeff Koons, Walter König Verlag 2012. Quelle di Danto provengono dal saggio Banality and Celebration. The Art of Jeff Koons, in Unnatural Wonders, Columbia University Press 2007.

PPS: Grazie a Emanuele per alcune delle fotografie di questo articolo.

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Oggetti smarriti

Il ragazzo con i capelli rossi e il viso cosparso di efelidi, seduto nell’atrio della Gare de Lyon, sta scrutando la confezione di un prodotto contro gli acari, la cui efficacia è garantita al cento per cento. Ha alzato gli occhiali sulla fronte e tende il viso aguzzo, strizza gli occhi miopi, corruga la fronte nello sforzo di studiare, di capire come quel portentoso unguento gli consentirà di sconfiggere i nemici che si celano nella polvere. Seduto di fronte a lui, pochi minuti prima di partire da Parigi, mi chiedo se anche i miei ricordi più volatili, quelli che tengo nel solaio dei pensieri, verranno sterminati dalla furia anti-acari del ragazzo lentigginoso. Lo vedo rileggere le istruzioni per l’uso e accennare un sorriso. Allora apro il taccuino e cerco di fissare questi giorni d’agosto.
Fra i molti modi in cui si può pensare a Parigi, mi piace immaginarla come un immenso Ufficio degli Oggetti Smarriti. Ogni volta che ci vado perdo qualcosa, impercettibilmente, in qualche strada mai vista prima, e ogni volta trovo qualcosa che non conoscevo, o che avevo dimenticato di conoscere. Nel maggio 2015, scendendo da Montmartre, vidi per caso una testa di clown dietro la vetrina di una galleria d’arte. Mi fermai, la fotografai in fretta con il telefono. Da allora quel clown, dipinto da Bernard Buffet nel 1955, è rimasto nella mia mente (e nel mio telefono). Mi sembra che dica qualcosa di me, e talvolta permette di verificare la mia esistenza in maniera più efficace che guardandomi allo specchio. Quest’anno ho cercato di nuovo la galleria, per rivedere il mio clown, ma senza successo: oggetto smarrito.
Nel suo libro Impératif catégorique (Seuil 2008), l’autore francese Jacques Roubaud racconta di quando abitava in rue Notre-Dame-de-Lorette e si sedeva spesso al café Joconde, in cui c’era una riproduzione della Gioconda dipinta da un certo Mérou. Ho scritto una poesia in onore della Gioconda di Mérou – racconta Roubaud – e nelle “letture pubbliche” raccomando sempre ai miei uditori di andarla a vedere. Spiego loro che andare a vedere al Louvre quella del suo “plagiario per anticipazione” è difficile, poiché ci sono almeno un milione settecentonovantacinquemilaseicentosei Giapponesi che premono davanti a lei; mentre là, all’angolo della rue de la Rochefoucauld e della rue Notre-Dame-de-Lorette, la folla è meno compatta e si può contemplare a piacere la Gioconda. Il volume di poesie dello stesso Roubaud intitolato La forme d’une ville change plus vite, hélas, que le coeur des humains (Gallimard 1999) può essere usato quasi come una guida di Parigi. C’è anche la lirica dedicata alla Gioconda, che comincia così: I veri intenditori / per veder la Gioconda / non vanno in capo al mondo / e nemmeno al Louvre // Vanno all’angolo della rue / de la Rochefoucauld e della rue / Notre-Dame- / de-Lorette / entrano nel caffè / lei è là // Il dipinto è sul muro / beige e crema / la cornice è beige e crema e un po’ arancione / la tela è firmata / di pugno dall’artista / E. / Mérou. / È la Gioconda / la Gioconda di Mérou. Ma le città cambiano e gli oggetti si perdono. Oggi il café Joconde è diventato il café Matisse. Era chiuso per ferie. Sbirciando dai vetri ho visto molte riproduzioni di Matisse e nessuna Gioconda. Di nuovo: oggetto smarrito. Per fortuna, resta almeno la Joconde di Barbara, che dura un minuto e mezzo e che si trova su internet.

Balzando da un poeta all’altro, si potrebbe dire con Jean Tardieu: J’ai beaucoup voyagé / et n’ai rien retenu / que des objets perdus (“Ho molto viaggiato / e niente trattenuto / se non oggetti perduti”). Ma forse proprio questi lampi di smarrimento, questi chiaroscuri della memoria sono ciò che segnano Parigi d’agosto. Lo stesso Tardieu, in epigrafe a Le fleuve caché (Gallimard 2013), scriveva: Tutta la mia vita è segnata dall’immagine di questi fiumi, nascosti o perduti ai piedi delle montagne. Come loro, l’aspetto delle cose s’immerge e si gioca fra la presenza e l’assenza. Tutto ciò che tocco è per metà di pietra e per metà di schiuma.
Il concetto di presenza/assenza riassume ciò che si prova camminando. La natura della città si mostra nella spaccatura fra l’interno e l’esterno, l’alto e il basso, l’intimo e l’enorme. Nelle profondità della metropolitana, un uomo viaggia accanto a un drone appena acquistato e ne accarezza la scatola, tutto contento; per un istante, la presenza di quel drone sembra sollevarci tutti e portarci fuori, all’aria aperta. Una macchina lunga e nera si ferma davanti a un edificio austero. Un passante chiede: Ma è una limousine o un carro funebre? E la ragazza di fianco a lui: Perché, c’è differenza? Il centro commerciale a Les Halles, all’ora di chiusura: serrande abbassate, griglie di metallo, vetrine oscurate, scale mobili che salgono e un moto di sorpresa nello scoprire che, fuori, c’è ancora la luce dorata sui monumenti. Anche i pazzi che gridano per strada riecheggiano una lacerazione: la donna che ogni sera si aggira per il Quartiere Latino, rimproverando il mondo ad alta voce, o il vecchio barbone americano che esprime i suoi interrogativi su this fucking Paris in pieno boulevard Saint-Michel.
Basta poco per scivolare dalla Parigi esterna e visibile a quella interna e velata. La vertigine multicolore della Sainte Chapelle, dove lo spettacolo delle vetrate si mescola a quello dei turisti con il naso all’insù. Il fervore silenzioso della Chapelle de la Médaille Miraculeuse, in rue du Bac, a pochi passi dalle vetrine sontuose del Bon Marché. La quieta freschezza di un tè alla menta al bar della Grande Moschea. Lo sguardo senza tempo dell’axolotl, al Jardin des Plantes, che ho ritrovato esattamente nella stessa posizione in cui lo avevo lasciato due anni fa. Il retro del palcoscenico del cinema Le Grand Rex, dove si aggirano fantasmi in bianco e nero; l’ombra accogliente dei bistrot; gli eterni anni ’80 del bar “Breakfast in America”; le partite di pétanque e l’assenza/presenza del commissario Maigret in place Dauphine.
Al Museo d’Orsay, non sapendo più davanti a quale classico arenarmi, ho scelto di partecipare al Bal au moulin de la Galette, così come lo vide Renoir nel 1876. Ma non in prima fila: mi sono messo sulla sinistra e ho fissato un punto periferico, dove gli esseri umani appena accennati diventano macchie di colore.
Succede qualche volta, nella vita, di sentirsi figure sullo sfondo di un dipinto: la festa trascina i personaggi visibili in primo piano mentre noi, nel nostro angolo, con la nostra sensibilità, tentiamo di capire le ragioni della nostra presenza/assenza.

Perché qualcosa ci appartenga è necessario fissarla a lungo o ascoltarla senza distrazioni. Bisogna andare, vedere e poi tornare di nuovo. Succede con i quadri, ma anche con le parole smarrite nelle piazze piene di gente. In place de la Contrescarpe, tagliando fuori ogni altro suono, mi sono concentrato sulla frase di contatto dei camerieri, che tornava ad accendersi uguale, sempre con la stessa intonazione: Bonjour! Vous avez choisi? Le parole dentro di me hanno superato il loro significato e sono diventate una frase musicale: sib-sol, fa-fa-fa-fa-sol… qualcosa da cui potrei partire per improvvisare un ricordo di viaggio al sax.

Dalle parti di rue Lepic, mi sono fermato a sfogliare il libro di Roubaud. Scendevo questa via che era diritta, inclinata di sole, tra automobili di una lentezza imprecisa. Scendendo questa strada, avevo la sensazione di un passato, di un lontano passato, di un’altra strada. […] Quella strada là, che non era questa strada qui, come sarebbe tornata presente, come si sarebbe presentata, mentre camminavo, inseguito dal sole, dallo scintillio degli alberi, le pieghe di polvere? La domanda è di quelle urgenti, perché tutte le strade del nostro qui e ora contengono strade inghiottite dall’oblio e promettono strade future. Si può evitare che ciò che vediamo divenga come l’illustrazione di una rivista, sempre più stinta con il passare degli anni? Come combattere il prodotto anti-acari garantito al cento per cento? O in altre parole, dove trovare il bandolo che possa legare le Parigi del passato e le Parigi del futuro, con tutti i loro oggetti smarriti e ritrovati?
Credo che la risposta stia nel paradosso. Fuori dalla Grande Moschea, in una libreria in place du Puits de l’Ermite, ho comprato una versione del Divân, l’opera più celebre del poeta persiano Khāje Shams o-Dīn Moḥammad Ḥāfeẓ-e Shīrāzī, detto Hāfez, vissuto a Shirāz fra il 1315 e il 1390. Sfogliando il volume, ho trovato due versi che racchiudono il paradosso: Ho lo spirito sereno presso l’Essere che dona la pace, / Colui che all’improvviso ha tolto la quiete dal mio cuore. Questa condizione di pace inquieta serve a tenere desta l’attenzione: fungendo da pungolo, permette a ogni viaggio di farsi significativo, nonostante il pericolo della dimenticanza. La mia fatica è di essere presente in ogni momento, pure in quelli vuoti, cercando di trasformare la malinconia in serenità inquieta. Tale operazione non viene compiuta dall’atmosfera né dalla novità del paesaggio, ma richiede la presenza dei compagni di viaggio.
Ci pensavo al museo Pompidou, davanti all’opera Senza titolo realizzata da Robert Ryman nel 1974. Sostanzialmente si tratta di un trittico monocromatico: tre grandi pannelli (182 x 546 cm) laccati di bianco. Quello spazio sterminato, quel campo dove tutto è possibile non si lascia comprimere nei confini di un luogo fisico. L’aspetto più misterioso di ogni viaggio, per quanto attraversi posti esotici e meravigliosi, consisterà sempre nei viaggiatori stessi. Più dei monumenti, più delle opere d’arte, più dei sapori e degli odori.
Davvero c’è la speranza che rimanga qualcosa di una strada percorsa nella fragilità del presente? Se tale speranza esiste, essa non può che nascere nell’intesa, nello scambio, in quella strana alchimia di silenzio e parola che accade quando il viaggio sta già diventando il racconto del viaggio. Gli aperitivi, le cene, i pranzi nei giardini pubblici o in una fritteria, le frasi scambiate al volo, i momenti dove nessuno dice niente. È in questi interstizi che il grande Ufficio degli Oggetti Smarriti può concedere i suoi doni segreti. Insieme all’inevitabile smarrimento, la città è pronta a offrirci qualcosa che – pur essendoci ignoto – riconosciamo come nostro: per esempio l’Arbre Bleu, dipinto nel 2000 da Pierre Alechinsky in rue Descartes. L’opera è affiancata dai versi scritti appositamente da Yves Bonnefoy: […] Car même déchiré, souillé, / l’arbre des rues, / c’est toute la nature, / tout le ciel, / l’oiseau s’y pose, / le vent y bouge, le soleil / y dit le même espoir malgré / la mort […] (“Perché anche lacerato, sporco, / l’albero delle strade / è tutta la natura, / tutto il cielo, / l’uccello si posa / il vento si muove, il sole / dice la stessa speranza nonostante / la morte”). Questo viaggio a Parigi, nel cuore di agosto, è stato per me come un albero blu che resiste alle intemperie. Un albero che invita a fermarsi per bere qualcosa sotto le sue fronde, con animo serenamente inquieto.

PS: Ringrazio i miei compagni di viaggio per la loro presenza e per la loro pazienza. Grazie anche per avermi inviato alcune delle fotografie che appaiono in questo articolo.


PPS: I versi di Tardieu sono tratti dallo stesso volume di cui cito l’epigrafe. Le traduzioni in italiano sono sempre mie, compresa quella di Hāfez (il volume che ho comprato: Hāfez de Chiraz, Le Divân. Œuvre lyrique d’un spirituel en Perse au XIVème siècle, a cura di Charles-Henri de Fouchécour). La canzone di Barbara è tratta dall’album Barbara à l’Écluse (La voix de son maître 1959). La canzone di Giorgio Conte è un piccolo capolavoro umoristico ispirato a una visita al Museo d’Orsay: si trova nell’album Come Quando Fuori Piove (Ala Bianca 2011). Infine, per chi non fosse pago, ecco Charles Aznavour: Chaque rue, chaque pierre / Semblaient n’être qu’à nous / Nous étions seuls sur terre / À Paris au mois d’août… La canzone, che proviene dall’album La Bohème (EMI 1966), è parte della colonna sonora del film Paris au mois d’août, girato da Pierre Granier-Deferre nel 1966 e tratto dal romanzo omonimo pubblicato da René Fallet nel 1964.

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