Terrain vague

Ogni tanto qualcuno mi chiede: ma che cosa significa “scrittura creativa”? E tutti questi corsi, queste scuole, a che cosa servono? Spesso la domanda mi coglie impreparato e finisco per dare una risposta più teorica di quanto vorrei. Certo, ogni forma di scrittura in fondo è “creativa”, perciò il termine può sembrare quasi assurdo. Per giunta la pretesa d’insegnare un’attività artistica ha dei limiti evidenti: la tecnica può spingersi fino a un certo punto, ma poi la scrittura – come la musica, la pittura, il cinema – richiede un cammino di ricerca personale, allo scopo di favorire la maturazione negli anni di una propria voce, di un proprio stile.
In realtà non si tratta per me di un problema teorico, ma di un mestiere concreto. Da anni tengo laboratori nei licei o in altri contesti didattici, fra cui la Scuola Flannery O’Connor di Milano e la Scuola Yanez, che opera fra Italia e Svizzera. Con quale spirito, dunque, affronto il lavoro sui testi? Ci pensavo oggi mentre, fermo al semaforo, lasciavo che lo sguardo si perdesse in un terrain vague di fianco alla strada. È una fetta di prato incolto, con qualche vecchio albero da frutto e il ricordo di un sentiero nell’erba alta. Mi sono accorto di due cose. Primo, lasciare che gli occhi divaghino in quello spazio è per me un’abitudine, anche se finora l’avevo sempre fatto senza consapevolezza. Secondo, ho notato che il prato sta per andarsene. Sul terreno infatti sono comparse quelle che in Svizzera si chiamano modine: sono pali di legno o di metallo che, prima dell’avvio di un cantiere, disegnano nell’aria la forma che occuperà il futuro edificio.
Il terreno dunque è ancora incolto, ma ci vuole poco a immaginare il grande caseggiato che lo sostituirà. Comprendo che ciò significherà appartamenti, negozi, opportunità economiche. Ma è più forte di me: amo i terrains vagues e mi rattristo ogni volta che ne scompare uno. In italiano si chiamano spazi residuali, in inglese vacant land. Sono definiti dall’assenza, dalla mancanza di una funzione utile. Un terrain vague è un vuoto, un pezzo di natura dimenticato dentro la città, una svista geografica. La particolarità di questi frammenti è quella di avere un loro tempo, un loro ritmo segreto che non sempre si accorda a quello del contorno urbano. Ecco perché i terrains vagues mi fanno pensare alla “scrittura creativa”. Per me un laboratorio non ha solo lo scopo di aiutare uno scrittore a trovare la sua voce, né quello di fornire mezzi tecnici a chi voglia affinare gli strumenti del mestiere. I laboratori servono anche a controbilanciare un aspetto fondamentale della scrittura: la solitudine. È giusto che un autore conosca la solitudine, ma senza esagerare (altrimenti si rischia l’isolamento). È giusto che chi lavora con le parole approfondisca il valore del silenzio, ma sempre senza esagerare (altrimenti si rischia l’aridità). Nel laboratorio si approfondisce l’amore per la letteratura, come lettori prima che come autori. Il fatto di condividere un’esperienza non rende meno acuminato e solitario il lavoro di chi scrive, ma permette d’interrogarsi e di cogliere altri punti di vista.
La scrittura è come un terrain vague nel tessuto della quotidianità, uno spazio imprevisto, non riducibile a uno scopo immediato. Quando tengo un laboratorio, mi capita di avere intorno persone dai quindici agli ottant’anni (e anche oltre…), che fanno i mestieri più disparati e che vogliono scrivere per i motivi più differenti. Qualcuno vuole costruire racconti o romanzi, qualcun altro vuole raccontare di sé o tenere traccia dei suoi viaggi, altri ancora vogliono diventare lettori più attenti provando il gesto della scrittura. È come dedicarsi a uno strumento musicale: non tutti imparano a suonare il pianoforte per poi incidere un disco; spesso c’è soprattutto il desiderio di conoscere un nuovo tipo di linguaggio. Alla fine l’avvocato o il meccanico che frequenta un laboratorio non diventerà magari uno scrittore, ma è possibile (e auspicabile) che la passione per la letteratura lo aiuti a diventare un avvocato o un meccanico migliore.
Del resto anch’io prendo una lezione di saxofono una volta alla settimana, ma non ho certo intenzione di suonare in pubblico. Semplicemente, a volte uno sente l’esigenza di trovare un terrain vague. Allora occorre parcheggiare la macchina, allontanarsi dal traffico e oltrepassare il cancello chiuso.
Così ho fatto oggi. Ho scavalcato il recinto, ho superato una macchia di bambù e mi sono inoltrato nel vuoto. Le modine, da vicino, parevano dei totem. In mezzo al prato – benché si sentissero ancora le automobili – il vento e il fischio di un uccello mi hanno procurato una sensazione di silenzio, di lontananza dal mondo. È proprio a questo altrove, ho pensato, che approda chi si cimenta nella scrittura.


Ho raggiunto un albero da frutto, mi sono arrampicato sui rami più bassi e da lì ho contemplato il terrain vague. Mi sentivo come se guardassi verso il passato. Fra poco non ci saranno più né gli alberi né il vuoto; già ora, in mezzo ai rami, s’infila come un monito l’asta di metallo, a delimitare l’angolo di un muro o il vano di un garage. Passeranno gli anni e forse, in fila al semaforo, arriverò perfino a scordarmi che al posto del caseggiato c’era uno spazio incolto.
Ci sono tuttavia dei terrains vagues che, nella loro provvisorietà, hanno la capacità di restare. La lettura e la scrittura a ben vedere non servono a niente. La vita sembra fatta di cose ben più necessarie e giustificabili: cibo, contratti, amori, palestre, case, affari, figli, aperitivi, amicizie, vacanze… Insomma, perché scavalcare il cancello? Perché camminare nella terra di nessuno? La risposta non può essere teorica. Bisogna proprio andarci e sentire, sotto i nostri passi, il frusciare di quell’erbaccia inutile e preziosa.


PS: Qualche informazione per chi fosse interessato. Le lezioni della Scuola Flannery a Milano sono già in corso; ci si potrà iscrivere nuovamente all’inizio del 2018. La Scuola Yanez invece apre nuovi laboratori per l’autunno-inverno (trovate qui tutti i dettagli).

PPS: Ne approfitto per ringraziare le scuole e le associazioni che negli anni mi hanno chiamato per tenere lezioni o laboratori. Oltre a quelle che ho già menzionato, voglio citare anche Lalineascritta (Napoli). Il laboratorio fondato da Antonella Cilento festeggia i venticinque anni di attività: un traguardo importante e un segno di speranza per chi crede nella letteratura.

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La terrazza a vela

Un passero saltellava tra i merli del castello. / Nel cantiere vicino, una gru girò lentamente / e poi volò via. Quando mi sono imbattuto in questa breve poesia di Bruno Munari, ho sentito distintamente una specie di sssquish… è il suono che fa il mondo di ogni giorno quando, per un istante, un altro mondo si sovrappone, più impalpabile, più strano. È vero che spesso il mondo ci sembra uno, soltanto uno, inesorabilmente. Ma allora com’è possibile che ci siano merli e merli, una gru e un’altra gru?
Un’amica mi ha inviato una vignetta di Schulz in cui Charlie Brown, sentendosi molto giù, chiede alla perfida Lucy – nelle vesti di psichiatra – che cosa si possa fare quando non ci si sente a posto, quando la vita sembra tagliarti fuori. Lucy lo porta in cima alla collina e gli dice: Vedi l’orizzonte laggiù? Vedi quanto è grande questo mondo? Vedi quanto spazio c’è per tutti? Poi, dopo una pausa: Hai mai visto degli altri mondi? No, risponde Charlie Brown. E Lucy: Per quello che ne sai, questo è l’unico mondo che c’è, giusto? Charlie Brown: Giusto. Lucy: Non hai altri mondi in cui vivere… giusto? Charlie Brown: Giusto. Lucy: Sei nato per vivere in questo mondo… giusto? Charlie Brown: Giusto. Allora Lucy grida la sua risposta a squarciagola, come solo lei sa fare, facendo ruzzolare il povero Charlie Brown: BE’, ALLORA VIVICI! Alla fine, da brava psichiatra, Lucy esige da Charlie Brown cinque cents di compenso. Ma ha davvero ragione? Siamo davvero confinati nel mondo che riusciamo ad avvistare dalla collina, per quanto alta sia la nostra personale collina e per quanto poderosa sia la nostra vista?
Ogni atto creativo consiste nella ricerca di un altro mondo. Questo vale per chi racconta una storia, ma anche per chi dipinge, per chi compone una musica, per chi s’impegni in qualsiasi gesto artistico o scientifico (penso ai matematici, agli inventori). Non solo. Credo che la tensione verso altri mondi si manifesti pure in quei momenti in cui il pensiero scava nella profondità della nostra anima, cercando di capire chi siamo, oppure si rivolge con empatia e immaginazione verso gli altri, per comprenderli, per partecipare alla loro vita. Ogni innamoramento è creativo, ed è la ricerca di un altro mondo. Ogni attimo di felicità o di tristezza affina la nostra percezione: ci permette di udire l’eco di uno sssquish e d’intravedere il balenio degli universi che si affollano, invisibili, intorno alla nostra collina.
Certo, questi sbalzi sono pericolosi. Possono suscitare un sentimento di sentirsi-tagliato-fuori, come accade a Charlie Brown; o peggio ancora, possono indurre uno stato di schizofrenia, di alienazione, di depressione. Credo che la saggezza sia trovare l’equilibrio fra il qui e l’altrove, senza cancellare nessuno dei due poli. Non è facile, però. Nel momento in cui avvertiamo gli altri mondi, smettiamo di sentirci al sicuro. A volte per fortuna tutto si risolve con un sorriso, come nella poesia di Bruno Munari. A volte, addirittura, lo sssquish consente di trasformare con la fantasia gli oggetti comuni che abbiamo intorno.
Per esempio, conosco una casa che ha una terrazza di legno proprio davanti alla porta. Per evitare di sedersi a picco sotto il sole, è possibile coprire la terrazza con un telo di colore bianco. Sarà per la posizione, in alto sopra una valle, sarà per i pali che ricordano gli alberi di una barca, sarà per il telo che sembra una vela… insomma, certe volte – in piedi sulla terrazza – ho la sensazione di stare sulla prua di una nave: invece di prati, contemplo oceani. L’effetto aumenta nelle giornate di vento, quando la vela si gonfia e i cavi, tendendosi, emettono lo stesso cigolio che udivano i marinai di Cristoforo Colombo, di Magellano, di Vasco da Gama. Allora, per qualche secondo, mi sembra di sentire muoversi sotto di me le assi di legno, mentre il sole che scintilla sui vetri delle automobili diventa un riflesso di luce sulla cresta delle onde.


Non vorrei ridurre la percezione di un altrove a una sorta di gioco. Ma è vero che, insieme al pericolo dell’alienazione, la creatività (ossia la tensione verso altri mondi) porta con sé un aspetto ludico. Direi che in questo caso la metafora del viaggio funziona bene: viaggiare è svelare altri mondi, anche restando fermi. Diceva la scrittrice Cristina Campo che percepire è riconoscere ciò che soltanto ha valore, ciò che soltanto esiste veramente. E aggiungeva: ma che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?

PS: La poesia di Munari si trova in Verbale scritto (Corraini 2008; prima edizione Il Melangolo 1992). La frase di Campo proviene dal saggio Una rosa, in Gli imperdonabili (Adelphi 2008). La vignetta di Schulz l’ho ricevuta con un messaggio, quindi non saprei indicarne di preciso la fonte (ma di sicuro c’è qualche possibilità di trovarla sfogliando quest’opera in dodici volumi: Charles Schulz, Snoopy e la sua gang. Tutte le strisce dei Peanuts 1960-2000, Mondadori 2007). La canzone di Francesco De Gregori, un buon accompagnamento per ogni tipo di viaggio, è tratta dall’album Viva l’Italia (RCA 1979).

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E toseed tumasăd-t

Tra i Tuareg del Niger ogni ragazzo, al momento della pubertà, deve dimostrare il suo valore affrontando il rischio della solitudine nel deserto. Il giovane si allontana da solo, in groppa al suo cammello, per seguire le tracce di un altro cammello che è stato appositamente liberato tre giorni prima. Il suo compito è seguirne le tracce, ritrovarlo e riportarlo all’accampamento. La seconda parte della prova è ancora più difficile. Prima di potere indossare il turbante che vela il viso, segno di maturità, il ragazzo dovrà passare sette giorni da solo chiuso in una tenda. Per conto mio, credo che non riuscirei a ritrovare un cammello nel deserto; ma ho dei dubbi anche sulla mia capacità di affrontare l’isolamento della tenda.
I Tuareg conoscono tutti i pericoli della solitudine. Per la prima volta, da quando una volta al mese torno alla mia anonima piazzetta, anch’io percepisco la minaccia dell’abbandono, la violenza della vita che brucia ogni cosa, come una tempesta di sabbia, e che si lascia indietro i suoi relitti. Non è un giorno afoso, ma il sole picchia. La fontana, al centro della piazza, è un’offerta di refrigerio. Si avvicinano vecchi che inumidiscono un fazzoletto e se lo portano alle labbra, ragazze che riempiono bottiglie di plastica, un cagnolino che ficca il muso nel canaletto di scolo. Mi siedo nella parte in ombra dell’unica panchina libera. Scatto due fotografie con il telefono, prendo un appunto sul taccuino e poi sfoglio il libro che mi sono portato dietro: Barbara Fiore, Tuareg (Quodlibet 2011).
Anche la piazzetta è un deserto. Forse non nell’accezione comune, ma di sicuro in senso etimologico: il latino deserere significa “abbandonare” (composto da de + serere, ‘legare’). L’umanità che approda qui in un pomeriggio d’agosto è per certi versi derelitta: pensionati con i calzoni lunghi e un cappello a proteggere la pelle bianca; un uomo in canottiera, seduto su una panchina esposta al sole; un ubriacone che tiene le birre al fresco nella fontana; una ragazzina magrissima che si siede, guarda a lungo il telefono e poi se ne va. Anch’io, con il mio libro e il mio taccuino, sento che i nodi si stanno sciogliendo e che dentro di me qualcosa rimane allo scoperto, sotto un sole che non perdona.
Un autobus rallenta davanti alla fermata, dove non aspetta nessuno. Nell’aria spiccano i colori delle aiuole e il verde profondo degli alberi. A qualche centinaio di metri c’è un Mc Donald’s, da cui giungono zaffate di odori: olio fritto, carne, insieme a qualcosa di dolciastro e imprecisato, a metà fra il ketchup e la ciambella glassata. Il perimetro rotondo della piazzetta aumenta l’impressione di essere fuori dal tempo. Ogni gesto pare una replica. Un bambino incespica verso la fontana, passa un uomo in bicicletta, i vecchietti si alzano e si siedono a turno sulla loro panchina, come se eseguissero movimenti stabiliti in precedenza: le prove generali di uno spettacolo destinato a non andare mai in scena.
Giorno dopo giorno l’estate si trascina in questo frammento di deserto, in cui ognuno fa quello che può per sopravvivere. Le lunghe ore luminose portano verso una serata calda, infinita, e domani tutto ricomincerà. Qualche vecchietto non sarà al suo posto, ma ne arriveranno altri, insieme ad altri ubriaconi, altri cani ansimanti, altre signore in abito lungo color fucsia. Qualcuno si accorgerà della differenza? Chi tiene nota di chi viene e di chi va? Dove si deposita questa vita minuscola, fatta di attese, di chiacchiere, di sguardi persi nel vuoto?
I pensionati stanno parlando di donne. Uno di loro esprime l’opinione che siano figlie del diavolo. Racconta una vicenda intricata di un suo conoscente, più volte divorziato e ora sposato con una brasiliana di trent’anni più giovane. Le donne sono più furbe degli uomini, esclama, ma io sono più furbo di loro: da cinquant’anni me le giro e rigiro! Alla sua destra, un uomo più anziano e più pallido si limita a guardarlo con la coda dell’occhio, sotto il suo cappello, e mormora a fior di labbra: Come no. Anche i pettegolezzi, tra il fruscio del traffico e quello della fontana, sembrano appartenere a un mondo remoto, fuori dal confine circolare.
Lîtni ägg Äouenzeg, un cantore tuareg nato nel 1856, compose nel 1886 un poema per un’amica che abitava nella valle d’Âoulien. Dalla lontananza di questa valle, mentre cavalca un cammello bianco, immagina di sentire il tormento dell’amore che cala su di lui e che lo consuma, bruciante come il vento d’estate. Nella piazzetta invece il vento porta odore di patatine fritte; e perciò, forse, questo deserto è ancora più insidioso. Ma come ogni deserto, potrebbe rivelare anche una promessa. Se uno sa resistere alle banalità sulle donne, alla crudeltà del tempo, all’angoscia della solitudine, forse alla fine otterrà – se non di essere più felice – almeno di conoscere meglio sé stesso.
Nel mio taccuino ho copiato un proverbio tuareg, scritto con i caratteri tifinagh (un antico alfabeto geometrico, usato da migliaia di anni dalle popolazioni nomadi). Provo lentamente a tracciarlo anche sul legno della panchina. Si pronuncia in questo modo: E toseed tumasăd-t. Significa: Diventa il luogo in cui sei arrivato. Ecco, per sopravvivere al deserto, forse bisogna essere parte del deserto, assecondarne i ritmi, la lentezza. Nel mio piccolo, provo a diventare parte di questa piazzetta fuori dal mondo. E provo a resistere.

PS: Le informazioni sulle prove dei giovani tuareg provengono dal libro di Barbara Fiori che ho citato sopra. Il canto di Lîtni ägg Äouenzeg è tratto da Chants touaregs recueillis et traduits par Charles de Foucauld (Albin Michel 1997; in origine pubblicati da Charles de Foucauld in due tomi, con il titolo Poésies touarègues, nel 1925 e nel 1930). Il proverbio è tratto da Mohamad Ag Erless, Provèrbes et dictons touaregs (Géorama 2014). In realtà i caratteri tifinagh non prevedevano l’uso di vocali, ma oggi si tende a introdurle perché l’alfabeto possa venire impiegato con più scioltezza. Su questo argomento, consiglio di leggere Dominique Casajus, L’alphabet touareg. Historie d’un vieil alphabet africain (CNRS 2015).

PPS: La piazzetta si trova a Bellinzona, nel Canton Ticino (Svizzera), tra via Raggi e via Borromini, dietro la fermata dell’’autobus “Semine”. Per leggere le altre puntate della serie, potete andare in alto a destra (“Piazzetta 2017”, sotto “Categorie”). Oppure, cliccate qui: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio.

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Appunti sui falò (e la luna)

Nei giorni scorsi mi è capitato di trovarmi davanti a un falò sotto la luna. Tutto era com’è da sempre, fin dalla preistoria. Il buio dei prati e dei boschi, il profilo severo delle montagne. Ombre di uomini. Crepitio di fiamme. Voci di bambini spaventati. E insieme tutto era nuovo: telefoni protesi a filmare lo spettacolo, automobili parcheggiate lungo la strada, famiglie di villeggianti salite a prendere il fresco fra una vacanza al mare e il ritorno al lavoro nelle città riarse.
Dopo aver scattato anch’io la mia brava foto, ho ripensato a La luna e i falò, il romanzo scritto da Cesare Pavese tra il 18 settembre e il 9 novembre 1949 (e pubblicato da Einaudi nell’aprile del 1950). A un certo punto il protagonista, tornato dall’America nelle Langhe del Piemonte, discute della luna e dei falò con l’amico d’infanzia rimasto al paese. Nuto, l’amico, non ha dubbi: i falò svegliano la terra, e anche nella luna bisogna crederci per forza. Piano piano anche il protagonista comincia a sentire il richiamo delle origini. “Io sono scemo, dicevo, da vent’anni me ne sto via e questi paesi mi aspettano”. […] Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m’ero accorto, che non sapevo più di saperla.
Il senso ultimo della luna e dei falò rimane nascosto sia ai personaggi, sia ai lettori. È una conoscenza arcana, che non si può razionalizzare. Per il protagonista è qualcosa che bisogna avere nel sangue: che cos’è questa valle per una famiglia che venga dal mare, che non sappia niente della luna e dei falò? Bisogna averci fatto le ossa, averla nelle ossa come il vino e la polenta, allora la conosci senza bisogno di parlarne, e tutto quello che per tanti anni ti sei portato dentro senza saperlo si sveglia adesso al tintinnio di una martinicca, al colpo di coda di un bue, al gusto di una minestra, a una voce che senti sulla piazza di notte.
Qual è allora il significato del mio falò? Qualcuno dice: serve a celebrare la Festa nazionale svizzera. Ma questo è solo un pretesto. E quel tizio che si affaccenda a sparare verso il cielo dei piccoli razzi, che fanno un gran botto e sparpagliano qualche scintilla, suscitando lamenti di cani e bambini? Quali sono le radici del suo gesto, che cosa lo induce a trafficare con il fuoco? Anche in questo caso, la parola “festeggiamenti” è una spiegazione vaga. La verità è che la civiltà umana è basata sulla combustione. Lo spiega bene l’autore tedesco Winfried Georg Sebald.
La carbonizzazione delle specie vegetali superiori, la combustione incessante di tutte le sostanze combustibili è ciò che dà impulso alla nostra espansione sulla Terra. Dalla prima torcia a vento sino alle lanterne a riflettore del Settecento e dalla luce di quelle lanterne sino al pallido scintillio delle lampade ad arco sulle autostrade del Belgio, tutto è combustione, e la combustione è il principio intrinseco di qualsiasi oggetto da noi prodotto. La fabbricazione di un amo, la fattura di una tazza di porcellana e la produzione di un programma televisivo si basano, in ultima analisi, su un eguale processo di combustione. Le macchine da noi ideate hanno, al pari dei nostri corpi e del nostro anelito, un cuore che brucia lentamente. L’intera civiltà umana non è stata altro, sin dall’inizio, che un ardere senza fiamma, d’ora in ora più intenso, di cui nessuno sa quanto potrà crescere e quando comincerà a declinare. Per il momento le nostre città continuano a essere illuminate, i fuochi vanno ancora estendendosi.
Inevitabilmente, in un futuro più o meno lontano, tornerà il buio. Allora il senso dei falò, pur rimanendo difficile da cogliere, si farà più urgente, più drammatico nel suo voler lasciare un segno. L’umanità da sempre lotta contro l’oscurità, con ogni mezzo. Fra l’altro, anche ciò che sto scrivendo è legato a una sorta di combustione: non solo quella che manda avanti il mio cuore e il mio cervello, ma soprattutto quella che permette l’esistenza del mio computer. Del resto, senza combustione voi non potreste leggere: la mia luna e il mio falò sarebbero rimasti chiusi dentro di me.
Finora mi sono soffermato sulla luce di fattura umana – il falò – senza parlare della luna, cioè del chiarore che resterà (almeno per un po’) anche quando le nostre città si spegneranno. Ma che si può dire della luna? Quella domanda sospesa sulle montagne, attraversata da lembi di nuvole, è nuova stanotte come lo era un milione e mezzo di anni fa, quando l’Homo erectus accendeva i primi fuochi. Magari è proprio la luna, con il suo enigma, con il suo cerchio perfetto, ad aver suscitato negli esseri umani il desiderio di sapere. I falò preistorici, insieme al bisogno di luce e di calore, esprimevano forse una risposta allo sguardo di quell’insondabile pupilla.
È così, per trattenere la luce o per cercarla, che nascono le opere d’arte. Bruciano nei millenni sempre diversi falò, sotto la stessa luna, e nascono musiche, racconti, poesie, dipinti, sculture. In questi giorni, nella Svizzera italiana è in corso il Locarno Festival. Mentre il mio falò si spegneva, aiutato da un improvviso acquazzone, riflettevo sulla combustione che si cela dietro i film, i riflettori, gli aperitivi, i giornalisti. In fondo non è poi tanto diversa dalla combustione che tra il 25 e il 20.000 avanti Cristo, nella grotta pirenaica di Pech-Merle, permise a sconosciuti pittori di fissare con linee e punti, prodigiosamente, l’aspetto di mammut, cavalli, bisonti, felini, orsi e cervi giganti.

PS: Le parole di Sebald provengono dal volume Die Ringe des Saturn. Eine englische Wallfahrt, pubblicato nel 1995 (tradotto da Ada Vigliani per Adelphi nel 2005 con il titolo Gli anelli di Saturno. Un pellegrinaggio in Inghilterra). L’immagine con i chevaux ponctués, i “cavalli a pois”, ritrae l’opera più celebre della grotta di Pech-Merle. Circa l’indecifrabilità della luna e dei falò nel romanzo di Pavese, riporto un’osservazione del critico Giovanni Pozzi, il quale riteneva che essi non siano allegorie, cioè non siano significanti ai quali è connesso un preciso significato, ma restino indizi, cioè evocatori allusivi di sensi e non indicatori di significati. L’osservazione proviene dal quaderno Un’analisi di testo narrativo (Pavese, La luna e i falò) all’indirizzo degli insegnanti ticinesi del settore medio, edito a Zurigo da Juris Druck nel 1977. Trovate qui il sito del Locarno Festival e qui quello della grotta di Pech-Merle.

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La cricca di Jack Colty

Il vento spazza le strade, caldo come l’alito del demonio. Entro solo e disarmato nella banca di Repentance Springs. Sono Colty, ho un appuntamento con il colonnello Ned McReady. Una guardia mi accompagna in un ufficio senza finestre, dove il colonnello mi aspetta con la sua faccia da padre della nazione. Si alza, mi allunga la mano. Sono lieto che abbiate accondisceso a un incontro fra gentiluomini. Io lo guardo. E nello stesso momento, all’ingresso della banca, i miei ragazzi cominciano a sparare.
L’uomo della sicurezza prova a bloccarmi. Mentre lo infilzo con il mio bowie knife – sono disarmato, ma senza esagerare – il colonnello se la svigna dal retro e chiama a raccolta i suoi. Io mi occupo della banca, insieme a Cortez e ai fratelli Mason. Poi usciamo sulla strada. “Skinny” Landell tiene pronti i cavalli e intanto parla da solo, mescolando bestemmie e frasi sdolcinate. Non è cattivo, ma la morfina e l’oppio gli hanno bruciato il cervello. Fire at will, boys! Ci apriamo la via sparando, e nemmeno la presenza del first deputy Charlie Weathers riesce a trattenerci. Tutti i nostri uomini lasciano la città: pack yer bags, we are leaving! Prima di andarmene, ho il piacere di ammirare il nobile volto di McReady quando scopre che la sua amata figlia Poppy sta dalla nostra parte… cioè sta con me, Jack Colty, detto “The Crow”.
Attraversiamo al galoppo Whiskey Canyon. I veri problemi cominciano su al passo di Buzzard Point. I deputy del colonnello ci aspettano in massa, insieme a un paio di bounty killers. We’ve got you surrounded, Colty! Il colonnello fa impiccare un paio dei miei – get the rope, boys! – ma nel frattempo riusciamo a procurarci un bel po’ di dinamite e una mitragliatrice Gatling. Senza pensarci due volte attacchiamo la prigione di San Manzanillo, dov’è rinchiuso il nostro compagno Santiago. Dopo un inferno di fuoco e sangue, riusciamo a raggiungere Rattelsnake Creek. Qui gli sceriffi ammazzano Poppy… ma questo non è grave. La cosa peggiore è che io vengo ferito. In più Skinny e “Kittens” Mackenzie tirano le cuoia. Tentiamo di passare il confine messicano, grazie a una cavalcata notturna e al sacrificio del povero Manolito, che viene fatto fuori da un cacciatore di taglie. Purtroppo gli sbirri ci bloccano la strada.
Ci rifugiamo in una fattoria – thank for yer coffee and eggs, ma’am – e decidiamo di provare a prendere il treno delle 3.15 dalla stazione di Rattlesnake. L’intero clan dei Jackson sta dalla nostra parte, ma gli uomini del colonnello uccidono Annie “Gutshot” McGraw. Avrei ancora qualche possibilità – sto pensando di far deragliare il treno – quando un dannato pistolero, Quincey “The Spider” Whitmore, riesce a eliminare Cortez, mentre i Jackson vengono travolti da una stampede di bufali. Allora mi butto verso la stazione, sparando all’impazzata, e riesco a fare quasi cinquanta metri prima di cadere crivellato di colpi.
Questo è il riassunto di una partita a Revolver, un gioco da tavolo per due giocatori, della durata di 45 minuti, creato nel 2011 da Mark Chaplin per la White Goblins Game (le frasi in inglese sono i nomi di alcune carte). La mia avversaria impersonava i buoni, mentre io capitanavo una squadra di farabutti; e come avete letto, i farabutti hanno perso. Mi sono accorto che la dinamica ludica non è troppo diversa da quella che si genera nella scrittura. Il Far West, senza effetti speciali e senza tecnologia, sta tutto dentro una scatola, con pochi oggetti concreti che mettono in moto il meccanismo. Il gesto di trasfigurare le cose reali in un sistema simbolico consente l’ingresso in un mondo nel quale tutto esiste per un sovrappiù d’immaginazione. Lo dice bene Cristina Campo: Se qualche volta scrivo è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre – attraverso la penna e la mano – come per osmosi. Nella gioia, noi ci muoviamo in un elemento che è del tutto fuori del tempo e del reale, con presenza perfettamente reale. Incandescenti, attraversiamo i muri. Certo, la scrittura implica anche una necessità e una ricerca talvolta dolorosa; ma non può essere totalmente disgiunta dallo slancio ludico che presiede a ogni creazione.
Ho parlato di Revolver ma avrei potuto citare altri giochi della mia collezione: ognuno schiude un mondo e ognuno consente di condividere una situazione più o meno narrativa. Non solo i giochi ambientati; pure nell’astrazione degli scacchi o del backgammon, per fare solo due esempi, si cela una lettura cifrata delle relazioni umane. Scrivere (e leggere) è una necessità più urgente, ma il gioco apre alcuni spazi mentali e favorisce l’eutrapelia, cioè quella condizione di equilibrio spirituale fra serietà e leggerezza. Per Platone e Aristotele è il giusto mezzo fra il bomolóchos, il buffone alla ricerca dell’allegria a qualsiasi costo, e l’agroikos, il burbero ostinatamente rinchiuso nella sua serietà.
Il filosofo Hugo Rahner definisce l’uomo che sa ancora giocare come l’uomo della serenità seria (oppure l’uomo serio-sereno, con riferimento all’espressione greca anèr spoudoghèloios); questo perché ogni gioco ha al fondo un grande mistero. Mi colpisce questa definizione di colui che “serio e sereno”, umorista disinvolto, sa sorridere anche fra le lacrime e al fondo di tutta la serenità terrena si scopre insoddisfatto. Rhaner ritiene che non soltanto la serietà sappia arrivare alla radice delle cose, ma che, con facilità anche maggiore, vi giungano spesso, scavando più in profondità in quanto mossi dallo spirito del gioco, la serenità, l’ironia e l’umorismo. L’homo ludens, come lo definisce Rahner, unisce la letizia alla pazienza e a una lieve malinconia. Tali atteggiamenti lo rendono contemporaneamente sereno e grave.
Questo sembra portarci un po’ lontani dalla banca di Repentance Springs. Ma in ogni gioco si nasconde qualcosa di antico e indecifrabile. Le bambine che davanti a casa mia disegnano il tracciato del “mondo” replicano senza saperlo un gesto che si ripete almeno dal diciassettesimo secolo, e forse anche da prima. Di recente è uscito un libro interessante: Storie di giochi (Gallucci), di Andrea Angiolino con disegni di Alessandro Sanna. L’autore ripercorre la storia di giochi vecchi e nuovi, raccontando aneddoti e fornendo esempi letterari o cinematografici. Scopriamo così una dimensione culturale spesso trascurata dalla scuola: in un certo senso, i giochi che abbiamo giocato ci hanno resi quello che siamo, ma è una storia taciuta, addirittura ignorata. Ci sono giochi sopravvissuti per cinquemila anni, come il Serpente arrotolato o gli astragali, che accompagnano da sempre la civiltà umana. Altri permettono d’intuire l’anima di popoli e culture, come il Go o il Mancala, e in un certo modo anche Magic o il fantacalcio. Altri ancora nascono e poi vengono dimenticati, lasciando appena qualche traccia. Interessante il caso della “cricca”, che Angiolino racconta con precisione e abilità divulgativa.
La cricca o crica è un gioco di carte molto antico, di cui nessuno ormai ricorda più le regole. Angiolino spiega che esisteva già nel quindicesimo secolo, e fa un esempio letterario. Nell’Orlando innamorato del Boiardo, composto verso la fine del Quattrocento, Mandricardo è un cavaliere che gira disarmato perché vuole esclusivamente la famosa spada Durlindana. Anche Gradasso la desidera e ne nasce un diverbio: i due afferrano dei tronchi e si affrontano a legnate. Ruggiero li guarda e ride: “Sembran costor dui giucator di cricca / c’habbian il punto tutti dui in bastoni / così ne danno spesso, e dan di buoni”. Molti storici o autori di cronache parlarono del gioco, ma nessuno ne spiegò le regole esatte, e così la cricca si estinse. Ne rimane una traccia nel vocabolario. Ancora oggi in alcuni giochi di carte è infatti detta cricca una combinazione di tre o quattro figure di pari valore, specialmente in Emilia Romagna. Ma soprattutto, nel linguaggio quotidiano si chiama cricca un gruppetto di compari dall’aria poco raccomandabile, riuniti per qualche losco fine. Mi commuove questo gioco fantasma, sepolto nel passato. Ha suscitato litigi, discussioni, risate, ha acceso passioni nei secoli, ha fatto capolino nei grandi poemi ed era amato da personaggi illustri. Ora di lui restano solo pochi brandelli di regole e un nome comune, che tutti usiamo senza pensare al gioco che riusciva a coinvolgere perfino Niccolò Machiavelli. Ecco che cosa scriveva l’autore fiorentino il 10 dicembre 1513, nella Lettera XI a Francesco Vettori.

Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dì giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Così, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.

Anche il trich-trach ha una storia illustre: appartiene alla stessa famiglia del backgammon ed è nato in Francia all’inizio del Cinquecento. Nella sua lettera, Machiavelli dimostra di avere una certa eutrapelia. Dopo aver giocato e gridato all’osteria, rientra a casa e s’immerge nella lettura dei classici, popolando di altri mondi il silenzio della sua stanza.

Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

Stasera giocherò di nuovo a Revolver e proverò di nuovo a prendere quel maledetto treno delle 3.15 dalla Rattlesnake Station. Mi chiedo: è giusto spendere tante energie per liberare Santiago dalla prigione? È vero che con la pistola ci sa fare, ed è un buon compagno, però… Mmm. Ci penserò stasera. Intanto verifico che ognuno sia al suo posto: Skinny, i fratelli Mason, Cortez, Manolito, “Kittens” Mackenzie, il povero Skinny e tutti gli altri pistoleros della mia cricca…

PS: Per chi volesse approfondire il mondo dei giochi da tavolo, il sito di riferimento (in inglese) è Boardgamegeek, con un vastissimo catalogo. In italiano c’è un corrispettivo nella Tana dei Goblin, mentre in francese c’è Tric Trac. Segnalo anche il blog Giochi sul nostro tavolo, sempre aggiornato e competente. Molto utili sono i video di Matteo “Teeoh” Boca, che con le sue Recensioni minute riesce a spiegare le regole di ogni gioco in un battibaleno. Ottimo pure il blog Dado critico, in cui parlare di giochi è spesso un pretesto per una narrazione di vita quotidiana, con alcune invenzioni degne di nota.

PPS: Le frasi di Hugo Rahner, così come i riferimenti ad Aristotele e Platone, provengono dall’opera dello stesso Rahner intitolata L’uomo che gioca, scritta in tedesco nel 1952 e tradotta in italiano da Alessandro Paci per le edizioni Medusa nel 2017. Andrea Angiolino, insieme a Beniamino Sidoti, è autore anche del bellissimo Dizionario dei giochi, pubblicato nel 2010 da Zanichelli (da cui ho preso gli schemi del “mondo”, conosciuto anche come “campana”). La citazione di Cristina Campo è tratta dal saggio Fiaba e mistero, nel volume Gli imperdonabili (Adelphi 1987). Le illustrazioni sono quelle di Alessandro Sanna in Andrea Angiolino, Storie di giochi (Gallucci 2017). Nella foto in basso sono raffigurati due giochi: uno è Oss (Gap Games 2010), con cui Vincent Lemaire, Jean-Michel Maman e Charles Amir Perret propongono una versione contemporanea (e perfino multimediale) degli astragali; l’altro è Happy salmon (North Star Games 2016), un gioco di Ken Gruhl e Quentin Weir del quale non vi dico nulla: scopritelo da soli e… buona fortuna!

PPPS: Giocando a Revolver, insieme all’edizione principale abbiamo usato le espansioni 1.1 (Ambush on Gunshot Trail) e 1.2 (Hunt the man down).

 

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