Zaynab e il commissario

Su invito del settimanale “Cooperazione” ho cominciato una nuova serie poliziesca: Zaynab e il commissario. Sono racconti molto brevi, indipendenti l’uno dall’altro ma sempre con gli stessi protagonisti. Un poco alla volta, sto cercando di approfondire l’atmosfera dei luoghi e il carattere dei personaggi. Le storie appaiono ogni settimana nell’edizione cartacea della rivista, accompagnati dalle illustrazioni di Andrea De Carli (suoi sono i disegni che vedete in questo articolo). Tutte le puntate si trovano anche online: www.cooperazione.ch/serienoir.
Questi racconti mi danno l’occasione per riflettere su alcuni aspetti della nostra società, dal punto di vista psicologico e sociale. La Svizzera, con la sua multietnicità, mi pare un buon osservatorio. Pensando all’idea per una serie, subito mi sono venuti in mente Zaynab Hussain e Giorgio Robbiani. Non saprei precisare nel dettaglio la loro origine: è un miscuglio fra persone che ho conosciuto, libri che ho letto, luoghi che ho visto, emozioni che ho provato.
Giorgio Robbiani è un ex commissario della Polizia cantonale ticinese. Dopo tanti anni di lavoro è andato in pensione, è invecchiato, ha vissuto con dolore la morte di sua moglie. Con il passare del tempo, sente scemare le sue forze. Quando si accorge di non essere più autosufficiente, assume una badante. Zaynab Hussain è una donna ancora giovane ma segnata dalla fatica: emigrata con suo marito Muhammad dalla Tunisia in Italia e poi in Svizzera, è rimasta sola quando Muhammad è morto di meningite nel Centro per richiedenti l’asilo di Chiasso. Grazie all’aiuto del medico che aveva curato suo marito, ha trovato un impiego come badante prima per un anziano avvocato e poi per Giorgio Robbiani.
Robbiani non è più tecnicamente un poliziotto, ma la gente sa che lo è stato per tutta la vita e che, in un certo senso, non smetterà mai di esserlo. Il suo fiuto è sempre lo stesso, reso ancora più efficace dall’esperienza. Così molti ricorrono a lui per un aiuto in occasione di piccoli problemi (furti, sparizioni, litigi, eccetera). In più, l’ex commissario ha ancora molti amici nella polizia, e qualcuno ogni tanto gli chiede un consiglio. Ben presto Robbiani si accorge che Zaynab, con la sua curiosità e la sua intelligenza vivace, può rivelarsi un’ottima assistente per le sue micro-indagini. Oppure è lui a essere l’assistente di Zaynab? Difficile dirlo. Come molte coppie di investigatori, Zaynab e il commissario si completano a vicenda.
Lui è un uomo, lei una donna. Lui è burbero, anziano, debole, acuto nel giudicare la natura umana. Lei è spigliata, giovane, forte, talvolta fin troppo ottimista. Lui è svizzero, di lingua madre italiana, lei è tunisina, di lingua madre araba. Lui ha una certa solidità economica, lei è precaria. Lui proviene da una tradizione occidentale cristiana o post-cristiana, lei da una tradizione islamica. E così via. Il mio interesse non consiste tanto nel paragonare i diversi punti di vista, quanto nel mostrare che solo la conoscenza reciproca consente uno sguardo adeguato alla complessità del mondo.
Tra le letture che mi hanno ispirato ci sono i testi del teologo e poeta mistico persiano Jâlâl alDîn Rûmî (1207-1273). Una delle sue opere più celebri è il Mathnawî, un poema di 51.370 versi in rima baciata. Nel terzo volume, a partire dal verso 1260, Rûmî racconta di una controversia sorta sulla forma e la descrizione di un elefante.
Alcuni indiani avevano messo un elefante in una casa buia, con l’intenzione di esibirlo a chi non ne aveva mai visto uno. Volendolo vedere, molte persone entrarono, una dopo l’altra, nell’oscurità. / Visto che con gli occhi era impossibile, ciascuno, nell’oscurità, lo palpava col palmo della mano. / La mano di uno si posò sulla proboscide e quello disse: «Questa creatura è come un tubo per l’acqua». / La mano di un altro toccò l’orecchio, che gli parve simile a un ventaglio. / Un altro, avendo preso una gamba, dichiarò: «Trovo che la forma di un elefante è come quella di un pilastro». / Un altro posò la mano sulla schiena e disse: «In verità, l’elefante è come un tronco». / Del pari, ogni volta che qualcuno sentiva la descrizione dell’elefante, la capiva in base alla parte che era stata toccata. Rumi fa notare che l’occhio della percezione sensoriale è unicamente come il palmo della mano, e il palmo non è in grado di afferrare la totalità. I nostri sguardi talvolta si perdono nelle cose inessenziali, perché intravediamo solo un aspetto delle cose: Giorno e notte si muovono i bioccoli di schiuma che vengono dal mare; tu vedi la schiuma e non il mare. Che strano! / Ci urtiamo gli uni gli altri come barche; i nostri occhi non vedono, anche se ci troviamo nell’acqua chiara.
In effetti, gran parte della vita è urtarsi gli uni gli altri. Gran parte della vita è non vedere niente neppure nell’acqua limpida. Anche per questo leggiamo e scriviamo. Non ci basta la schiuma, ma vorremmo cogliere il vasto mistero del mare. Rûmî, commentando l’episodio, scrive: Lascia vagare il tuo spirito, e dopo sii attento. Tappati le orecchie e poi ascolta. È un buon consiglio di scrittura. L’attenzione non è uno sforzo, ma uno stato che si raggiunge lasciando liberi i pensieri: eliminato il frastuono delle teorie e dei preconcetti, saremo in grado di ascoltare ciò che i nostri personaggi vogliono raccontarci.
Il poliziotto e la badante rispecchiano due parti di me stesso. Da un lato, la fragilità, la debolezza; dall’altro la curiosità e la voglia di conoscere l’ignoto. Sono due atteggiamenti dell’anima: il legame con la tradizione insieme al sentimento di essere straniero. L’equilibrio – a volte arduo – fra queste due parti mi spinge a pormi domande, a leggere, a viaggiare, a pensare… e a immaginare nuovi casi per Zaynab Hussain e Giorgio Robbiani.

PS: Zaynab e il commissario cresce seguendo il ritmo di uscita di “Cooperazione”. Se aveste riscontri, domande o suggerimenti, scrivetemi pure! Voglio ringraziare Rocco Notarangelo e tutta la redazione per la fiducia e per il supporto. Grazie anche ad Andrea De Carli, il quale ogni settimana dà una forma grafica alle storie. Sono grato infine a Martina e Gregorio che mi hanno ospitato a Zurigo, dove ho scritto il primo racconto della serie.

PPS: La citazione di Rûmî è tratta dalla versione italiana integrale del Mathnawî, pubblicata da Bombiani nel 2006 e ripubblicata nel 2016, sempre con introduzione, traduzione e note di Gabriele Mandel Khân e Nûr-Carla Cerati-Mandel.

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Una piazza è una piazza

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

L’altoparlante annuncia «Wir treffen in Zürich ein», così alzo gli occhi ed esco dal mio libro. La copertina è striata d’argento: Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5. «Ma sì, quel romanzo dove il protagonista impazzisce e crede di viaggiare nel tempo e nello spazio con gli alieni», mi aveva detto un amico pochi giorni prima. «O quello dove sono tutti gli altri a essere pazzi», avevo cercato di rispondere.
Andrea mi aspetta in un punto preciso vicino alla stazione. È solo la seconda volta che ci incontriamo per raggiungere Paradeplatz, ma è già diventato il nostro solito posto: «Ho preso il treno non si sa come. Arrivo alle 12:28 a ZH. Ci vediamo al solito posto?»; «Tu scherzi, ma io l’ho preso all’ultimo secondo, trafelato, mentre già si stava avviando… Sì, ci vediamo al solito posto» (scambio di messaggi delle 11:33, per gentile concessione del Grande Archivio Digitale Che Abita I Nostri Telefoni).
Arriviamo a piedi e il freddo punge le mani, ma la piazza è illuminata per metà dal sole. La gente si muove più leggera, forse allegra. Si ha voglia di scherzare e di laudare, come nella poesia di Guinizzelli che abbiamo preso con noi.

Io vogliọ del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.
Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.
Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;
e no·lle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’om pò mal pensar fin che la vede.

In Paradeplatz, oggi, siamo in un altro e sempre dolce stil novo. Non tarda infatti ad arrivare una signora che passa per via adorna: ci sono più fiori sulla sua giacca che in tutta la vetrina del fiorista all’angolo.

In un attimo i tram si moltiplicano, e con loro le gambe dei passanti. Alzo lo sguardo ed è il momento in cui lo vedo. Non c’è dubbio che sia lui. D’altra parte, malgrado il clima, non porta la giacca. È lì per caso, di passaggio, con un abbigliamento elegante ma visibilmente fuori dal tempo, effetto seppia. Ha le mani in tasca e aspetta il suo tram. Chissà dove lo porterà questa volta. Nel passato o nel futuro? Sulla Terra o su Tralfamadore?
Quando sale in carrozza, Kurt Vonnegut si gira e ci fissa dal finestrino. Sta andando nel futuro, ci sarei potuto arrivare prima: la direzione del tram indica «Morgental». Similmente a un battello di Giorgio Orelli, anche il tram di Paradeplatz «già aspetta, già riparte, è già domani».
Peccato che tra ieri, oggi e domani, Andrea sia nel frattempo scomparso. Guardo intorno. Di lui restano solo le due borse con i libri, la pipa e altri oggetti utili, come un richiamo per uccelli e un piccolo rastrello rosso.
[YB]

*

Paradeplatz è un gioco di riflessi. Risplendono al sole le vetrate delle banche, la finestra ondulata della pensilina, gli schermi dei bancomat, il ghirigoro d’acqua della fontanella che si confonde con la collana di un’insegna pubblicitaria. C’è da farsi venire il capogiro. Anche nella donna di Guinizzelli si riflettono la rosa e lo giglio, la prima stella del giorno, la dolcezza dell’aria, la campagna e i gioielli e i colori e l’amore stesso, che diventa per grazia di lei ancora più raffinato, ancora più amoroso. Sembrano saperne qualcosa i due angeli di pietra che, dalla cima di un austero palazzo, si permettono di scherzare con una nuvola di passaggio.
A Zurigo, in febbraio, è ancora troppo presto anche solo per pensare la parola “primavera”. Tuttavia, c’è qualcosa. Sarà il miracolo di essere giunti puntuali. Oppure la fragranza di quelle rime d’amor che, più di settecento anni dopo, risuonano ancora dolci e leggiadre. O magari la donna in azzurro affacciata a una finestra del Savoy. Qualcosa c’è, di sicuro. Se stai seduto abbastanza a lungo, dietro ogni passante vedi un personaggio.
L’uomo senza giacca, elegante, brizzolato, non cede alla disperazione. Le mani in tasca, il volto imperturbabile. Arriva il tram diretto a Morgental. L’uomo lascia salire gli altri passeggeri e si siede per ultimo. Da quando la sua copertura è saltata, le spie di mezza Europa sono sulle sue tracce. Ma è uno di quegli uomini educati ad avere stile in ogni cosa: prendere un tram, cedere il posto alle signore, andare incontro alla morte. Il vagone passa davanti a noi. L’uomo ci osserva. È un attimo, ma ci rendiamo conto che lui sa che noi sappiamo che lui sa.
A distrarmi dagli agenti segreti, appare la Dama dal Cappotto Giallo. Mi accorgo che anche lei, come Yari e me, lascia passare tutti i tram senza muoversi, senza battere ciglio. Mi avvicino per osservarla meglio ma la dama, come assecondando un impulso, entra nell’edificio di una banca. La seguo. Arrivo in una sala spettrale. C’è una specie di creatura marziana dipinta sulla parete di fondo. La Dama in Giallo sta parlando con due uomini, uno dei quali – appena mi vede – mi rivolge due gesti: uno per dirmi di no e l’altro per invitarmi a uscire. Che posso fare? Obbedisco.
Yari mi domanda dove fossi fuggito. Mentre gli racconto della dama perduta, noto davanti a me l’insegna di un negozio, dall’altra parte della piazza: Blue Lemon. Accanto alla scritta c’è un luminoso, radioso, squillante limone, giallo com’era giallo il cappotto di lei. Annoto sul taccuino: limone stilnovista. Infine mi appoggio allo schienale, chiudo gli occhi e ascolto i suoni di Paradeplatz.

 

Le campane e i freni dei tram. Pezzi di conversazioni in svizzero tedesco, in francese, in inglese, in italiano, in spagnolo, in lingue sconosciute. Un uomo che fischietta. Il brusio di tutti i personaggi che, misteriosamente veri nella loro finzione, si nascondono nel flusso dei passanti.
[AF]

*

Per fortuna esistono i taccuini. Torno a rileggere le pagine fitte di geroglifici risalenti alla nostra visita di gennaio per avere conferma, e le cose stanno come pensavo: è la seconda volta su due che Andrea, mosso da nobili propositi (accondiscendendo cioè alla sua curiosità), si fa cacciare da qualche antro di Paradeplatz. La prima volta dopo aver tentato di dare un’occhiata ai gabinetti pubblici, e in particolare a due sacchi di giornali posati in un angolo: una donna – di certo estranea all’amor cortese – gli fece notare che un gabinetto è un gabinetto e le attività ivi compiute non contemplano fantasie romanzesche. La seconda volta è quella della Dama in Giallo, da non confondersi con la Signora in Giallo.
Va così. Finché rimani nei ranghi e ti attieni alle convenzioni sociali, al tuo ruolo di passante o persona-che-aspetta-il-tram, va tutto bene. Non appena ti siedi per terra a fotografare uno scorcio, per esempio, trasgredendo le regole tacite, sei immediatamente guardato di traverso e bollato. Ogni movimento inconsulto viene bloccato sul nascere dal più temibile dei verbi: il verbo essere. Questi giornali… No, un gabinetto è un gabinetto! La Dama in Giallo però… No, una banca è una banca! Vorrei fotografare dal basso… No, una piazza è una piazza! E allora se ci sedessimo e la osservassimo, questa piazza, e ci tornassimo ogni mese? No, Paradeplatz è Paradeplatz! (Eh sì, avranno sempre l’ultima risposta.)
Transita una ragazza vestita di nero e grigio, nel più anonimo dei nero-grigio, distinta, curata. Insieme alla borsetta porta un sacchetto che dice Show who you are. Dietro di me, il Brucaliffo le dice: «You! Who are you?». (Eh sì, il Brucaliffo avrà sempre l’ultima domanda.)[YB]

*

Paradeplatz è Paradeplatz. Ma è anche Paradeplatz. Seguendo Yari nel paese delle meraviglie, mi accorgo che le piazze sono almeno due: quella indaffarata (scarpe lucide, borse di pelle, cravatte) e quella trasognata (agenti segreti, dame stilnoviste, brucaliffi). Perciò torniamo a Zurigo, mese dopo mese. E perciò scriviamo: per passare dal singolare al plurale. Così la prossima volta potremo darci appuntamento ai soliti posti.
[AF]

PS: Mattatoio n. 5 è probabilmente il più celebre romanzo dello scrittore statunitense Kurt Vonnegut (1922-2007). Il protagonista, Billy Pilgrim, viaggia nella sua vita fra passato, presente e futuro. Dalle esperienze militari in Europa durante la seconda guerra mondiale, dove da prigioniero assiste (e sopravvive) al bombardamento di Dresda, come lo stesso Vonnegut, fino al periodo trascorso in uno zoo del pianeta Tralfamadore.PPS: Guido Guinizzelli, invece, nato a Bologna intorno al 1230, morì probabilmente nel 1276. Dante lo riconosce come maestro nella Commedia. È nel canto XXVI del Purgatorio che il poeta fiorentino incontra «il padre / mio e de li altri miei miglior che mai / rime d’amore usar dolci e leggiadre» (vv. 97-99). La lirica «Io voglio del ver la mia donna laudare» è tratta dal volume Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini, Milano-Napoli, Ricciardi, 1960.PPPS: I versi di Giorgio Orelli (1921-2013) vengono da Oltr’alpe (in L’ora del tempo, Milano, Mondadori, 1962), che così finisce: «Parliamo di battelli ora che uno / ne arriva con un grido che un tempo / un muggito non era: bianco e sporco, / dimentico dei pochi viaggiatori, / già aspetta, già riparte, è già domani» (vv. 16-20).PPPPS: Il Brucaliffo è il Bruco di Alice nel paese delle meraviglie (Caterpillar in inglese, ribattezzato Brucaliffo nella versione italiana dell’omonimo film di Walt Disney, del 1951). La frase citata compare nel libro e nel film di Walt Disney.

Impossibile non segnalare anche la voce di Alan Rickman, prestata al Brucaliffo nella versione cinematografica di Tim Burton, nel 2010: «The question is who are you»… Indimenticabile.PPPPPS: Ogni mese torniamo a Zurigo e ci sediamo su una panchina di Paradeplatz. Ogni volta, abbiamo con noi una poesia diversa. Trovate qui la puntata di gennaio.

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Prima i nostri

Boom di suicidi. Così titolava un giornale, commentando il numero di persone che nel Canton Ticino, fra agosto e settembre, si sono tolte la vita. La cosa mi ha colpito sia perché si tratta del luogo dove abito, sia perché un titolo del genere, così banalmente allarmista, è riuscito a generare in me un sentimento di tristezza tanto profondo, tanto complesso e ramificato che alla fine non so nemmeno più perché sono triste. Ho pensato quindi di scrivere sull’argomento, non per dire qualcosa ma per capire meglio questa faccenda. Tuttavia ho fatto uno sbaglio: ho lasciato che l’atteggiamento giornalistico invadesse il campo della scrittura.
Mi sono messo a fare ricerche. Ho esaminato le cifre dell’Ufficio federale di statistica, ho compulsato i rapporti della polizia, controllando gli eventi senza reato qualificato, distinguendo i suicidi tramite organizzazione di assistenza dai suicidi veri e propri (con la tabella che precisa: di cui uomini, di cui Svizzeri, di cui minori), prendendo in considerazione anche i tentativi di suicidio accertati e incrociando i dati con quelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ho confrontato la situazione svizzera con quella di altri paesi europei ed extraeuropei. In seguito ho paragonato le differenti modalità di esecuzione di quello che qualche giornalista ancora definisce gesto fatale (più per evitare una ripetizione che per interrogarsi sul ruolo del fato, del destino inesorabile che forse governa le nostre piccole azioni umane; e forse no, per fortuna). Infine mi sono interessato anche alla prevenzione, in particolare studiando il prezioso servizio del Telefono Amico (numero 143). Ho scoperto che tale servizio, in collaborazione con le autorità, ha posto una cabina telefonica sulla diga della Verzasca, per offrire un ultimo appiglio a chi salisse fin lassù con l’intenzione di gettarsi nel vuoto.
Tutto questo non mi ha aiutato. Infatti non riporterò qui nemmeno una cifra, tra le tante che ho annotato nel taccuino. Non citerò nemmeno l’evoluzione storica del fenomeno e le indagini socio-psicologiche volte a individuarne le cause. Non vorrei nemmeno precisare la situazione della Svizzera, della Svizzera italiana o dell’Italia, cioè i luoghi che conosco meglio, in rapporto alla situazione internazionale. Vorrei partire invece dal fatto che un suicidio è un suicidio, e che soltanto accessoriamente diventa una percentuale, un fenomeno, una tendenza, magari un boom.
Certo, il suicidio assistito è un’altra cosa, e infatti qui non ne parlerò. Così come è diverso uccidersi perché si è in preda al terrore, alla fame, in situazioni di povertà, tortura, sofferenze indicibili. A me basterebbe capire meglio i suicidi che mi hanno toccato più o meno da vicino. Ho conosciuto infatti alcune persone che poi si sono suicidate. Ho letto e amato scrittori che, magari nel pieno del successo professionale, si sono suicidati. Ho incrociato pure qualcuno che ha tentato di suicidarsi, o che ha voluto sucidarsi, senza poi arrivare a suicidarsi davvero.
Che cosa succede, qual è la spinta che, in una situazione di pace, di salute, di relativa tranquillità economica, porta al desiderio di uscire dalla propria vita? Di certo nessuno è al riparo dall’angoscia. (Sembra una frase scontata, ma qualche volta giova ripeterlo.) Anzi, il fatto di vivere in un paese (più o meno) permeato di benessere, come lo sono i paesi occidentali, può mettere a nudo quanto sia precaria ogni forma di benessere, fisico e spirituale. Soprattutto, il benessere non mette al riparo dalla solitudine. E ogni suicidio è avvolto, riempito, intriso di solitudine.
La ricerca di legami definisce ogni essere umano. Appena nati, ci viene reciso il cordone ombelicale, ed è come se la nostalgia di quella connessione primigenia si ripercuotesse su ogni azione successiva. Sentiamo il peso dell’io, e a ogni costo vogliamo sentirci protetti nel tepore rassicurante di un “noi”. Credo che questo spieghi alcune paure collettive, che forse mascherano disperazioni individuali. Convincersi di essere parte di una comunità, sentirne il privilegio, la dolcezza dei valori condivisi. E di conseguenza avere la necessità di ribadirne l’esclusività, serrando i ranghi. Allora si contingenta il numero di stranieri, si lanciano iniziative popolari che gridano “Prima i nostri!” (ed è come una richiesta d’aiuto dal profondo dell’abisso), ci si aggrappa alle tradizioni, al buon vecchio tempo in cui eravamo gentili, alla necessità di non coprirsi il volto nei luoghi pubblici, alla fierezza per le imprese sportive dei nostri ragazzi.
Prima i nostri. I nostri ragazzi. Il nostro paese. I nostri giovani. Ecco, vedete? Siamo un “noi”. Possiamo dire: i nostri valori. Come se ci fossero valori nostri e valori altrui, e non semplicemente valori, da qualunque parte provengano, in opposizione a ciò che invece non vale. Ma tutto questo “noi” non mette al riparo dalla noia. È la noia insidiosa dell’uomo che esce di casa intorno all’ora di cena, una sera d’inverno. E si accorge che a casa potrebbe anche non tornarci.
Vorrei seguire quest’uomo. È lui che mi permetterà forse di capire. Eccolo che lascia l’automobile e prosegue a piedi. Attraversa il parcheggio davanti alla sagoma oscura di una chiesa. Nota che stanno restaurando la chiesa – vede le impalcature, gli avvisi del cantiere. Pensa che restaurare sia una bellissima parola, ma anche un inganno. L’uomo non è isolato: ha una famiglia, amici, colleghi. Eppure non c’è nessuno di loro che prima o poi non se ne andrà, lasciandolo solo. Presto o tardi. L’uomo sa che ha cominciato a morire quando gli hanno tagliato quel cordone, qualche decina di anni fa. Di giorno in giorno vedrà il suo declino, il suo lento abbandonarsi alla deriva di un corpo meno efficiente, di un futuro più ristretto. Di certo l’uomo si ammalerà, e scivolerà negli ultimi giorni della sua vita. Oppure un incidente lo farà piombare di colpo nell’incoscienza.
Nel buio, l’uomo cammina su un sottile strato di ghiaccio, attento a non perdere l’equilibrio. Mica vorrà cadere, magari picchiare la testa e restarci secco? L’uomo sorride e si accorge di quanto sia terrificante quel suo sorriso. Pensa alla felicità. Ai momenti di quiete. E intorno, l’infelicità delle persone vicine, delle persone lontane, degli affamati, dei torturati. Intorno, l’infelicità passata e futura. Intorno, l’incapacità di provare piacere, se non mentendo a sé stesso. Intorno, la consapevolezza che, anche quando la ragione cerca di trovare un senso in tutto questo, la sensibilità dell’anima lo rifiuta.
L’uomo è straniero, anche in mezzo ai “nostri”. Questa è la sua condizione inesorabile. Cammina lungo la strada, di fianco ai binari della ferrovia. Si affaccia al parapetto, vede il cartello giallo con il teschio: pericolo di morte, non toccare i fili. Sente tutto il peso di esistere, la stanchezza di vagare in mezzo a un paese straniero, fingendo che i legami siano duraturi, fingendo di conoscere la lingua, le usanze, ma irrimediabilmente solo. L’uomo fissa i binari e pensa che, dopotutto, non fa una grande differenza se la morte accade ora, fra un anno, fra dieci anni, fra venti. Il mondo potrà continuare a essere anche senza di lui, e almeno la solitudine diventerebbe un fatto, non solo una condizione straziante.
Non so andare oltre. Mentre torno a casa, porto con me l’immagine di quell’uomo fermo sopra i binari. Essere stranieri non ha a che fare con il passaporto. (Perché poi, in fondo, il passaporto è solo una sciocchezza burocratica, inventata per mantenere un’apparenza di ordine nel crogiolo dell’umanità.) La solitudine e l’essere stranieri si manifestano come una ferita, ma occorre credere che non sia incurabile. Dopo giorni e giorni di cammino nel deserto, capita di giungere a un accampamento. Non è difficile riconoscere che, fra le tende, non c’è nessuno dei “nostri”. Siamo inevitabilmente stranieri, e come tale veniamo accolti. Mio padre è straniero. Mia madre è straniera. I miei parenti, i miei amici. E questa indecifrabile cosa che chiamiamo vita oscilla sempre, paurosamente, fra i poli della solitudine e dell’accoglienza. Speriamo che si fermi dalla parte giusta.

 

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La Mano Rossa

A Natale ho ricevuto un piccolo rastrello di colore rosso. O forse arancione. In realtà, più che un rastrello, si tratta di un sarchio o di una zappetta. Ma il modo giusto per descriverlo è riconoscere, dietro le dita di ferro, il modello originario della mano umana. Insieme al dono c’era un biglietto con la foto di alcuni profughi: una madre, due bambini, un uomo con la barba. In alto, la parola Betlemme scritta in arabo e in ebraico. Sotto, in grassetto: Still crossing. Più in basso: Everything will be ok, Andrà tutto bene, Tout ira bien, Todo irá bien. Il biglietto non aiuta a capire il rastrello, se non forse come un invito a dissodare la terra, affinché possa attecchire la pace.
Per me la Mano Rossa è simbolo di avventura: ricordo una banda di spietati assassini, nei fumetti di Tex Willer. È anche uno scettro, un bastone magico, un’antenna che capta emozioni. Soprattutto è uno mezzo per favorire la scrittura, sarchiando la terra allo scopo di consentire la circolazione dell’aria e della luce.
Ho tenuto la mano rossa sulla scrivania e, giorno dopo giorno, ho scritto un piccolo diario. Lo potete leggere qui: Diario della Mano Rossa (sono poche pagine). Il mio augurio è che ognuno di noi sappia compiere il gesto primordiale di spezzare la crosta del terreno. Bisogna smuovere le zolle e rompere la durezza dei pregiudizi, delle identità acquisite, perché germoglino incontri, novità, storie inaspettate.
In questo senso, vorrei proporvi di ascoltare Fleurette africaine, un brano inciso il 17 settembre 1962 da Duke Ellington (piano), Charles Mingus (contrabbasso) e Max Roach (batteria). È un incontro inedito (e unico) fra musicisti di generazioni diverse: il grande classico Ellington, nato nel 1899, indiscusso maestro dello swing, l’irregolare Mingus, nato nel 1922 (e già cacciato nel ’53 dall’orchestra di Ellington per avere inseguito il trombonista Juan Tizol con un coltello sul palcoscenico), insieme all’ombroso Max Roach, nato nel 1944 (e passato anche lui dall’orchestra di Ellington nel ’41 per una sostituzione). A quell’epoca Mingus stava lavorando ai suoi più grandi album (Oh Yeah nel ’61, The Black Saint and the Inner Lady nel ’63), mentre Roach aveva pubblicato nel ’60 We Insist! – Freedom Now Suite, una pietra miliare nella protesta contro la segregazione razziale. Tre musicisti, tre percorsi, tre linguaggi… e un brano memorabile.

Fra i musicisti c’è ascolto, c’è grande rispetto, c’è la voglia di mettersi al servizio della musica, ignorando le etichette. Mingus gioca sul vibrato, mentre Roach batte solo sui tom, contribuendo a creare un’atmosfera ipnotica. Al piano Ellington disegna il ritratto di un piccolo fiore che spunta nel folto della giungla, lontano dagli sguardi. La melodia delicata, gli accordi talvolta dissonanti, le contromelodie di Mingus, tutto contribuisce a dispiegare una grazia minuta, apparentemente fragile, ma inestirpabile nella sua gratuità. Anche se non lo vede nessuno, anche se a molti può sembrare inutile, il piccolo fiore – come disse Duke Ellington – cresce ogni giorno più bello.

PS: Il brano
Fleurette africaine, composto dallo stesso Ellington, si trova dall’album Money Jungle (Blue Note 1962). La frase di Ellington proviene dalla sua autobiografia Music is my mistress (1973, tradotta in italiano da Franco Fayenz e Francesco Pacifico nel 2007 per Minimum Fax con il titolo La musica è la mia signora).

PPS: Grazie a Caterina per l’escardilho e per il biglietto.

PPPS: Buon 2018!

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Tappeti volanti

Di recente mi hanno chiesto di tenere un laboratorio sulla scrittura di viaggio. Ho passato quindi in rassegna vari mezzi di trasporto. Automobile, treno, nave, bicicletta, cavallo… il più elegante resta l’unico perfettamente naturale, cioè camminare. A chi non l’avesse mai fatto, vorrei però suggerire di provare anche il tappeto volante.
È un mezzo pulito, non inquina, potrebbe essere una soluzione efficace al problema del traffico. L’unico problema è come procurarsene uno: i tappeti volanti non s’incontrano sempre dove ci si aspetta di trovarli. Nel canone delle Mille e una notte, per esempio, ne appaiono pochissimi. Ne ho scovato uno nella traduzione in francese di Galland, ripresa in italiano nel 1852 da Antonio Falconetti: Pagato adunque il custode del khan, […] entrò, chiudendosi dietro l’uscio e lasciandovi entro la chiave, e disteso il suo tappeto, vi sedé coll’officiale seco lui condotto. Allora, raccolto in sé stesso, e concepito seriamente il desiderio di venir trasferito nel luogo dove i principi suoi fratelli dovevano recarsi al par di lui, si avvide in breve d’esservi giunto; fermatosi colà, e spacciandosi per un semplice mercante, stette ad aspettarli.
Il tappeto volante richiede immaginazione. La fiaba che ho citato – Il principe Ahmed e la fata Pari-Banu – non fa parte del corpus originale della raccolta, ma riassume bene la tecnica di decollo: bisogna concepire il desiderio di essere in un luogo, raffigurandolo nell’anima prima di vederlo con gli occhi. Un altro tappeto celebre appare nella fiaba Aladino e la lampada magica. In realtà, nemmeno questa appartiene al nucleo più antico delle Mille e una notte; inoltre, nella sua prima versione, non menziona nessun tappeto volante. Il tappeto sarebbe un’aggiunta più tarda, nata da contaminazioni con la tradizione russa e approdata venticinque anni fa in un film della Walt Disney: Aladdin (1992), diretto da Ron Clements e John Musker. A quanto pare, la Disney vorrebbe festeggiare l’anniversario girando un remake, con attori diretti da Guy Ritchie, ma la produzione starebbe incontrando difficoltà, forse per la paura di misurarsi con un film che ha segnato un’epoca del cinema di animazione. In effetti, sembra difficile trovare un interprete per il tappeto volante, che è un vero e proprio personaggio dinamico: parla, combatte, gioca perfino a biliardo o a scacchi (e lo fa con grande talento).

Non è certo Aladdin il primo film a mostrare un tappeto volante. Uno dei più belli, sempre ispirato alle Mille e una notte, venne girato nel 1924 da Raoul Walsh con il titolo The thief of Bagdad (Il ladro di Bagdad). Me lo sono procurato in dvd e una sera, dopo cena, ho proposto ai miei commensali: che ne dite di guardare un’avventura esotica? (Ho astutamente taciuto che si trattava di un film muto, in bianco e nero, lungo 155 minuti.) In realtà, la storia è avvincente. Il film, con Douglas Fairbanks nei panni del protagonista, ha il pregio di avere una forza visionaria che si esprime nelle grandiose scenografie e negli effetti speciali. Anzi, The thief of Bagdad è la prova che gli effetti speciali, se sono sorretti da un’intuizione poetica, restano efficaci anche quando la tecnologia si rinnova.

Del resto, il tappeto volante è uno dei primi effetti speciali della storia. A prescindere dalle necessità narrative, è interessante indagarne il meccanismo: perché il tappeto vola? In un saggio sull’argomento, la scrittrice Cristina Campo spiega che nella lingua araba classica una radice comune lega tappeto e farfalla. Poi aggiunge: Il tessere e l’annodare alludono di per sé alle vicende ordite per gli uomini da invisibili mani. In questo senso, il tappeto da preghiera della tradizione islamica (ma non solo), dà un valore mistico all’azione di volare. La preghiera è un mezzo per accedere a un altrove, a partire dal qui e ora del tessuto annodato e decorato. Il tappeto – questa piccola, ironica terra che può volare – è uno spazio privilegiato che consente un’esperienza mistica: infatti per descrivere la decorazione i Persiani usavano la parola zemân, cioè il tempo. I motivi ornamentali si stagliano sullo sfondo (zemîn); secondo la tradizione, gli stessi motivi e lo sfondo si uniscono in un intreccio spazio-temporale (zemîn u zemân) che consente l’unione mistica tra finito e infinito.
Il tappeto veniva usato anche per il viaggio in assoluto più avventuroso: quello che accompagna le anime verso l’aldilà. Nel 1947 gli archeologi sovietici Sergej Rudenko e Mikhail Griaznov stavano esaminando una tomba scita nella valle siberiana di Pazyryk, sui monti Altaj, a 1650 metri sul livello del mare. I due studiosi scoprirono che il tumulo ospitava le spoglie di un capotribù. I saccheggiatori avevano rubato arredi e oggetti preziosi, ma non si erano accorti di un tappeto fissato nel permafrost, insieme ai resti di alcuni cavalli (gli Sciti avevano l’abitudine di seppellire sette cavalli per ogni capo morto). Anzi, paradossalmente proprio il saccheggio, aprendo il sepolcro al deflusso delle piogge, aveva assicurato la conservazione del tappeto. Il prezioso manufatto, conosciuto come “tappeto di Pazyryk”, è databile al quinto secolo avanti Cristo. Fatto di lana su trama di lana e pelo di cammello, è il più antico tappeto a noi pervenuto: misura 200×182 centimetri ed è composto da circa 360mila nodi. Nonostante sia stato trovato a migliaia di chilometri dalla Persia, secondo gli studiosi è di origine persiana (della dinastia alchemide). Oltre a una fila di alci, sul bordo esterno si nota una processione di cavalli e cavalieri: probabilmente il corteo funebre alla morte del capo. Il tappeto venne deposto nella tomba perché il guerriero scita lo potesse usare per raggiungere la sua ultima dimora. Non si sa se sia servito allo scopo oppure no; comunque sia, oggi è esposto al museo dell’Hermitage a San Pietroburgo.
Il tappeto volante è promessa di lontananza, intreccio di fili che raccontano storie, ordito misterioso, spazio circoscritto in cui liberare la fantasia. Nello stesso tempo, è un oggetto apparentemente domestico e usuale. Seguendo questo paradosso, per costruire o usare un tappeto volante non c’è bisogno di stoffa o peli di cammello. Basta affidarsi alla forza evocativa delle parole, della musica, dell’arte, di tutto ciò che ci aiuta, nello stesso tempo, a calarci nelle profondità di noi stessi e a esplorare orizzonti sconosciuti.

PS: A chi volesse leggere in italiano Le mille e una notte consiglio la traduzione a cura di Francesco Gabrieli, pubblicata per la prima volta nel 1948 e riedita da Einaudi nel 2017 nella collana “I millenni”. La fiaba Il principe Ahmed e la fata Pari-Banu non è presente; in compenso, nell’appendice, si trova la Storia di Aladino e della lampada magica (ma senza tappeti volanti). Il saggio di Cristina Campo è contenuto nel volume Il flauto e il tappeto (Rusconi 1971); oggi si può trovare nella raccolta Gli imperdonabili (Adelphi 1987; 2008).

PPS:  A parte le immagini cinematografiche e la fotografia del “tappeto di Pazyryk” (che viene dal sito dell’Hermitage), gli altri tappeti di questo articolo sono tratti dal catalogo pubblicato in occasione della mostra Tappeti volanti, che si è svolta all’Accademia di Francia a Roma (Villa Medici) dal 29 maggio al 21 ottobre 2012, a cura di Philippe-Alain Michaud. Responsabile editoriale del catalogo è Cecilia Trombadori; i testi sono di Eric de Chassey, Olivier Michelon, Philippe-Alain Michaud e Maximilien Durand, tradotti da Alfonso Cariolato e Giada Daveri per le edizioni Drago. Per chi volesse saperne di più sui tappeti persiani, un’opera di riferimento storica è questa: Joseph Karabacek, Die persische Nadelmalerei Susandschird. Ein Beitrag zur Entwicklungs-Geschichte der Tapisserie de Haute Lisse, (Seemann, Lipsia 1881; esiste una versione in inglese, credo, ma purtroppo non in italiano).

PPPS: Ho usato alcune parti di questo articolo per scrivere un brevissimo saggio sui tappeti volanti nel cinema. Il testo si trova nella rivista Cinemany (dicembre 2017).

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