Tony Fruscella

Di recente, durante una presentazione, una lettrice mi ha detto di aver ascoltato L’arte del fallimento in forma di audiolibro e di aver pensato che sarebbe bello, ogni tanto, accompagnare la lettura con i brani musicali citati nella storia. Secondo me è pericoloso: la musica in un’opera narrativa vuole forse essere immaginata, più che ascoltata. È vero però che ho presentato spesso L’arte del fallimento insieme a un musicista, per evocare i brani presenti nel romanzo (la prossima volta sarà sabato 23 luglio a Lugano-Longlake con Zeno Gabaglio: ecco qui tutti i dettagli). Ma un conto è una presentazione, un altro conto è una lettura integrale, che ha bisogno di silenzi e di spazi vuoti nei quali fantasticare.
IMG_4734Di sicuro la musica ha un ruolo importante nel romanzo: è la storia di un sassofonista che anche attraverso il jazz trova la forza per sopportare i suoi fallimenti. Ecco perché ho scelto di citare direttamente tanti brani. Ed ecco perché ho cercato di curare il ritmo, le parti in maggiore e quelle in minore, le differenti tonalità armoniche… In un certo senso, mi sono divertito a scrivere come se componessi un brano musicale.

Il jazz è la musica di chi si trova a terra e, in qualche modo, tenta di rialzarsi. È un eterno confronto con i limiti, con gli errori. Anzi, è la speranza che proprio negli errori si nasconda una possibilità di salvezza. Perciò Mario insisteva nell’ascoltare i suoi vecchi dischi in vinile, sulla sua vecchia poltrona sfondata, senza preoccuparsi se il mondo andava più veloce di lui. Aveva imparato che un piccolo ritardo sulla pulsazione non è dannoso, anzi, insegna ad accogliere gli imprevisti.
Django Reinhardt suonava la chitarra senza due dita, Bud Powell era minato dalla pazzia, Charlie Parker dalle dipendenze, Thelonius Monk doveva gestire la sua stranezza. Perfino l’impeccabile Keith Jarrett nel 1996 era caduto in una sindrome da affaticamento cronico. E la musica stessa, il jazz, continuava a morire e a resuscitare a ogni generazione.

Questo brano, preso dal capitolo 67, mostra anche l’importanza dei limiti, delle imperfezioni (ne ho già parlato qui, accennando alla mia esperienza con il sax). Di recente mi è capitato di ascoltare un trombettista che avrebbe meritato una citazione nel romanzo: Tony Fruscella. È uno di quei musicisti spazzati via dalla storia, risucchiato da quella che lo scrittore Robert Reisner definì una tenace volontà di fallire. Nacque nel 1927, nel Greenwich Village di New York, da una famiglia di lavoratori italo-americani. Non si sa nulla della sua infanzia, se non che crebbe in un orfanotrofio, nel quale imparò a suonare la tromba e dal quale se ne andò a quattordici o quindici anni. Fino a quel momento, aveva ascoltato soltanto la musica suonata in chiesa durante le funzioni. Negli anni successivi approfondì la conoscenza della musica classica e del jazz. Presto cominciò a suonare nei locali; passò anche dalle formazioni di Lester Young e Stan Getz, ma sempre fuggevolmente. Nel 1955 incise il suo primo e unico disco “ufficiale”; solo dopo la sua morte uscì qualche altra registrazione (nel 1981, nel 1999 e nel 2011). A partire dalla fine degli anni Cinquanta, l’alcol e la droga presero il sopravvento. Fruscella cominciò a entrare e uscire dagli ospedali, dalle prigioni. Presto di lui si perse ogni traccia: era diventato un senzatetto, un barbone che percorreva le strade in cerca di lavoretti occasionali. Morì di cirrosi epatica nel 1969.
Una storia tragica. La cosa sorprendente è che nella musica, invece, Fruscella era austero e disciplinato (sempre secondo la definizione di Reisner), capace di rigore e di precisione, ma soprattutto di suscitare emozioni con assoli di limpida bellezza. Non c’era un solo cromosoma commerciale nel suo corpo (Reisner): la musica era un mezzo intimo, profondo, per inseguire e rappresentare la grazia. Perciò è commovente un brano come “His Master’s Voice”.

La tromba di Fruscella suona nel registro medio una melodia semplice e discendente, ispirata a un inno sacro: tanti anni dopo, rivive il ricordo dei canti ascoltati nella sua infanzia all’orfanotrofio. Il suono è denso e leggero nello stesso tempo. L’assolo riesce a raccontare una storia, superando gli ostacoli del tempo e della rovina; sentite come comincia, a 0.53: insieme alla malinconia mi sembra di avvertire un residuo di speranza, di fiducia, in quell’affidarsi al ritmo, alla sapienza misteriosa del fraseggio.
A Fruscella accennò anche Jack Kerouac, in un suo racconto degli anni Cinquanta in cui descrive l’atmosfera delle jam session al Village: Per non parlare di Tony Fruscella che si siede a gambe incrociate sulla moquette e suona Bach con la tromba, a orecchio, e più tardi di notte suona jazz moderno con la band.
IMG_4732Non voglio trasformare in un mito la vita disperata di molti jazzisti degli anni Cinquanta. Non voglio nemmeno approfondirne (e come potrei?) le dinamiche psicologiche e sociali. Voglio solo condividere quel rimasuglio di bellezza che Fruscella riuscì ad afferrare. Mi stupisce quella melodia rimasta sepolta nell’anima fin dagli anni dell’orfanotrofio, custodita fra mille peripezie e finita dentro un disco che se ne sta qui, sul tavolo, davanti al mio computer. Mi dispiace non aver nominato Tony Fruscella nel romanzo. Rimedio ora, dedicandogli questo articolo sul blog e questa citazione dal capitolo 62.

Fin da bambino Mario aveva sempre amato il disegno e la musica. Quando attraversava un brutto momento, linee, forme e parole lasciavano spazio nella sua mente a un tonalità di colore che nello stesso tempo era anche un suono. Era il blu.
La fuga, il ritorno, la morte, il fallimento, l’umiliazione, lo scandalo, la paura, tutto era blu scuro. Ma nel fondo buio del colore c’era la possibilità di un’apertura, di una pazienza provvista di sorprese. E allora ecco l’azzurro di un pensiero inaspettato, di una sintonia, quando nel blu apparivano anche la distratta caparbietà di Contini, gli stupori di Lisa o semplicemente la consapevolezza che improvvisare, nella musica e fuori dalla musica, è l’arte di accettare ciò che accade, prima di reagire.

PS: Il disco di Fruscella, intitolato Tony Fruscella e pubblicato dalla Atlantic, è stato registrato a New York nel mese di marzo del 1955. Insieme a Fruscella, ci sono Allen Eager (sax tenore), Danny Bank (sax baritono), Chauncey Welsch (trombone), Bill Triglia (piano), Bill Anthony (contrabbasso) e Junior Bradley (batteria).

PPS: Le citazioni di Robert Reisner provengono da Tony Fruscella. The names of the forgotten, un articolo di John Dunton apparso sul blog jazzprofiles.blogspot.ch.

PPS: Il testo di Kerouac è tratto dal racconto “New York Scenes”, nel volume Lonesome Traveler, pubblicato in inglese nel 1960 e in italiano nel 2010, da Mondadori, con il titolo L’ultimo vagabondo americano.

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Butcher’s Crossing

Le parole non ci appartengono. Più avanzo nel mio lavoro, più mi accorgo dell’inconsistenza di tutte quelle espressioni come “nelle parole di quell’autore” o “con le mie parole ho voluto dire”. Che importa di ciò che hai voluto dire? Quello che conta è ciò che le parole – le parole – esprimono. Può essere ciò che hai voluto dire oppure no; nel migliore dei casi, è ciò che hai voluto dire con qualche cosa in più, quell’imponderabile, quel supplemento di significato che misteriosamente si annida in ogni sillaba che pronunciamo.
IMG_3706In questi giorni mi capita di parlare con i lettori del romanzo L’arte del fallimento, o di leggere qualche recensione sui giornali e su internet. Sono utili questi scambi, questi confronti? Credo di sì, proprio perché quel libro non mi appartiene. Nella mia mente sto seguendo il ritmo di una nuova storia: di quella non parlo con nessuno (nemmeno qui, dove siamo tra di noi…); ma di una storia già scritta si può discutere, e spesso mi capita d’imparare qualcosa.
Ieri, per esempio, mi hanno inviato un articolo apparso nel blog “unreliablehero” (lo trovate qui). È una bella recensione, che coglie alcuni aspetti per me essenziali del romanzo. A un certo punto l’autrice, che si firma come “Benny”, riporta una frase del romanzo: Perché è la cosa più difficile, sai? Dire: ho perso. Quello che passa, lasciarlo andare… Senza cancellare il presente, senza crogiolarsi nei sogni di rivalsa… perdere e basta, perdere e rimanere. Avere il coraggio di rimanere. In un primo momento non ricordavo di averla scritta, poi mi è tornato in mente che sono parole del vecchio Giona. Il coraggio di rimanere. Mi sono detto: ecco un tema che avrei potuto sfruttare meglio. Dopo un fallimento, dopo l’esperienza della morte, della sconfitta, della disillusione, che senso ha il gesto di rimanere? Non è nemmeno un gesto, a pensarci bene: è solo stare lì, senza fuggire. Ma sarà vero? Ogni tanto, invece, per fortuna, mi pare che il fallimento sia l’occasione per andarsene, per tagliare i ponti e per ricominciare. E tuttavia: è davvero possibile ricominciare da capo? Non si ricostruisce sempre sopra una rimanenza, sopra le macerie?
IMG_5746Seduto in balcone, sotto un maestoso passaggio di nuvole, ho riflettuto su questi argomenti. Mi sono venuti in mente altri autori e altre storie. Qualche settimana fa ho scritto per il sito “Il Libraio” un articolo in cui presentavo qualche consiglio di lettura. Il pezzo s’intitolava Sette lezioni di fallimento (lo trovate qui). Gli scrittori andavano da Thomas Mann a P. G. Wodehouse. Ecco le sette “lezioni”:
1) Come fallire in maniera grandiosa
2) Come accettare il fallimento
3) Come rialzarsi dopo i fallimenti
4) Come fare del fallimento un’arte
5) Come fallire un’indagine
6) Come trasformare il fallimento in eroismo
7) Come ridere del fallimento.
Riflettendoci ora, mi ricordo un libro che avrei potuto aggiungere alla lista: Butcher’s Crossing, di John Williams (uscito per la prima volta nel 1960, pubblicato in italiano da Fazi nel 2013). È la storia di un ragazzo che nel 1873 parte da Boston e raggiunge le terre selvagge del West. Nel corso del romanzo compie un’immersione nella natura, in un confronto serrato con i suoi limiti e le sue paure. Partecipa a un’epica, immensa caccia al bisonte ed è costretto a misurarsi con la dimensione del fallimento.
FullSizeRenderNon vi dico altro, per non guastarvi la lettura. Aggiungo soltanto che a un certo punto il ragazzo se ne va, ricomincia, cavalca verso posti nuovi. Però non torna a casa, a Boston, dove potrebbe avere una vita di ricchezza e successi. Ha il coraggio di rimanere in una terra dove non ha certezze e non è nessuno, ma dove – forse proprio per questo – ha qualche possibilità d’incontrare sé stesso.
Una sottile striscia di sole infiammava l’orizzonte a est. Si rigirò e guardò la pianura davanti a lui, dove la sua ombra si proiettava lunga e liscia, con i bordi frastagliati dall’erba appena nata. Le redini nelle sue mani erano dure e lucide. Sotto di sé sentiva bene la sella, liscia come la pietra, e i fianchi del cavallo che si gonfiavano appena, mentre inspirava ed espirava. Fece un bel respiro inalando l’aria fragrante che saliva dall’erba fresca, mischiandosi al sudore umido del cavallo. Strinse le redini in una mano, sfiorò coi tacchi i fianchi dell’animale e cavalcò verso l’aperta campagna. Tranne che per una direzione di massima, non sapeva dove stava andando. Sapeva solo che gli sarebbe venuto in mente in seguito, nel corso della giornata. Proseguì senza fretta, sentendo sotto di sé il sole che si alzava lentamente e scaldava l’aria.

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Le audiocassette di Contini

Ieri sera ho presentato L’arte del fallimento all’Università di Zurigo. Nell’aula D31, oltre a insegnanti, studenti, lettori e curiosi, c’era un personaggio fatto di aria e memoria. Era ben presente, seduto sul bordo di un tavolo, ma anche intangibile, congelato in un altrove più lontano delle galassie, più remoto dello spazio profondo. Quel ragazzo, studente in quella stessa Università nei primi anni dopo il 2000, non poteva essere lì. Eppure c’era. Annuiva impassibile, come se mi ascoltasse, ma si vedeva benissimo che stava pensando ad altro. Aveva nella testa un investigatore privato di nome Elia Contini (gli piaceva il suono di quelle tre “i”) e stava scrivendo una storia su di lui. Una storia? Un romanzo, addirittura.
BarcheZhTornare dove tutto è cominciato è sempre un’operazione rischiosa. Amo la città di Zurigo, il suo fiume, i suoi ponti, il suo cielo vasto e mutevole. Conosco le vie, i posti dove mangiare e quelli dove starsene da soli – come ogni città, anche Zurigo ha i suoi angoli di campagna, che resistono fra i tram e i negozi di telefonia mobile. Ho amici con cui tirare tardi e scolare pinte di birra (magari una di troppo, ieri sera). Ho strade dove mi piace tornare e altre che credevo di avere dimenticato. Ma soprattutto, il luogo dove ho trascorso i miei anni di studente mi offre l’opportunità di un rendiconto. Lo sguardo degli altri mi permette di capire meglio il lavoro che sto facendo; ma anche lo sguardo indietro verso il passato – purché non mi soffermi troppo a lungo – mi aiuta a dare sostanza alle narrazioni.
StudentiZhLa professoressa Tatiana Crivelli e il professor Nunzio La Fauci (che ieri mi ha insegnato un detto siciliano sul fallimento) hanno incrociato la mia strada all’inizio, quando stavo rimuginando la mia prima storia, e di nuovo ieri sera, quando fingendo di parlare dell’ultima storia stavo già provando a rimuginare la prossima. Ecco, questo è il punto: la prossima storia. Parlando e passeggiando con qualche amico, prima e dopo l’incontro, mi sono reso conto che le divagazioni e i pensieri in apparenza assurdi hanno il valore di ancorarci al presente, anche nei luoghi che per vicenda personale sono intrisi di passato. Più che riflettere sulle vicende che mi hanno portato a creare i miei personaggi, m’interessa coglierne di nuovi. Perché ieri pomeriggio un uomo, in una viuzza del Niederdorf, stava bagnando con l’annaffiatoio il davanzale di una finestra? Non c’erano vasi, non c’erano fiori, ma lui era intento nell’innaffiare, meticoloso, come se coltivasse qualcosa d’invisibile.
TramontoZhTutto sta in queste immagini, in questi incontri fortuiti.
Nei giorni scorsi mi ha scritto una lettrice a proposito di un mio articolo uscito qualche tempo fa sul sito “Il Libraio”. È un testo che presenta dieci investigatori presi da altrettanti romanzi polizieschi, rappresentando ognuno di loro con un oggetto caratteristico (trovate qui l’articolo). E il suo Elia Contini, mi ha chiesto la lettrice, con quale oggetto si potrebbe rappresentare? Non è una domanda facile. Ho pensato a qualcosa che abbia a che fare con le volpi o con le zattere di legno che Contini si diverte a costruire, ma poi mi sono detto: perché non le audiocassette?
image1Il mio investigatore è refrattario alla tecnologia. Ama le piccole azioni concrete, quelle che implicano toccare cose e spostare oggetti. Non gli piace scorrere il dito sugli schermi, non sopporta le macchine che creano link e connessioni, che incrociano dati e immagini in un mondo dove non si può camminare, ma tuttalpiù navigare virtualmente. Di sicuro è un atteggiamento infantile: perché ostinarsi ad ascoltare la musica sulle audiocassette, quando esistono impianti ben più sofisticati? La mia risposta è: non lo so. Non posso spiegare perché Contini sia fatto in questo modo, così come non so perché un uomo a Zurigo annaffiasse una finestra. Io non ascolto più le audiocassette, Contini invece sì. Il fatto che sia un personaggio creato da me, dopotutto, non significa che io conosca ogni suo segreto. E magari è giusto così: si scrive per approfondire il mistero, non per svelarlo. Tornerò a raccontare una storia con Elia Contini? Non so nemmeno questo. Forse sì, forse invece non mi capiterà più. In fondo l’importante non è scrivere di lui, ma sapere che lui è là fuori – da qualche parte nei boschi intorno a Corvesco – e che, fra un’audiocassetta e l’altra, continua a camminare.

Contini stesso non era un fallito? Alla sua età non aveva un vero mestiere, una vera storia professionale, ma si arrabattava accettando casi che un’agenzia seria avrebbe subito respinto al mittente. Chi era lui per avere pietà di Mario? Ripensò ai nomi sulla lapide e ai desideri che quelle persone avevano rincorso per tutta la vita, e qualche volta realizzato. Tutto era svanito come un miraggio, mentre chissà perché Contini aveva l’impressione che le sconfitte avessero più consistenza. Che cosa resta di te, alla fine? Ciò che hai posseduto o magari invece ciò che non hai mai avuto, ciò che hai sperato… o magari disperato?
Ecco il genere di domande a cui di solito rispondeva senza parole, andando a camminare nei boschi.
Sulla via del ritorno, propose a Francesca di ascoltare un po’ di musica. Ora che guidava lei, per Contini non era facile propinarle Brel, Brassens e Aznavour. Lei però non si spingeva fino a fargli ascoltare i Coldplay e così cercavano un compromesso.
«Si chiamano Timber Timbre. Cantano in inglese, ma forse ti piacciono lo stesso…»
«Timber Timbre. Che razza di nome è?»
La musica però non era male. Atmosfere profonde come un dirupo e un cantante dalla voce bassa, cavernosa. Un brano in particolare, Grand Canyon, liberò spazio nella mente di Contini mentre guardava il paesaggio scorrere dai finestrini. Era cresciuto in un territorio piccolo, fitto di montagne e campanili. E chissà che alla fine di lui non potesse restare invece la nostalgia per le pianure sconfinate, per un orizzonte aperto e selvaggio, sempre nuovo…

PS: Il testo con Elia Contini proviene dal romanzo L’arte del fallimento (capitolo 40, “Grand Canyon”, pagine 171-72). Il brano Grand Canyon è tratto dall’album Hot Dreams, pubblicato dai Timber Timbre nel 2014.

PPS: Grazie a Elena Biaggio per le fotografie di Zurigo. E grazie a Yari Bernasconi: non solo per aver condiviso con me la conferenza, ma soprattutto per aver notato l’uomo che annaffia le finestre!

PPPS: Il detto del professor La Fauci suggerisce di guardare al fallimento come a una forma di salvamento. Non è un vero e proprio proverbio, ma un’osservazione, un’arguzia che lo stesso La Fauci ha avuto modo di ascoltare in Sicilia, durante la giovinezza. Avulso dal contesto, suggellato dalla rima, il detto a mio parere assume quasi il valore di un autentico proverbio. Mi sembra infatti portatore di una verità non banale: a volte, nella vita, le cose si aggiustano proprio nel momento in cui falliscono (ne avevo già parlato qui).

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Stella by Starlight

L’uscita di un romanzo mi coglie sempre di sorpresa, mi riempie di strane incertezze e paure. Questo si acutizza al momento delle presentazioni: il 17 marzo a Lugano, poi a Mendrisio, a Milano e altrove. Sono combattuto: da una parte il piacere di festeggiare con un brindisi insieme agli amici, dall’altra la sensazione di non essere all’altezza. È un sentimento irrazionale, ma persistente: ciò che ho portato per mesi nella mente e nel cuore adesso è lì, davanti a tutti, tangibile, e a me tocca spiegare in che modo sia venuto alla luce. Com’è possibile?

L’arte del fallimento (Guanda) è in libreria da qualche settimana. In questi giorni stavo leggendo l’autobiografia dell’autrice britannica PD James (1920-2014), scritta a settantanove anni. A un certo punto, la vecchia signora accenna a un cambiamento di costumi: se da giovane le bastava pubblicare un libro, ora le organizzano lunghi tour di reading. Sono un po’ stancanti, alla sua età, ma almeno ha la possibilità di stringere la mano di persona ai suoi lettori. L’ironia di PD James mi ha fatto riflettere: che valore ha la presentazione di un libro? Non è imbarazzante, porsi davanti alla propria storia?
IMG_2058Lo so, anch’io sto facendo un tour di presentazioni. Qual è il probema, allora? Nel mio caso, non si tratta di imbarazzo. Sono un giornalista, ho anni di esperienza nella conduzione radiofonica e televisiva: benché abbia un’indole timida, ho imparato a parlare in pubblico. La verità è che non si tratta di mestiere: nei miei romanzi, anche se a prima vista non sembra, metto a nudo la parte più intima di me. So gestire professionalmente un’intervista alla radio o alla tivù, ma quando devo indagare la mia scrittura mi chiedo se – con le mie parole – non rischi di togliere l’incanto, di aggiungere concetti e commenti alla storia, che dovrebbe bastare a sé stessa.
Seguendo il filo di queste riflessioni, mi è venuto in mente un pensiero dello scrittore nigeriano Ben Okri: È il lettore che scrive il libro, perché la vera destinazione dei libri è la vita, e i viventi. Sono convinto che uno scrittore debba essere discreto, e che sia necessario difendere il proprio silenzio, la solitudine necessaria alla creazione. Ma credo pure che sia utile vedere qualche volta i propri lettori davanti a sé, sentire i loro commenti, il loro punto di vista. Parliamone, dunque, scherziamoci sopra, critichiamo. Togliamo i libri dalla teca di cristallo. Assecondiamo il ritmo della vita. Basta non dimenticare che, prima e dopo, c’è il tempo silenzioso della creazione (sia come autore, sia come lettore, perché la lettura è una forma di creazione).
Visto che L’arte del fallimento parla di jazz, lasciatemi fare un esempio musicale. È una bellissima versione di Stella by Starlight, registrata dal vivo dal quintetto di Miles Davis con George Coleman (sax tenore), Herbie Hancok (piano), Ron Carter (contrabbasso), Tony Williams (batteria) alla Philarmonic Hall di New York il 12 febbraio 1964.

Fin dall’inizio, c’è un’atmosfera speciale: l’improvvisazione ripete gesti trovati in tanti concerti (come il glissando che Hancock e Davis suonano insieme a 0:42). Poi Davis comincia a variare il tema con note lunghe, sempre dialogando con il piano; fra 1:46 e 1:52 il tutto culmina in un lungo acuto della tromba, che finisce con due note brevi subito ripetute al volo da Hancock (che tempismo!). Davis si ferma, qualcuno dal pubblico risponde all’acuto con un urlo altrettanto lungo. Davis allora reagisce con una scala che lo riporta in alto. La musica si fa più incandescente, il gruppo va più veloce (tecnicamente, in double time feel). IMG_2343
Mi piace questa testimonianza di un grido dal pubblico che muove i musicisti, li sollecita, e rimane nell’incisione. L’assolo di Davis continua fino a 4.35, quando parte George Coleman (bello anche il re acuto, ripetuto con insistenza da Davis a 4:14, quasi a scuotere il gruppo). Insomma, durante il concerto dialogano i musicisti, reagisce il pubblico, accadono cose. Come dice un verso della poetessa Rita Pacilio, intorno alla tromba si parla, si frana.
La lettura di un romanzo è diversa è un’attività più intima e silenziosa. E la scrittura non è di certo un’arte performativa, come la musica. Ma per chi scrive, come me, non è male ogni tanto vedere qualche faccia, sentire qualche voce. Quello strano, irrazionale timore resta vivo, ma è vivo anche il piacere di brindare insieme all’arte del fallimento.

PS: Qualche indicazione bibliografica: PD James, Il tempo dell’onestà, Mondadori 2001; Ben Okri, La tigre nella bocca del diamante, Minimum Fax 2000.

PPS: L’analisi tecnica del brano jazz proviene dal volume di Stefano Zenni I segreti del jazz. Una guida all’ascolto (Stampa Alternativa 2007). È un manuale prezioso e documentatissimo, che permette di cogliere meglio le sfumature della bellezza.

PPPS: Di bellezza si tratta anche nell’opera di Rita Pacilio Il suono per obbedienza (Marco Saya 2015). Per descrivere l’assolo di Davis in realtà sarebbero bastati i versi in cui Rita Pacilio osserva come noi siamo il passaggio tra due sfere, / sperimentazione / e obbedienza. Siamo doppi, / simultanei. È proprio vero che l’arte ci aiuta a convivere in due mondi. Potete leggere qui la poesia ispirata a Miles Davis, da cui ho rubato un verso. Trovate qui, invece, la lirica che ho appena citato sopra.

PPPPS: Quasi me ne stavo dimenticando… Se volete brindare anche voi al fallimento, trovate i dettagli sulle presentazioni qui nel mio sito, oppure anche (con tanto di carta geografica) nel sito “Il Libraio”.

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“La belva stava in agguato nell’ombra”

L’altro giorno un amico mi prendeva in giro: qualche anno fa hai scritto Come rapinare una banca svizzera, adesso L’arte del fallimento; vuol dire che qualcosa non ha funzionato? Be’, su questo non mi pronuncio: troppo compromettente…
Il romanzo parla di sconfitte e rinascite, di un uomo che lascia tutto per suonare il sax, di lavoratori frontalieri, dumping salariale, omicidi e anche, per fortuna, di come l’amore si manifesti nelle vie più impensabili.
Potete guardare tranquillamente il “booktrailer”: non svela nulla della trama e non mostra i personaggi. Tutto, com’è giusto che sia, è lasciato all’immaginazione. Il video di Alessandro Tomarchio è una divagazione artistica, un modo per immergersi nella musica e nei luoghi del romanzo.

Le riprese mostrano qualche scorcio di paesaggio: il piano di Magadino, Bellinzona, Lugano, le montagne e il lago. Si vede anche lo spazio espositivo di un’azienda di arredamenti interni (Tomarchio ha girato queste scene nello showroom della ditta “Abitare”, a Giubiasco). A suonare è Alan Rusconi, che esegue al sax tenore un’improvvisazione su In a sentimental mood (una canzone importante nel romanzo). Nel video la musica s’intreccia con le parole; di seguito vi riporto la traccia audio con l’assolo di Rusconi.


Di In a sentimental mood ho già parlato nel blog, citando anche qualche riga da L’arte del fallimento: trovate qui l’articolo, insieme alla musica di Ellington e Coltrane. Un altro assaggio del romanzo, un po’ più lungo, lo trovate qui. L’idea di questa storia è rimasta a lungo in un angolo della mia mente, finché l’anno scorso mi sono deciso a scriverla. È stato un periodo di riflessioni e fantasticherie, mentre piano piano i personaggi prendevano vita. Avevo parecchie domande in testa… Che valore ha la sconfitta? Non sarà che il vero fallimento è non fallire mai? Di questi e altri pensieri ho parlato qui, dove trovate anche un estratto dalla “colonna sonora” del libro. Infine, qui c’è il risvolto di copertina, dove si accenna alle linee generali della storia. (Ora basta con i link: leggete pure sereni fino alla fine, senza paura di un altro “qui”…).
IMG_1876Concludo, secondo tradizione, con i ringraziamenti. Ai miei famigliari, prima di tutto. Poi ai miei lettori di fiducia: Anna, Davide, Giacomo, Giuseppe, Lucia, Nicola, Tommaso, Yari. Un pensiero per Giovanni “Cobra”, che mi ha fornito le prime indicazioni, e per Giona e Mattia, ai quali ho rubato qualche spunto. Sono grato ad Alan, il mio maestro di musica; a Monica, Cinzia, Vera, Paola, Diana, Viviana e tutto il gruppo di Guanda; a Laura, in particolare, che ha letto e ascoltato L’arte del fallimento, cogliendone le risonanze nascoste.
Dedico questo romanzo alla memoria di Fabrizio Fazioli, con cui avevo parlato anni fa della prima idea.

PS: Se aveste voglia di scambiare due parole, possiamo incontrarci a Lugano giovedì 17 marzo alle 18, nella libreria Il Segnalibro (via Pioda 5), o a Milano mercoledì 23 marzo alle 18.30, nella libreria Centofiori (piazzale Dateo 5). Le altre date sono sul mio sito oppure qui (ops, ne mancava ancora uno… domando scusa!).

PPS: Casomai qualcuno se lo fosse chiesto… il titolo di questo articolo è la prima frase del romanzo.

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