Appunti sui falò (e la luna)

Nei giorni scorsi mi è capitato di trovarmi davanti a un falò sotto la luna. Tutto era com’è da sempre, fin dalla preistoria. Il buio dei prati e dei boschi, il profilo severo delle montagne. Ombre di uomini. Crepitio di fiamme. Voci di bambini spaventati. E insieme tutto era nuovo: telefoni protesi a filmare lo spettacolo, automobili parcheggiate lungo la strada, famiglie di villeggianti salite a prendere il fresco fra una vacanza al mare e il ritorno al lavoro nelle città riarse.
Dopo aver scattato anch’io la mia brava foto, ho ripensato a La luna e i falò, il romanzo scritto da Cesare Pavese tra il 18 settembre e il 9 novembre 1949 (e pubblicato da Einaudi nell’aprile del 1950). A un certo punto il protagonista, tornato dall’America nelle Langhe del Piemonte, discute della luna e dei falò con l’amico d’infanzia rimasto al paese. Nuto, l’amico, non ha dubbi: i falò svegliano la terra, e anche nella luna bisogna crederci per forza. Piano piano anche il protagonista comincia a sentire il richiamo delle origini. “Io sono scemo, dicevo, da vent’anni me ne sto via e questi paesi mi aspettano”. […] Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m’ero accorto, che non sapevo più di saperla.
Il senso ultimo della luna e dei falò rimane nascosto sia ai personaggi, sia ai lettori. È una conoscenza arcana, che non si può razionalizzare. Per il protagonista è qualcosa che bisogna avere nel sangue: che cos’è questa valle per una famiglia che venga dal mare, che non sappia niente della luna e dei falò? Bisogna averci fatto le ossa, averla nelle ossa come il vino e la polenta, allora la conosci senza bisogno di parlarne, e tutto quello che per tanti anni ti sei portato dentro senza saperlo si sveglia adesso al tintinnio di una martinicca, al colpo di coda di un bue, al gusto di una minestra, a una voce che senti sulla piazza di notte.
Qual è allora il significato del mio falò? Qualcuno dice: serve a celebrare la Festa nazionale svizzera. Ma questo è solo un pretesto. E quel tizio che si affaccenda a sparare verso il cielo dei piccoli razzi, che fanno un gran botto e sparpagliano qualche scintilla, suscitando lamenti di cani e bambini? Quali sono le radici del suo gesto, che cosa lo induce a trafficare con il fuoco? Anche in questo caso, la parola “festeggiamenti” è una spiegazione vaga. La verità è che la civiltà umana è basata sulla combustione. Lo spiega bene l’autore tedesco Winfried Georg Sebald.
La carbonizzazione delle specie vegetali superiori, la combustione incessante di tutte le sostanze combustibili è ciò che dà impulso alla nostra espansione sulla Terra. Dalla prima torcia a vento sino alle lanterne a riflettore del Settecento e dalla luce di quelle lanterne sino al pallido scintillio delle lampade ad arco sulle autostrade del Belgio, tutto è combustione, e la combustione è il principio intrinseco di qualsiasi oggetto da noi prodotto. La fabbricazione di un amo, la fattura di una tazza di porcellana e la produzione di un programma televisivo si basano, in ultima analisi, su un eguale processo di combustione. Le macchine da noi ideate hanno, al pari dei nostri corpi e del nostro anelito, un cuore che brucia lentamente. L’intera civiltà umana non è stata altro, sin dall’inizio, che un ardere senza fiamma, d’ora in ora più intenso, di cui nessuno sa quanto potrà crescere e quando comincerà a declinare. Per il momento le nostre città continuano a essere illuminate, i fuochi vanno ancora estendendosi.
Inevitabilmente, in un futuro più o meno lontano, tornerà il buio. Allora il senso dei falò, pur rimanendo difficile da cogliere, si farà più urgente, più drammatico nel suo voler lasciare un segno. L’umanità da sempre lotta contro l’oscurità, con ogni mezzo. Fra l’altro, anche ciò che sto scrivendo è legato a una sorta di combustione: non solo quella che manda avanti il mio cuore e il mio cervello, ma soprattutto quella che permette l’esistenza del mio computer. Del resto, senza combustione voi non potreste leggere: la mia luna e il mio falò sarebbero rimasti chiusi dentro di me.
Finora mi sono soffermato sulla luce di fattura umana – il falò – senza parlare della luna, cioè del chiarore che resterà (almeno per un po’) anche quando le nostre città si spegneranno. Ma che si può dire della luna? Quella domanda sospesa sulle montagne, attraversata da lembi di nuvole, è nuova stanotte come lo era un milione e mezzo di anni fa, quando l’Homo erectus accendeva i primi fuochi. Magari è proprio la luna, con il suo enigma, con il suo cerchio perfetto, ad aver suscitato negli esseri umani il desiderio di sapere. I falò preistorici, insieme al bisogno di luce e di calore, esprimevano forse una risposta allo sguardo di quell’insondabile pupilla.
È così, per trattenere la luce o per cercarla, che nascono le opere d’arte. Bruciano nei millenni sempre diversi falò, sotto la stessa luna, e nascono musiche, racconti, poesie, dipinti, sculture. In questi giorni, nella Svizzera italiana è in corso il Locarno Festival. Mentre il mio falò si spegneva, aiutato da un improvviso acquazzone, riflettevo sulla combustione che si cela dietro i film, i riflettori, gli aperitivi, i giornalisti. In fondo non è poi tanto diversa dalla combustione che tra il 25 e il 20.000 avanti Cristo, nella grotta pirenaica di Pech-Merle, permise a sconosciuti pittori di fissare con linee e punti, prodigiosamente, l’aspetto di mammut, cavalli, bisonti, felini, orsi e cervi giganti.

PS: Le parole di Sebald provengono dal volume Die Ringe des Saturn. Eine englische Wallfahrt, pubblicato nel 1995 (tradotto da Ada Vigliani per Adelphi nel 2005 con il titolo Gli anelli di Saturno. Un pellegrinaggio in Inghilterra). L’immagine con i chevaux ponctués, i “cavalli a pois”, ritrae l’opera più celebre della grotta di Pech-Merle. Circa l’indecifrabilità della luna e dei falò nel romanzo di Pavese, riporto un’osservazione del critico Giovanni Pozzi, il quale riteneva che essi non siano allegorie, cioè non siano significanti ai quali è connesso un preciso significato, ma restino indizi, cioè evocatori allusivi di sensi e non indicatori di significati. L’osservazione proviene dal quaderno Un’analisi di testo narrativo (Pavese, La luna e i falò) all’indirizzo degli insegnanti ticinesi del settore medio, edito a Zurigo da Juris Druck nel 1977. Trovate qui il sito del Locarno Festival e qui quello della grotta di Pech-Merle.

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rOssUrAcArÌ

Mi capita spesso di andare in bicicletta da Rossura a Carì, nella parte alta della valle Leventina (nel Canton Ticino). È una salita ripida, lunga una decina di chilometri. Ho sempre pensato che il suono dei due toponimi, nel mutare delle vocali, riassumesse il percorso: all’inizio, dopo il bivio tra Faido e Rossura, il respiro comincia a farsi difficile (rO), poi l’affanno cresce chilometro dopo chilometro (ssU), finché dopo Campello arriva un tratto pianeggiante per tirare il fiato (rAcA), prima dell’ultimo strappo (rÌ) dove braccia, cuore e polmoni si aggrappano al manubrio.
Viaggiare in bicicletta, anche quando si arranca come nel mio caso, non consente l’immersione nel paesaggio di chi va a piedi; ma non c’è neppure il distacco di un transito in automobile. In bicicletta riusciamo ad afferrare qualche dettaglio – un frammento di frase, un profumo – ma poi siamo già lontani. Quando camminiamo, in un certo senso, facciamo una piccola pausa a ogni passo, mentre in bici il nostro corpo deve piegarsi alle esigenze implacabili di una macchina. Salendo verso Carì, per esempio, sento il battito di un picchio nel bosco, vedo guizzare una biscia in una macchia di rovi; addirittura, a un certo punto, un cerbiatto spaventato mi taglia la strada. Ma è un lampo: appena registro la presenza degli animali, sono già oltre. A Calpiogna suonano le campane di mezzogiorno. Nell’aria, si diffonde un odore di salsicce alla griglia. Alle finestre c’è un profluvio di bandiere rosse con la croce bianca (il primo di agosto è la festa nazionale svizzera). A Molare, alla fine di un chilometro impervio, appare una catasta di legna che aspetta di consumare il suo destino come falò.
A lungo salgo da solo, poi vengo superato da qualche automobile. Passa pure un idiota che taglia le curve a una velocità folle: mi viene in mente che, se fossi stato in discesa, avrei corso il rischio di venire falciato. Qualcuno sta pranzando fuori su tavoli di legno, altri fanno il bagno in piscina. Seminascosta da una siepe, noto una fanciulla dal corpo dorato, distesa a prendere il sole con il petto scoperto. Ma la macchina, come dicevo, è implacabile: tutto viene consumato nel flusso dei pedali…
Ci sono cartelli che annunciano case e terreni in vendita. Nel momento in cui il sole picchia più forte, mentre la fatica si fa sentire, mi viene in mente che potrei fermarmi qui, come facevano i pionieri che andavano verso ovest: comprare un pezzo di terra, costruire un ranch e mettere su un allevamento di cavalli. L’idea assurda si dissolve nel momento in cui nasce, anche perché la strada sale, s’impenna ancora.
Le curve diventano momenti preziosi, in cui prendere un respiro più lungo prima di alzarsi sui pedali. Sulla sinistra avvisto un cartello che segnala un distributore self service di formaggio, aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. M’immagino un buongustaio che, colto da improvviso appetito nel cuore della notte, si arrampichi fin quassù, inserisca la carta di credito e ottenga l’agognato pezzo di Piora o di formaggella.
Un paio di anni fa anche il Giro della Svizzera fece tappa a Carì. Resta ancora qualche segno: una sagoma di ciclista sul tetto di un garage e alcune scritte sull’asfalto. Mi limito a segnalarne tre: 1) Un incitamento a Fabian Cancellara, un professionista che nel frattempo si è ritirato (ma il suo nome dura ancora sulle strade); 2) Un gigantesco pene maschile, sbiadito ma tenace; 3) lo slogan W IL NOCINO, proprio nel tratto più impegnativo.
La borraccia è ormai vuota. M’inerpico verso la fontana che mi aspetta alla fine, ai margini di un prato. Solo il primo sorso di acqua fresca interromperà la sofferenza. Perché in fin dei conti andare in salita con la bicicletta è un gesto che provoca sofferenza. Nient’altro. Forse è proprio per questo che mi piace. Non mi aiuta a rilassarmi, non è una cosa divertente, non ha aspetti socievoli (vado sempre da solo), non ho bisogno di perdere peso e non sento l’esigenza di fare sport.
Fra l’altro, mi piace uscire negli orari in cui il sole è a picco: il caldo, il sudore, la tensione nelle gambe e nelle braccia, il respiro spezzato… ho la sensazione che tutto questo serva a bruciare i pensieri neri, portandomi in una dimensione dove esiste solo il presente. Il cervello è intento nella prossima pedalata, nella prossima curva, e non può soffermarsi nella tristezza. Sebbene questo in realtà non sia del tutto vero: lungo un tratto lontano dagli abitati, in mezzo a un bosco, noto una palla di plastica colorata dentro un tombino. Non ci sono case, nei paraggi, non ci sono ragazzi né piscine. Mi chiedo da dove sia rotolata la palla e quanto durerà, nell’ombra perenne di quel buco. Inevitabilmente, paragono il percorso della palla smarrita al mio, al nostro. Quando anche noi rotoleremo via, presto o tardi, da quale genere di tombino oscuro dovremo passare?
Mi sembra però che nello sforzo di salire la riflessione non sia del tutto nefasta. Ai bordi della via, ci sono parecchie cappelle con dipinte scene sacre. Una, in particolare, mostra Gesù appena deposto dalla croce nelle braccia di Maria, coperta da un manto azzurro che spicca da lontano. Anche questo dolore immenso si unisce alla mia piccola sofferenza, al mio affanno. Penso alle persone ammalate, penso ai morti che ho conosciuto, li passo in rassegna uno per uno mentre salgo. Può darsi che, in qualche maniera inesplicabile, la mia fatica abbia una doppia funzione: da un lato mi aiuta ad avere ben presenti i morti, il male, la disperazione; dall’altro mi permette di gettare i pensieri nel prossimo giro di pedali, senza indugiare nelle ombre della malinconia.
Quando scrivo ho l’impressione d’innescare un meccanismo simile. La differenza è che la salita in bicicletta non costruisce niente, mentre la scrittura lascia un segno che può essere condiviso. Proprio questa prospettiva, la condivisione dell’interiorità che diventa racconto, è ciò che mi motiva a scrivere. A volte però mi capita di chiedermi se il senso più profondo non consista nell’offerta – che sia un romanzo o una salita. Come se fosse necessario offrire la fatica per mettere a nudo frammenti di sé o del mondo.
C’è un brano di John Coltrane che esprime bene questo aspetto: infatti s’intitola proprio Offering. So di aver già parlato di Coltrane un paio di settimane fa, per ricordare i cinquant’anni dalla sua scomparsa, ma mi pare opportuno proporre l’ascolto di questo pezzo stupefacente. (Non si tratta di musica facile: le orecchie sensibili stiano in guardia…) Per me il sax tenore di Offering è figura di un uomo che s’inerpica su una china, in bicicletta o a piedi, raggiunge l’apice dello sforzo e poi, finalmente, si placa nel respiro libero e lirico della discesa.

Per una cinquantina di secondi Coltrane suona volute di note che si alzano come segnali di fumo (mi pare che riprenda qualcosa da Aknowledgement, in A Love supreme). È accompagnato da Alice Coltrane al piano, Jimmy Garrison al basso e Rashied Ali alla batteria. Poi, lentamente, cresce l’onda del delirio. Il basso tace, o forse ha sempre taciuto, sopraffatto dalla forza d’urto. Anche Alice Coltrane si ferma, intimorita. Rashied Ali invece incalza Coltrane, lo pungola, lo sferza, e la furia tumultuosa del sax diventa frastuono, urlo, strazio, tensione vibrante verso un oltre che non si lascia afferrare. Infine, cessata la tempesta, tornano gli accordi del pianoforte. Ora il sax è quasi melodico, intriso di tutto ciò che è riuscito a sfiorare lassù, dove il fiato si fa corto e appaiono visioni nel nitore dell’azzurro.

PS: Offering si trova nell’album Expression (Impulse, settembre 1967). Il brano venne registrato il 15 febbraio 1967; pochi mesi dopo, il 17 luglio, Coltrane morì per un tumore allo stomaco.

 

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La cricca di Jack Colty

Il vento spazza le strade, caldo come l’alito del demonio. Entro solo e disarmato nella banca di Repentance Springs. Sono Colty, ho un appuntamento con il colonnello Ned McReady. Una guardia mi accompagna in un ufficio senza finestre, dove il colonnello mi aspetta con la sua faccia da padre della nazione. Si alza, mi allunga la mano. Sono lieto che abbiate accondisceso a un incontro fra gentiluomini. Io lo guardo. E nello stesso momento, all’ingresso della banca, i miei ragazzi cominciano a sparare.
L’uomo della sicurezza prova a bloccarmi. Mentre lo infilzo con il mio bowie knife – sono disarmato, ma senza esagerare – il colonnello se la svigna dal retro e chiama a raccolta i suoi. Io mi occupo della banca, insieme a Cortez e ai fratelli Mason. Poi usciamo sulla strada. “Skinny” Landell tiene pronti i cavalli e intanto parla da solo, mescolando bestemmie e frasi sdolcinate. Non è cattivo, ma la morfina e l’oppio gli hanno bruciato il cervello. Fire at will, boys! Ci apriamo la via sparando, e nemmeno la presenza del first deputy Charlie Weathers riesce a trattenerci. Tutti i nostri uomini lasciano la città: pack yer bags, we are leaving! Prima di andarmene, ho il piacere di ammirare il nobile volto di McReady quando scopre che la sua amata figlia Poppy sta dalla nostra parte… cioè sta con me, Jack Colty, detto “The Crow”.
Attraversiamo al galoppo Whiskey Canyon. I veri problemi cominciano su al passo di Buzzard Point. I deputy del colonnello ci aspettano in massa, insieme a un paio di bounty killers. We’ve got you surrounded, Colty! Il colonnello fa impiccare un paio dei miei – get the rope, boys! – ma nel frattempo riusciamo a procurarci un bel po’ di dinamite e una mitragliatrice Gatling. Senza pensarci due volte attacchiamo la prigione di San Manzanillo, dov’è rinchiuso il nostro compagno Santiago. Dopo un inferno di fuoco e sangue, riusciamo a raggiungere Rattelsnake Creek. Qui gli sceriffi ammazzano Poppy… ma questo non è grave. La cosa peggiore è che io vengo ferito. In più Skinny e “Kittens” Mackenzie tirano le cuoia. Tentiamo di passare il confine messicano, grazie a una cavalcata notturna e al sacrificio del povero Manolito, che viene fatto fuori da un cacciatore di taglie. Purtroppo gli sbirri ci bloccano la strada.
Ci rifugiamo in una fattoria – thank for yer coffee and eggs, ma’am – e decidiamo di provare a prendere il treno delle 3.15 dalla stazione di Rattlesnake. L’intero clan dei Jackson sta dalla nostra parte, ma gli uomini del colonnello uccidono Annie “Gutshot” McGraw. Avrei ancora qualche possibilità – sto pensando di far deragliare il treno – quando un dannato pistolero, Quincey “The Spider” Whitmore, riesce a eliminare Cortez, mentre i Jackson vengono travolti da una stampede di bufali. Allora mi butto verso la stazione, sparando all’impazzata, e riesco a fare quasi cinquanta metri prima di cadere crivellato di colpi.
Questo è il riassunto di una partita a Revolver, un gioco da tavolo per due giocatori, della durata di 45 minuti, creato nel 2011 da Mark Chaplin per la White Goblins Game (le frasi in inglese sono i nomi di alcune carte). La mia avversaria impersonava i buoni, mentre io capitanavo una squadra di farabutti; e come avete letto, i farabutti hanno perso. Mi sono accorto che la dinamica ludica non è troppo diversa da quella che si genera nella scrittura. Il Far West, senza effetti speciali e senza tecnologia, sta tutto dentro una scatola, con pochi oggetti concreti che mettono in moto il meccanismo. Il gesto di trasfigurare le cose reali in un sistema simbolico consente l’ingresso in un mondo nel quale tutto esiste per un sovrappiù d’immaginazione. Lo dice bene Cristina Campo: Se qualche volta scrivo è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre – attraverso la penna e la mano – come per osmosi. Nella gioia, noi ci muoviamo in un elemento che è del tutto fuori del tempo e del reale, con presenza perfettamente reale. Incandescenti, attraversiamo i muri. Certo, la scrittura implica anche una necessità e una ricerca talvolta dolorosa; ma non può essere totalmente disgiunta dallo slancio ludico che presiede a ogni creazione.
Ho parlato di Revolver ma avrei potuto citare altri giochi della mia collezione: ognuno schiude un mondo e ognuno consente di condividere una situazione più o meno narrativa. Non solo i giochi ambientati; pure nell’astrazione degli scacchi o del backgammon, per fare solo due esempi, si cela una lettura cifrata delle relazioni umane. Scrivere (e leggere) è una necessità più urgente, ma il gioco apre alcuni spazi mentali e favorisce l’eutrapelia, cioè quella condizione di equilibrio spirituale fra serietà e leggerezza. Per Platone e Aristotele è il giusto mezzo fra il bomolóchos, il buffone alla ricerca dell’allegria a qualsiasi costo, e l’agroikos, il burbero ostinatamente rinchiuso nella sua serietà.
Il filosofo Hugo Rahner definisce l’uomo che sa ancora giocare come l’uomo della serenità seria (oppure l’uomo serio-sereno, con riferimento all’espressione greca anèr spoudoghèloios); questo perché ogni gioco ha al fondo un grande mistero. Mi colpisce questa definizione di colui che “serio e sereno”, umorista disinvolto, sa sorridere anche fra le lacrime e al fondo di tutta la serenità terrena si scopre insoddisfatto. Rhaner ritiene che non soltanto la serietà sappia arrivare alla radice delle cose, ma che, con facilità anche maggiore, vi giungano spesso, scavando più in profondità in quanto mossi dallo spirito del gioco, la serenità, l’ironia e l’umorismo. L’homo ludens, come lo definisce Rahner, unisce la letizia alla pazienza e a una lieve malinconia. Tali atteggiamenti lo rendono contemporaneamente sereno e grave.
Questo sembra portarci un po’ lontani dalla banca di Repentance Springs. Ma in ogni gioco si nasconde qualcosa di antico e indecifrabile. Le bambine che davanti a casa mia disegnano il tracciato del “mondo” replicano senza saperlo un gesto che si ripete almeno dal diciassettesimo secolo, e forse anche da prima. Di recente è uscito un libro interessante: Storie di giochi (Gallucci), di Andrea Angiolino con disegni di Alessandro Sanna. L’autore ripercorre la storia di giochi vecchi e nuovi, raccontando aneddoti e fornendo esempi letterari o cinematografici. Scopriamo così una dimensione culturale spesso trascurata dalla scuola: in un certo senso, i giochi che abbiamo giocato ci hanno resi quello che siamo, ma è una storia taciuta, addirittura ignorata. Ci sono giochi sopravvissuti per cinquemila anni, come il Serpente arrotolato o gli astragali, che accompagnano da sempre la civiltà umana. Altri permettono d’intuire l’anima di popoli e culture, come il Go o il Mancala, e in un certo modo anche Magic o il fantacalcio. Altri ancora nascono e poi vengono dimenticati, lasciando appena qualche traccia. Interessante il caso della “cricca”, che Angiolino racconta con precisione e abilità divulgativa.
La cricca o crica è un gioco di carte molto antico, di cui nessuno ormai ricorda più le regole. Angiolino spiega che esisteva già nel quindicesimo secolo, e fa un esempio letterario. Nell’Orlando innamorato del Boiardo, composto verso la fine del Quattrocento, Mandricardo è un cavaliere che gira disarmato perché vuole esclusivamente la famosa spada Durlindana. Anche Gradasso la desidera e ne nasce un diverbio: i due afferrano dei tronchi e si affrontano a legnate. Ruggiero li guarda e ride: “Sembran costor dui giucator di cricca / c’habbian il punto tutti dui in bastoni / così ne danno spesso, e dan di buoni”. Molti storici o autori di cronache parlarono del gioco, ma nessuno ne spiegò le regole esatte, e così la cricca si estinse. Ne rimane una traccia nel vocabolario. Ancora oggi in alcuni giochi di carte è infatti detta cricca una combinazione di tre o quattro figure di pari valore, specialmente in Emilia Romagna. Ma soprattutto, nel linguaggio quotidiano si chiama cricca un gruppetto di compari dall’aria poco raccomandabile, riuniti per qualche losco fine. Mi commuove questo gioco fantasma, sepolto nel passato. Ha suscitato litigi, discussioni, risate, ha acceso passioni nei secoli, ha fatto capolino nei grandi poemi ed era amato da personaggi illustri. Ora di lui restano solo pochi brandelli di regole e un nome comune, che tutti usiamo senza pensare al gioco che riusciva a coinvolgere perfino Niccolò Machiavelli. Ecco che cosa scriveva l’autore fiorentino il 10 dicembre 1513, nella Lettera XI a Francesco Vettori.

Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dì giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Così, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.

Anche il trich-trach ha una storia illustre: appartiene alla stessa famiglia del backgammon ed è nato in Francia all’inizio del Cinquecento. Nella sua lettera, Machiavelli dimostra di avere una certa eutrapelia. Dopo aver giocato e gridato all’osteria, rientra a casa e s’immerge nella lettura dei classici, popolando di altri mondi il silenzio della sua stanza.

Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

Stasera giocherò di nuovo a Revolver e proverò di nuovo a prendere quel maledetto treno delle 3.15 dalla Rattlesnake Station. Mi chiedo: è giusto spendere tante energie per liberare Santiago dalla prigione? È vero che con la pistola ci sa fare, ed è un buon compagno, però… Mmm. Ci penserò stasera. Intanto verifico che ognuno sia al suo posto: Skinny, i fratelli Mason, Cortez, Manolito, “Kittens” Mackenzie, il povero Skinny e tutti gli altri pistoleros della mia cricca…

PS: Per chi volesse approfondire il mondo dei giochi da tavolo, il sito di riferimento (in inglese) è Boardgamegeek, con un vastissimo catalogo. In italiano c’è un corrispettivo nella Tana dei Goblin, mentre in francese c’è Tric Trac. Segnalo anche il blog Giochi sul nostro tavolo, sempre aggiornato e competente. Molto utili sono i video di Matteo “Teeoh” Boca, che con le sue Recensioni minute riesce a spiegare le regole di ogni gioco in un battibaleno. Ottimo pure il blog Dado critico, in cui parlare di giochi è spesso un pretesto per una narrazione di vita quotidiana, con alcune invenzioni degne di nota.

PPS: Le frasi di Hugo Rahner, così come i riferimenti ad Aristotele e Platone, provengono dall’opera dello stesso Rahner intitolata L’uomo che gioca, scritta in tedesco nel 1952 e tradotta in italiano da Alessandro Paci per le edizioni Medusa nel 2017. Andrea Angiolino, insieme a Beniamino Sidoti, è autore anche del bellissimo Dizionario dei giochi, pubblicato nel 2010 da Zanichelli (da cui ho preso gli schemi del “mondo”, conosciuto anche come “campana”). La citazione di Cristina Campo è tratta dal saggio Fiaba e mistero, nel volume Gli imperdonabili (Adelphi 1987). Le illustrazioni sono quelle di Alessandro Sanna in Andrea Angiolino, Storie di giochi (Gallucci 2017). Nella foto in basso sono raffigurati due giochi: uno è Oss (Gap Games 2010), con cui Vincent Lemaire, Jean-Michel Maman e Charles Amir Perret propongono una versione contemporanea (e perfino multimediale) degli astragali; l’altro è Happy salmon (North Star Games 2016), un gioco di Ken Gruhl e Quentin Weir del quale non vi dico nulla: scopritelo da soli e… buona fortuna!

PPPS: Giocando a Revolver, insieme all’edizione principale abbiamo usato le espansioni 1.1 (Ambush on Gunshot Trail) e 1.2 (Hunt the man down).

 

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Oettinger

L’uomo con la camicia variopinta se ne sta da solo. Intorno a lui, nella piazzetta senza nome a sud di Bellinzona, si formano crocchi, si scambiano pareri sull’imminente temporale. L’uomo con la camicia variopinta ogni tanto si avvicina a un gruppo, ma senza interloquire con nessuno. Ha un paio di occhiali scuri e i capelli lisciati indietro con il gel. In mano stringe una lattina da mezzo litro di birra Oettinger. Quando arrivo alla piazzetta, all’incrocio tra via Raggi e via Borromini, noto che c’è fermento. Pare che pochi minuti prima un ubriaco abbia dato in escandescenze alla fermata dell’autobus. Il conducente l’ha tenuto a bada come poteva, poi l’ubriaco si è disteso sulla strada. Mentre i vecchietti sulla panchina commentano l’accaduto, passa un’ambulanza con le sirene spiegate. Dove lo porteranno?, domanda uno. Lo fanno dormire, assicura quello seduto al centro della panchina, lo fanno dormire finché starà bene. Un terzo è scettico: Con questo caldo? Ma quello seduto al centro assicura che dove lo porteranno ci sarà l’aria condizionata.
Nel frattempo l’uomo con la camicia variopinta si accosta alla fontana e si lava le mani, fissando nel vuoto. I pensionati continuano a chiacchierare. Uno di loro indossa una maglietta rossa con la scritta Giovane da cent’anni. Quello al centro della panchina, che sembra il più anziano, fa una battuta. Un vecchietto magro, a torso nudo, scoppia a ridere e picchia il piede per terra. Parole sante, ripete, parole sante.
Mi siedo sulla mia solita panchina e apro un libro che mi hanno regalato qualche tempo fa: Tom Chatfield, Come sopravvivere nell’era digitale (Guanda 2013). Non so se considerare il dono un’implicita esortazione a imparare come funzionano le nuove tecnologie (o almeno a sbarcare su WhatsApp o Instagram). La natura della tecnologia digitale – spiega l’autore nell’introduzione – è proteiforme quanto la nostra e può assumere molti ruoli nella nostra vita: un aiuto, un amico, un seduttore, un conforto, una prigione. In ultima analisi, però, tutti i suoi mutevoli schemi sono anche specchi in cui abbiamo l’opportunità di vedere noi stessi e gli altri come mai prima d’ora. Mi stupisce che manchi un paragone che mi pare evidente: la realtà digitale può essere anche una piazza, dove parlare con amici e sconosciuti o dove rimanere in disparte con in mano una Oettinger. Mi sembra un po’ esagerato il come mai prima d’ora; in fondo anche la mia piazzetta, nel suo piccolo, consente di vedere noi stessi e gli altri. Ma è chiaro che l’immensità del fenomeno può far girare la testa: Ormai ci sono più pagine sul web, annota Chatfield, che stelle nella nostra galassia. Capisco che l’autore lo definisca un gorgo vertiginoso, e a volte profondamente inquietante. Ma lo stesso si potrebbe dire di me o di qualunque altra persona che in questo pomeriggio di luglio si trova qui, intorno a questa fontana a forma di barile. Se la tecnologia è inquietante, lo è nella misura in cui gli esseri umani sono e resteranno sempre creature enigmatiche.
Sarà per il caldo, sarà per il nervosismo dovuto all’episodio dell’ubriaco, ma fra due vecchietti scoppia una lite. I toni si fanno roventi. Uno minaccia di andare a casa e di tornare con un coltello, l’altro gli risponde che in cantina conserva il fucile militare con dodici colpi. Il primo se ne va, furibondo. L’altro resta per qualche minuto, ma è di malumore. Alla fine salta sul suo motorino e si allontana, pronunciando a mezza voce un saluto collettivo al quale non risponde nessuno. Dall’altra parte ci sono tre persone che s’ignorano a vicenda: il primo sta in piedi, con la borsa a tracolla; il secondo siede con le gambe accavallate; il terzo, all’angolo della panchina, fin dal mio arrivo sta scrutando lo schermo del cellulare, senza mai alzare gli occhi. Fra di loro passa come uno spettro l’uomo con la camicia variopinta. Raggiunge una panchina vuota, si siede, allunga un braccio sullo schienale e si accende una sigaretta.
Oltre la metà degli abitanti della Terra sono contattabili dal resto del mondo, in maniera quasi permanente, attraverso qualche forma di connessione digitale “live”. Penso per contrasto alle forme di comunicazione più antiche e indecifrabili. Le scritte sulla panchina di legno (incise da chi, rivolte a chi, lette da chi?); il cicaleccio dei pensionati, memoria storica ma labile di un quartiere periferico; l’andirivieni delle formiche sulla corteccia degli alberi. Annoto sul taccuino le parole dei vecchietti e i segni sulla panchina. Poi provo a scattare una fotografia della corteccia ma, sebbene ci sia un gran viavai, nell’immagine mi sembra di non scorgere nemmeno una singola formica.
Una donna cammina lentamente, carica di borse della spesa. Nel cielo si addensano nuvoloni scuri e uno dei pensionati si rallegra di non essere venuto in bicicletta. Quello seduto al centro è scettico: Anche ieri doveva venire il temporale e poi non è venuto. Le nuvole creano una cappa, non si respira. Per l’uva, dice quello seduto a sinistra, questo caldo qui ci vorrebbe a settembre, mica adesso. Intanto, l’uomo con la camicia variopinta ha finito la sua birra e si è spostato accanto a me. A lungo osserva le automobili che passano lungo la via, mentre io torno a leggere. Eppure, è chiaro più che mai che nella nostra vita abbiamo bisogno anche di un po’ di tempo per pensare senza distrazioni, interruzioni o reazioni immediate, sia pure da parte delle persone di cui ci importa di più. Sono già le sei. È sempre più caldo. Guardo la fontana e poi in alto, verso le nuvole. Penso che in fin dei conti potrei andare anch’io a comprarmi una lattina di Oettinger, prima del temporale.

PS: Ogni mese torno nell’anonima piazzetta. Mi siedo, osservo, ascolto. Poi cerco di annotare tutto quello che succede. Nella sezione “Categorie” (in alto a destra) c’è la dicitura “Piazzetta 2017”; cliccando, potete trovare le puntate precedenti. Oppure, eccole qui: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno.

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Il respiro e la voce

Quando ascolto la musica di John Coltrane, mi sembra di cogliere una fatica e una meraviglia. Fatica: lo sforzo e l’incessante sfida tecnica; meraviglia: la dolcezza di certi passaggi, l’incanto dell’ingranaggio armonico e melodico. Mi chiedo allora se fatica e meraviglia non siano i due poli da cui nasce ogni forma artistica, compresa la letteratura.
In effetti, il mio primo ricordo è la fatica. Da bambino, come succede a molti mancini, formavo le lettere al contrario e creavo grovigli invece di parole: lo slancio di ciò che volevo dire era frenato da quelle aste, da quelle arcane linee ricurve.
Ancora oggi c’è una frizione nel momento in cui ciò che avverto dentro di me, come potenzialità indefinita, trova un modo di espressione, uno solo, con tutti i suoi limiti. Quello che appare sulla pagina è sempre diverso da quello che avevo in mente: prima di tutto perché ciò che scrivo esiste, mentre ciò che penso è come una vela che passa in lontananza. Dare voce ai personaggi, costruire una storia mi suscita meraviglia: in fondo né la storia né i personaggi mi appartengono; semplicemente, li ho trovati lungo la via.
Ascoltare Coltrane è diventato un modo d’interrogarmi sul mio lavoro. All’inizio non me ne rendevo conto: ero soltanto stupito da quel saxofono insieme impetuoso e limpido, fluviale, serio, sempre teso alla ricerca di qualcosa. Ero uno studente e vivevo a Zurigo quando, per caso, mi trovai ad ascoltare A love supreme (Impulse 1964). Si tratta della sua opera forse più celebre: una suite divisa in quattro parti (Acknowledgement, Resolution, Pursuance, Psalm), che è allo stesso tempo Canzona di ringraziamento (come l’avrebbe definita Beethoven), professione di fede, autentica dichiarazione di gioia spirituale, applicazione delle ricerche di Coltrane nel campo della modalità e molto altro ancora (così Carlo Boccadoro nel suo Jazz, Einaudi 2005). A emozionarmi era soprattutto la parte finale, Psalm. Nella mia ignoranza musicale, mi colpiva soprattutto il suono, dolente, misterioso, e le frasi ripetute sopra il rimbombo dei timpani, gli accordi del pianoforte, il lungo strascinio dei piatti. Anni dopo, leggendo qualche libro su Coltrane e in particolare su A love supreme, scoprii che in Psalm il saxofonista suonò avendo in mente un testo scritto da lui stesso, riportato nel libretto del disco. Sotto la musica, insomma, si nascondevano le parole, e la musica le portava oltre, espandeva il loro significato.

John Coltrane ebbe una vita breve. Nato il 23 settembre 1926, morì a quarantun anni il 17 luglio 1967. I suoi primi dischi come leader uscirono nel 1957: negli ultimi dieci anni di vita continuò a esplorare strade impervie, in una continua, bruciante evoluzione, sorprendendo – e talvolta sconcertando – il suo pubblico. Lui stesso, in un’intervista, definì il suo metodo di lavoro: Parto da un punto e vado il più lontano possibile. La musica di Coltrane (insieme a quella di molti altri) è per me un’esortazione a percorrere strade nuove, nel mio lavoro e nella mia vita. Questo non significa lasciarsi tutto alle spalle, ma cercare la novità anche nel fluire dell’abitudine. Come scrive il critico musicale Xavier Daverat, la ripetizione coltraniana è un fenomeno di memoria diretto verso l’avvenire. Si tratta di essere pronti a vivere la fatica, senza abbandonare la meraviglia. Lo stesso Coltrane diceva: Essere un musicista è un’esperienza davvero unica. Ti permette di andare molto, molto a fondo. La mia musica è l’espressione spirituale di quello che sono: la mia fede, il mio sapere, la mia essenza. E aggiungeva: Voglio parlare all’anima delle persone.

Di sicuro, Coltrane parlò all’anima di molte persone con la melodia commovente di Alabama, registrata il 18 novembre 1963 nello studio di Rudy Van Gelder a Englewood Cliffs (New Jersey). Poco più di un mese prima, il 15 settembre, il Ku Klux Klan aveva perpetrato un attentato in una chiesa battista a Birmingham, in Alabama, ed erano rimaste uccise quattro bambine.
Il brano Alabama si trova nell’album Coltrane Live at Birdland (Impulse 1963). Nelle note di copertina, lo scrittore Amiri Baraka (pseudonimo di LeRoi Jones) cita una frase dello stesso Coltrane secondo cui il pezzo rappresenta musicalmente qualcosa che ho visto laggiù e che da dentro di me si è trasferito nella musica. È impressionante sentire il lamento del sax sopra la batteria che cresce sullo sfondo come un fenomeno naturale… un tuono che si rinforza, nubi di tempesta o nubi di guerra nella giungla (Amiri Baraka). Protesta, canto, preghiera: s’intuisce il respiro spezzato dalla sofferenza, lo stupore di un uomo davanti all’assurdità del male. Ma il respiro diventa musica. Il respiro diventa bellezza. Il soffio risale dai polmoni, percorre il tubo del saxofono e piange per quelle bambine, piange per lo strazio di tutti gli attentati. Anche per quelli di oggi; Coltrane non poteva saperlo, ma nel suo pianto risuona il dolore per ogni violenza, per ogni bomba scagliata dall’odio. E in quel pianto l’umanità resiste, anche in mezzo al caos, e afferma una speranza. Il respiro diventa voce.

PS: La versione video di Alabama proviene da uno spettacolo televisivo statunitense del dicembre 1963. I musicisti sono gli stessi dell’album: John Coltrane al sax tenore, MCoy Tyner al piano, Jimmy Garrison al basso ed Elvin Jones alla batteria. Fra l’altro, è lo stesso quartetto che registrò A love supreme.

PPS: Senza far riferimento a Coltrane, ho parlato qui della mia personale esperienza di saxofonista (agguerrito, ma principiante…). La musica di Coltrane, insieme a quella di altri musicisti jazz, è una delle fonti d’ispirazione per il mio romanzo L’arte del fallimento (Guanda 2016). In particolare, ho parlato qui del brano In a sentimental mood (inciso da Coltrane nel 1962 con Duke Ellington).

PPPS: Ringrazio Lina per il saggio di scrittura. Le dichiarazioni di Coltrane provengono da vari libri: “Je pars d’un point et je vais le plus loin possible”. Entretiens avec Michel Delorme suivis d’une lettre à Don DeMichael (Éditions de l’éclat 2012); Coltrane secondo Coltrane. Tutte le interviste (2010, a cura di Chris DeVito; l’edizione italiana, stampata nel 2012, è a cura di Francesco Martinelli per EDT); Lewis Porter, Blue Train. La vita e la musica di John Coltrane (1998, traduzione italiana di Adelaide Cioni nel 2006 per Minimum Fax); Ashley Kahn, A Love Supreme. Storia del capolavoro di John Coltrane (2002, traduzione italiana di Fabio Zucchella nel 2004 per Il Saggiatore; da questo volume ho preso alcune delle fotografie che vedete sopra). Ho citato anche Xavier Daverat, Tombeau de John Coltrane (Parenthèses 2012). Per chi volesse approfondire l’influenza di Coltrane sugli altri musicisti, può essere utile il dossier speciale John Coltrane 50 ans après, apparso sul numero 696 di “Jazz Magazine” (luglio 2017).

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