I am the piazzetta

Nel 2017 ho fatto un esperimento: una volta al mese sono andato a sedermi per un paio d’ore in una piazzetta senza nome, nella città di Bellinzona. Avevo sempre con me un libro, una penna e un taccuino. L’idea era che il circolo della piazza fosse una sorta di mandala, un campo di osservazione che nella sua piccolezza rispecchiasse la multiformità del mondo. Il mio programma era osservare le relazioni umane e animali, ascoltare parole e suoni, parlare con chi passava oppure tacere, quando non c’era nessuno o quando nessuno mi rivolgeva la parola. Ho preso nota delle variazioni meteorologiche, delle conversazioni, degli sguardi, dei silenzi, delle connessioni fra ciò che stavo leggendo e ciò che accadeva davanti ai miei occhi. Mese dopo mese, ho scritto per capire meglio.
Sono tornato un’ultima volta la notte di Capodanno. Il posto era freddo e vuoto. Sopra una panchina, c’era una bottiglia di vodka con un po’ di nevischio all’interno. Mi sono seduto e ho concluso l’esperimento. Dopo aver osservato le persone che popolavano la piazzetta, dopo aver studiato me stesso, dopo aver esaminato alberi e uccelli, automobili e biciclette, quella notte ho cambiato punto di vista. Ho provato a essere la piazzetta. A pensare come lei. A guardare il mondo nel modo placido e un po’ svagato in cui lo guardano le piazze.
L’autore britannico Roger McGough in una sua poesia tenta qualcosa del genere.

the man on the veranda
outside, giving coppers
to the old tramp and
feeling good isn’t me.
I am the veranda.
I could have been
The tramp or even
The coppers. However
I choose to be the
veranda and it is
my poem. Such is
the power of poets.

(Traduzione: l’uomo là fuori, sulla veranda, / che dà le monetine / al vecchio barbone e che / si sente bene non sono io. / Io sono la veranda. / Avrei potuto essere / il barbone o perfino / le monetine. E tuttavia / ho deciso di essere la / veranda e questa è / la mia poesia. Tale è / il potere dei poeti.)

Non so se sia the power of poets, come ironicamente scrive McGough; credo che mettersi nei panni di una piazza sia un’esperienza alla portata di tutti. Specialmente quando l’animo è turbato, quando le vicissitudini sembrano incidersi come ferite. Allora sarebbe bello avere quell’atteggiamento saggio che hanno le piazze, loro che hanno visto tanto dolore, tanta gioia e, in mezzo a tutto il resto, anche tanti cani alzare la gamba accanto alla fontana.

Ecco la lista delle mie incursioni nella piazzetta.
1) Gennaio. Pik Pik. Nel freddo pungente arriva una silenziosa Mercedes, da cui escono due signore che distribuiscono volantini sulla Bibbia.

2) Febbraio. L’elefante innamorato. Proprio al centro dell’universo si radunano otto signori in pensione. Intanto, sospesa sopra i tetti, appare la luce di Venere.

3) Marzo. La parola “cielo”. Quando apriranno la fontana? Leggo Elias Canetti: Egli parla rivolgendosi al sole, e la bambina ascolta. Adesso parla la bambina, e lui ode il sole.

4) AprileCacciavite a stella. Il vento infuria nella piazzetta. Due ragazzine discutono dell’importanza di avere una migliore amica.

5) Maggio. PlazuelaA las cinco de las tarde, è Garcia Lorca che passa dalla piazzetta. Sento parlare gli uccelli e provo a rispondere con un richiamo per cinciallegre.

6) Giugno. Piazzetta tropicale. È un pomeriggio soffocante. L’estate arroventa l’asfalto e Bellinzona sembra una città fantasma.

7) Luglio. Oettinger. Un uomo mette in fresco una birra nella fontana.  Uno dei pensionati indossa una maglietta rossa con la scritta Giovane da cent’anni.

8) AgostoE toseed tumasăd-t. L’ombra e l’acqua trasformano la piazzetta in un’oasi. Una ragazzina magra si siede, guarda a lungo il telefono e poi se ne va.

9) Settembre. L’ultima tigre. A circa 46 gradi di latitudine nord e 9 gradi di longitudine est, con una temperatura di venti gradi, mi ha punto una zanzara.

10) Ottobre. Pispillòria. Grazie a Nagib Mahfuz, la piazza di popola di mercanti, facchini, navigatori, geni buoni o malvagi, ciabattini, sultani e donne misteriose.

11) Novembre. Fuori dagli stalli demarcati. Perché sono qui? Dovrei lavorare o correre o fare cose ragionevoli che mi permettano poi di lamentarmi per lo stress.

12) Dicembre. Ant Nadal. Non c’è nessuno. Una macchina sbatte contro un albero. Dopo qualche minuto arriva un uomo a raccogliere i cocci. Buon Natale!

PS: La poesia di McGough si trova nella raccolta Gig (Cape, Londra 1973). La traduzione di Franco Nasi proviene da Eclissi quotidiane. Poesie scelte 1967-2002 (Medusa 2004).

PPS: Nel 2018, nuovo esperimento. Fra qualche giorno vi spiegherò di che si tratta.

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Ant Nadal

In fondo al sottopassaggio c’è una rosa celeste. Un pittore ignoto l’ha dipinta sullo sfondo azzurro chiaro della parete. Percorro la galleria per attraversare la strada, salgo le scale e raggiungo la solita piazzetta, a Bellinzona, tra via Raggi e via Borromini. Il sole nudo e tagliente del pomeriggio occupa gli spazi, si riflette su ogni superficie, su ogni finestra, su ogni chiazza di neve. Avanzo sul sottile strato di ghiaccio e mi siedo su una panchina asciutta.
 Non c’è nessuno. Ormai conosco i personaggi che popolano questo luogo durante la bella stagione: i pensionati, l’ubriacone che tiene in fresco le birre nella fontana, la donna sola con il cagnolino, le ragazze che eternamente attendono risposte su WhatsApp. Mi chiedo dove siano finiti tutti. L’aria è fredda e limpida, di fianco alla piazza scorrono automobili e autobus, la gente cammina di fretta. Mancano due giorni a Natale. Da qualche parte, nel tepore di un appartamento, i pensionati staranno aspettando anche loro i cenoni, i raduni delle famiglie allargate, l’abito della festa, lo spumante. L’ubriacone di sicuro non si farà cogliere impreparato, e contrasterà l’attacco della malinconia con un un folto contingente di birre. Quanto alle ragazze, si annoieranno ma sopravvivranno – baciare sulle guance vecchie zie è pur sempre meglio che andare a scuola. Quelle più fortunate magari otterranno il permesso di andare il ventiquattro sera al Christmas Party alla “Fabrique” di Castione, con Kenny Ground & Chris Leon nella Plus floor Underground. La signora sola forse sarà sola anche a Natale o forse no, forse anche lei ha il suo manipolo di parenti. Oppure passerà alla pista di pattinaggio in Piazza del Sole e guarderà le persone che scivolano avanti e indietro, lanciandosi squillanti “Buone feste!”, avanti e indietro senza stancarsi mai.
Ho portato Tutto si rinnova, una raccolta di poesie di Luisa Famos, un’autrice svizzera che scrive nella variante vallader del romancio. Mormoro i versi a fior di labbra. Le sillabe sonore riempiono il silenzio della piazzetta. Vers saira / Cur sunansoncha / Rebomba tras cumün / Tuot dvainta nouv // La prada e’ls chomps / La jassa e’l balcon tort / Suot la pensla / Il gnieu da randulinas / La saiv da l’üert / E l’aua dal bügl d’larsch / Tuot dvainta nouv. // Fa che dvaintan nouvs / Eir no (“Verso sera / Quando scampanio / Rimbomba per il paese / Tutto si rinnova // I prati e i campi / Il vicolo e lo sporto / Sotto il frontone / Il nido delle rondini / il recinto dell’orto / E l’acqua della fontana di larice / Tutto si rinnova // Fa’ che ci rinnoviamo / Anche noi”). Mi pare una scena estiva o primaverile, più che invernale. Mi chiedo se, nel profondo delle cose, anche oggi accada il rinnovamento. Ma la fontana è spenta, la crosta di neve impassibile. Non ci sono campane, solo il frullare degli uccelli sugli alberi e il flusso del traffico al semaforo.
 Arriva un suono più lancinante degli altri. Alzo gli occhi e vedo un pick-up della Toyota che, uscito in retromarcia dal parcheggio, sta cercando di superare un mucchio di neve. Il ringhio del motore si fa più cattivo, finché con uno scatto rabbioso il pick-up scavalca il cumulo di neve e sbatte contro un albero. Rumore di vetri infranti, lamento di lamiera accartocciata. L’autista non si volta indietro, ma riparte con un nuovo ringhio, nel quale stavolta mi pare di cogliere un rimpianto, una nota di tristezza.
Poi tutto tace, ancora, e niente si rinnova.
Penso al Natale. In qualunque modo ci si districhi fra panettoni e aperitivi aziendali, anche involontariamente, si finisce per attribuire a questa festa un senso di promessa. Come se qualcosa dovesse cambiare: Fa che dvaintan nouvs / Eir no. Mi pare che questa aspettativa vada oltre la dimensione religiosa, o forse ne conservi le caratteristiche anche in assenza della fede. La stagione spoglia, la rarefazione della luce inducono per reazione viscerale a un’attesa dal valore antropologico, legata alla nostra condizione di essere umani più che ai nostri riferimenti culturali. Secondo la Chiesa, l’incarnazione non è solo qualcosa di cui si fa memoria ma è un evento che deve avvenire di nuovo per ciascuno, fino alla fine dei tempi. In generale, pure chi non crede nell’incarnazione sente il bisogno di qualcosa che dia un senso alla quotidianità. Il Natale è implacabile: è difficile fare finta di niente. C’è chi lavora, chi è circondato da stuoli di parenti, chi è solo, chi è ammalato. Ognuno, per un moto inestirpabile dell’anima, aspetta qualcosa. Ognuno cerca di guardare oltre il buio e la barriera dell’inverno.
Passa un aeroplano alto, sopra la piazzetta, tracciando una lunga scia che si perde sulle montagne. L’uomo che guidava il pick-up torna indietro a piedi, dalla direzione opposta a quella in cui era partito. Si ferma davanti all’albero, raccoglie il pezzo di lamiera più grande e poi si allontana, con la testa incassata fra le spalle. Il senso di una “festa”, nella storia umana, è distinguere un giorno dalla serie dei giorni normali. Ma tutto questo accade ancora? Il Natale può raccogliere i nostri frammenti sparsi, può accendere una qualunque forma di luce e mantenerla viva nella routine dei prossimi mesi?
Questa è la domanda.
Cumün sainza champs / Sainza üert e sunteri / Mo plain d’sömmis // La not / As distach’üna staila / Da l’ur dal tschêl / E voul s’unir / A la terra (“Paese senza campi / Senza orto né cimitero / Ma pieno di sogni // La notte / Si stacca una stella / Dall’orlo del cielo / E vuole unirsi alla terra”). Con le parole di Luisa Famos, il mio augurio per Natale è che una stella, di qualunque tipo essa sia, possa staccarsi dall’orlo del cielo e venire accolta nella nostra terra, nella nostra quotidianità.
Dalla piazzetta vera e da quella virtuale del blog, buon Natale a tutti voi!

PS: Ho citato integralmente le liriche Sunansoncha (“Scampanio”) e Ant Nadal (“Prima di Natale”), con la traduzione di Marisa Keller-Ottaviano, tratte da Luisa Famos, Tutto si rinnova (Casagrande 2012).

PPS: Questa è l’ultima puntata della serie di reportage dalla piazzetta anonima bellinzonese. Ecco gli articoli di gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre e novembre.

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Sud

Nel corso della nostra vita possiamo scoprire di appartenere a luoghi che non abbiamo mai visto. Come dice Marcel Proust, anche da una visuale puramente realistica, i paesi che noi desideriamo tengono in ogni istante assai più posto nella nostra esistenza vera dei paesi dove abitiamo in realtà. Nella sezione della Strada di Swann intitolata Nomi di paesi: il nome, Proust accenna alla forza evocativa dei toponimi.
Esistono parecchi modi di viaggiare, che implicano più o meno dispendio di mezzi e di tempo. Uno dei più semplici è senza dubbio quello di limitarsi a pronunciare un nome, lasciando che esso susciti assonanze, ricordi e sensazioni. Questo vale per i posti che abbiamo già visto, poiché essi, come annota lo stesso Proust, diventano un tentativo di fissare il tempo: I luoghi che abbiamo conosciuti non appartengono solo al mondo dello spazio, nel quale li situiamo per maggiore facilità. Essi sono solamente uno spicchio sottile fra le impressioni contigue che costituivano la nostra vita d’allora; il ricordo d’una certa immagine non è che il rimpianto d’un certo minuto; e le case, le strade, i viali, sono fuggitivi, ahimè, come gli anni.
Ma pronunciare nomi non è solo un esercizio nostalgico. A volte si tratta davvero di un modo per svegliare la fantasia, specialmente quando elenchiamo luoghi che non abbiamo mai visto. Per questa ragione, spero che non scompaia del tutto il vecchio Orario Ferroviario cartaceo, con la lista delle stazioni e delle coincidenze. È una lettura ideale prima di andare a letto: i nomi, scritti l’uno in fila all’altro, diventano montagne, laghi, precipizi, cascate, strade fragorose, vicoli, sentieri abbandonati.
Altri “viaggi non viaggiati” sono i cartelli che appaiono in autostrada o dai finestrini del treno, anche lungo i tragitti abituali. Ogni volta che vado a Milano non posso fare a meno d’immaginare Gradate, Fino Mornasco, Lomazzo, Turate, Origgio, Uboldo… Per qualcuno saranno toponimi banali, soprattutto se ci è nato o vissuto, invece per me sono occasioni a portata di mano: un giorno magari mi fermerò, o forse no. I toponimi delle mie parti – Lugano, Lamone, Taverne, Rivera, Bellinzona, Corvesco, Airolo – per me sono un frammento di quotidianità, mentre per qualcuno potrebbero rappresentare l’ignoto.
Il deserto, per esempio, è un luogo che da sempre risveglia in me un misterioso senso di appartenenza. Sono cresciuto in mezzo a valli e montagne, perciò sono più abituato all’altezza, ai boschi, ai declivi. Eppure da qualche parte dentro di me riposa una strana nostalgia per paesaggi che non ho mai visto, per distese di sabbia silenziose e palmizi che tremano all’orizzonte. Di recente mi sono imbattuto in un poema composto nel 1903 da Mokhammed äg Mekhiia, un autore tuareg nato nel 1870. È una lunga fantasticheria, nella quale il poeta passa in rassegna i luoghi che lo separano dalla sua amata. Il testo diventa una rassegna di nomi, simile a quelli che gli studiosi di letteratura araba chiamano “poemi geografici”; l’etnografo Dominique Casajus propone invece, per la rêverie di Mokhammed äg Mekhiia, la definitione di poème de Noms de Pays, con un chiaro riferimento a Proust. Ecco qualche verso in lingua originale.

[…]
Nei Tamada, netrem Êlisen,
Nas Ti-n-täğart ed Ihaouaghâten,
D Ädîkel et Mechredden
Et Tékadeout, netrem Ihaien
Et Tehalaouait, asegh Iouallen
Et Ti-n-täğart, ekkegh I-n-semmen;
Neğ dât-ämoud, eklegh Âseqqen,
Nei Ti-n-älous, ekkegh Âseqqen,
Nas dägg äğêdé dagh Oulaouen.
Ğïgh Tenist dagh gân bareqqâten;
A n nermes akli n Selâmâten
Ğïgh Ti-n-täouâfa d Bereghrâghen.
[…]

Non ci sarebbe quasi bisogno di traduzione, tanto questa litania evoca di per sé stessa la fatica del cammino nel deserto, la lunghezza del viaggio e l’arsura della sete, con la tensione del desiderio che, di luogo in luogo, corre verso l’amata (e verso la freschezza dell’oasi). Anche il ritmo non è casuale: intono il mio canto – scrive Kourman, un altro poeta tuareg – e il passo del cammello mi dà la cadenza. La parola elweylwey, anche soltanto con il suono, richiama la marcia del méhari, il dromedario da monta che si usa nel deserto.
Ecco la traduzione in italiano dei versi di Mokhammed äg Mekhiia: Lasciamoci alle spalle Tamada, scendiamo lungo la valle di Êlisen, andiamo nella valle di Ti-n-täğart e in quella di Ihaouaghâten, raggiungiamo Ädîkel, Imechredden e Tékadeout, scendiamo le valli di Ihaien e di Tehalaouait, troviamo le acque di Iouallen e a quelle di Ti-n-täğart, andiamo a quelle di I-n-semmen; partiamo all’ultimo terzo della notte, fermiamoci a Âseqqen nelle ore calde del giorno, lasciamoci alle spalle il monte Ti-n-älous, andiamo nella valle di Âseqqen, arriviamo ai piedi delle dune di Oulaouen. Passo dal colle Tenist con le sue piste numerose; incontro lo schiavo di un uomo della tribù degli Iselâmâten tra il monte Ti-n-täouâfa e il monte Ibereghrâghen.
Alla fine uno si sente esausto come se davvero avesse percorso le dune del Sahara; in effetti, forse, anche questo è un modo di esplorare il deserto. Non so spiegarmi le ragioni dell’affinità che sento con questi nomadi e queste terre così lontane dalla mia esperienza. Ma quando penso all’origine, penso al sud. Nella mia mente, da sud viene un chiarore primigenio di cose ancora abbozzate, di speranze, di storie appena sorte.
Credo che la letteratura viva anche grazie a queste divagazioni, nel tempo e nello spazio. I nomi nell’Orario Ferroviario s’incrociano con il méhari dei tuareg: è un fermento, una crescita misteriosa che conduce a nuove storie.
Un’altra città che non ho visto è Buenos Aires. Il nome suscita vie, piazze, musiche e ombre che forse non conoscerò mai dal vivo. Tuttavia mi basta leggere qualche verso di Borges per sentirmi come se anch’io fossi stato laggiù, tra portici e cisterne, e avessi contemplato le costellazioni dell’emisfero sud da un cortile nascosto.

Desde uno de tus patios haber mirado
las antiguas estrellas,
desde el banco de
la sombra haber mirado
esas luces dispersas
que mi ignorancia no ha aprendido a nombrar
ni a ordenar en constelaciones,
haber sentido el círculo del agua
en el secreto aljibe,
el olor del jazmín y la madreselva,
el silencio del pájaro dormido,
el arco del zaguán, la humedad
– esas cosas, acaso, son el poema.

La lirica s’intitola El sur ed è tratta da Fervor de Buenos Aires, una raccolta pubblicata da Borges nel 1923. Ecco la traduzione: Da uno dei tuoi cortili aver guardato / le antiche stelle, / dal sedile in / ombra aver guardato / quelle luci disperse / che la mia ignoranza non ha imparato a nominare / né a ordinare in costellazioni, / aver sentito il cerchio dell’acqua / nella segreta cisterna, / l’odore del gelsomino e della madreselva, / il silenzio dell’uccello addormentato, / l’arco dell’androne, l’umidità / – tali cose, forse, sono la poesia.
Se Proust e Mokhammed äg Mekhiia traggono l’incanto poetico dai toponimi, Borges invece qui lavora proprio sull’assenza di nomi, con quelle antiche stelle, quelle luci disperse / che la mia ignoranza non ha imparato a nominare. Ma a volte non c’è bisogno di sapere neppure i nomi. A volte basta una parola sola, di sole tre lettere, per portarci in capo al mondo. Sud.

PS: La traduzione di À côté de chez Swann. III. Nom de pays: le nom, pubblicato da Proust nel 1913, è quella scritta per Einaudi da Natalia Ginzburg del 1946 (poi rivista dall’autrice stessa nel 1990). I versi di Mokhammed äg Mekhiia si trovano in Chants touaregs recueillis et traduits par Charles de Foucauld (Albin Michel 1997; in origine pubblicati da Charles de Foucauld in due tomi, con il titolo Poésies touarègues, nel 1925 e nel 1930). Il poema è citato anche da Dominique Casajus in Gens de parole. Langage, poésie et politique en pays touareg (La Découverte, Paris 2000). Dal volume di Casajus provengono pure i versi di Kourman (nato nel 1912 e morto nel 1989). La traduzione in italiano è mia, a partire dalle versioni francesi di Foucauld e Casajus. La traduzione di Borges è di Domenico Porzio, tratta da Tutte le opere (Mondadori 1984).

PPS: La prima immagine è un’edizione della Recherche che apparteneva allo stesso Proust; la seconda (presa dal sito Le fou du Proust) raffigura l’Orario ferroviario edito da Chaix nel 1906: era forse quello a cui si riferiva Proust quando, nel 1907, scrisse su “Le Figaro” che la saggezza sarebbe sostituire tutte le relazioni moderne e molti viaggi con la lettura dell’Almanacco del Gotha e dell’Orario ferroviario. La terza foto (presa dal sito Proust-ink) rappresenta la stazione di Illiers, chiamata Combray nella Recherche e ora ufficialmente Illiers-Combray. Le immagini del deserto sono tratte dal numero 84 della rivista “Meridiani” (dicembre 1999) e dal volume I Tuareg dell’Aïr di Ketty Adornato (testo) e Rino Cardone (foto), edito da Città del Sole (2005) per l’organizzazione umanitaria Bambini nel Deserto.

PPPS: Questo articolo riprende parzialmente Le antiche stelle, un breve saggio che ho scritto per l’ottavo numero della rivista letteraria Achab (in uscita la settimana prossima). Ringrazio per lo spunto e per la collaborazione Nando Vitali, Maria Rosaria Vado e Vincenzo Gambardella.

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L’ultima tigre

Mi ha punto una zanzara. Un giorno di fine settembre, a Bellinzona, su una panchina nell’anonima piazzetta tra via Raggi e via Borromini, sono stato aggredito senza pietà da una Aedes albopictus, meglio conosciuta come zanzara tigre. A Bellinzona, capite? A circa 46 gradi di latitudine nord e 9 gradi di longitudine est. A poco più di duecento metri sul livello del mare e con una temperatura di venti gradi. Altre zanzare in giro, a Bellinzona, non se ne vedono. Sono tutte morte, oppure sono piombate nella diapausa invernale, cioè stanno dormendo serenamente nel tepore di un sottovaso, di un garage o di un albero cavo. Ma la mia zanzara invece no. Lei è una guerriera, una che resiste: disprezza da lontano la viltà delle sorelle, ignora i segnali dell’autunno, se ne infischia del freddo e delle prime foglie ingiallite. Magari non ha nemmeno sete di sangue, ma il suo onore di tigre solitaria esige che vada a caccia e che conficchi il rostro nel mio avambraccio, pronta a morire come muoiono gli eroi. In realtà poi è sopravvissuta: appena mi sono accorto dell’assalto, ha fatto perdere le sue tracce (avrà pensato che sì, va bene morire come un eroe, ma senza fretta).
Eccomi dunque con la mia lesione pomfoide pruriginosa, mentre intorno – ignari della tigre che prepara l’agguato – i frequentatori della piazzetta passano il pomeriggio nelle solite attività: pettegolezzi, birra, whatsapp. Gli sventurati non sanno che, come informa in un documento il Gruppo cantonale di Lavoro Zanzare, la belva sosta frequentemente sugli indumenti, rimanendo silente a lungo. Ma forse siamo fortunati, forse la Sanguinaria si è spinta verso altri territori di caccia. Dicono che si sposti poco – circa 100 metri all’anno – ma potrebbe aver usufruito di un passaggio: la zanzara tigre, infatti, entra facilmente in un qualsiasi mezzo di trasporto (automobile, camion, ecc.) inseguendo la sua preda (uomo).
Oggi sembra che io sia l’unico esemplare della sua preda (uomo) ad aver subito il prelievo di sangue. Mi gratto l’avambraccio e apro il libro che ho portato con me: Filippo Strumia, Marciapiede con vista (Einaudi 2016). Il titolo si addice alla situazione, perché dalla mia panchina il panorama è interessante: il va e vieni di pensionati e adolescenti, l’arrivo e la partenza degli autobus, la vita minima di un quartiere periferico. Qualcosa accade qui e ora, qualcosa che sembra niente ma che invece è un momento irripetibile nel tempo. In due versi fulminei, Strumia annota: Non posso dire adesso / senza averne nostalgia. Mi accorgo che la mia nostalgia non è tanto perché l’istante fugge, quanto perché intuisco di non appartenere al mondo in cui mi trovo. Il gruppo dei pensionati discute di calcio, un uomo di mezza età mette due lattine di birra nella fontana. Quattro ragazzi, due maschi e due femmine, si siedono nella panchina accanto alla mia. Poi una delle ragazze riceve un messaggio che la manda in agitazione, tanto che trascina l’amica dalla parte opposta della piazza, per un consulto. I due maschi non fanno commenti e fumano in silenzio. Quando le ragazze tornano, una sta dicendo all’altra: Ma se lui vede che hai letto e tu non rispondi, poi pensa che sei d’accordo! Oh, esclama l’amica. E allora che cosa faccio?
Che cosa faccio? È la domanda che mi pongo anch’io. I ragazzi, l’uomo con la birra, una famiglia in bicicletta, i pensionati che sanno tutto di tutti, ognuno qui ha un ruolo, ognuno vive il pomeriggio di festa con pienezza di azione e di pensiero. Invece io mi limito a guardare gli altri e a chiedermi lo scopo di questi andirivieni domenicali, di queste partite di calcio, di questi messaggi con o senza risposta. Certo, prendo appunti sul mio taccuino. E tornano a cadere / parole dalle cose, / e cosa fare di questo / stare qui è la domanda / da dimenticare. Purtroppo non sono mai riuscito a dimenticare una domanda. Se nei mesi scorsi ogni tanto mi è parso di partecipare alla vita della piazzetta, oggi percepisco la mia estraneità: sono arrivato, ho letto il mio libro, non ho parlato con nessuno.
L’uomo con la birra ha scovato una stazione radiofonica sul cellulare. Il miagolio della musica nasconde le parole dei pensionati, prima di venire a sua volta coperto da un gruppo di motociclisti. Mi alzo e mi avvicino alla fontana, concentrandomi sul fruscio dell’acqua. Fra poco me ne andrò, con la consapevolezza di essere irrimediabilmente straniero, anche qui, in una piazza della mia città. L’essere vivente al quale più mi sono avvicinato è quell’estremo esemplare di Aedes albopictus (anzi, si è avvicinata lei). C’è una lirica di Strumia che sembra scritta apposta: L’autobus ritarda, / sei nel luogo dove stare. / Guarda la zanzara, / chiedile un parere, / ragiona sui lampioni / con i pipistrelli. Non ho conversato con la Sanguinaria, mentre per i pipistrelli mi sembra troppo presto. Taglio attraverso l’aiuola, ancora sfolgorante di colori, e me ne torno a casa.


Investigando marciapiedi, lampioni, panchine e tombini, Strumia esprime in parte questa sensazione di lontananza dal mondo, di solitudine. Chiudi tutto e vai a zonzo. / Soffrire di pensieri / è difetto di presenza. / Per sapere d’esser qui / serve un ragno, / un disegno col gessetto / cancellato per metà, / forse un pezzo di pneumatico / scoppiato, / un randagio che ha lo sguardo / dei tuoi occhi. Mi pare che le parole difetto di presenza dicano bene il mio essere escluso. Naturalmente ho persone che mi sono accanto ma qualche volta, come un randagio, mi taglio fuori da ogni forma di vicinanza. E se scrivo, quando scrivo, è anche per ritrovare una forma di contatto.
Lungo la strada, passo accanto a un bidone per la spazzatura su cui campeggia un annuncio a lettere cubitali: ESTRANEI CHE GETTANO SACCHI NON UFFICIALI VENGONO DENUNCIATI. Mi fermo a guardare. Trovo significativo che non venga punita soltanto l’infrazione (gettano sacchi non ufficiali), ma anche il fatto che sia perpetrata da estranei. Inoltre, punita da chi? Non è precisato, e perciò la minaccia suona ancora più fosca: vengono denunciati, senza complemento d’agente. Non ho la minima intenzione di gettare sacchi nel bidone (soprattutto sacchi non ufficiali), ma in qualche modo mi sembra che l’avviso voglia mettere in guardia anche me: attento, resti comunque un estraneo. Un randagio. Uno che viene da fuori. Ma sta’ tranquillo che noi ti teniamo d’occhio.

PS: Per leggere gli altri articoli sulla piazzetta, potete aprire la categoria “Piazzetta 2017” oppure cliccare qui: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto.

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Oggetti smarriti

Il ragazzo con i capelli rossi e il viso cosparso di efelidi, seduto nell’atrio della Gare de Lyon, sta scrutando la confezione di un prodotto contro gli acari, la cui efficacia è garantita al cento per cento. Ha alzato gli occhiali sulla fronte e tende il viso aguzzo, strizza gli occhi miopi, corruga la fronte nello sforzo di studiare, di capire come quel portentoso unguento gli consentirà di sconfiggere i nemici che si celano nella polvere. Seduto di fronte a lui, pochi minuti prima di partire da Parigi, mi chiedo se anche i miei ricordi più volatili, quelli che tengo nel solaio dei pensieri, verranno sterminati dalla furia anti-acari del ragazzo lentigginoso. Lo vedo rileggere le istruzioni per l’uso e accennare un sorriso. Allora apro il taccuino e cerco di fissare questi giorni d’agosto.
Fra i molti modi in cui si può pensare a Parigi, mi piace immaginarla come un immenso Ufficio degli Oggetti Smarriti. Ogni volta che ci vado perdo qualcosa, impercettibilmente, in qualche strada mai vista prima, e ogni volta trovo qualcosa che non conoscevo, o che avevo dimenticato di conoscere. Nel maggio 2015, scendendo da Montmartre, vidi per caso una testa di clown dietro la vetrina di una galleria d’arte. Mi fermai, la fotografai in fretta con il telefono. Da allora quel clown, dipinto da Bernard Buffet nel 1955, è rimasto nella mia mente (e nel mio telefono). Mi sembra che dica qualcosa di me, e talvolta permette di verificare la mia esistenza in maniera più efficace che guardandomi allo specchio. Quest’anno ho cercato di nuovo la galleria, per rivedere il mio clown, ma senza successo: oggetto smarrito.
Nel suo libro Impératif catégorique (Seuil 2008), l’autore francese Jacques Roubaud racconta di quando abitava in rue Notre-Dame-de-Lorette e si sedeva spesso al café Joconde, in cui c’era una riproduzione della Gioconda dipinta da un certo Mérou. Ho scritto una poesia in onore della Gioconda di Mérou – racconta Roubaud – e nelle “letture pubbliche” raccomando sempre ai miei uditori di andarla a vedere. Spiego loro che andare a vedere al Louvre quella del suo “plagiario per anticipazione” è difficile, poiché ci sono almeno un milione settecentonovantacinquemilaseicentosei Giapponesi che premono davanti a lei; mentre là, all’angolo della rue de la Rochefoucauld e della rue Notre-Dame-de-Lorette, la folla è meno compatta e si può contemplare a piacere la Gioconda. Il volume di poesie dello stesso Roubaud intitolato La forme d’une ville change plus vite, hélas, que le coeur des humains (Gallimard 1999) può essere usato quasi come una guida di Parigi. C’è anche la lirica dedicata alla Gioconda, che comincia così: I veri intenditori / per veder la Gioconda / non vanno in capo al mondo / e nemmeno al Louvre // Vanno all’angolo della rue / de la Rochefoucauld e della rue / Notre-Dame- / de-Lorette / entrano nel caffè / lei è là // Il dipinto è sul muro / beige e crema / la cornice è beige e crema e un po’ arancione / la tela è firmata / di pugno dall’artista / E. / Mérou. / È la Gioconda / la Gioconda di Mérou. Ma le città cambiano e gli oggetti si perdono. Oggi il café Joconde è diventato il café Matisse. Era chiuso per ferie. Sbirciando dai vetri ho visto molte riproduzioni di Matisse e nessuna Gioconda. Di nuovo: oggetto smarrito. Per fortuna, resta almeno la Joconde di Barbara, che dura un minuto e mezzo e che si trova su internet.

Balzando da un poeta all’altro, si potrebbe dire con Jean Tardieu: J’ai beaucoup voyagé / et n’ai rien retenu / que des objets perdus (“Ho molto viaggiato / e niente trattenuto / se non oggetti perduti”). Ma forse proprio questi lampi di smarrimento, questi chiaroscuri della memoria sono ciò che segnano Parigi d’agosto. Lo stesso Tardieu, in epigrafe a Le fleuve caché (Gallimard 2013), scriveva: Tutta la mia vita è segnata dall’immagine di questi fiumi, nascosti o perduti ai piedi delle montagne. Come loro, l’aspetto delle cose s’immerge e si gioca fra la presenza e l’assenza. Tutto ciò che tocco è per metà di pietra e per metà di schiuma.
Il concetto di presenza/assenza riassume ciò che si prova camminando. La natura della città si mostra nella spaccatura fra l’interno e l’esterno, l’alto e il basso, l’intimo e l’enorme. Nelle profondità della metropolitana, un uomo viaggia accanto a un drone appena acquistato e ne accarezza la scatola, tutto contento; per un istante, la presenza di quel drone sembra sollevarci tutti e portarci fuori, all’aria aperta. Una macchina lunga e nera si ferma davanti a un edificio austero. Un passante chiede: Ma è una limousine o un carro funebre? E la ragazza di fianco a lui: Perché, c’è differenza? Il centro commerciale a Les Halles, all’ora di chiusura: serrande abbassate, griglie di metallo, vetrine oscurate, scale mobili che salgono e un moto di sorpresa nello scoprire che, fuori, c’è ancora la luce dorata sui monumenti. Anche i pazzi che gridano per strada riecheggiano una lacerazione: la donna che ogni sera si aggira per il Quartiere Latino, rimproverando il mondo ad alta voce, o il vecchio barbone americano che esprime i suoi interrogativi su this fucking Paris in pieno boulevard Saint-Michel.
Basta poco per scivolare dalla Parigi esterna e visibile a quella interna e velata. La vertigine multicolore della Sainte Chapelle, dove lo spettacolo delle vetrate si mescola a quello dei turisti con il naso all’insù. Il fervore silenzioso della Chapelle de la Médaille Miraculeuse, in rue du Bac, a pochi passi dalle vetrine sontuose del Bon Marché. La quieta freschezza di un tè alla menta al bar della Grande Moschea. Lo sguardo senza tempo dell’axolotl, al Jardin des Plantes, che ho ritrovato esattamente nella stessa posizione in cui lo avevo lasciato due anni fa. Il retro del palcoscenico del cinema Le Grand Rex, dove si aggirano fantasmi in bianco e nero; l’ombra accogliente dei bistrot; gli eterni anni ’80 del bar “Breakfast in America”; le partite di pétanque e l’assenza/presenza del commissario Maigret in place Dauphine.
Al Museo d’Orsay, non sapendo più davanti a quale classico arenarmi, ho scelto di partecipare al Bal au moulin de la Galette, così come lo vide Renoir nel 1876. Ma non in prima fila: mi sono messo sulla sinistra e ho fissato un punto periferico, dove gli esseri umani appena accennati diventano macchie di colore.
Succede qualche volta, nella vita, di sentirsi figure sullo sfondo di un dipinto: la festa trascina i personaggi visibili in primo piano mentre noi, nel nostro angolo, con la nostra sensibilità, tentiamo di capire le ragioni della nostra presenza/assenza.

Perché qualcosa ci appartenga è necessario fissarla a lungo o ascoltarla senza distrazioni. Bisogna andare, vedere e poi tornare di nuovo. Succede con i quadri, ma anche con le parole smarrite nelle piazze piene di gente. In place de la Contrescarpe, tagliando fuori ogni altro suono, mi sono concentrato sulla frase di contatto dei camerieri, che tornava ad accendersi uguale, sempre con la stessa intonazione: Bonjour! Vous avez choisi? Le parole dentro di me hanno superato il loro significato e sono diventate una frase musicale: sib-sol, fa-fa-fa-fa-sol… qualcosa da cui potrei partire per improvvisare un ricordo di viaggio al sax.

Dalle parti di rue Lepic, mi sono fermato a sfogliare il libro di Roubaud. Scendevo questa via che era diritta, inclinata di sole, tra automobili di una lentezza imprecisa. Scendendo questa strada, avevo la sensazione di un passato, di un lontano passato, di un’altra strada. […] Quella strada là, che non era questa strada qui, come sarebbe tornata presente, come si sarebbe presentata, mentre camminavo, inseguito dal sole, dallo scintillio degli alberi, le pieghe di polvere? La domanda è di quelle urgenti, perché tutte le strade del nostro qui e ora contengono strade inghiottite dall’oblio e promettono strade future. Si può evitare che ciò che vediamo divenga come l’illustrazione di una rivista, sempre più stinta con il passare degli anni? Come combattere il prodotto anti-acari garantito al cento per cento? O in altre parole, dove trovare il bandolo che possa legare le Parigi del passato e le Parigi del futuro, con tutti i loro oggetti smarriti e ritrovati?
Credo che la risposta stia nel paradosso. Fuori dalla Grande Moschea, in una libreria in place du Puits de l’Ermite, ho comprato una versione del Divân, l’opera più celebre del poeta persiano Khāje Shams o-Dīn Moḥammad Ḥāfeẓ-e Shīrāzī, detto Hāfez, vissuto a Shirāz fra il 1315 e il 1390. Sfogliando il volume, ho trovato due versi che racchiudono il paradosso: Ho lo spirito sereno presso l’Essere che dona la pace, / Colui che all’improvviso ha tolto la quiete dal mio cuore. Questa condizione di pace inquieta serve a tenere desta l’attenzione: fungendo da pungolo, permette a ogni viaggio di farsi significativo, nonostante il pericolo della dimenticanza. La mia fatica è di essere presente in ogni momento, pure in quelli vuoti, cercando di trasformare la malinconia in serenità inquieta. Tale operazione non viene compiuta dall’atmosfera né dalla novità del paesaggio, ma richiede la presenza dei compagni di viaggio.
Ci pensavo al museo Pompidou, davanti all’opera Senza titolo realizzata da Robert Ryman nel 1974. Sostanzialmente si tratta di un trittico monocromatico: tre grandi pannelli (182 x 546 cm) laccati di bianco. Quello spazio sterminato, quel campo dove tutto è possibile non si lascia comprimere nei confini di un luogo fisico. L’aspetto più misterioso di ogni viaggio, per quanto attraversi posti esotici e meravigliosi, consisterà sempre nei viaggiatori stessi. Più dei monumenti, più delle opere d’arte, più dei sapori e degli odori.
Davvero c’è la speranza che rimanga qualcosa di una strada percorsa nella fragilità del presente? Se tale speranza esiste, essa non può che nascere nell’intesa, nello scambio, in quella strana alchimia di silenzio e parola che accade quando il viaggio sta già diventando il racconto del viaggio. Gli aperitivi, le cene, i pranzi nei giardini pubblici o in una fritteria, le frasi scambiate al volo, i momenti dove nessuno dice niente. È in questi interstizi che il grande Ufficio degli Oggetti Smarriti può concedere i suoi doni segreti. Insieme all’inevitabile smarrimento, la città è pronta a offrirci qualcosa che – pur essendoci ignoto – riconosciamo come nostro: per esempio l’Arbre Bleu, dipinto nel 2000 da Pierre Alechinsky in rue Descartes. L’opera è affiancata dai versi scritti appositamente da Yves Bonnefoy: […] Car même déchiré, souillé, / l’arbre des rues, / c’est toute la nature, / tout le ciel, / l’oiseau s’y pose, / le vent y bouge, le soleil / y dit le même espoir malgré / la mort […] (“Perché anche lacerato, sporco, / l’albero delle strade / è tutta la natura, / tutto il cielo, / l’uccello si posa / il vento si muove, il sole / dice la stessa speranza nonostante / la morte”). Questo viaggio a Parigi, nel cuore di agosto, è stato per me come un albero blu che resiste alle intemperie. Un albero che invita a fermarsi per bere qualcosa sotto le sue fronde, con animo serenamente inquieto.

PS: Ringrazio i miei compagni di viaggio per la loro presenza e per la loro pazienza. Grazie anche per avermi inviato alcune delle fotografie che appaiono in questo articolo.


PPS: I versi di Tardieu sono tratti dallo stesso volume di cui cito l’epigrafe. Le traduzioni in italiano sono sempre mie, compresa quella di Hāfez (il volume che ho comprato: Hāfez de Chiraz, Le Divân. Œuvre lyrique d’un spirituel en Perse au XIVème siècle, a cura di Charles-Henri de Fouchécour). La canzone di Barbara è tratta dall’album Barbara à l’Écluse (La voix de son maître 1959). La canzone di Giorgio Conte è un piccolo capolavoro umoristico ispirato a una visita al Museo d’Orsay: si trova nell’album Come Quando Fuori Piove (Ala Bianca 2011). Infine, per chi non fosse pago, ecco Charles Aznavour: Chaque rue, chaque pierre / Semblaient n’être qu’à nous / Nous étions seuls sur terre / À Paris au mois d’août… La canzone, che proviene dall’album La Bohème (EMI 1966), è parte della colonna sonora del film Paris au mois d’août, girato da Pierre Granier-Deferre nel 1966 e tratto dal romanzo omonimo pubblicato da René Fallet nel 1964.

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