Pispillòria

Qualcuno dice che le parole scritte rimangono, mentre quelle pronunciate si perdono nell’aria. Talvolta mi chiedo se non sia vero il contrario. Quante frasi stanno scolorendo su carte ormai dimenticate? Quanti siti e quanti blog ammuffiscono nelle cantine di internet? Quando parlo a voce alta, invece, ho la sensazione che le parole in qualche modo sopravvivano. E se non proprio le parole stesse, almeno la loro eco. Una parola che esce dalla bocca è viva, come una trota guizzante che salta in un ruscello: è un attimo, ma dai bordi del torrente qualcuno – volpe, orso, pescatore – è già pronto ad acciuffarla.
Mentre camminavo verso la mia piazzetta rotonda, ho incrociato un uomo che parlava al telefono. Aveva la faccia seria, una ruga fra le sopracciglia. Allora ho fatto la foto a un maiale, stava dicendo, perché sai, lì alla fattoria era pieno di grossi maiali. E ha aggiunto: Poi gli ho scritto che… Purtroppo non sono riuscito a cogliere il resto, sebbene abbia teso le orecchie. Di certo l’uomo non saprà mai che le sue parole, così volatili, dette al telefono, sono sopravvissute e sono atterrate qui. Eccole: la parola foto e la parola maiale e la parola fattoria. Io, in compenso, non saprò mai perché quel distinto signore abbia voluto immortalare esemplari robusti di razza suina, né che cosa abbia poi scritto all’interlocutore al quale, si presume, ha inviato l’immagine.
La piazzetta d’ottobre, nel tardo pomeriggio, è affollata. La luce radente ha un colore caldo, come il riflesso di un focolare. Le aiuole risplendono del giallo e del rosso delle foglie, per metà ancora sugli alberi e per metà cadute nell’erba. Mentre i bambini ammucchiano le foglie e se le gettano addosso, i vecchietti si sono divisi in due gruppi, ai bordi opposti della piazza. Qualcuno nota che scarseggiano i posti a sedere ed esclama: Qui ci mancano dei tavolini! In effetti, la piazzetta ricorda un bar: il tempo strascicato, le chiacchiere, gli sfottò. Uno dei pensionati mi vede seduto con il mio libro e si avvicina per scattarmi una foto. Non si arrabbi, mi dice, volevo provare il telefono nuovo. Un amico, dalla panchina, gli grida: Ma poi non metterla su fesbùk! E un altro mi avvisa: Attento che quello la mette su uatsàppe! Il fotografo accenna al distributore, a duecento metri, e mi dice: Volevo solo tenere d’occhio il prezzo della benzina… Poi tenta di fotografare anche i suoi amici, suscitando vivaci proteste.
Sto leggendo Notti delle mille e una notte, di Nagib Mahfuz. L’autore egiziano si lascia ispirare dalla storia del sultano Shahriyàr. In seguito al tradimento di sua moglie, il despota sanguinario aveva preso l’abitudine di passare ogni notte con una fanciulla vergine, uccidendola poi all’alba. Finché la coraggiosa Shahrazàd, ben decisa a sopravvivere, comincia a incantare il sultano inanellando storie su storie e lasciandole in sospeso al sopraggiungere dell’alba. Alla fine, dopo mille e una notte di suspense, il feroce sultano accorda la grazia a Shahrazàd, divenuta nel frattempo madre dei suoi figli. E poi? Da questa domanda parte Mahfuz, immaginando le vicende quotidiane del regno di Shahriyàr. Non basta aver subito il fascino della narrazione; il sultano ha da compiere ancora un lungo cammino verso il pentimento e la saggezza.
Mahfuz evoca mercanti, facchini, navigatori, geni buoni o malvagi, ciabattini, capi della polizia e vagabondi, uomini ricchi e donne misteriose. Quando alzo gli occhi penso a questi personaggi, nati nel Medioevo e ancora vitali, tanto che posso immaginarli qui sulla piazzetta. I pensionati spettegolano su ogni persona che passa, discutono della Roma e della Juve, del canone radiotelevisivo, degli stipendi (troppo alti) percepiti dai municipali e del caldo fuori stagione. Non sono certo le stesse cose di cui si bisbigliava nei caffè del Cairo o di Baghdad… ma se il contenuto diverge, l’arte della chiacchiera è sempre uguale.


Arriva un autobus giallo carico di bambini al rientro da scuola. Per qualche minuto, le voci infantili sovrastano il cicaleccio dei pensionati. Chiudendo gli occhi, mi dico che pure le grida dei bambini riecheggiano uguali da sempre. Mentre i giovani si disperdono, gli anziani riprendono a tessere le loro conversazioni. Intuisco la presenza di una storia dietro ogni nome, dietro ogni ricordo. Proprio qui – nel cerchio della piazzetta o nel libro di Mahfuz (fa poca differenza) – è il luogo dove nascono i racconti.
Pier Paolo Pasolini osservava che ogni racconto delle Mille e una notte comincia con un’“apparizione” del destino, che si manifesta attraverso un’anomalia. Ora, non c’è anomalia che non ne produca un’altra. E così nasce una catena di anomalie. Più tale catena è logica, serrata, essenziale, più il racconto delle Mille e una notte è bello (cioè vitale, esaltante). La catena delle anomalie tende sempre a ritornare alla normalità. La fine di ogni racconto delle Mille e una notte consiste in una “disparizione” del destino, che si insacca nella felice sonnolenza della vita quotidiana. Secondo Pasolini, insomma, il protagonista delle storie è in realtà il destino stesso.
Che cos’è la quotidianità se non un susseguirsi di piccole anomalie? Basta poco perché una cosa accaduta oggi sveli il riflesso di storie più antiche. I personaggi e le vicende passano attraverso i mari e le montagne, e si ritrovano uguali in mezzo a popoli diversi, grazie alla forza prodigiosa della narrazione. È la stessa forza che ha tenuto in vita Shahrazàd per mille e una notte, la stessa che anima le chiacchiere dei vecchietti e che muove le mie dita sulla tastiera del computer.


Quando il sole comincia a calare, rientro a casa. Costeggiando il parco di Villa dei Cedri, accanto a una macchia di bambù, sento una conversazione di uccelli. Mi addentro nel boschetto e raggiungo in silenzio una radura. Intorno a me gli uccelli parlano fitto, mentre da lontano viene la voce di un bambino che chiama suo padre. I pettegolezzi dei pensionati, le grida dei bambini, questo misterioso cinguettio… vorrei capire tutti questi idiomi, vorrei poterli trascrivere e farne personaggi, racconti, catene di anomalie. Ma è destino che, qualche volta, ci siano storie da accogliere senza poterle comprendere del tutto.
Anche il feroce Shahriyàr deve fare i conti con questa consapevolezza. Di fronte alla solitudine, alla notte, alla nostra fragilità di esseri umani, siamo tutti bisognosi di storie. Non tanto perché ci insegnano qualcosa, quanto perché ci fanno compagnia: le narrazioni ci rammentano che siamo circondati da altri esseri umani che come noi gioiscono e soffrono, impastati di paura e di speranza. Shahrazàd mi ha insegnato a credere che la logica umana inganna e ci immerge in un mare di contraddizioni, fa dire Mahfuz al sultano. Ogni volta che giunge la notte, mi ricorda che sono un poveraccio.

PS: Il titolo di questo articolo è una parola in disuso, ma non estinta. Sarei contento se, nel mio piccolo, riuscissi a donarle ancora uno slancio vitale. Ecco la definizione che ne dà il dizionario Treccani.
Pispillòria (s. f.). 1. a. Lungo cinguettio di molti uccelli: invece delle allodole e dei cardellini che facciano pispilloria, si vedono svolazzare dei corvi (Faldella). b. Brusio, cicaleccio confuso di molte persone. 2. estens. Discorso lungo e noioso; anche, pettegolezzo, mormorazione.
Oggi, per me, è stata una giornata ricca di pispillorie.

PPS: Nagib Mahfuz (1911-2006, premio Nobel nel 1988) pubblicò ليالي ألف ليلة (Layālī alf laylah) nel 1982. La traduzione italiana è di Valentina Colombo, per l’editore Feltrinelli, e risale al 1997. Le parole di Pier Paolo Pasolini sono tratte da Nico Naldini, Pasolini, una vita, Einaudi 1989. Pasolini è citato anche da Robert Irwin nel suo The Arabian Nights. A companion (2004), uscito in italiano nel 2009 per Donzelli con il titolo La favolosa storia delle Mille e una notte (traduzione di Fulvia De Luca).

PPPS: Torno ogni mese alla piazzetta anonima tra via Raggi e via Borromini, a Bellinzona (nella Svizzera italiana). Ecco le altre puntate: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre.

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L’ultima tigre

Mi ha punto una zanzara. Un giorno di fine settembre, a Bellinzona, su una panchina nell’anonima piazzetta tra via Raggi e via Borromini, sono stato aggredito senza pietà da una Aedes albopictus, meglio conosciuta come zanzara tigre. A Bellinzona, capite? A circa 46 gradi di latitudine nord e 9 gradi di longitudine est. A poco più di duecento metri sul livello del mare e con una temperatura di venti gradi. Altre zanzare in giro, a Bellinzona, non se ne vedono. Sono tutte morte, oppure sono piombate nella diapausa invernale, cioè stanno dormendo serenamente nel tepore di un sottovaso, di un garage o di un albero cavo. Ma la mia zanzara invece no. Lei è una guerriera, una che resiste: disprezza da lontano la viltà delle sorelle, ignora i segnali dell’autunno, se ne infischia del freddo e delle prime foglie ingiallite. Magari non ha nemmeno sete di sangue, ma il suo onore di tigre solitaria esige che vada a caccia e che conficchi il rostro nel mio avambraccio, pronta a morire come muoiono gli eroi. In realtà poi è sopravvissuta: appena mi sono accorto dell’assalto, ha fatto perdere le sue tracce (avrà pensato che sì, va bene morire come un eroe, ma senza fretta).
Eccomi dunque con la mia lesione pomfoide pruriginosa, mentre intorno – ignari della tigre che prepara l’agguato – i frequentatori della piazzetta passano il pomeriggio nelle solite attività: pettegolezzi, birra, whatsapp. Gli sventurati non sanno che, come informa in un documento il Gruppo cantonale di Lavoro Zanzare, la belva sosta frequentemente sugli indumenti, rimanendo silente a lungo. Ma forse siamo fortunati, forse la Sanguinaria si è spinta verso altri territori di caccia. Dicono che si sposti poco – circa 100 metri all’anno – ma potrebbe aver usufruito di un passaggio: la zanzara tigre, infatti, entra facilmente in un qualsiasi mezzo di trasporto (automobile, camion, ecc.) inseguendo la sua preda (uomo).
Oggi sembra che io sia l’unico esemplare della sua preda (uomo) ad aver subito il prelievo di sangue. Mi gratto l’avambraccio e apro il libro che ho portato con me: Filippo Strumia, Marciapiede con vista (Einaudi 2016). Il titolo si addice alla situazione, perché dalla mia panchina il panorama è interessante: il va e vieni di pensionati e adolescenti, l’arrivo e la partenza degli autobus, la vita minima di un quartiere periferico. Qualcosa accade qui e ora, qualcosa che sembra niente ma che invece è un momento irripetibile nel tempo. In due versi fulminei, Strumia annota: Non posso dire adesso / senza averne nostalgia. Mi accorgo che la mia nostalgia non è tanto perché l’istante fugge, quanto perché intuisco di non appartenere al mondo in cui mi trovo. Il gruppo dei pensionati discute di calcio, un uomo di mezza età mette due lattine di birra nella fontana. Quattro ragazzi, due maschi e due femmine, si siedono nella panchina accanto alla mia. Poi una delle ragazze riceve un messaggio che la manda in agitazione, tanto che trascina l’amica dalla parte opposta della piazza, per un consulto. I due maschi non fanno commenti e fumano in silenzio. Quando le ragazze tornano, una sta dicendo all’altra: Ma se lui vede che hai letto e tu non rispondi, poi pensa che sei d’accordo! Oh, esclama l’amica. E allora che cosa faccio?
Che cosa faccio? È la domanda che mi pongo anch’io. I ragazzi, l’uomo con la birra, una famiglia in bicicletta, i pensionati che sanno tutto di tutti, ognuno qui ha un ruolo, ognuno vive il pomeriggio di festa con pienezza di azione e di pensiero. Invece io mi limito a guardare gli altri e a chiedermi lo scopo di questi andirivieni domenicali, di queste partite di calcio, di questi messaggi con o senza risposta. Certo, prendo appunti sul mio taccuino. E tornano a cadere / parole dalle cose, / e cosa fare di questo / stare qui è la domanda / da dimenticare. Purtroppo non sono mai riuscito a dimenticare una domanda. Se nei mesi scorsi ogni tanto mi è parso di partecipare alla vita della piazzetta, oggi percepisco la mia estraneità: sono arrivato, ho letto il mio libro, non ho parlato con nessuno.
L’uomo con la birra ha scovato una stazione radiofonica sul cellulare. Il miagolio della musica nasconde le parole dei pensionati, prima di venire a sua volta coperto da un gruppo di motociclisti. Mi alzo e mi avvicino alla fontana, concentrandomi sul fruscio dell’acqua. Fra poco me ne andrò, con la consapevolezza di essere irrimediabilmente straniero, anche qui, in una piazza della mia città. L’essere vivente al quale più mi sono avvicinato è quell’estremo esemplare di Aedes albopictus (anzi, si è avvicinata lei). C’è una lirica di Strumia che sembra scritta apposta: L’autobus ritarda, / sei nel luogo dove stare. / Guarda la zanzara, / chiedile un parere, / ragiona sui lampioni / con i pipistrelli. Non ho conversato con la Sanguinaria, mentre per i pipistrelli mi sembra troppo presto. Taglio attraverso l’aiuola, ancora sfolgorante di colori, e me ne torno a casa.


Investigando marciapiedi, lampioni, panchine e tombini, Strumia esprime in parte questa sensazione di lontananza dal mondo, di solitudine. Chiudi tutto e vai a zonzo. / Soffrire di pensieri / è difetto di presenza. / Per sapere d’esser qui / serve un ragno, / un disegno col gessetto / cancellato per metà, / forse un pezzo di pneumatico / scoppiato, / un randagio che ha lo sguardo / dei tuoi occhi. Mi pare che le parole difetto di presenza dicano bene il mio essere escluso. Naturalmente ho persone che mi sono accanto ma qualche volta, come un randagio, mi taglio fuori da ogni forma di vicinanza. E se scrivo, quando scrivo, è anche per ritrovare una forma di contatto.
Lungo la strada, passo accanto a un bidone per la spazzatura su cui campeggia un annuncio a lettere cubitali: ESTRANEI CHE GETTANO SACCHI NON UFFICIALI VENGONO DENUNCIATI. Mi fermo a guardare. Trovo significativo che non venga punita soltanto l’infrazione (gettano sacchi non ufficiali), ma anche il fatto che sia perpetrata da estranei. Inoltre, punita da chi? Non è precisato, e perciò la minaccia suona ancora più fosca: vengono denunciati, senza complemento d’agente. Non ho la minima intenzione di gettare sacchi nel bidone (soprattutto sacchi non ufficiali), ma in qualche modo mi sembra che l’avviso voglia mettere in guardia anche me: attento, resti comunque un estraneo. Un randagio. Uno che viene da fuori. Ma sta’ tranquillo che noi ti teniamo d’occhio.

PS: Per leggere gli altri articoli sulla piazzetta, potete aprire la categoria “Piazzetta 2017” oppure cliccare qui: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto.

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E toseed tumasăd-t

Tra i Tuareg del Niger ogni ragazzo, al momento della pubertà, deve dimostrare il suo valore affrontando il rischio della solitudine nel deserto. Il giovane si allontana da solo, in groppa al suo cammello, per seguire le tracce di un altro cammello che è stato appositamente liberato tre giorni prima. Il suo compito è seguirne le tracce, ritrovarlo e riportarlo all’accampamento. La seconda parte della prova è ancora più difficile. Prima di potere indossare il turbante che vela il viso, segno di maturità, il ragazzo dovrà passare sette giorni da solo chiuso in una tenda. Per conto mio, credo che non riuscirei a ritrovare un cammello nel deserto; ma ho dei dubbi anche sulla mia capacità di affrontare l’isolamento della tenda.
I Tuareg conoscono tutti i pericoli della solitudine. Per la prima volta, da quando una volta al mese torno alla mia anonima piazzetta, anch’io percepisco la minaccia dell’abbandono, la violenza della vita che brucia ogni cosa, come una tempesta di sabbia, e che si lascia indietro i suoi relitti. Non è un giorno afoso, ma il sole picchia. La fontana, al centro della piazza, è un’offerta di refrigerio. Si avvicinano vecchi che inumidiscono un fazzoletto e se lo portano alle labbra, ragazze che riempiono bottiglie di plastica, un cagnolino che ficca il muso nel canaletto di scolo. Mi siedo nella parte in ombra dell’unica panchina libera. Scatto due fotografie con il telefono, prendo un appunto sul taccuino e poi sfoglio il libro che mi sono portato dietro: Barbara Fiore, Tuareg (Quodlibet 2011).
Anche la piazzetta è un deserto. Forse non nell’accezione comune, ma di sicuro in senso etimologico: il latino deserere significa “abbandonare” (composto da de + serere, ‘legare’). L’umanità che approda qui in un pomeriggio d’agosto è per certi versi derelitta: pensionati con i calzoni lunghi e un cappello a proteggere la pelle bianca; un uomo in canottiera, seduto su una panchina esposta al sole; un ubriacone che tiene le birre al fresco nella fontana; una ragazzina magrissima che si siede, guarda a lungo il telefono e poi se ne va. Anch’io, con il mio libro e il mio taccuino, sento che i nodi si stanno sciogliendo e che dentro di me qualcosa rimane allo scoperto, sotto un sole che non perdona.
Un autobus rallenta davanti alla fermata, dove non aspetta nessuno. Nell’aria spiccano i colori delle aiuole e il verde profondo degli alberi. A qualche centinaio di metri c’è un Mc Donald’s, da cui giungono zaffate di odori: olio fritto, carne, insieme a qualcosa di dolciastro e imprecisato, a metà fra il ketchup e la ciambella glassata. Il perimetro rotondo della piazzetta aumenta l’impressione di essere fuori dal tempo. Ogni gesto pare una replica. Un bambino incespica verso la fontana, passa un uomo in bicicletta, i vecchietti si alzano e si siedono a turno sulla loro panchina, come se eseguissero movimenti stabiliti in precedenza: le prove generali di uno spettacolo destinato a non andare mai in scena.
Giorno dopo giorno l’estate si trascina in questo frammento di deserto, in cui ognuno fa quello che può per sopravvivere. Le lunghe ore luminose portano verso una serata calda, infinita, e domani tutto ricomincerà. Qualche vecchietto non sarà al suo posto, ma ne arriveranno altri, insieme ad altri ubriaconi, altri cani ansimanti, altre signore in abito lungo color fucsia. Qualcuno si accorgerà della differenza? Chi tiene nota di chi viene e di chi va? Dove si deposita questa vita minuscola, fatta di attese, di chiacchiere, di sguardi persi nel vuoto?
I pensionati stanno parlando di donne. Uno di loro esprime l’opinione che siano figlie del diavolo. Racconta una vicenda intricata di un suo conoscente, più volte divorziato e ora sposato con una brasiliana di trent’anni più giovane. Le donne sono più furbe degli uomini, esclama, ma io sono più furbo di loro: da cinquant’anni me le giro e rigiro! Alla sua destra, un uomo più anziano e più pallido si limita a guardarlo con la coda dell’occhio, sotto il suo cappello, e mormora a fior di labbra: Come no. Anche i pettegolezzi, tra il fruscio del traffico e quello della fontana, sembrano appartenere a un mondo remoto, fuori dal confine circolare.
Lîtni ägg Äouenzeg, un cantore tuareg nato nel 1856, compose nel 1886 un poema per un’amica che abitava nella valle d’Âoulien. Dalla lontananza di questa valle, mentre cavalca un cammello bianco, immagina di sentire il tormento dell’amore che cala su di lui e che lo consuma, bruciante come il vento d’estate. Nella piazzetta invece il vento porta odore di patatine fritte; e perciò, forse, questo deserto è ancora più insidioso. Ma come ogni deserto, potrebbe rivelare anche una promessa. Se uno sa resistere alle banalità sulle donne, alla crudeltà del tempo, all’angoscia della solitudine, forse alla fine otterrà – se non di essere più felice – almeno di conoscere meglio sé stesso.
Nel mio taccuino ho copiato un proverbio tuareg, scritto con i caratteri tifinagh (un antico alfabeto geometrico, usato da migliaia di anni dalle popolazioni nomadi). Provo lentamente a tracciarlo anche sul legno della panchina. Si pronuncia in questo modo: E toseed tumasăd-t. Significa: Diventa il luogo in cui sei arrivato. Ecco, per sopravvivere al deserto, forse bisogna essere parte del deserto, assecondarne i ritmi, la lentezza. Nel mio piccolo, provo a diventare parte di questa piazzetta fuori dal mondo. E provo a resistere.

PS: Le informazioni sulle prove dei giovani tuareg provengono dal libro di Barbara Fiori che ho citato sopra. Il canto di Lîtni ägg Äouenzeg è tratto da Chants touaregs recueillis et traduits par Charles de Foucauld (Albin Michel 1997; in origine pubblicati da Charles de Foucauld in due tomi, con il titolo Poésies touarègues, nel 1925 e nel 1930). Il proverbio è tratto da Mohamad Ag Erless, Provèrbes et dictons touaregs (Géorama 2014). In realtà i caratteri tifinagh non prevedevano l’uso di vocali, ma oggi si tende a introdurle perché l’alfabeto possa venire impiegato con più scioltezza. Su questo argomento, consiglio di leggere Dominique Casajus, L’alphabet touareg. Historie d’un vieil alphabet africain (CNRS 2015).

PPS: La piazzetta si trova a Bellinzona, nel Canton Ticino (Svizzera), tra via Raggi e via Borromini, dietro la fermata dell’’autobus “Semine”. Per leggere le altre puntate della serie, potete andare in alto a destra (“Piazzetta 2017”, sotto “Categorie”). Oppure, cliccate qui: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio.

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Oettinger

L’uomo con la camicia variopinta se ne sta da solo. Intorno a lui, nella piazzetta senza nome a sud di Bellinzona, si formano crocchi, si scambiano pareri sull’imminente temporale. L’uomo con la camicia variopinta ogni tanto si avvicina a un gruppo, ma senza interloquire con nessuno. Ha un paio di occhiali scuri e i capelli lisciati indietro con il gel. In mano stringe una lattina da mezzo litro di birra Oettinger. Quando arrivo alla piazzetta, all’incrocio tra via Raggi e via Borromini, noto che c’è fermento. Pare che pochi minuti prima un ubriaco abbia dato in escandescenze alla fermata dell’autobus. Il conducente l’ha tenuto a bada come poteva, poi l’ubriaco si è disteso sulla strada. Mentre i vecchietti sulla panchina commentano l’accaduto, passa un’ambulanza con le sirene spiegate. Dove lo porteranno?, domanda uno. Lo fanno dormire, assicura quello seduto al centro della panchina, lo fanno dormire finché starà bene. Un terzo è scettico: Con questo caldo? Ma quello seduto al centro assicura che dove lo porteranno ci sarà l’aria condizionata.
Nel frattempo l’uomo con la camicia variopinta si accosta alla fontana e si lava le mani, fissando nel vuoto. I pensionati continuano a chiacchierare. Uno di loro indossa una maglietta rossa con la scritta Giovane da cent’anni. Quello al centro della panchina, che sembra il più anziano, fa una battuta. Un vecchietto magro, a torso nudo, scoppia a ridere e picchia il piede per terra. Parole sante, ripete, parole sante.
Mi siedo sulla mia solita panchina e apro un libro che mi hanno regalato qualche tempo fa: Tom Chatfield, Come sopravvivere nell’era digitale (Guanda 2013). Non so se considerare il dono un’implicita esortazione a imparare come funzionano le nuove tecnologie (o almeno a sbarcare su WhatsApp o Instagram). La natura della tecnologia digitale – spiega l’autore nell’introduzione – è proteiforme quanto la nostra e può assumere molti ruoli nella nostra vita: un aiuto, un amico, un seduttore, un conforto, una prigione. In ultima analisi, però, tutti i suoi mutevoli schemi sono anche specchi in cui abbiamo l’opportunità di vedere noi stessi e gli altri come mai prima d’ora. Mi stupisce che manchi un paragone che mi pare evidente: la realtà digitale può essere anche una piazza, dove parlare con amici e sconosciuti o dove rimanere in disparte con in mano una Oettinger. Mi sembra un po’ esagerato il come mai prima d’ora; in fondo anche la mia piazzetta, nel suo piccolo, consente di vedere noi stessi e gli altri. Ma è chiaro che l’immensità del fenomeno può far girare la testa: Ormai ci sono più pagine sul web, annota Chatfield, che stelle nella nostra galassia. Capisco che l’autore lo definisca un gorgo vertiginoso, e a volte profondamente inquietante. Ma lo stesso si potrebbe dire di me o di qualunque altra persona che in questo pomeriggio di luglio si trova qui, intorno a questa fontana a forma di barile. Se la tecnologia è inquietante, lo è nella misura in cui gli esseri umani sono e resteranno sempre creature enigmatiche.
Sarà per il caldo, sarà per il nervosismo dovuto all’episodio dell’ubriaco, ma fra due vecchietti scoppia una lite. I toni si fanno roventi. Uno minaccia di andare a casa e di tornare con un coltello, l’altro gli risponde che in cantina conserva il fucile militare con dodici colpi. Il primo se ne va, furibondo. L’altro resta per qualche minuto, ma è di malumore. Alla fine salta sul suo motorino e si allontana, pronunciando a mezza voce un saluto collettivo al quale non risponde nessuno. Dall’altra parte ci sono tre persone che s’ignorano a vicenda: il primo sta in piedi, con la borsa a tracolla; il secondo siede con le gambe accavallate; il terzo, all’angolo della panchina, fin dal mio arrivo sta scrutando lo schermo del cellulare, senza mai alzare gli occhi. Fra di loro passa come uno spettro l’uomo con la camicia variopinta. Raggiunge una panchina vuota, si siede, allunga un braccio sullo schienale e si accende una sigaretta.
Oltre la metà degli abitanti della Terra sono contattabili dal resto del mondo, in maniera quasi permanente, attraverso qualche forma di connessione digitale “live”. Penso per contrasto alle forme di comunicazione più antiche e indecifrabili. Le scritte sulla panchina di legno (incise da chi, rivolte a chi, lette da chi?); il cicaleccio dei pensionati, memoria storica ma labile di un quartiere periferico; l’andirivieni delle formiche sulla corteccia degli alberi. Annoto sul taccuino le parole dei vecchietti e i segni sulla panchina. Poi provo a scattare una fotografia della corteccia ma, sebbene ci sia un gran viavai, nell’immagine mi sembra di non scorgere nemmeno una singola formica.
Una donna cammina lentamente, carica di borse della spesa. Nel cielo si addensano nuvoloni scuri e uno dei pensionati si rallegra di non essere venuto in bicicletta. Quello seduto al centro è scettico: Anche ieri doveva venire il temporale e poi non è venuto. Le nuvole creano una cappa, non si respira. Per l’uva, dice quello seduto a sinistra, questo caldo qui ci vorrebbe a settembre, mica adesso. Intanto, l’uomo con la camicia variopinta ha finito la sua birra e si è spostato accanto a me. A lungo osserva le automobili che passano lungo la via, mentre io torno a leggere. Eppure, è chiaro più che mai che nella nostra vita abbiamo bisogno anche di un po’ di tempo per pensare senza distrazioni, interruzioni o reazioni immediate, sia pure da parte delle persone di cui ci importa di più. Sono già le sei. È sempre più caldo. Guardo la fontana e poi in alto, verso le nuvole. Penso che in fin dei conti potrei andare anch’io a comprarmi una lattina di Oettinger, prima del temporale.

PS: Ogni mese torno nell’anonima piazzetta. Mi siedo, osservo, ascolto. Poi cerco di annotare tutto quello che succede. Nella sezione “Categorie” (in alto a destra) c’è la dicitura “Piazzetta 2017”; cliccando, potete trovare le puntate precedenti. Oppure, eccole qui: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno.

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Piazzetta tropicale

Ormai è quasi un richiamo istintivo: verso la fine del mese, qualcosa mi attira verso l’anonima piazzetta rotonda che ho trasformato in un mandala, in un micro-territorio di esplorazione. Con il passare del tempo mi accorgo che non si tratta solo di un esercizio di pazienza o di scrittura, quanto di un allenamento nell’arte dell’attenzione. Tutto è minuscolo, non si verificano grandi eventi. Solo una manciata di chiacchiere, qualche screzio fra innamorati o fra bevitori di birra, grida e giochi di bambini, un eterno pigolio di passerotti. Eppure, in qualche modo bizzarro, questi fatti impercettibili sono l’ossatura della quotidianità, della vita implacabile che ci attraversa e ci consuma in ogni istante.
È un pomeriggio soffocante. L’estate arroventa l’asfalto e Bellinzona sembra una città fantasma. Passano due ragazzi a torso nudo, poi un vecchio che si copre la testa con un giornale. Su una bicicletta elettrica sfreccia una ragazza bionda, veloce, ventilata, come un miraggio. Mi avvicino alla fermata dell’autobus. Mi accorgo che hanno tolto tutti i manifesti e i volantini, o forse il sole li ha bruciati via, così come ha bruciato l’erba di una delle aiuole. Nell’altra invece i fiori crescono rigogliosi: il viola e il verde si mescolano al giallo dell’autopostale e restituiscono un soffio di vita a quest’ora esausta.
Avvicinandomi, scorgo da dietro le quattro teste dei vecchietti in fila sulla panchina, come sentinelle che non abbandonano il forte. I quattro stanno parlando di due argomenti, che s’intrecciano in maniera apparentemente casuale: 1) L’arte d’imboscarsi sul lavoro nei mesi estivi, con un catalogo di fannulloni storici paragonati ai fannulloni di oggi, che al confronto sono pallidi tentativi di emulazione; 2) il clima torrido: secondo i meteorologi sopra la città c’è (ma il vecchietto usa il verbo staziona) un anticiclone che viene dai mari del sud e che suscita (il vecchietto dice determina) un clima tropicale.
Mi sono portato nella borsa vari libri, per affidarmi poi all’ispirazione del momento. Dopo aver sentito i vecchietti, estraggo L’uomo dei Caraibi (edizioni Cepim 1977): la speranza è che le tavole di Hugo Pratt mi aiutino a percepire l’atmosfera tropicale della piazzetta. Naturalmente, manca la vastità dell’oceano; in compenso, c’è la vasca circolare nella quale si bagnano i passeri e i merli. Ai bordi della piazza approda un uomo scarmigliato, con in mano una lattina di birra. Viene raggiunto da un conoscente. I due discutono a lungo della possibilità di acquistare dei francobolli alla Posta, che dista poco più di cento metri. Alla fine decidono che fa troppo caldo, e si abbandonano alla dolce immobilità caraibica, interrotta appena dal suono lancinante di un motorino che s’immette rumorosamente nella via principale (i vecchietti scuotono il capo; uno, con l’aria di chi se ne intende, spiega che il motore è di sicuro truccato).
Due bambini, muniti di una bottiglia di plastica, s’ingegnano per arrampicarsi: Ti faccio scaletta, dice il più grande. Vogliono arrivare al rubinetto e riempire la bottiglia. L’operazione è complessa e richiede più di un tentativo. Nel frattempo gli uccelli, scacciati dalla loro vasca da bagno con idromassaggio, protestano a gran voce. Il sole gira intorno alla piazza, una panchina resta scoperta, un’altra viene protetta dall’ombra (quella dei vecchietti è sempre all’ombra, per una sorta di diritto meteorologico acquisito).
Leggendo Pratt immagino il suono delle onde del mare, i lunghi viaggi, le attese infinite. Se chiudo gli occhi, sento invece l’intersezione tra i mondi sonori della piazzetta: il festival degli uccelli, le parole dei pensionati in fila sulla panchina, il ringhio dei motorini e il lento sbuffare dell’autobus. Il mese scorso ho provato a partecipare anch’io, imitando il canto di una cinciallegra. Stavolta invece mi limito a fare da comparsa, appoggiandomi allo schienale della panchina, allungando le gambe, lasciandomi avvolgere dal caldo, dalle chiacchiere, dagli uccelli, dall’acqua, dall’enormità di questo piccolo frammento tropicale made in Switzerland.

PS: Per chi si fosse perso qualche puntata, sono già stato alla piazzetta (che si trova tra via Raggi e via Borromini, dietro la fermata dell’autobus “Semine”) in gennaio, febbraio, marzo, aprile e maggio.

PPS: E per chi non potesse passare di persona, ecco trenta secondi di piazzetta…

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